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Il giudice non può imporre ai genitori separati di sottoporsi a un percorso psicoterapeutico

20 Luglio 2015 |

Cass. civ.

Affidamento condiviso

Il Tribunale per i minorenni di Firenze, con decreto del 2011, disponeva l’affidamento condiviso di F. con collocamento presso il padre, dando facoltà alla madre di tenere con sé il figlio secondo un preciso programma di “visite” descritto nella motivazione del decreto stesso.

La Corte d’appello, adita con ricorsi separati da entrambi i genitori, disponeva una nuova CTU al termine della quale il consulente dava atto dell’esito negativo del percorso di mediazione a causa dell’immaturità della coppia genitoriale, ancora troppo coinvolta nel conflitto personale, e stimava necessario un percorso di sostegno e cura per entrambi i genitori «al fine di giungere a un reciproco rispetto dei ruoli».

Il giudice di secondo grado confermava, quindi, il provvedimento del giudice di prime cure (relativo all’affidamento condiviso e alla collocazione e domiciliazione prevalente presso il padre) ribadendo l’indicazione per cui qualora il padre fosse impegnato nell’attività lavorativa avrebbe dovuto chiedere in via prioritaria alla madre, verificandone la disponibilità, di occuparsi del figlio, prima di chiedere l’ausilio di altri familiari o terzi estranei.

 

Il padre propone ricorso in Cassazione: due i motivi di impugnazione.

Con il primo, il ricorrente contesta la statuizione che lo obbliga a contattare preventivamente la madre per verificarne la disponibilità ad occuparsi del figlio qualora egli sia impegnato nell’attività lavorativa senza poterlo tenere con sé, anche se coadiuvato dalla nonna o dalla baby sitter.

Con il secondo motivo contesta la legittimità del provvedimento nella parte in cui prescrive alla parte di intraprendere un percorso terapeutico individuale e/o di sostegno alla genitorialità.

La Suprema Corte dichiara inammissibile il primo motivo di ricorso poiché investe una disposizione non decisoria né definitiva e, come tale, non ricorribile in Cassazione (bensì eventualmente sottoponibile al riesame del giudice competente). Oltretutto essa è volta prioritariamente alla tutela dell’interesse del minore, chiedendo ai genitori una collaborazione finalizzata al superamento della persistente conflittualità del loro rapporto.

È invece fondato il secondo motivo con il quale il marito contesta la legittimità della prescrizione che obbliga i genitori a sottoporsi a un percorso psicoterapeutico individuale e ad un percorso di sostegno alla genitorialità da seguire insieme, in quanto lesiva del diritto costituzionalmente garantito alla libertà personale e contraria alla disposizione che vieta l’imposizione di trattamenti sanitari, tranne nei casi previsti dalla legge. Tale prescrizione, anche se non impone un vero e proprio obbligo a carico delle parti, comunque le condiziona, ponendosi così in conflitto con l’art. 32 Cost. e, inoltre, non tiene conto del penetrante intervento  affidato dal giudice al Servizio sociale. Il mandato conferito a quest’ultimo trova giustificazione nella possibilità di adottare e modificare i provvedimenti relativi al minore mentre la prescrizione di un percorso terapeutico è «connotata da una finalità estranea al giudizio quale quella di realizzare una maturazione personale dei genitori che non può che rimanere affidata al loro diritto di auto-determinazione».

La Corte, quindi, dichiara inammissibile il primo motivo di ricorso principale, accoglie il secondo e rigetta il ricorso incidentale presentato dalla madre.

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