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Revoca dell'assegnazione della casa familiare e revisione dell’assegno divorzile

La Suprema Corte ha avuto modo di esprimersi sulla richiesta, da parte di A.S., di revisione dell'assegno divorzile.

La Corte d'Appello avrebbe correttamente disaminato la situazione patrimoniale e reddituale degli ex coniugi, nella prospettiva indicata dal richiamato orientamento della giurisprudenza di legittimità, che riconosce al contributo in questione «una natura non solo assistenziale, ma anche perequativo-compensativa, discendente direttamente dalla declinazione del principio costituzionale di solidarietà, e ritenuta idonea a giustificare l'attribuzione di un importo tale da consentire al coniuge richiedente non già il conseguimento dell'autosufficienza economica sulla base di un parametro astratto, bensì il raggiungimento in concreto di un livello reddituale adeguato al contributo fornito alla conduzione della vita familiare, anche tenendo conto delle aspettative professionali sacrificate» (Cass. n. 18287/2018Cass. n. 5603/2020n. 21234/2019).

Ed è noto che «il giudice di merito è libero di attingere il proprio convincimento dalle fonti che ritenga più attendibili e idonee alla formazione dello stesso, non essendogli richiesto di dar conto in motivazione dell'esame di tutte le allegazioni e deduzioni delle parti e di tutte le prove acquisite al processo, ma risultando sufficiente che egli esponga, in maniera concisa ma logicamente adeguata, gli elementi di fatto e di diritto posti a fondamento della decisione e le prove ritenute idonee a confortarla, e dovendo reputarsi implicitamente disattesi tutti gli argomenti ed i rilievi che, pur non espressamente esaminati, sono incompatibili con la soluzione adottata» (Cass. n. 29730/2020Cass. n. 16467/2017Cass. n. 16056/2016).

Inoltre, in quanto logicamente incompatibile con la regolamentazione dei rapporti economici tra le parti risultante dalla pronuncia impugnata, «la domanda di riconoscimento di un maggiore importo a titolo di assegno divorzilein caso di revoca dell'assegnazione della casa familiare, deve considerarsi infatti implicitamente rigettata, pur in mancanza di un'espressa statuizione: in proposito, non può pertanto ritenersi sussistente il vizio di omessa pronuncia, il quale, presupponendo la totale omissione del provvedimento indispensabile per la soluzione del caso concreto, non è configurabile nel caso in cui, nonostante l'assenza di una specifica argomentazione, la reiezione della pretesa avanzata dalla parte emerga con chiarezza dall'incompatibilità di quest'ultima con l'impostazione logico-giuridica della decisione (Cass. n. 7662/2020Cass. n. 20718/2018Cass. n. 24155/2017).

Il Collegio ricorda anche che «l'assegnazione della casa familiare, in caso di divorzio o separazione, è prevista a tutela dell'interesse prioritario dei figli minorenni e dei figli maggiorenni non economicamente autosufficienti, e conviventi con uno dei genitori, a permanere nell'ambiente domestico in cui sono cresciuti, in modo tale da garantire la conservazione delle loro abitudini di vita e delle relazioni sociali radicatesi in tale ambiente» (Cass. n. 25604/2018Cass. n. 3015/2018).

 

Fonte: dirittoegiustizia.it

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