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Divorzio internazionale: competenza giurisdizionale

Sommario

Inquadramento | Competenza (giurisdizionale): questione pregiudiziale | Criteri di collegamento della competenza (giurisdizionale) in materia di divorzio | Litispendenza e connessione | Criticità | Conclusioni |

Inquadramento

Ogni stato nazionale dinanzi a fattispecie con elementi di estraneità, di regola, risponde con un proprio sistema di norme cd. di diritto internazionale privato, destinate specificamente a disciplinare le interazioni con gli altri ordinamenti (si pensi, in materia di rapporti familiari, alla cittadinanza di uno/entrambi i coniugi ovvero la formazione del vincolo all’estero o al prevalente radicamento altrove della vita familiare).

La materia del cd. diritto degli status personali e familiari (tradizionalmente di monopolio pubblico interno) è proprio uno dei più delicati settori in cui, solo da ultimo, si esplica l’armonizzazione internazionale.

Il punto merita approfondimento con particolare riguardo al tema del divorzio (che il legislatore interno invece qualifica diversamente, a seconda della natura del vincolo, civile o concordatario, rispettivamente, come “scioglimento del matrimonio/cessazione” dei  suoi effetti).

 

In evidenza

Si badi, la maggior parte dei paesi europei sconosce del tutto l’istituto della separazione, es. Austria, Svezia, Finlandia, Grecia, come molti paesi dell’est europeo; in altri (es. Germania, Francia e Spagna) la separazione non solo non costituisce condizione per ottenere il divorzio ma rappresenta semplicemente il periodo di tempo che precede il divorzio, senza perciò dar luogo ad alcun autonomo procedimento giurisdizionale.

 

Nel diritto di famiglia, l’introduzione del divorzio rappresenta uno snodo fondamentale: non soltanto a livello interno, perché segna il primo di vari meccanismi normativi ormai (prevalentemente) tesi a garantire la riacquisizione della libertà di stato (v. ad esempio l’art. 27 l. n. 218/1995); soprattutto, peculiarmente, il divorzio ha segnato il superamento di quel principio di indissolubilità che aveva, tra l’altro, creato una serie di disfunzioni di fatto rilevanti nell’operatività dei normali meccanismi internazionalprivatistici. Il che si è evidenziato, in primis, proprio in materia di competenza (giurisdizionale).

Come noto, la l. n. 898/1970, non prevede alcuna disciplina di diritto internazionale privato e processuale, limitandosi ad indicare fra i motivi di scioglimento (v. art. 3, n. 2, lett. el. n. 898/1970) quello secondo cui l’altro coniuge, cittadino straniero, abbia ottenuto all’estero l’invalidamento del vincolo (ovvero abbia contratto all’estero un nuovo matrimonio).

Ebbene prima di tale norma, essendo il divorzio istituto sconosciuto e comunque contrario all’ordine pubblico (italiano), non solo non poteva essere pronunciata alcuna sentenza di divorzio in Italia ma neppure poteva venir qui delibata la corrispondente sentenza straniera, ovunque pronunciata. Senza contare la cd. riserva di giurisdizione a favore dei tribunali ecclesiastici per la pronuncia di annullamento dei matrimoni concordatari.

Dal che, la fuga all’estero di cittadini italiani interessati ad ottenere una pronuncia di annullamento/invalidità variamente intesa purché riconoscibile in Italia; soprattutto, l’emersione del fenomeno dei cd. matrimoni claudicanti, quelli cioè in cui lo sposo/a italiano/a si trovava (paradossalmente) a restare vincolato/a comunque al matrimonio, nonostante l’altro coniuge, in quanto straniero, avesse già ottenuto il divorzio o contratto un nuovo vincolo altrove.

 

In evidenza

Il fenomeno del cd. forum shopping – particolarmente delicato in materia di status personali e familiari - testimonia come da tempo il principio del monopolio statale nella disciplina della giurisdizione sia, nei fatti, venuto meno; l’armonizzazione internazionale (e comunitaria) è intervenuta proprio nel senso di supplire ai rischi connessi alla mera libera concorrenza fra ordinamenti (cd. competition among rules, con conseguenze spesso devastanti). Con l’introduzione di riferimenti normativi comuni invece si assicurano celerità e certezza al diritto (specie internazionale); il cui primo obiettivo deve essere proprio quello di evitare abusi di giurisdizione.

 

In un contesto di sempre maggior rilevanza assunta in Italia dai cd. matrimoni misti, quelli in cui almeno uno degli sposi è straniero (oltre il 15% del totale, secondo l’ultimo report dell’ISTAT), l’introduzione del divorzio, sullo sfondo di un’evoluzione comunitaria all’epoca focalizzata solo sull’integrazione monetaria (CEE), è stata accompagnata dalla ratifica nel 1985 della Convenzione dell’Aja 1 giugno 1970 (ratificata con l. 10 giugno 1985, n. 301) sul riconoscimento dei divorzi e delle separazioni personali; internazionalizzazione cui ha fatto seguito la nota comunitarizzazione (dopo il Trattato di Amsterdam 2 ottobre 1997, ratificato con l. 16 giugno 1997, n. 209) proprio – tra l’altro - delle questioni attinenti le persone (e alla famiglia).

 

In evidenza

In particolare, con il Trattato di Maastricht (7 febbraio 1992), la materia della libera circolazione delle persone (e la famiglia) era nel terzo pilastro, insieme alla cooperazione giudiziaria e di polizia in materia penale, indi con il Trattato di Amsterdam (2 ottobre 1997) la materia è stata comunitarizzata, passando dal terzo al primo pilastro.

 

Da ultimo, il diritto di famiglia (art. 81 TFUE) è passato dal cd. metodo della concertazione intergovernativa al metodo comunitario. Primo prodotto della cd. cooperazione rafforzata è il Regolamento n. 1259/2010, significativamente proprio in materia di legge applicabile alla separazione/divorzio.

Competenza (giurisdizionale): questione pregiudiziale

Radicare una domanda di divorzio – per cause diverse da quelle previste dalla legge italiana - significa, in primo luogo, risolvere la cd. questione pregiudiziale di giurisdizione (“competenza”, secondo il linguaggio dell’UE).

Schematicamente, l’approccio risulta il seguente:

  • I livello di analisi) Giurisdizione – v. cd. sistema Bruxelles (regolamenti UE sulla giurisdizione; es. Regolamento n. 2201/2003);
  • II livello di analisi) Competenza interna (es. materia, valore, territorio);
  • III livello di analisi) Legge applicabile – v. cd. sistema Roma (regolamenti UE sulla legge applicabile; es. Regolamento n. 1259/2010);

           Sotto tale ultimo profilo vengono in esame, rispettivamente, due autonomi aspetti:

  1. verifica della compatibilità con l’ordine pubblico internazionale ex art. 16 l. n. 218/1995 (es. no al ripudio, cd. talak, nei paesi di diritto islamico, in quanto consentito solo al marito; sì, invece, al divorzio unilaterale, perchè consentito ad entrambi i coniugi, quindi non discriminatorio). Ma il criterio dell’ordine pubblico – peraltro in fase calante nell’applicazione giurisprudenziale interna - non è applicabile alle norme sulla competenza giurisdizionale (art. 24 Regolamento n. 2201/2003);
  2. verifica delle eventuali norme di applicazione necessaria ex art. 17 l. n. 218/1995 (es. capacità matrimoniale/altre condizioni per contrarre matrimonio di cui all’art. 116 c.c.);
  • IV livello di analisi) Riconoscimento ed esecuzione delle sentenze e degli altri atti giurisdizionali stranieri.

Con particolare riguardo al punto I (competenza giurisdizionale), la materia divorzile conosce un triplice livello di fonti (per lo più trattasi di norme cd. a struttura bilaterale, cioè, non miranti esclusivamente al riconoscimento/circolazione dei provvedimenti giudiziari stranieri ma volte alla disciplina sostanziale/processuale uniforme della materia), in ordine progressivo di applicabilità,:

1) Fonte comunitaria: Regolamento n. 2201/2003 cd. Bruxelles II-bis (che dal 1 marzo 2005 ha abrogato il precedente Regolamento n. 1347/2000, cd. Bruxelles II, ampliandone l’ambito di operatività anche ai figli di coppie non sposate); il regolamento n. 2201/2003 è entrato in vigore il 1 marzo 2005 all’interno di tutta l’UE, ad eccezione della Danimarca;

2) Fonte convenzionale (residuale): inizialmente, Convenzione dell’Aja 1970 ma ora v. art. 60 Regolamento n. 2201/2003 che esclude, di regola, in materia, ogni rinvio convenzionale. Nonostante ciò va sottolineato che la Convenzione dell’Ajacontinua ad applicarsi limitatamente: alla Danimarca, agli stati extracomunitari e, infine, a quei paesi membri firmatari della Convenzione ma cui (in parte qua) non trova applicazione il Regolamento n. 2201/2003.

3) Fonte interna (criteri di collegamento giurisdizionale=criteri di competenza territoriale): l. n. 218/1995 che rinvia, tra l’altro, ai criteri di cui alla Convenzione di Bruxelles 27 settembre 1968 la quale però non è applicabile ai rapporti di famiglia; quindi, opera un ulteriore rinvio agli ordinari criteri interni, stabiliti per la competenza per territorio, cioè, rispettivamente: l’art. 18 c.p.c. e l’art. 4 l. n. 898/70 e successive modifiche.

La funzione della giurisdizione civile – in questa materia, contenziosa – è quella di stabilire in base a determinati legami con uno stato membro, l’interesse comunitario all’esercizio della giurisdizione in quel foro.

La giurisdizione va accertata (d’ufficio, se il convenuto è contumace o l’ha accettata anche solo per facta o la giurisdizione italiana è esclusa) con riferimento al momento di proposizione della domanda (art. 8 l. n. 218/1995), né rilevano le successive modifiche che la possano compromettere (per il noto principio della cd. perpetuatio, art. 5 c.p.c., richiamato); nulla quaestio, invece, se le sopravvenienze siano affermative della giurisdizione.

Criteri di collegamento della competenza (giurisdizionale) in materia di divorzio

Non esiste alcun obbligo generale per il legislatore – fatti salvi i normali limiti derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’ordinamento comunitario e internazionale ai sensi degli artt. 10, 11 e 117, comma 1, Cost. - che imponga prescrizioni di sorta nella determinazione dei cd. criteri di collegamento (i.e., gli elementi soggettivi/oggettivi della fattispecie processuale/materiale sottostante che vengono selezionati dalla norma come rilevanti per fondare la giurisdizione); se non nel senso (pratico) che un foro cd. esorbitante – in quanto scollegato da ogni ragionevole radicamento con l’Autorità giudiziaria ritenuta competente - si sanziona automaticamente con il pericolo di inefficacia/mancato riconoscimento del relativo provvedimento.

Trattandosi di norme di diritto pubblico – processuale – i criteri di collegamento vanno interpretati ed applicati secondo le categorie della lex fori (es. cittadinanza); diversamente le previsioni contenute in convenzioni internazionali o introdotte dai regolamenti comunitari come il concetto di residenza abituale (fermo, in tale ultimo caso, il rimedio del ricorso pregiudiziale davanti alla Corte di Giustizia).

 

In evidenza

Per i cittadini italiani residenti all’estero esiste un registro anagrafico speciale denominato AIRE (anagrafe degli italiani residenti all’estero); anche in questo caso, le risultanze anagrafiche rivestono, di regola, mero valore presuntivo.

 

Schematicamente, i principali titoli di giurisdizione in materia di divorzio si classificano come segue:

- Criteri di giurisdizione di rilevanza soggettiva, per lo più quelli di matrice convenzionale, fondati sulla scelta di una/entrambe le parti, che radica un foro dove non esisterebbe o vi deroga, laddove sussistente .

Manca in materia divorzile una norma quale quella di cui all’art. 4 l. n. 218/1995 (in quanto non richiamata dall’art. 32 l. n. 218/1995); la scelta dei coniugi essendo, allo stato, limitata ad operare soltanto sulla legge applicabile (v. Regolamento n. 1259/2010, cd. Roma III) e non sulla giurisdizione (salvo il detto meccanismo di proroga di cui all’art. 12 Regolamento n. 2201/2003);è  inammissibile, peraltro ad oggi, anche dal punto di vista interno la competenza giurisdizionale stabilita su accordo delle parti, alla luce del combinato disposto di cui agli artt. 28 e 70 c.p.c..

- Criteri di giurisdizione di rilevanza oggettiva:

   1. Regolamento n. 2201/2003 , esclusivo e prevalente, si applica in materia (tra l’altro) di divorzio nonché di attribuzione, esercizio, delega, revoca (totale o parziale) della responsabilità genitoriale (concetto ivi neo-introdotto), esclusi i provvedimenti accessori od eventuali (es. obbligazioni patrimoniali, trust, successioni); peraltro, l’applicabilità del Regolamento anche alle sentenze delle Corti di Appello italiane di delibazione delle sentenze ecclesiastiche cattoliche di nullità matrimoniale è pacifica in dottrina, nonostante l’ambiguità dell’art. 63 Regolamento n.2201/2003 (che “fa salvi” i concordati con la Santa Sede).

Questi i criteri di collegamento (per lo più coincidenti, ma solo di fatto, con i criteri di competenza territoriale):

        - giurisdizione generale: art. 3 (7 criteri alternativi, fondati su residenza abituale e cittadinanza comune);

        - giurisdizione speciale: la residenza abituale del minore è, invece, il criterio di competenza in materia di responsabilità genitoriale, misure di protezione del minore (art. 8); se non è possibile stabilire la residenza del minore sarà competente il giudice dello stato in cui questi si trova (art. 13); per la filiazione intesa come status v., al contrario, l’art. 37 l. n. 218/1995;

        - possibile, eccezionalmente, la cd. proroga della competenza ai sensi dell’art. 12 Reg. n. 2201/2003, ma solo per ragioni di tutela del minore (che deve mantenere un legame sostanziale con il paese dell’Autorità giudiziaria) e sempreché almeno uno dei genitori eserciti la responsabilità genitoriale, vi sia accettazione della competenza e conformità all’interesse del minore;

        - altre ipotesi di competenza giurisdizionale in casi particolari (incidentali al procedimento principale di divorzio) sono la cd. more appropriate jurisdiction (radicamento sulla base dell’interesse del minore, art. 15) e i provvedimenti cautelari (art. 20) questi ultimi inidonei a modificare la competenza di merito.

 

In evidenza

Secondo la giurisprudenza comunitaria (Corte di Giustizia e Corte EDU) la residenza abituale del minore deve corrispondere ad una situazione di fatto (arg. ex Corte di Giustizia UE,sent., 2 aprile 2009, C-523/07 e 22 dicembre 2010, C-497/10); di regola, deve individuarsi nel luogo in cui il minore, a seguito di una permanenza durevole e stabile, ha costituito il centro dei propri affetti, non solo parentali, svolgendovi la sua vita di relazione quotidiana; la decisione può fondarsi su elementi presuntivi, quali: la durata, la regolarità, le condizioni e le ragioni del soggiorno, la frequenza scolastica, le conoscenze linguistiche, le relazioni familiari e ogni altro elemento che il giudice ritenga utile (Cass. 19 dicembre 2003, n. 19544; id., Cass. 19 ottobre 2006, n. 22507).

 

   2. residua l’applicazione dei criteri di cui alla lex fori soltanto nei casi in cui non vi sia nessun giudice competente in base al regolamento (art. 7); segnatamente, criteri di giurisdizione diventano oltre all’art. 32 l. n. 218/1995 (criterio speciale facoltativo, della cittadinanza italiana di uno dei coniugi ovvero della celebrazione in Italia del matrimonio – cd. localizzazione della celebrazione -) anche quelli amplissimi a favore della giurisdizione italiana (richiamati dall’art. 32 cit.) di cui all’art. 3 l. n. 218/1995 (domicilio, residenza e rappresentanza) e, in ultimo, quelli (parimenti speciali) stabiliti per la competenza per territorio (a loro volta richiamati dal cit. art. 3) di cui all’art. 18 c.p.c. – che fondamentalmente replica l’art. l. n. 898/1970; non figura più, dopo l’intervento della Corte costituzionale l’ultima residenza coniugale, in quanto - di regola - cessata, quantomeno dopo la separazione di fatto o di diritto (C. cost. 23 maggio 2008, n. 169). Da notare che l’art. 3, par. 1, lett. a), Regolamento n. 2201/2003 riporta, appunto, un più corretto riferimento alla residenza “abituale” dei coniugi purchè uno di essi vi risieda ancora (al momento di proposizione della domanda).

 

In evidenza

In sostanza, l’ipotesi in cui il giudice italiano (ai sensi della l. n. 218/1995) risulti privo di giurisdizione è praticamente ridotta all’ipotesi di cittadini, entrambi stranieri, che non abbiano celebrato il matrimonio in Italia e, pure, non risultino qui residenti né domiciliati

 

Confrontando il sistema di diritto internazionale privato italiano (imperniato sulla cittadinanza) con il Regolamento n. 2201/2003 (che introduce il concetto di residenza abituale) appare evidente come quest’ultimo intervenga in senso limitativo rispetto agli esorbitanti meccanismi stabiliti dal legislatore italiano (criteri evidentemente tesi all’affermazione della giurisdizione domestica). Queste le principali differenze:

  1. secondo il Regolamento la cittadinanza opera quale criterio di collegamento soltanto se comune ai due coniugi (art. 3, comma 1, lett. b, Regolamento n. 2201/2003); nel diritto italiano, invece, è sufficiente la cittadinanza anche di uno solo di essi;
  2. nella l. n. 218/1995 la competenza (giurisdizionale) si fonda, indipendentemente dalla sussistenza di qualsiasi altro requisito, sul solo fatto della celebrazione in Italia del matrimonio; al contrario, nel Regolamento l’elemento fattuale dell’ultima residenza abituale dei coniugi opera soltanto qualora uno di essi vi risieda ancora;
  3. il Regolamento innova rilevantemente nella materia della filiazione, statuendo espressamente la preminenza dell’interesse del minore rispetto alla volontà/esigenze dei genitori; mentre, si badi, nella disciplina abrogata il criterio di collegamento di riferimento veniva individuato nella cittadinanza del padre (art. 20 disp. prel. c.c.);
  4. ancora, una disposizione di garanzia: nel Regolamento il criterio del forum actoris – ipotesi discutibili quelle in cui il cittadino residente all’estero possa convenire altrove la controparte, quest’ultima di fatto costretta a costituirsi in una giurisdizione diversa dalla propria - opera soltanto qualora l’attore abbia risieduto nello Stato per almeno un anno/6 mesi immediatamente prima della domanda e sia cittadino dello Stato membro o ivi abbia (nel caso di Regno Unito e Irlanda) il suo domicile (v. art. 3 lett. a) Regolamento n. 2201/2003).

Medesimi criteri per la domanda di modifica delle condizioni di divorzio pronunciato all’estero; con la precisazione che, al fine di evitare la sovrapposizione di titoli, il giudice italiano deve declinare la giurisdizione in assenza di un sostanziale mutamento delle circostanze.

In caso di ricorso congiunto, infine, la competenza è, indifferentemente, del tribunale del luogo di residenza/domicilio di ricorrente o del convenuto.

Litispendenza e connessione

In accoglimento di una nozione assai ampia di litispendenza internazionale, gli strumenti di rottura della relazione coniugale sono considerati equivalenti (i.e., riconducibili al divorzio): qualunque azione di invalidità sia stata prescelta dall’attore, l’art. 19 Regolamento n. 2201/2003 – in attuazione del principio di prevenzione – dispone la sospensione d’ufficio del procedimento instaurato successivamente, fino a quando non sia accertata la competenza avanti al giudice preventivamente adito. Di fronte a quest’ultimo, di regola, si verifica la concentrazione di tutte le cause anche pregiudiziali o, comunque, connesse.

La sospensione non opera quando, pur essendo le parti le medesime, siano diversi il titolo e l’oggetto; si tratta della cd. falsa litispendenza ad es. fra procedimento di separazione e divorzio (Cass., S.U., 20 luglio 2001, n. 9884).

Non così in materia di responsabilità genitoriale dove sono richiesti l’identità di titolo e oggetto per sospendere il procedimento; né la pronuncia di meri provvedimenti provvisori o cautelari è idonea di per sé a radicare il merito né, quindi, a determinare alcun genere di litispendenza (a tutela dell’evidente interesse del minore ad ottenere in tempi celeri una pronuncia giurisdizionale; Cass. civ., S.U., ord., 12 maggio 2006, n. 11001).

L’unificazione delle cause di litispendenza e connessione operata dall’art. 19 è possibile grazie all’estensione ope legis al giudice adito per il procedimento principale (divorzio) sia della cognizione di qualunque domanda riconvenzionale (ove rientrante nel campo di applicazione del Regolamento, v. art. 4 Regolamento n. 2201/2003); sia ad una domanda con la quale si intende convertire l’oggetto del procedimento da separazione in divorzio (ove ciò sia consentito dalla lex fori; v. art. 5 Regolamento n. 2201/2003).

Ad ogni modo, il giudice avanti al quale viene eccepita la litispendenza è tenuto – entro un ragionevole lasso di tempo dalla domanda di informazioni davanti al giudice preventivamente adito – a proseguire l’esame della domanda per cui è stato originariamente investito (specie considerato l’interesse superiore del minore, Corte di Giustizia UE, 9 novembre 2010, C-296/10).

 

In evidenza

Al fine di stabilire quale sia l’autorità successivamente adita l’art. 16 Regolamento cit. stabilisce che si tratta di quella autorità presso i cui uffici è stata presentata la domanda/atto equivalente, purché successivamente l’istante abbia posto in essere tutti gli adempimenti per convocare l’altro coniuge.

Per quanto concerne il nostro ordinamento è stato chiarito successivamente all’emanazione della l. n. 80/2005 – introduttiva dell’obbligo del deposito della memoria integrativa per il ricorrente -, che resta pur sempre il ricorso originario, introduttivo del giudizio ad integrare la domanda ai sensi del Regolamento n. 2201/2003

Criticità

Complessivamente, il sistema delineato lascia, comunque, taluni nodi (applicativi) irrisolti:

  • resta scoperto il caso del coniuge straniero che risulti privo di residenza o domicilio di sorta in Italia, il quale laddove contumace, potrebbe di fatto privare il cittadino italiano ricorrente della possibilità di adire il proprio giudice;
  • ancora, l’art. 3 Regolamento n. 2201/2003 stabilisce espressamente che, in caso di domanda congiunta di divorzio, sono competenti a decidere anche le Autorità giudiziarie dello stato membro nel quale uno dei coniugi abbia la residenza abituale; chiaro, pertanto, come sia possibile eludere il termine prima triennale, ora di un anno o 6 mesi, di separazione per procedere ad un forum shopping non necessariamente esoso verso l’immediato scioglimento del vincolo coniugale;
  • problematico il raccordo con il Regolamento n. 1259/2010: ad es., coniugi di cittadinanza diversa, di cui uno residente in un paese non partecipante alla cooperazione rafforzata (es. Estonia); laddove il divorzio venga radicato in Estonia, questa Autorità giudiziaria non sarà comunque vincolata dai criteri fissati nel Regolamento Roma III;
  • discusso se la giurisdizione del procedimento principale (separazione/divorzio) attragga secondo prevenzione anche la domanda di mantenimento del minore (ovvero sia competente il giudice dell’affidamento) - sui rapporti fra art. 8 Reg. n. 2201/2003 e art. 3 lett. c e d) Reg. n. 4/2009 v.  Cass., S.U., ord., 7 aprile 2014, n. 8049 che hanno rimesso alla Corte di Giustizia UE -.

 

Lo stesso accertamento di fatto richiesto al giudicante per valutare ad es. il concetto di residenza abituale comporta fisiologicamente un certo margine di strumentalizzazioni.

Sicchè la Corte di Cassazione, nel recepire i principi del Regolamento, ha da tempo ribadito che il giudice nazionale deve applicare il diritto interno interpretandolo alla luce della normativa europea, onde garantirne la piena effettività (Cass., S.U., 17 novembre 2008, n. 27310).

Conclusioni

Il sistema armonizzato (di matrice sovranazionale) di disciplina della giurisdizione in materia di divorzio contribuisce a garantire effettivamente – almeno entro l’UE – il principio di libera circolazione delle persone: in primis, attraverso il potenziamento di uno spazio giudiziario dove la prevedibilità delle determinazioni sul foro competente sia di per sé un valore da preservare.

Venuta meno la sovranità (in senso manciniano) della cittadinanza, l’accertamento della giurisdizione - nelle materie comunitarizzate (quale quella in esame) - passa ormai attraverso le regole a vocazione universale contenute negli strumenti UE (cd. globalizzazione del diritto internazionale privato).

 

In evidenza

L’equazione secondo la quale ai cittadini dell’UE si applica la disciplina prevista dal Regolamento n. 2201/2003, mentre la l. n. 218/1995 continua a disciplinare i rapporti tra cittadini di stati terzi è ormai da ritenersi definitivamente superata:    

a) in primo luogo perché la Corte di Giustizia (Corte di Giustizia UE, Sundelind Lopez c. Lopez Lizaro, causa C-68/07) ha chiarito che il Regolamento n. 2201/2003 si applica anche ai cittadini di stati terzi purché abbiano vincoli sufficientemente forti con il territorio di uno degli stati membri in conformità ai criteri di competenza previsti dal Regolamento;

b) in secondo luogo, perché i criteri di collegamento della giurisdizione previsti dal Regolamento soppiantano la cittadinanza (concetto giuridico) in favore della residenza (concetto di fatto, idoneo ad esprimere in concreto quel suddetto collegamento richiesto tra l’interessato e lo stato membro che esercita la competenza).

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