Bussola

Reclamo e contestazione dello stato di figlio

Sommario

Inquadramento | Premessa: status filiationis, atto di nascita e possesso di stato | Reclamo dello stato di figlio: presupposti; caratteri; esercizio dell’azione | Contestazione dello stato di figlio: presupposti, caratteri, esercizio dell’azione | Casistica |

Inquadramento

Gli artt. 239 e 240 c.c. individuano rispettivamente, denominandole e precisandone l’operatività, le azioni di reclamo e di contestazione dello stato di figlio. Prima della riforma della filiazione, che ha introdotto lo “stato unico” del figlio, l’azione di reclamo (della legittimità) era il mezzo con il quale lo stesso poteva rivendicare lo stato di figlio legittimo, pur essendo privo del relativo atto di nascita ovvero, in mancanza, del possesso di stato, oppure in caso fosse stato iscritto sotto falsi nomi o come nato da genitori ignoti (cfr. art. 241 c.c., previgente); il figlio poteva poi rivendicare uno stato diverso qualora, a seguito di supposizione di parto o di sostituzione di neonato, fosse stato iscritto sotto falsi nomi, ancorché vi fosse un atto di nascita conforme al possesso di stato (si v. l’art. 239 c.c., nella formulazione previgente, che contemplava l’azione di reclamo insieme a quella di contestazione della legittimità). Il legislatore della riforma ha anteposto la norma sul reclamo (art. 239 c.c., sostituito dall’art. 14 d. lgs. 28 dicembre 2013, n. 154) a quella sulla contestazione dello stato di figlio (art. 240 c.c., sostituito dall’art. 15 d. lgs. 28 dicembre 2013, n. 154). L’esercizio delle due azioni, la legittimazione ed i relativi caratteri, risultano peraltro disciplinati dall’art. 248 c.c., che tratta della contestazione prima del reclamo, di cui alla norma dell’art. 249 c.c.. Si osserva, al riguardo, che normalmente chi agisce in reclamo deve dapprima rimuovere lo stato risultante dall’atto di nascita, tramite l’azione di contestazione, per l’evidente rapporto di pregiudizialità che lega il procedimento volto a rimuovere il precedente titolo di filiazione, ove l’interessato ne sia in possesso, e quello di reclamo del nuovo titolo. 

Premessa: status filiationis, atto di nascita e possesso di stato

Come noto, la disciplina previgente alla riforma della filiazione distingueva fra figli legittimi e figli naturali. Lo status di figlio legittimo spettava a colui che fosse stato concepito durante il matrimonio (al riguardo, si indicavano le due presunzioni juris tantum, di paternità del marito e di concepimento durante il matrimonio); lo stato di figlio naturale, a seguito di nascita da madre non coniugata, derivava invece da un formale atto di riconoscimento (ovvero da una sentenza dichiarativa della paternità o della maternità). In oggi, il nuovo art. 231 c.c., di cui al Capo I («Della presunzione di paternità», prima così rubricato: «Della filiazione legittima») del Titolo VII («Dello stato di figlio») del Libro I del codice, dispone che il marito è padre del figlio concepito «o nato» durante il matrimonio. Il successivo art. 232 c.c., al comma 1, ribadisce, a sua volta, il principio secondo cui si presume concepito durante il matrimonio il figlio nato quando non sono ancora trascorsi 300 giorni dalla data dell’annullamento, dello scioglimento o della cessazione degli effetti civili del matrimonio, individuando nel matrimonio la funzione di indice non più della legittimità dei figli, ma per la determinazione della paternità; detta presunzione di concepimento durante il matrimonio non opera decorsi 300 giorni dalla pronuncia di separazione giudiziale o dall’omologa di separazione consensuale, ovvero dalla data di comparizione dei coniugi davanti al giudice, quando gli stessi sono stati autorizzati a vivere separatamente nelle more del giudizio di separazione, di annullamento, ovvero di divorzio, venendo meno l’obbligo di fedeltà coniugale legato alla convivenza (art. 232 comma 2 c.c.). A seguito della riforma, sono rimasti inalterati i primi due commi dell’art. 234 c.c., riferiti alla nascita del figlio dopo i suddetti 300 giorni e alla prova per i coniugi e i loro eredi del concepimento durante il matrimonio; il comma 3 è stato invece modificato, in conseguenza dell’istituzione dello status unico della filiazione, e attualmente, anche il figlio, nelle condizioni di cui sopra, «può provare di essere stato concepito durante il matrimonio», e non più «proporre azione per reclamare lo stato di legittimo» (si v. la precedente formulazione).

Il novellato art. 236 c.c. che apre il Capo II relativo proprio alleprove della filiazione prevede, in proposito, che la filiazione, indipendentemente da nascita avvenuta dentro o fuori del matrimonio, si prova con l’atto di nascita iscritto nei registri dello stato civile, ovvero, in mancanza di questo titolo, con il possesso continuo dello stato di figlio. Quanto all’atto di nascita, si evidenzia come si tratti di titolo con efficacia probatoria esclusiva, da cui risulta formalmente lo stato di figlio, senza che rilevi la nascita in costanza di matrimonio o meno (cfr. Trib. Arezzo, sez. civ., 11 marzo 2015, n. 313). Il successivo art. 237 c.c., anch’esso modificato, è riferito ai fatti costitutivi delpossesso di stato, ossia agli elementi che, nell’insieme, dimostrano le relazioni di filiazione e di parentela fra una persona e la famiglia a cui essa pretende di appartenere. Precisa la norma che in ogni caso devono concorrere, tra i fatti, il c.d. tractatus, consistente nell’essere stata la persona sempre trattata dal genitore come figlio e, quindi, come tale mantenuto, educato e collocato, nonché la prova che la persona medesima sia stata costantemente considerata come figlio nei rapporti sociali e sia stata riconosciuta in detta qualità dalla famiglia. Il possesso di stato, unito ad un valido atto di nascita, assume efficacia costitutiva dello status. Al riguardo, l’art. 238 c.c. dispone che nessuno può reclamare uno stato contrario a quello che gli attribuiscono l’atto di nascita di figlio («legittimo», ma trattasi evidentemente di refuso) e il possesso di stato corrispondente all’atto stesso, salvo specifiche eccezioni e precisamente:

  • in ipotesi di matrimonio dei genitori dichiarato nullo per incesto e contratto in malafede da entrambi i coniugi (art. 128 c.c.);
  • in caso di nascita intervenuta dopo 300 giorni dallo scioglimento del vincolo matrimoniale o dalla separazione personale, per far valere lo status di figlio concepito in costanza di matrimonio (art. 234 c.c.,di cui cfr. l’ultimo comma, c.c., che già prevede il caso);
  • per intervenuto disconoscimento di paternità (art. 244 c.c.);
  • nelle ipotesi di supposizione di parto o sostituzione di neonato, ai sensi dell’art. 239 c.c., norma che, come si è visto, tratta specificamente del reclamo dello stato di figlio e delle fattispecie relative ivi contemplate (su cui v. infra).

In questi casi, in ossequio al favor veritatis, il figlio potrà reclamare uno stato diverso da quello che gli appartiene, una volta rimosso lo stato precedente attraverso l’azione di contestazione (art. 239, ultimo comma, c.c.) esperibile ex art. 240 c.c.. A seguito della riforma della filiazione, è stato abrogato il comma 2 dell’art. 238 c.c., che si riferiva alla contestazione dello status nei casi indicati, ed individuato, nel nuovo art. 240 c.c., la contestazione dello stato di figlio.

Reclamo dello stato di figlio: presupposti; caratteri; esercizio dell’azione

La disposizione dell’art. 239 c.c. («Reclamo dello stato di figlio») è stata modificata dalla riforma in maniera rilevante. La norma stabilisce al comma 1 che il figlio può reclamare uno stato diverso da quello che possiede in presenza di supposizione di parto, ossia quando una maternità sia falsamente attribuita ad una donna che non ha partorito, o di sostituzione di neonato, ove si attribuisca ad una donna, che invece ha partorito, la maternità di un bambino diverso da quello che ha partorito: in entrambi i casi la madre è differente dalla persona che risulta dall’atto di nascita. Il testo ante riforma della filiazione dell’art. 239 commi 1 e 2 c.c. indicava precisi limiti probatori, ammettendo il ricorso alla prova per testimoni, secondo le regole del previgente art. 241 c.c. e dell’art. 242 c.c. (ora abrogato). Inoggi, ai sensi dell’art. 241 c.c. («Prova in giudizio», modificato dall’art. 16 d.lgs. 28 dicembre 2013, n. 154), la prova della filiazione (ed ancor prima della supposizione di parto o della sostituzione di neonato) può darsi in giudizio con ogni mezzo (sul punto v. infra).

Il comma 2 dell’art. 239 c.c. legittima all’esercizio dell’azione di reclamo anche chi, nato nel matrimonio, erroneamente venne iscritto all’anagrafe dello stato civile come “figlio di ignoti”, salvo che sia intervenuta sentenza di adozione, passata in giudicato, e si sia acquisito un diverso status filiationis. A sua volta, il terzo comma dell’art. 239 c.c. tratta dell’azione esercitata per reclamare uno status di figlio conforme alla presunzione di paternità da colui che è stato riconosciuto in contrasto con tale presunzione (nel caso in cui la madre ebbe a riconoscere il figlio come nato da persona diversa dal marito, terzo che poi provvide al riconoscimento) e da chi fu iscritto come figlio di altro padre, in conformità di altra (erronea) presunzione di paternità.

In ogni caso, il comma 4 dell’articolo in esame prevede che l’azione possa essere esercitata per reclamare un diverso status di figlio, quando il precedente sia stato comunque rimosso.

L’azione medesima compete al solo figlio, ai sensi dell’art. 249 comma 1 c.c.. La norma, all’ultimo comma, rinvia all’applicazione del comma 6 dell’art. 244 c.c. e del comma 2 dell’art. 245 c.c., rispettivamente in tema di legittimazione (per il disconoscimento) di un curatore speciale nominato dal giudice, su istanza del figlio minore se ultraquattordicenne, ovvero del pubblico ministero o dell’altro genitore, quando si tratti di figlio di età inferiore, ed in ordine alla legittimazione ad agire di un curatore speciale, nominato dal giudice, al figlio che si trovi in stato di interdizione ovvero versi in condizioni di abituale grave infermità di mente, che lo renda incapace di provvedere ai propri interessi. La previgente formulazione dell’art. 249 c.c. prevedeva che, se il figlio non avesse promosso l‘azione e fosse morto in età minore, o nei 5 anni dopo aver raggiunto la maggiore età (ossia entro i 23 anni), l’azione avrebbe potuto essere proposta dai discendenti di lui; la vigente disposizione ne esclude la trasmissibilità (diversamente dalle altre azioni di stato, tra le quali la dichiarazione giudiziale di paternità e maternità esperibile dai discendenti entro 2 anni dalla morte del figlio).

Legittimati passivi sono i genitori, che devono essere chiamati entrambi nel giudizio. Quando l’azione è proposta nei confronti di persone premorte o minori o altrimenti incapaci, si osservano le disposizioni dell’art. 247 c.c., relativo all’azione di disconoscimento, che, nel comma 4, con un rinvio all’art. 246 c.c., in caso di morte dei genitori, indica in loro vece i discendenti o gli ascendenti. In loro mancanza, la domanda andrà proposta nei confronti di un curatore nominato dal giudice, davanti al quale il giudizio deve essere promosso.

Della domanda di reclamo è competente il tribunale ordinario, in composizione collegiale, con intervento obbligatorio del pubblico ministero (artt. 50-bis, comma 1, n. 1 e 70, comma 1, n. 3, c.p.c.); il giudizio, ordinario di cognizione, vertendo in materia di status, è introdotto con atto di citazione.

Quanto alla prova, si è visto che l’art. 241 c.c., novellato dalla riforma, prevede che, in mancanza di atto di nascita e di possesso di stato, la prova della filiazione possa essere data con ogni mezzo, anche per testimoni; è stato abrogato il comma 2 riferito ai limiti della medesima, come pure l’art. 242 c.c., circa il principio di prova per iscritto, necessario per renderla ammissibile, nonché l’art. 243 c.c., che ammetteva la prova contraria. Si dovrà dunque dimostrare innanzitutto la maternità, e dunque la prova del parto della donna che si assume essere madre e l’identità del figlio di lei con il reclamante. Secondo l’orientamento prevalente in dottrina, l’azione di reclamo presuppone genitori convenuti che siano o siano stati coniugati (cfr. sul punto, in  prospettiva generale, Dogliotti M., Figone A., Le azioni di stato: diritti e procedimenti dopo la riforma della filiazione, Giuffrè, 2015; Sesta M., Le azioni di stato dopo il decreto n. 154/2013, in www.consiglionazionaleforense.it). Dovrà pertanto provarsi il matrimonio tra i genitori e il concepimento (o la nascita) in costanza di esso, con conseguente presunzione legale juris tantum della paternità del marito della madre ed inversione dell’onere della prova, gravando sui convenuti dimostrare che l’attore non è figlio della donna, della quale si è accertata la maternità.

L’azione di reclamo dello stato di figlio è imprescrittibile.

La sentenza di accoglimento della domanda accerta lo status di figlio nato all’interno del matrimonio. Essa deve essere annotata, nell’atto di nascita del reclamante ex art. 49 d.P.R. n. 396/2000 (regolamento dello stato civile, tra l’altro modificato dal d.P.R. 30 gennaio 2015, n. 26, regolamento recante attuazione dell’art. 5, comma 1, legge 10 dicembre 2012, n. 219). Se il reclamante non aveva status, la sentenza gli attribuisce anche diritti successori, nonché diritti ed obblighi alimentari, costituendo legami di parentela con i parenti dei genitori.

 

Azione di reclamo dello stato di figlio e azioni di stato

Azione di reclamo dello stato di figlio

Qualora il figlio, la cui nascita sia avvenuta in costanza di matrimonio dei genitori, sia stato registrato allo stato civile come nato da padre ignoto e da donna che non consente d'essere nominata a causa ed in conseguenza di gravi e drammatici problemi psicologici affliggenti i genitori (nella specie, trattavasi di bambina, il cui gemello era morto precocemente a seguito di aborto spontaneo, nata, dopo solo 25 settimane di gestazione, in condizioni fisiche assai precarie e con notevoli probabilità, in caso di sopravvivenza, d'essere gravemente minorata (cieca) o, comunque, priva di autonomia e d'ogni capacità di relazione), è consentita, al fine di far acquisire all'infante lo "status", del tutto veridico, di figlio legittimo, la proposizione dell'azione di reclamo della legittimità, che ben può essere promossa nei confronti di entrambi i genitori da un curatore speciale del minore. La prova della maternità può ricavarsi dalla documentazione inerente al parto, mentre la prova della paternità, la cui presunzione non vale come integrativa del titolo, può essere suffragata dalle ragioni addotte dai genitori in ordine alle difficoltà d'ordine psicologico che hanno portato alla mancata registrazione del neonato come legittimo, nonchè dal fatto che i genitori abbiano successivamente reso una dichiarazione di "riconoscimento" del figlio, pur rifiutata dall'ufficiale di stato civile (Trib. Parma 17 ottobre 1998, in Dir. Fam., 1999, 221)

 

Il PM non è legittimato ad agire in reclamo ex art. 249 c.c., poiché la legittimazione per una tale azione spetta al figlio o ai suoi discendenti (Trib. Milano 6 dicembre 1957)

Azione di reclamo dello stato di figlio e disconoscimento di paternità (premorienza dell’interessato)

L'art. 110 c.p.c., secondo il quale, in caso di morte di una parte, il processo è proseguito dal successore universale o nei suoi confronti, esaurisce i propri effetti nella sfera processuale e non si estende fino alla creazione di una legittimazione sostanziale esclusa dalla specifica disciplina del rapporto in contestazione; ne consegue che, in tema di azione di disconoscimento della paternità, dovendosi escludere, in forza dell'art. 246 c.c., in caso di morte del genitore la legittimazione di soggetti diversi da ascendenti e discendenti, la mancanza di questi ultimi rende improseguibile l'azione da parte del collaterale dell'originario attore, ancorché ne sia erede (Cass. 7 agosto 1992, n. 9357)

Azione di reclamo dello stato di figlio e disconoscimento di paternità

Lo stato di figlio legittimo, quale presupposto necessario dell'ammissibilità dell'azione di disconoscimento di paternità, sorge normalmente e presuntivamente in coincidenza con la nascita, ma la legge non preclude al titolare dell'azione stessa di provare che tale stato si sia formato in un altro momento e che comunque, egli ne abbia avuto conoscenza successivamente. Ne deriva che il termine di decadenza per l'esercizio dell'azione decorre dalla costituzione dello stato di figlio legittimo che, se normalmente coincide con la nascita, può verificarsi o essere conosciuto in un secondo momento. (Nella specie, dopo la separazione dei coniugi era nato un figlio che la madre aveva denunziato allo stato civile come nato da donna nubile; successivamente, la madre era stata condannata per alterazione di stato e per effetto di tale sentenza era stata operata la correzione degli atti dello stato civile senza che fossero sentite le parti interessate. Pertanto, non solo lo stato di figlio legittimo si era formato successivamente alla nascita per effetto della correzione degli atti dello stato civile, ma, altresì, era stato conosciuto dal presunto padre in epoca ancora successiva)(Cass. 1 aprile 1977, n. 1233)

Filiazione legittima (prove) 

La filiazione si prova con l'atto di nascita iscritto nei registri dello stato civile. Tale atto è, dunque, titolo dello stato ed ha efficacia probatoria esclusiva, nel senso che conferisce certezza legale allo stato di figlio. Di talché, le contestazioni di tale stato sono possibili solo mediante un apposito processo, non essendo neppure ammissibile un'eventuale decisione incidenter tantum (Trib. Arezzo, sez. civ., 11 marzo 2015, n. 313)

Contestazione dello stato di figlio: presupposti, caratteri, esercizio dell’azione

L’art. 240 c.c. stabilisce che lo stato di figlio può essere contestato nei casi di cui al comma 1 (supposizione di parto o sostituzione di neonato) e al comma 2 dell’art. 239 c.c. (iscrizione di colui che è nato nel matrimonio come figlio di ignoti, salvo che sia intervenuta sentenza di adozione). Prima della riforma era prevista l’inammissibilità della contestazione dello status legimitatis del figlio, il quale avesse un possesso di stato conforme all’atto di nascita (art. 238 comma 2 c.c., previgente). Inammissibile era la contestazione di legittimità in ipotesi di figlio nato da due persone decedute, che avessero convissuto pubblicamente come coniugi, mancando la prova della celebrazione del matrimonio (ad es. per impossibilità di reperire l’atto di matrimonio) e con conforme possesso di stato, non in opposizione con il titolo individuato dall’atto di nascita (si v. art. 240 c.c., formulazione previgente).

A seguito della riforma della filiazione, con l’introduzione dello stato unico di filiazione, si è discusso in riferimento all’estensione dell’azione di contestazione (come per l’azione di reclamo) anche alla filiazione nata al di fuori del matrimonio. Al riguardo, si rileva che tale estensione non sembra proponibile (cfr., in proposito, Dogliotti M., Figone A., Le azioni di stato: diritti e procedimenti dopo la riforma della filiazione, cit.). Nell’ipotesi, tra le altre, di necessità di esperire un’azione per far valere la non corrispondenza del riconoscimento alla verità biologica della filiazione quella tipica è rappresentata dall’azione di impugnazione del medesimo per difetto di veridicità, con differenze in ordine a presupposti e caratteri rispetto all’azione di contestazione (si v. l’imprescrittibilità riferita a quest’ultima, a differenza della prima sottoposta ad un termine decadenziale per l’autore del riconoscimento e i terzi).   

Quanto all’azione di contestazione e a quella di disconoscimento, entrambe si riferiscono a situazioni di esistenza di un titolo di stato o di un possesso di stato di figlio nato da genitori coniugati differente dalla realtà che si vuole affermare.

 

 

In evidenza

L’azione di contestazione dello stato di figlio ha un ambito di applicazione che la distingue dalle altre azioni di stato, e specificamente dall’azione di disconoscimento di paternità, la prima riguardando la maternità, ovvero la nascita in costanza di matrimonio, la seconda attenendo alla contestazione della paternità, quale presupposto per l’attribuzione dello status di figlio coniugale, in capo al marito della madre. Quest’ultimo per vincere la presunzione ex art. 231 c.c. dovrà esperire l’azione di cui all’art. 244 c.c., tenendo conto dei relativi presupposti e termini decadenziali (termini ancor più rigorosi, a seguito della riforma, in relazione al padre e alla madre, unici legittimati attivi con il figlio, per il quale l’azione è imprescrittibile). Per la natura residuale e non sussidiaria dell’azione di contestazione si è pronunciata la giurisprudenza (v. però Trib. Monza 3 dicembre 1981, in Giust. Civ., 1982, I, 772; cfr. Cass. 20 febbraio 1992, n. 2098, in fattispecie di persona iscritta come figlio di genitori coniugati, nata oltre il periodo di presunzione legale di concepimento, dove la Corte di legittimità ha ritenuto, nel caso, doversi esercitare l’azione di disconoscimento di paternità)

 

Quanto all’esercizio dell’azione, l’art. 248 c.c. («Legittimazione all’azione di contestazione dello stato di figlio» non più «della legittimità», ex art. 20 d.lgs. 28 dicembre 2013, n. 154) attribuisce la legittimazione a chi dall’atto di nascita del figlio risulti suo genitore e a chiunque vi abbia interesse, interesse che potrebbe essere di natura personale o patrimoniale (si v. ad. es. quello dell’erede testamentario che contesti lo stato di figlio coniugale del defunto per impedire un’azione di riduzione ai propri danni); dovrebbe escludersi l’azione del PM, riguardando l’azione interessi di natura privata (salva l’ipotesi in cui l’accertamento dello status sia necessaria per perseguire un reato; v. però Cass. 29 ottobre 1963, n. 2888;cfr. anche, per le altre azioni di stato, Trib. Milano 6 dicembre 1957). Quando l’azione è intrapresa nei confronti di persone premorte o minori o altrimenti incapaci, la domanda andrà proposta nei confronti di un curatore speciale, a norma dell’art. 247 c.c.. Nel giudizio devono essere chiamati tutti e due i genitori, che sono contraddittori necessari. Si applicano, anche all’azione di contestazione, il comma 6 dell’art. 244 c.c. e il comma 2 dell’art. 245 c.c. (che disciplinano il disconoscimento), riferiti rispettivamente all’azione promossa da un curatore speciale nominato dal giudice, su istanza del figlio minore ultraquattordicenne ovvero del pubblico ministero o dell’altro genitore, se di età inferiore, nonché all’azione promossa dal curatore speciale in ipotesi di figlio in stato di interdizione ovvero che versa in condizioni di abituale grave infermità di mente, che lo renda incapace di provvedere ai propri interessi.

L’azione di contestazione dello stato di figlio è, come si è visto, imprescrittibile (art. 248 comma 2 c.c.). Competente a conoscere della domanda è il tribunale ordinario, trattandosi di materia relativa allo stato delle persone, in composizione collegiale. La sentenza, che accoglie la domanda, accerta l’inesistenza dello stato di figlio in capo ai genitori coniugati fra di loro; essa ha efficacia erga omnes e deve essere annotata nell’atto di nascita ai sensi dell’art. 49 d.P.R. n. 396/2000 (regolamento dello stato civile, tra l’altro modificato dal d.P.R. 30 gennaio 2015, n. 26, regolamento recante attuazione dell’art. 5, comma 1, legge 10 dicembre 2012, n. 219, su cui anche v. supra). Se il figlio risultava iscritto come nato all’interno del matrimonio, egli perde lo status, insieme con il cognome paterno; se la domanda si fondava sulla supposizione di parto o sulla sostituzione di neonato, con contestazione della maternità, dall’atto di nascita di figlio nato nel matrimonio dovrà essere cancellata anche l’indicazione della madre, con la conseguente perdita anche del cognome materno.

Casistica

Azione di contestazione  e azione di disconoscimento di paternità

 

In presenza della normativa degli artt. 235 ss. c.c. (che disciplina organicamente la contestazione di uno degli specifici presupposti della legittimità, quale è la paternità), non è possibile applicare alla stessa fattispecie anche l'art. 248 c.c., il quale riguarda la contestazione di presupposti necessariamente diversi da quello della paternità (Cass. 24 marzo 2000, n. 3529, in Foro It., 2000, I)

 

Il figlio nato da madre coniugata, che abbia lo stato di figlio legittimo attribuitogli dall'atto di nascita (sussista o meno pure il possesso del relativo status), non può contestare la paternità legittima avvalendosi dalla disposizione di cui all'art. 248 c.c., in quanto tale norma non è concorrente con quella dettata in tema di disconoscimento della paternità e non può ad essa derogare, dato che configura un'azione con contenuto residuale, esperibile solo ove non siano previste e regolate altre azioni di contestazione della legittimità. Ne deriva che, per rimuovere la presunzione di concepimento durante il matrimonio, deve avvalersi dell'azione di disconoscimento della paternità anche il figlio che sia nato decorsi 300 giorni dall'omologazione della separazione consensuale (o dalla pronuncia di separazione giudiziale) in epoca in cui era vigente il vecchio testo dell'art. 232 c.c., poiché tale ipotesi, pur non essendo contemplata dalla legge del tempo tra le cause di esclusione della richiamata presunzione, è riconducibile, per effetto della disposizione transitoria di cui alla l. n. 151/1975, al disconoscimento del rapporto di filiazione per mancata coabitazione, ex art. 235, comma 1, n. 1, c.c. (che, nella specie, l'interessato avrebbe potuto e dovuto promuovere nel termine fissato dalla riferita disposizione transitoria)(Cass. 25 gennaio 1996, n. 547).

 

ll preteso padre naturale non è legittimato ad esperire l'azione prevista dall'art. 248 c.c. per la contestazione dello stato di figlio legittimo allo scopo di ottenere l'accertamento della paternità naturale, giusta la preclusione posta dall'art. 235 c.c. che consente l'esercizio dell'azione di disconoscimento della paternità alla madre, al marito di lei ed al figlio divenuto maggiorenne (Cass. 10 gennaio 1989, n. 25, in Foro It., 1990, I, 959).

 

Il preteso padre naturale di un figlio che, nato da madre coniugata, abbia lo stato di legittimo, attribuitogli dall'atto di nascita, abbia o meno tale figlio anche il relativo possesso di stato, non può contestare la paternità legittima avvalendosi della disposizione contenuta nell'art. 248 c.c., in quanto tale disposizione non si applica alla contestazione del presupposto della legittimità costituito dalla paternità, la quale può venir meno solo con il vittorioso esercizio dell'azione di disconoscimento di paternità e, quindi, nei termini, dai soggetti e alle condizioni che le relative norme prevedono e tale esclusione della legittimazione attiva del preteso padre naturale manifestamente non si pone in contrasto con gli artt. 29 e 30 Cost. (Cass. 18 settembre 1986, n. 5661 , in Giust. Civ., 1986, I, 2068)

Legittimazione attiva dell’Amministrazione pubblica

 

In materia pensionistica di guerra la qualità di orfano di guerra, in presenza di atto di nascita di filiazione legittima, può essere contestata dall'amministrazione unicamente attraverso l'esperimento dell'azione prevista dall'art. 248 c.c., senza che assuma rilevanza - a fronte di un atto di stato con valore legale tipico di prova precostituita - la circostanza, pur veritiera, che il predetto sia nato dopo i 300 giorni dalla morte del dante causa (C. Conti, sez. II Pens. guerra, 17 febbraio 1989, n. 126635, in Riv. Corte Conti 1989, 176)

Legittimazione attiva

 

In tema di contestazione dello stato di figlio legittimo, deve ritenersi che legittimato all'azione, ai sensi della generica, sebbene impropria, dizione letterale contenuta nell'art. 248 c.c. («chiunque vi abbia interesse»), sia anche il Pubblico Ministero (Cass. 29 ottobre 1963, n. 2888)

Situazioni di incapacità

Il provvedimento autorizzativo dell'azione di contestazione dello stato di figlio legittimo del minore, con la nomina di un curatore speciale, rientra nell'ambito della competenza del tribunale ordinario, ai sensi dell'art. 38 comma 2 disp. att. c.c., in quanto non è incluso fra quelli che il comma 1 di detto articolo, con elencazione tassativa, devolve alla cognizione del tribunale per i minorenni(Cass. 22 ottobre 1991, n. 11205, ined.)

Azione di contestazione di legittimità

L'azione di contestazione di legittimità, prevista dall'art. 248 c.c., non essendo più ancorata ad ipotesi tassative, deve ritenersi utilizzabile per infirmare qualsiasi elemento costitutivo dello stato di filiazione legittima, compresa la paternità, con l'unico limite costituito dall'art. 238 c.c.; pertanto lo scioglimento del matrimonio (nella specie: per effetto di dispensa pontificia super rato) e la difformità tra atto di nascita e possesso di stato sono condizioni sufficienti per l'esperimento di tale azione (Trib. Monza 3 dicembre 1981, in Stato Civ. It., 1982, 326)

Azione di contestazione  e azione di disconoscimento di paternità

 

Nell'ipotesi in cui la moglie abbia partorito oltre i 300 giorni dopo l'omologazione della separazione consensuale, il marito, che contesti di aver generato il neonato, non può esercitare l'azione di contestazione di legittimità di cui all'art. 248 c.c. (che configura una disposizione residuale, diretta a contestare lo status di figlio legittimo indipendentemente dalla paternità del marito e, quindi, non escludendo necessariamente che possa trattarsi di figlio naturale, ancorché illegittimo, di questi), ma esercita l'azione di disconoscimento di paternità di cui all'art. 235 c.c. salve, per la difformità del caso da quello testualmente previsto dal menzionato art. 235 c.c. (limitato al, secondo le indicazioni fornite al riguardo del comma 1 dell'art. 232 c.c.), le conseguenze sul regime della prova; infatti, in tal caso a differenza dell'ipotesi di concepimento durante il matrimonio (in cui non è consentito al marito superare la presunzione di paternità, su di lui ricadente a norma dell'art. 231 c.c., se non nei casi tassativamente elencati dall'art. 235 c.c.) non operando detta presunzione, a norma del comma 2 dell'art. 232 c.c. si ha un ristabilimento delle normali regole sulla ripartizione dell'onere della prova, sicché al marito spetta di provare soltanto lo stato di separazione legale, mentre incombe alla moglie dimostrare la paternità del marito come se agisse al di fuori del matrimonio e, quindi, ai sensi dell'art. 269 c.c.: il che comporta la possibilità di dimostrare detta paternità "con ogni mezzo", come quest'ultima norma stabilisce anche se aggiunge che non è, però, sufficiente "la sola dichiarazione della madre e la sola esistenza di rapporti"(Cass. 20 febbraio 1992, n. 2098 in Giur. It., 1993, I,1, 1066)

Imprescrittibilità dell'azione di disconoscimento della paternità promossa dal figlio

L'art. 244 comma 5 c.c., introdotto dall'art. 18 d.lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, che prevede l'imprescrittibilità dell'azione di disconoscimento della paternità promossa dal figlio, si applica anche ai giudizi pendenti alla sua entrata in vigore (Cass. 26 giugno 2014, n. 14557, in Foro It., 2014, 10, 1, 2810)

Leggi dopo