Bussola

Esecuzione: ripetibilità delle somme versate

Sommario

Inquadramento | Alimenti, mantenimento ed assegno di divorzio | Decorrenza degli obblighi alimentari e di mantenimento | Ripetibilità delle somme versate | La distinzione tra alimenti e mantenimento ai fini della ripetibilità delle somme | Casistica |

Inquadramento

La regola generale (posta all’art. 2033 c.c.) secondo la quale chi ha eseguito un pagamento in assenza di titolo o sulla base di un titolo dichiarato nullo o, comunque, venuto meno con privazione di effetti, ha diritto di ripetere quanto pagato, incontra, con riferimento alle somme dovute in conseguenza della crisi coniugale, importanti limiti nel caso di prestazioni eseguite per far fronte ad esigenze alimentari del creditore.

La deroga alla regola generale (che si giustifica alla luce dell’intensa commistione che, nella materia in esame, si registra tra profili non patrimoniali e rapporto obbligatorio) impone preliminarmente di distinguere (anche alla luce di una giurisprudenza di legittimità sempre più attenta a tale profilo) l’obbligo di prestare gli alimenti dagli obblighi di mantenimento del coniuge e dei figli, atteso che, a rigore, solo per i primi può affermarsi, in base agli artt. 447 c.c. e art. 545 c.p.c., il principio della irripetibilità delle prestazioni già eseguite. Delineata tale distinzione sarà quindi necessario verificare come l’irripetibilità delle prestazioni alimentari sia compatibile con l’indirizzo giurisprudenziale per il quale l’entità dell’assegno di mantenimento deve essere determinata alla luce dell’evoluzione della situazione economica dei coniugi registrata nel corso del giudizio e con il principio per il quale i provvedimenti interinali adottati nel corso dei procedimenti di separazione, divorzio o modifica delle condizioni di separazione o divorzio sono sostituiti (a far data dalla proposizione della domanda) dal provvedimento che definisce il procedimento.

Alimenti, mantenimento ed assegno di divorzio

Nonostante una tendenza piuttosto diffusa (per certi versi avallata anche da una giurisprudenza per lo più superata) alla identificazione, l’obbligo di prestare gli alimenti e l’obbligo di mantenimento, pur accomunati dalla funzione di sostentamento, presentano significative differenze tanto sotto il profilo soggettivo quanto sotto quello oggettivo.

L’obbligo di prestare gli alimenti (che può trovare fonte, oltre che nella legge, anche in un contratto innominato o in un legato – art. 660 c.c.-) grava infatti ex lege non solo sui componenti della famiglia nucleare, ma, nell’ordine indicato dal legislatore, sugli appartenenti alle categorie elencate all’art. 433 c.c. (e, a differenza del mantenimento, sussiste anche nei confronti del coniuge cui sia stata addebitata la separazione); esso inoltre presuppone che il creditore versi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento.

L’entità dell’assegno, variabile in considerazione del bisogno del creditore e delle condizioni economiche dell’obbligato, pur dovendo assicurare all’alimentando una vita dignitosa (tenuta anche presente la posizione sociale dello stesso) non può tuttavia superare quanto necessario per la vita del creditore (art. 438 c.c.).

L’assegno di mantenimento in favore del coniuge (cui la separazione non sia stata addebitata) sprovvisto di adeguati redditi propri, prescinde invece dallo stato di bisogno del creditore e trova fondamento, secondo l’opinione tradizionale, nel diritto –vigente anche nella fase patologica del rapporto- all’assistenza materiale inerente al vincolo coniugale, ovvero, secondo altra opinione in una funzione compensativa della ridotta capacità del coniuge debole di provvedere autonomamente al proprio mantenimento (anche) in conseguenza della divisione dei ruoli all’interno della famiglia.

Tale assegno (al pari di quanto accade per l’assegno di divorzio –assimilabile, ai fini che qui vengono in rilievo, a quello previsto dall’art. 156 c.c.- spettante ai sensi dell’art. 5 l. n. 898/1970 al coniuge privo di mezzi adeguati – ed impossibilitato a procurarseli per ragioni oggettive - raffrontati ad un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio e che sarebbe presumibilmente proseguito in caso di continuazione dello stesso) è pertanto, in astratto, di entità superiore rispetto a quello dovuto a titolo di alimenti.

Anche l’assegno di mantenimento dovuto ai sensi dell’art. 337-ter comma 2 c.c. (che costituisce proiezione, in sede di crisi familiare, dei principi dettati agli artt. 147 e 316 c.c.) in favore dei figli, prescindendo dallo stato di bisogno degli stessi ed essendo teso ad assicurare le esigenze (comprese quelle non strettamente necessarie alla sopravvivenza) di vita del beneficiario è, di regola, superiore rispetto a quello dovuto a titolo di alimenti.

Decorrenza degli obblighi alimentari e di mantenimento

Uno dei profili che caratterizza il credito alimentare è (unitamente all'impignorabilità relativa ed alla non compensabilità) quello della irripetibilità delle prestazioni già eseguite. Per comprendere esattamente la portata della irripetibilità è necessario avere riguardo ad alcuni principi processuali vigenti nel nostro ordinamento.

In base ad un primo principio generale (espressamente ribadito, in materia di alimenti, all’art. 445 c.c., ma pacificamente vigente anche con riferimento agli assegni di mantenimento e di divorzio) un diritto non può essere pregiudicato dal tempo necessario per farlo valere in giudizio; ne deriva che l’assegno alimentare e quello di mantenimento (o di divorzio) devono essere riconosciuti in favore dell’avente diritto a partire dalla proposizione della relativa domanda. Come precisato dalla costante giurisprudenza della Suprema Corte tale principio attiene tuttavia al solo profilo dell’an debeatur, non anche a quello del quantum; ne discende che l’entità dell’assegno (pur dovuto dalla proposizione della domanda) può variare (con fissazione di misure e decorrenze differenziate) in considerazione dell’evoluzione della situazione economica dei coniugi nel corso del giudizio (tra le tante, Cass., sez. I, 11 luglio 2013, n. 17199; Cass., sez. I, 22 ottobre 2002, n. 14886; Cass., sez. I, 22 aprile 1999, n. 4011).

Ancora, deve tenersi presente che il provvedimento presidenziale ed i provvedimenti adottati dal giudice istruttore (tesi a garantire interinalmente che non vi siano lacune temporali nella disciplina dei rapporti economici tra coniugi e tra genitori e figli), pur costituendo titoli esecutivi destinati a conservare efficacia anche dopo l’estinzione del processo sino alla sostituzione con altro provvedimento emesso a seguito della proposizione di nuovo ricorso (così l’art. 189 disp. att. c.p.c. espressamente richiamato dall’art. 4, comma 8, l. n. 898/1970), sono sostituiti dalla sentenza che definisce il giudizio. Tale sentenza può integrare con effetto ex tunc decorrente dalla domanda (salvo vi siano state modifiche del patrimonio dei coniugi nel corso del giudizio) l’importo dell’assegno stabilito in via provvisoria (Cass., sez. III, 21 agosto 2013, n. 19309).

Da ultimo, con riferimento alla revisione dell’assegno di mantenimento o di divorzio, deve richiamarsi il consolidato indirizzo giurisprudenziale per il quale l’entità dell’assegno fissata dalla sentenza che definisce il giudizio (o dal decreto di omologa della separazione) è destinata a rimanere inalterata sino al momento della proposizione della domanda tesa a conseguire la modifica di tale provvedimento; il principio della intangibilità e stabilità del giudicato (pur operante, in materia familiare, rebus sic stantibus) non consente infatti di attribuire rilievo al momento (anteriore rispetto alla proposizione della domanda) nel quale, di fatto, sono maturati i presupposti per la modifica dell’assegno (Cass., sez. I, 22 maggio 2009, n. 11913; Cass., sez. I, 7 gennaio 2008, n. 28).

Ripetibilità delle somme versate

I principi generali in materia di decorrenza degli obblighi alimentari e di mantenimento devono essere contemperati con l’irripetibilità delle prestazioni alimentari.

Un problema di ripetizione non si pone nel caso in cui la sentenza che definisce il giudizio ponga a carico del coniuge/genitore un assegno di mantenimento o di divorzio superiore rispetto a quello dovuto per effetto dei provvedimenti interinali adottati nel corso del procedimento; in tale ipotesi, a ben vedere, salvo vi siano state modifiche del patrimonio dei coniugi nel corso del giudizio in considerazione delle quali sia esclusa l’efficacia ex tunc (con riferimento al momento della proposizione della domanda) della sentenza, l’obbligato sarà tenuto non solo a versare –per il futuro- le somme quantificate con il provvedimento che definisce il giudizio, ma, anche, per il passato, la differenza tra l’entità dell’assegno fissata dalla sentenza e le somme (inferiori) versate per effetto dei provvedimenti interinali.   

Diverso  è invece il caso in cui la sentenza (ma altrettanto è a dirsi con riferimento ad un provvedimento interinale che modifichi quello precedentemente adottato) preveda un assegno inferiore rispetto a quello previamente (e provvisoriamente) liquidato.

Ove non vi sia già stata l’esecuzione delle prestazioni dovute trova piena applicazione il principio per il quale la sentenza sostituisce i provvedimenti provvisori adottati nel corso del procedimento; ne deriva che, anche per i periodi pregressi, l’entità dell’assegno dovrà essere parametrata alla liquidazione resa in sentenza (Cass., sez. I, 10 dicembre 2008, n. 28987), non potendo darsi esecuzione ad un titolo (il provvedimento interinale) che non esiste più.

Nell’ipotesi in cui, invece, vi sia stato il tempestivo adempimento dell’obbligazione derivante dai provvedimenti provvisori in vigore nel periodo compreso tra la proposizione della domanda ed il relativo accoglimento trova applicazione il principio della irripetibilità delle prestazioni alimentari. Conseguentemente, chi ha ricevuto la prestazione dovuta per effetto del titolo poi superato non è tenuto a restituire quanto ricevuto (o, in caso di mera riduzione dell’importo dell’assegno, non è tenuto a restituire la differenza tra la superiore somma quantificata dal provvedimento provvisorio e quella inferiore determinata dal provvedimento successivo). Né, per effetto del divieto di compensazione che costituisce ulteriore carattere proprio del credito alimentare, l’obbligato che ha versato somme eccedenti rispetto a quelle quantificate in via definitiva può rifiutare le prestazioni dovute in base al provvedimento che definisce il giudizio opponendo in compensazione le maggiori somme versate per effetto dei provvedimenti provvisori (Cass., sez. I, 5 novembre 1996, n. 9641, relativa al caso di riduzione, per effetto della sentenza d’appello, dell’entità dell’assegno determinata dalla sentenza di primo grado).

 

La distinzione tra alimenti e mantenimento ai fini della ripetibilità delle somme

A lungo la giurisprudenza, sulla base della comune funzione di sostentamento, ha equiparato l’obbligo di prestare gli alimenti all’obbligo di mantenimento (tra le tante, Cass., sez. I, 5 novembre 1996, n. 9641; Cass., sez. I, 22 marzo 1993, n. 3363) tanto con riferimento alla ripetibilità delle prestazioni già eseguite, quanto con riferimento al regime di impignorabilità relativa.

Più di recente la Suprema Corte ha tuttavia avvertito la necessità di distinguere il credito alimentare da quello spettante a titolo di mantenimento affermando che solo per il primo vale la regola della irripetibilità delle somme versate (Cass., sez. I, 23 maggio 2014, n. 11489).

Tale soluzione, che appare condivisibile in quanto assicura la massima operatività alla regola generale posta all’art. 2033 c.c. (oltre che, con riferimento alla collegata impignorabilità relativa, a quella codificata all’art. 2740 c.c.), presenta delle conseguenze pratiche di notevole rilievo.

Come osservato dalla Corte costituzionale la differenza tra l’obbligo di mantenimento (una volta che sia stato accertato lo stato di bisogno del beneficiario) e quello alimentare è solo quantitativa; il primo, infatti, essendo teso a soddisfare tutte le necessità della vita del creditore comprende il secondo ed ha pertanto contenuto maggiore (C. cost., sent. 30 novembre 1988, n. 1041). Ebbene, se – seguendo il più recente indirizzo della giurisprudenza di legittimità - l’irripetibilità è destinata ad operare con riferimento alle sole somme versate per l’adempimento di un obbligo alimentare (e non anche per quelle dovute per effetto del più ampio obbligo di mantenimento o di assegno divorzile), deve ritenersi che le somme versate nella misura eccedente l’obbligo alimentare possano essere oggetto di ripetizione da parte del solvens. In proposito deve segnalarsi come, secondo la Suprema Corte, il creditore che agisce per la ripetizione deve provare i fatti costitutivi della sua pretesa e, quindi, tanto l’avvenuto pagamento, quanto la mancanza di una causa che lo giustifichi (Cass., sez. lav., 10 novembre 2010, n. 22872; Cass, sez. II, 27 gennaio 2003, n. 1146); principio affermato anche con riferimento al caso in cui si assuma che solo una parte del pagamento è indebito con conseguente proposizione di domanda di ripetizione per la sola parte della prestazione eseguita pur in assenza di titolo (Cass., sez. III, 14 maggio 2012, n. 7501).

Un simile onere probatorio potrà sovente essere assolto in considerazione della non modesta entità delle somme versate (atteso che la modesta entità dei versamenti consente di presumere che le somme siano state versate per far fronte ad un obbligo meramente alimentare – Cass., sez. I., 20 marzo 2009, n. 6864). Al fine di paralizzare la pretesa restitutoria appare inoltre opportuno (pur se al riguardo non si rinvengono precedenti giurisprudenziali i quali sono tutti incentrati sulla valutazione della sola entità delle somme versate) che si provi la non sussistenza, quanto all’accipiens,di uno  stato di bisogno e dell’impossibilità di provvedere al proprio mantenimento (art. 438 c.c.).

Casistica

Ripetibilità delle somme versate in favore di figli divenuti economicamente indipendenti

Atteso che i principi di irripetibilità, impignorabilità e non compensabilità delle prestazioni alimentari operano anche per le prestazioni di mantenimento nei soli limiti in cui le stesse abbiano assunto o abbiano potuto assumere analoga funzione alimentare (e non, invece, in via indiscriminata ed in virtù di teorica assimilabilità del mantenimento alla prestazione alimentare) deve ammettersi la ripetizione delle somme versate, nel periodo compreso tra la proposizione della domanda di modifica delle condizioni di divorzio e la pronunzia del provvedimento definitivo sulla domanda di modifica, in favore dei figli divenuti economicamente indipendenti (Cass., sez. I, 23 maggio 2014, n. 11489)

Ripetibilità delle somme versate a titolo di mantenimento di chi non è figlio

Il principio di irripetibilità delle somme versate, in caso di revoca giudiziale dell'assegno di mantenimento, non trova applicazione in assenza del dovere di mantenimento medesimo, che si verifica, ad esempio, nel caso in cui il soggetto (minorenne o maggiorenne non autosufficiente) non rivesta lo "status" di figlio di entrambe le parti. Cass., sez. I, 4 dicembre 2012, n. 21675 relativa a procedimento nel quale era stato, con provvedimento presidenziale, posto un assegno di mantenimento nell’interesse di minore risultato, all’esito del giudizio, non essere figlio dell’obbligato

Ripetibilità e compensabilità di quanto elargito per spirito di liberalità

Considerato che l'assegno di mantenimento del minore è diretto a soddisfare le esigenze di vita dello stesso, deve escludersi la ripetibilità od anche la semplice compensabilità di quanto dovuto a titolo di mantenimento con somme in precedenza erogate volontariamente in misura maggiore del dovuto in quanto deve presumersi che il genitore affidatario abbia speso tali somme, come era suo dovere, per il minore medesimo. L’assegno di mantenimento, determinato sulla base delle reciproche capacità reddituali dei genitori, non può quindi essere negato ne' subire riduzioni in considerazione ed a compensazione di precedenti elargizioni effettuate per spirito di liberalità o per impegni assunti per far fronte ad esigenze ulteriori che si è ritenuto liberamente di soddisfare (Cass., sez. I, 16 luglio 2005, n. 15098)

Modifica delle condizioni di separazione e ripetizione

Il diritto di percepire gli assegni di mantenimento riconosciuti, in sede di separazione, da sentenze passate in giudicato o da verbali di separazione consensuale omologata può essere modificato (o estinguersi del tutto) solo in conseguenza della procedura prevista dall'art. 710 c.p.c. (o per effetto di accordo tra le parti); ne discende che la raggiunta maggiore età del figlio e la raggiunta autosufficienza economica dello stesso non valgono, di per sè, a legittimare, "ipso facto", la mancata corresponsione dell'assegno (Cass., sez. I, 16 giugno 2000, n. 8235)

Leggi dopo

Esplora i contenuti più recenti su questo argomento

Casi e sentenze

Casi e sentenze

Su Alimenti

23 Febbraio 2017
Piena esecutività alla decisione sugli alimenti
di Annamaria Fasano, Giuseppina Pizzolante

04 Aprile 2016
Alimenti: il provvedimento che attribuisce l’assegno provvisorio non è impugnabile
di Redazione Scientifica

Vedi tutti »

Multimedia

Multimedia

Su Assegno di mantenimento per i figli

04 Giugno 2015
Assegno di mantenimento
di Laura Maria Cosmai

Vedi tutti »