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Adozione di persone maggiori di età

13 Dicembre 2016 |

Sommario

Inquadramento | I soggetti dell'adozione di maggiorenne: l'adottante e l'adottando. I requisiti | La natura dell'adozione | I consensi | Gli assensi | Gli effetti dell'adozione | La decorrenza degli effetti dell'adozione | La revoca | La cessazione degli effetti dell'adozione | Casistica |

Inquadramento

L'adozione di maggiorenne, disciplinata dagli artt. 291-314 c.c., modificati dalla l. 4 maggio 1983, n. 184, è un istituto storicamente creato per consentire a chi non abbia una discendenza di tramandare il nome ed il patrimonio familiare e, più recentemente, è stato utilizzato per soddisfare l'esigenza di dare una veste giuridica al rapporto personale ed affettivo che spesso si costituisce tra coniuge e figlio dell'altro coniuge, vedovo o divorziato, o a quello creatosi a seguito di un affidamento (non temporaneo) che si è prolungato ma che non può evidentemente proseguire oltre la maggiore età dell'affidato (peraltro, anche l'adozione di minore in casi particolari risponde a tale ultimo obiettivo, ma con ostacoli e complicazioni quali: tassatività dei casi, necessità del consenso del legale rappresentante del minore infraquattordicenne, necessità dell'assenso dei genitori).

Uno degli aspetti maggiormente qualificanti della l. n. 184/1983 è la soppressione dell'adozione ordinaria dei minori, mentre l'istituto permane per i maggiorenni. L'adottato antepone al proprio (e non aggiunge) il cognome dell'adottante; il figlio nato fuori del matrimonio riconosciuto lo sostituisce all'originario (art. 299 c.c.); il Tribunale non deve più preoccuparsi della “buona fama” dell'adottante (art. 312 c.c., trattandosi di persone maggiorenni e capaci si preferisce che tale requisito sia autonomamente valutato dalle parti private); il provvedimento conclusivo del procedimento di adozione di maggiorenne è una sentenza immediatamente esecutiva (art. 313 c.c.).

 

Orientamenti a confronto

 Trasmissione del cognome

Il nuovo cognome dell'adottato non è trasmissibile ai suoi figli nati prima della pronuncia di adozione in quanto con l'adozione non si costituisce alcun legame tra l'adottante e la famiglia dell'adottato

Trib. Milano, 3 aprile 1954

Il nuovo cognome dell'adottato si trasmette ai suoi figli nati prima della pronuncia di adozione

Trib. Brindisi, 19 luglio 1965

I soggetti dell'adozione di maggiorenne: l'adottante e l'adottando. I requisiti

I soggetti della tipologia di adozione de qua sono l'adottante (genitore adottivo) e l'adottando (figlio adottivo).

Affinché si possa far luogo all'adozione di maggiorenne devono sussistere alcuni requisiti, sia in capo all'adottante sia in capo all'adottando.

Quanto all'adottante, egli deve aver compiuto i trentacinque anni di età e deve superare di almeno diciotto anni l'età dell'adottando (art. 291 c.c.); soltanto in casi eccezionali il Tribunale può autorizzare l'adozione se l'adottante abbia raggiunto almeno l'età di trent'anni, ferma restando in ogni caso la necessaria differenza (voluta ad imitazione della natura) di almeno diciotto anni con l'adottando.

A nulla rileva che l'adottante abbia già adottato altre persone: si possono adottare più persone contestualmente o con atti separati (art. 294 c.c.).

Altro requisito richiesto in capo all'adottante è la sua capacità: l'adozione, indipendentemente dalla sua natura, produce rilevanti effetti sul patrimonio dell'adottante. Ne consegue che l'interdetto giudiziale, ma pure quello legale a seguito di grave condanna è incapace all'adozione (anche se, per alcuni Autori, l'interdizione legale, a differenza di quella giudiziale, non rende incapaci all'adozione se non in quanto faccia venire meno il requisito della buona fama dell'adottante, requisito che però oggi non è più previsto). Relativamente all'inabilitato, invece, occorrerebbe l'autorizzazione del giudice tutelare dietro ricorso controfirmato dal curatore.

Spetta al giudice la valutazione sulla convenienza dell'adozione per l'adottato, senza che però la legge indichi a tale riguardo precisi criteri di giudizio. In ogni caso, si tratta di una valutazione che concerne, tra l'altro, la persona ed il patrimonio dell'adottante, e deve essere effettuata nonostante la prestazione di consensi ed assensi da parte dei soggetti coinvolti nel procedimento adozionale. Peraltro, la dottrina ritiene che l'adozione possa non essere pronunciata qualora essa non sia conveniente per l'adottando soltanto in casi particolarmente gravi.

Un ultimo requisito previsto per l'adottante riguarda la sua cittadinanza: egli può essere cittadino straniero purché la legge del suo Paese di provenienza preveda l'adozione. In tal caso, i presupposti, la costituzione e la revoca dell'adozione sono regolati dal diritto nazionale dell'adottante o degli adottanti, se comune, oppure, in mancanza, dal diritto dello Stato in cui essi sono residenti, ovvero ove la vita matrimoniale è prevalentemente localizzata al momento dell'adozione (art. 38 l. n. 218/1995).

Passando ora all'esame dei requisiti necessari dell'adottando, egli deve essere maggiorenne e non può essere figlio adottivo di un'altra persona, a meno che si tratti di coniugi: entrambi possono adottare la medesima persona, sia contestualmente sia con atti successivi, anche se la norma nulla prevede sul punto.

Peculiare è la precisazione di cui all'art. 293 c.c., come novellato dal d.lgs. n. 154/2013: il figlio, sia egli nato dentro o fuori del matrimonio, non può essere adottato dai propri genitori. Tale divieto ha obiettivi almeno parzialmente diversi per i figli nati dentro o fuori del matrimonio: quanto ai primi, si tratta di evitare la sovrapposizione di diversi status, mentre relativamente ai secondi si vuole impedire che il genitore adotti il figlio allo scopo di non riconoscerlo o magari di evitare un'azione di ricerca della paternità.

Una peculiarità concerne la posizione dell'incapace: l'adozione è un atto complesso, che presenta profili patrimoniali strettamente collegati a quelli personali,  per tale sua natura dovrebbe pertanto escludersi la possibilità di una rappresentanza legale. Stante poi la preminenza del profilo patrimoniale, si ritiene escluso dalla possibilità di adozione di maggiorenne anche l'interdetto. Discorso diverso vale invece per l'inabilitato: egli potrebbe essere adottato con il consenso del curatore.

L'adottato, così come anche l'adottante, può essere cittadino straniero ma egli non acquista automaticamente la cittadinanza italiana (tale affermazione si ricava mediante un'interpretazione a contrario dell'art. 3, l. n. 91/1992, a tenore della quale soltanto lo straniero “minore” acquista la cittadinanza a seguito di adozione).

La natura dell'adozione

Per poter procedere con l'adozione di maggiorenne sono necessari il consenso dell'adottante e dell'adottando (art. 296 c.c.). Tali consensi costituiscono oggi meri presupposti o, al più, condiciones iuris, dell'adozione, che è atto giudiziale e non contrattuale, come invece talora, in passato, si è sostenuto. Il Tribunale verifica la sussistenza dei consensi e degli assensi, così come l'adempimento delle condizioni di legge e la convenienza per l'adottando, e, se mancano tali presupposti dichiara non farsi luogo all'adozione. Successivamente alla conclusione del procedimento, consensi ed assensi non presenteranno più alcuna autonoma rilevanza, sussistendo la sentenza di adozione. Ciò è confermato dal fatto che non può essere impugnato il consenso (che, come detto, è un semplice presupposto dell'adozione), bensì l'atto giudiziale, la pronuncia di adozione, assumendosi, se del caso, la sua nullità o annullabilità per mancanza o comunque irregolarità di un presupposto.

L'adozione di maggiorenne è pertanto un atto giudiziale: il rapporto si costituisce in forza e virtù dell'intervento del giudice sul presupposto del consenso delle parti. Con l'adozione di maggiorenne l'adottato acquista uno status per certi aspetti simile a quello del figlio nato dentro il matrimonio, creandosi un rapporto di stretta parentela inesistente in natura.

Si tratta inoltre di un atto avente natura giurisdizionale e non amministrativa, poiché attributivo di diritti e di doveri, che non rileva soltanto quale mera ricezione della volontà delle parti.

I consensi

Già si è esposto che per la prestazione del consenso all'adozione di maggiorenne è necessaria la capacità di agire dell'adottante e dell'adottando. È  peraltro esclusa la prestazione del consenso da parte dell'interdetto giudiziale e dell'interdetto legale. Quanto al soggetto legalmente capace, occorre che al momento della prestazione del consenso sussista la capacità d'intendere e di volere (a tale riguardo, si pensi alle ipotesi di incapacità naturale). Tali requisiti devono sussistere fino a momento della pronuncia di adozione: è infatti ammessa la facoltà di revoca fino alla pronuncia, che non si potrebbe esercitare se sopravvenisse l'interdizione o comunque l'incapacità di intendere e di volere. Ci si potrebbe domandare cosa accadrebbe nel caso in cui l'incapacità, presente al momento della prestazione del consenso, non sussistesse più al momento della pronuncia di adozione: in tal caso l'adottante e l'adottando potrebbero revocare il consenso, ma potrebbero anche avere interesse a che si accerti la loro incapacità alla prestazione e, pertanto, potrebbero proporre impugnazione del procedimento.

I consensi per loro natura (si tratta di meri presupposti del provvedimento di adozione, con effetti regolati dalla legge) non possono essere sottoposti a termini o condizioni.

Assumono invece rilevanza i vizi del consenso, disciplinati dalla normativa contrattualistica: è vero che il consenso è un mero presupposto dell'adozione, ma esso deve essere espresso in maniera libera, senza ostacoli o impedimenti. A differenza di quanto accade in materia contrattuale, però, non si potrà parlare di nullità o di annullabilità dell'atto di consenso, bensì di motivo di impugnazione del provvedimento per irregolarità di un presupposto.

Anche in materia di adozione di maggiorenne può trovare spazio la disciplina relativa all'errore di fatto, ma soltanto qualora tale errore cada sull'identità della persona, e non sulle sue qualità (non trovano infatti immediata applicazione i casi tassativi disciplinati dalla normativa in materia matrimoniale). Più semplice appare invece la possibilità di sussistenza di un errore di diritto (ad esempio l'adottante potrebbe erroneamente ritenere di poter adottare escludendo l'adottando dalla successione).

Rilevanza assume altresì la violenza: essa vizia l'adozione anche qualora non sussista il requisito della gravità invece previsto per i contratti, e ciò in quanto nella disciplina adozionale di maggiorenne non è prevista la tutela dell'affidamento. La disciplina prevista per il dolo in materia contrattuale non sembra invece applicabile all'adozione di maggiorenne: il consenso non costituisce un atto autonomo, bensì un semplice presupposto di un provvedimento giurisdizionale. Sempre per quest'ultimo motivo è esclusa in subiecta materia l'applicabilità della disciplina prevista per la simulazione.

Gli assensi

Per poter procedere all'adozione di maggiorenne occorrono l'assenso dei genitori dell'adottando e del coniuge dell'adottante e dell'adottando (art. 297 c.c.), e, a seguito della già sopra citata sentenza della Corte Costituzionale n. 557/1988, anche l'assenso dei figli maggiorenni. L'assenso è pertanto dato da soggetti estranei al rapporto di adozione di maggiorenne, e costituisce un controllo esterno a tutela della famiglia, poiché il Legislatore, con l'introduzione dell'adozione di maggiorenne, non ha certamente voluto che l'adozione comporti turbamenti o deterioramento degli stretti rapporti familiari preesistenti), né che venga in qualche modo leso il diritto successorio od alimentare dei figli.

Diversamente dal consenso, l'assenso può essere prestato anche da un rappresentante e non può mai prescindere dal consenso, ciò che invece si può fare, a talune condizioni, per l'assenso.

Iniziamo con l'analizzare l'assenso del coniuge dell'adottante e dell'adottando. Nella norma (art. 297 c.c.) si fa riferimento alla separazione legale, pertanto in presenza di una mera separazione di fatto sarebbe richiesto l'assenso. Peraltro, è sempre vincolante l'assenso del coniuge convivente, e dunque in caso di separazione di fatto, se vi fosse rifiuto ingiustificato, si potrebbe comunque pronunciare l'adozione. Ciò in quanto la separazione di fatto allenta il vincolo coniugale, ma non tanto quanto la separazione legale, nel qual caso non sarebbe neppure prevista la prestazione dell'assenso. Qualora ad adottare siano entrambi i coniugi, non vi sarebbe evidentemente alcuna necessità dell'assenso del coniuge dell'adottante che infatti in tal caso è espressamente escluso.

Anche per i genitori dell'adottando è previsto il rilascio dell'assenso, ma anche in tal caso se il rifiuto si ritenga ingiustificato, può essere pronunciata l'adozione, salvo, dice la norma, che si tratti di genitori esercenti la responsabilità genitoriale (ma si tratta evidentemente di un mancato raccordo della normativa codicistica con la l. n. 184/1983: per quanto già sopra esposto, adottante ed adottando devono essere entrambi maggiorenni, non ponendosi così alcun tipo di questione inerente la responsabilità genitoriale).

Può capitare che il coniuge adotti il figlio dell'altro coniuge: in tal caso il coniuge dell'adottante sarebbe anche genitore dell'adottato e, in questa sua duplice qualità, dovrebbe prestare due assensi.

Come si diceva, a seguito della più volte citata sentenza della Consulta, sembra necessario l'assenso vincolante dei figli maggiorenni, siano essi conviventi o meno.

Poco sopra si accennava ad alcune ipotesi nelle quali l'adozione di maggiorenne può essere pronunciata nonostante il mancato assenso. Più nel dettaglio, ciò costituisce un temperamento introdotto dalla riforma del 1975, ad una disciplina che in precedenza era, ma ancora oggi è, assai rigida: l'adozione può pronunciarsi anche ove il rifiuto dell'assenso (tranne che quello del coniuge convivente e quello dei figli, che è vincolante) appaia ingiustificato o contrario all'interesse dell'adottato. Ingiustificato sarebbe un rifiuto dettato ad esempio da spirito di rivalsa, di dispetto, ecc.; mentre sarebbe da considerare giustificato e conforme all'interesse dell'adottando un rifiuto che si fondasse sulla valutazione negativa della personalità dell'adottante, o su un suo patrimonio di segno ampiamente negativo.

Un'ipotesi particolare è quella nella quale un parente tenuto all'assenso sia incapace: l'adozione è pronunciata comunque. Si deve trattare di incapacità legale (pertanto di interdizione, poiché si potrebbe ipotizzare la nomina di un curatore speciale ai sensi dell'art. 320 c.c. da parte del giudice tutelare nel caso in cui il coniuge dell'adottante o dell'adottando sia minorenne), ma può anche trattarsi di incapacità di intendere e di volere al momento della prestazione dell'assenso. L'adozione può inoltre pronunciarsi nonostante l'irreperibilità del parente tenuto all'assenso.

Anche per gli assensi, così come già abbiamo visto per i consensi, è possibile la revoca fino alla pronuncia di adozione, ed è esclusa la possibilità di apposizione di termini o di condizioni, mentre assumono rilevanza i vizi della volontà secondo quanto già si è detto per i consensi.

Gli effetti dell'adozione

L'adozione di maggiorenne attribuisce all'adottato uno status assimilabile, ma non identico, a quello del figlio.

In particolare, l'adottato maggiorenne assume il cognome dell'adottante e lo antepone al proprio (art. 299 c.c.). La normativa anteriore al 1983 prevedeva invece la sola aggiunta del cognome dell'adottante. Si tratta di una disciplina che non ammette eccezioni: l'adottando che volesse soltanto aggiungere e non anteporre il cognome dell'adottante non potrebbe fare altro che rinunciare all'adozione.

Alcune peculiarità sussistevano per il figlio nato fuori del matrimonio: la norma precisava che, se non era stato riconosciuto dai genitori, assumeva il solo cognome dell'adottante, sostituendolo al suo; tale disposizione è stata però dichiarata incostituzionale (Corte Cost.,  8 giugno 2001, n. 180) poiché si trattava di un cognome che magari aveva accompagnato l'adottando nelle vicende della sua vita, e magari con esso era conosciuto in una cerchia più o meno ampia di persone o negli affari.

Un'ulteriore norma prevedeva poi che il riconoscimento, successivo all'adozione, non faceva assumere all'adottato il cognome del genitore che l'aveva riconosciuto. Tale previsione è stata rafforzata dall'intervento del d.lgs. n. 154/2013 sull'art. 299 c.c.: anche in ipotesi di accertamento della filiazione o di riconoscimento successivo all'adozione permane, per l'adottato, il cognome dell'adottante, che viene anteposto al proprio. A tale riguardo, si evidenzia che l'adottato potrebbe impedire il suo riconoscimento, negando il suo consenso; tuttavia, se egli presta il consenso, la legge non vuole che si verifichi un nuovo mutamento del suo cognome, pertanto prevale il suo stato adottivo. É poi previsto che il figlio nato fuori del matrimonio riconosciuto da entrambi i genitori assume il cognome dell'adottante.

Come già abbiamo avuto modo di osservare, adottandi possono essere entrambi i coniugi, ed in tal caso il cognome del figlio sarà quello del padre adottante. Se invece ad adottare fosse una donna coniugata, l'adottato assumerebbe ovviamente il cognome della famiglia di lei. Un'ipotesi particolare è quella nella quale l'adottante è il coniuge del genitore dell'adottando. Se si tratta del figlio della moglie dell'adottante, non vi sono problemi  e l'adottato assume il cognome dell'adottante anteponendolo al proprio. Qualora invece l'adottando sia il figlio del marito dell'adottante, mantiene il suo cognome originario.

Un caso particolare riguarda il trasferimento del doppio cognome dell'adottato ai suoi figli: per quelli nati dopo l'adozione è evidente che l'adottato trasmette quello che ormai è divenuto il suo cognome, mentre ciò non accade con i figli avuti dall'adottato prima dell'adozione (e ciò nonostante la problematica della sussistenza di fratelli con diverso cognome), in quanto con l'adozione non si costituisce alcun legame tra adottante e famiglia dell'adottato, che rimane estranea al rapporto adozionale.

Altro aspetto rilevante è costituito dai diritti successori. A tale riguardo la posizione dell'adottato è analoga a quella del figlio (art. 536 c.c.): se il genitore lascia un solo figlio, a questo è riservata la metà del patrimonio, mentre se i figli sono più di uno, ad essi è riservata la quota di due terzi da dividersi in parti uguali (art. 537 c.c.); se invece il genitore lascia oltre al coniuge un solo figlio, a quest'ultimo è riservato un terzo ed un terzo spetta al coniuge; quando i figli sono più di uno ad essi è riservata la metà ed al coniuge spetta un quarto del patrimonio (art. 542 c.c.). Ai figli per nascita sono equiparati gli adottivi (art. 567 c.c.): al padre ed alla madre succedono i figli in parti uguali (art. 566 c.c.); quando con il coniuge concorre un figlio, il coniuge ha diritto alla metà, mentre quando concorrono più figli il coniuge ha diritto ad un terzo del patrimonio del de cuius.

Con l'adozione di maggiorenne sono revocate di diritto le disposizioni testamentari assunte anteriormente (art. 687 c.c.). Inoltre, l'adottato entra a far parte della famiglia dell'adottante in relazione al diritto di uso o di abitazione di quest'ultimo (art. 1023 c.c.); altresì, l'adozione è uno dei tassativi casi di variazione della famiglia colonica senza necessità di consenso del precedente (art. 2142 c.c.).

Nei riguardi dell'adottante vale l'impedimento matrimoniale di cui all'art. 86, n. 6, c.c., e ciò al fine di tutelare l'ordine interno della famiglia. Inoltre, l'adottato ha diritto agli alimenti nei confronti dell'adottante (art. 433, n. 3, c.c.).

L'adozione di maggiorenne non fa però venire meno i diritti ed i doveri dell'adottato nei confronti della sua famiglia di origine, salve le eccezioni previste dall'art. 300 c.c.. In particolare, l'adottato ha diritto agli alimenti anche nei confronti dei genitori di origine (art. 433, comma 3, c.c.), ma l'obbligo dell'adottante è prevalente (art. 436 c.c.).

L'adozione di maggiorenne, come sopra si accennava, costituisce un rapporto personale ed esclusivo tra adottante ed adottato, e le eccezioni sono tassative: si pensi al divieto di matrimonio tra i figli adottivi della stessa persona e con il coniuge ed i figli dell'adottante (art. 86, nn. 7, 8 e 9, c.c.). Inoltre, i figli adottivi sono estranei alla successione dei parenti dell'adottante (art. 567 c.c.).

Passando ora all'analisi della posizione dell'adottante, a lui non spetta alcun diritto di successone, anche se nulla vieta che l'adottato rediga testamento con il quale istituisca erede l'adottante, ferma restando naturalmente la normativa a tutela dei legittimari. Non si costituiscono neppure rapporti successori con i parenti dell'adottato.

Interessante è poi l'operatività della rappresentazione successoria: essa fa subentrare i discendenti nel luogo e nel grado dell'ascendente che non possa o non voglia accettare l'eredità e tale norma si applica anche, per espressa previsione (art. 468 c.c.), ai discendenti dei figli adottivi. Non si tratta tuttavia di un'eccezione alla regola secondo la quale i rapporti riguardano soltanto adottante ed adottato, bensì si tratta in questo caso proprio del rapporto tra i due citati soggetti, subentrando l'adottato nella posizione dell'adottante.

Disciplina particolare è quella relativa agli alimenti: l'adottante ne ha diritto nei confronti dell'adottato, ma non nei confronti dei suoi discendenti. L'adottato, dal canto suo, ha diritto agli alimenti nei confronti dell'adottante, addirittura preminente, come si diceva, su quello dei genitori biologici dell'adottato stesso, ma non ne ha diritto nei confronti dei suoi discendenti.

La decorrenza degli effetti dell'adozione

Gli effetti dell'adozione decorrono dal momento della pronuncia, che è immediatamente esecutiva e non si deve pertanto attendere il relativo passaggio in giudicato.

Tuttavia, come si accennava, le parti possono revocare il proprio consenso (e chi ha prestato l'assenso può revocarlo) fino al momento della sentenza effettuandone comunicazione al giudice.

Ci si potrebbe domandare cosa accada nel caso in cui l'adottante deceda prima della pronuncia di adozione del maggiorenne. La normativa in subiecta materia è particolare, poiché è previsto il rispetto della volontà del de cuius: si presume che se non fosse morto avrebbe mantenuto il consenso e, pertanto, si può comunque procedere al compimento degli atti necessari per l'adozione e gli effetti che ne scaturiranno saranno quelli che si produrrebbero se l'adottante fosse vivo, ma con una peculiarità costituita dal fatto che gli effetti dell'adozione in tal caso decorrono non dalla relativa pronuncia da parte del tribunale, bensì dal momento del decesso dell'adottante, con tutto ciò che ne consegue soprattutto in ambito ereditario.

La revoca

L'adozione di maggiorenne può essere revocata per cause tassativamente previste dalla legge e sopravvenute rispetto alla sentenza e con la revoca viene meno ogni effetto dell'adozione (diritti successori ed alimentari, cognome, ecc.).

Le sole cause di revoca previste sono l'indegnità dell'adottante e dell'adottato (art. 306 c.c.), mentre a seguito della l. n. 184/1983 non è più prevista la causa costituita delle ragioni di buon costume che invece erano previste da un'esigenza di protezione dei fanciulli nell'adozione ordinaria.

Le ipotesi di indegnità dell'adottante sono tassative e non suscettibili di interpretazione analogica: in particolare, l'adozione può essere revocata qualora l'adottato abbia attentato alla vita dell'adottante o del suo coniuge, oppure alla vita dei discendenti o degli ascendenti, oppure si sia reso colpevole nei loro confronti di un delitto punibile con una pena detentiva non inferiore nel minimo a tre anni, a prescindere dalla eventuale pena pecuniaria. Sul punto occorre tuttavia precisare che per espressa disposizione normativa (art. 649 c.p.) non sono punibili i delitti contro il patrimonio (ad esempio estorsione, rapina, sequestro di persona a scopo di estorsione) commessi in danno dell'adottante o dell'adottato.

É pertanto possibile affermare che, secondo interpretazione analogica (in tal caso ammessa in quanto in bonam partem) dell'art. 463, n. 1, c.c., non sussiste indegnità (a succedere) quando ricorrano cause di non punibilità secondo la legge penale (il riferimento è, in particolare, ad esempio, all'incapacità temporanea o permanente di intendere e volere, oltre che alla già sopra ricordata esimente propria dei delitti contro il patrimonio).

Come si diceva, l'adozione può essere revocata non soltanto nel caso in cui i comportamenti di cui sopra siano rivolti nei confronti dell'adottante, ma anche verso il suo coniuge (e ciò indipendentemente dal fatto che l'adottante sia convivente, separato di fatto o giudizialmente), verso i suoi discendenti o ascendenti, naturalmente con le già richiamate limitazioni: non si costituisce alcun rapporto  tra il figlio nato fuori del matrimonio ed adottivo e la famiglia del genitore del convivente more uxorio. In questa materia non è intervenuta la l. 20 maggio 2016, n. 76, in vigore dal 5 giugno 2016, la quale invero al comma 20 si è limitata a precisare che resta fermo quanto previsto e consentito in materia di adozioni dalle norme vigenti.

Analogamente la revoca dell'adozione può essere chiesta dall'adottato se l'attentato alla vita o un delitto punibile nel minimo con tre anni di reclusione siano stati posti in essere dall'adottante nei suoi confronti oppure contro il coniuge, i discendenti o gli ascendenti dell'adottato, ovviamente con le stesse limitazioni alle quali qui sopra si è già fatto cenno.

La cessazione degli effetti dell'adozione

Il momento in cui cessano gli effetti dell'adozione di maggiorenne è quello nel quale passa in giudicato la sentenza di revoca la quale ha pertanto efficacia costitutiva.

Soltanto da tale momento viene meno lo stato di figlio adottivo e l'adottato, quale ulteriore conseguenza, perde il cognome dell'adottante, i diritti alimentari e quelli successori. A loro volta, anche i figli dell'adottato nati successivamente all'adozione e quindi aventi il medesimo cognome dell'adottato, perdono i medesimi diritti del loro genitore.

Sussiste tuttavia un'eccezione all'efficacia ex nunc: il decesso dell'adottante per fatto imputabile all'adottato. In tal caso gli effetti retroagiscono al momento della morte, ma soltanto limitatamente ai diritti successori. Si tratta di un'eccezione piuttosto ovvia e di buon senso, oltre che di giustizia sociale: se non sussistesse tale eccezione, l'adottato che uccida l'adottante diverrebbe suo erede. In ogni caso, anche qualora tale eccezione non fosse stata prevista, il problema in prima battuta non si porrebbe: l'adottato sarebbe considerato indegno a succedere; tuttavia, applicando soltanto la normativa in materia di indegnità a succedere si verificherebbe un paradosso: i rapporti successori non si costituirebbero con l'adottato, ma potrebbero costituirsi per rappresentazione con i suoi discendenti, e proprio da ciò discende l'opportunità dell'eccezione sopra richiamata.

Nel caso in cui la revoca dipendesse dal comportamento dell'adottante e questi fosse deceduto, spetterebbe all'adottato valutare l'opportunità di promuovere o meno il relativo giudizio e comunque potrebbe rinunciare all'eredità, pur potendola accettare per rappresentazione i suoi discendenti.

Qualora, invece, l'adottato decedesse per fatto imputabile all'adottante, non si presenterebbero particolari problemi ereditati: l'adottante non sarebbe in ogni caso erede e non vi sarebbe pertanto alcun problema a far decorrere gli effetti della revoca dal momento del passaggio in giudicato del relativo provvedimento.

Casistica

Esistenza di figli dell'adottante

 

É dichiarata l'illegittimità costituzionale dell'art. 291 c. c. nella parte in cui non prevede che l'adozione di maggiorenni non possa essere pronunciata in presenza di figli naturali, riconosciuti dall'adottante, minorenni o, se maggiorenni, non consenzienti (Corte cost., 20 luglio 2004, n. 245)

É manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 291 c.c. nella parte in cui non prevede che possa aversi adozione di maggiorenne da parte di persona che abbia discendenti legittimi o legittimati di età minore, in riferimento agli artt. 2, 3 e 30 Cost. (Corte cost., 23 maggio 2003, n. 170)

É dichiarata l'illegittimità costituzionale dell'art. 291 c. c., nella parte in cui non consente l'adozione a persone che abbiano discendenti legittimi o legittimati maggiorenni e consenzienti (Corte cost., 19 maggio 1988, n. 557)

Caratteristiche dell'adozione di maggiorenne

 

L'adozione di minori è caratterizzata dall'inserimento nella famiglia di definitiva accoglienza e dal rapporto con i genitori adottivi, i quali, assumendo la responsabilità educativa del minore adottato, divengono titolari dei poteri e dei doveri che caratterizzano la posizione dei genitori nei confronti dei figli. Ciò implica il pieno inserimento del minore nella comunità familiare adottiva e l'obbligo di mantenere, istruire ed educare l'adottato. L'adozione di persone maggiori di età si caratterizza in modo diverso: non implica necessariamente l'instaurarsi o il permanere della convivenza familiare e non determina la soggezione alla potestà del genitore adottivo, che non assume l'obbligo di mantenere, istruire ed educare l'adottato. Non mancano, dunque, differenze tra i due istituti idonee a giustificare una diversità di disciplina (Corte cost., 14 novembre 2000, n. 500, la quale ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 291 c. c. sollevata in riferimento agli artt. 2, 3, 29, comma 1, e 30 Cost.)

Adozione di maggiorenne in presenza di figli minori dell'adottante 

In tema di adozione di persone maggiori di età, la presenza di figli minori (legittimi, legittimati, naturali) dell'adottante, come tali incapaci, per ragioni di età, di esprimere un valido consenso, costituisce di norma, ai sensi dell'art. 291 c.c., un impedimento alla richiesta adozione. Ove tuttavia l'adozione di maggiorenne riguardi un soggetto che già appartenga, insieme al proprio genitore naturale ed ai fratelli minorenni, ex uno latere, al contesto affettivo della famiglia dell'adottante, la detta presenza dei figli minori dell'adottante non preclude in assoluto l'adozione, fermo restando il potere-dovere del giudice di merito di procedere all'audizione personale di costoro, se aventi capacità di discernimento, e del loro curatore speciale, ai fini della formulazione del complessivo giudizio di convenienza dell'interesse dell'adottando, richiesto dall'art. 312, comma 1, numero 2) c.c., giacché tale convenienza in tanto sussiste, in quanto l'interesse dell'adottando trovi una effettiva e reale corrispondenza – eventualmente da apprezzare all'esito dell'acquisizione anche delle opportune informazioni – nella comunione di intenti di tutti i membri della famiglia, compresi i figli dell'adottante (Cass., sez. I, 3 febbraio 2006, n. 2426)

Successione di adozioni

La norma di cui all'art. 294, comma 2, c.c., non si applica nel caso in cui la prima adozione sia una adozione speciale. Solo se la prima adozione è una adozione di maggiorenne il consentirne una successiva, se non da parte del coniuge del primo adottante, si pone in contrasto con la finalità dell'istituto che è quella della trasmissione del nome, dell'assicurare una discendenza a chi ne è privo. Infatti, la finalità dell'adottante di una adozione speciale è quella di far entrare il minore nella propria famiglia e di assumerlo a tutti gli effetti come figlio. Pertanto la seconda adozione non frustra la ratio e le finalità della prima adozione speciale (Trib. Milano, sez. I, 25 novembre 2015, n. 54)

Siccome nessuno può essere figlio adottivo di più di una persona, salvo il caso che gli adottanti siano coniugati tra loro, anche al fine di evitare il formarsi, in capo allo stesso soggetto, di eventuali situazioni di incompatibilità tra plurimi status personali, non è ammissibile l'adozione ordinaria di una persona che sia già stata adottata, a nulla rilevando che il precedente adottante sia deceduto (Trib. Milano, 21 novembre 1988)

Natura del consenso all'adozione

 

Il consenso costituisce mero presupposto per la costituzione del rapporto di parentela e per l'attribuzione degli status correlati, pertanto esso è un mero presupposto dell'atto giudiziale e non è dunque impugnabile per simulazione tra le parti (Trib. Genova, 26 marzo 1985)

Revoca del consenso

La revoca del consenso deve essere espressa prima della pronuncia del Tribunale e non è più ammissibile se espressa successivamente, in sede di reclamo, prima della pronuncia della Corte d'appello (Cass., sez. I, 4 febbraio 1988, n. 1133)

Invalidità dell'adozione

Il mancato esercizio della facoltà di assenso da parte del genitore del figlio nato fuori del matrimonio produce l'invalidità dell'adozione (Cass., sez. I, 11 novembre 1970, n. 2355)

Azione di nullità dell'adozione

L'azione di nullità dell'adozione può essere promossa dalla parte che abbia provocato ed ottenuto il provvedimento valendosi di una inesatta documentazione, nonché da chiunque dimostri di avervi un interesse, anche soltanto morale, davanti al giudice competente a provvedere sullo stato delle persone secondo le regole ordinarie (Cass., sez. I, 16 gennaio 1957, n. 98)

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