Giurisprudenza commentata

Separazione senza addebito e (mancato) riconoscimento dei diritti successori di abitazione e uso

Sommario

Massima | Il caso | La questione | Le soluzioni giuridiche | Osservazioni | Guida all'approfondimento |

Massima

I diritti d'abitazione della casa adibita a residenza familiare e d'uso dei beni che la corredano, avendo ad oggetto l'immobile in concreto adibito a residenza familiare dai coniugi, non spettano al coniuge separato senza addebito qualora difetti il requisito della coabitazione e non si possa quindi individuare una casa adibita a residenza familiare.

Il caso

Tizia, quale erede del marito Tizio, da cui si era separata consensualmente nel 1988, conveniva dinanzi al Tribunale quattro soggetti esponendo che il de cuius, per vanificare i diritti successori della moglie, aveva simulatamente trasferito con due atti pubblici ai primi due convenuti (a titolo oneroso, ma in realtà gratuitamente) alcuni immobili, e con successivo atto aveva venduto simulatamene un ulteriore immobile sua nipote (premorta, in luogo della quale subentravano gli altri due convenuti, suoi eredi).

L'attrice chiedeva il sequestro dei beni in questione e la dichiarazione di nullità ed inefficacia dei predetti rogiti, nonché l'affermazione del suo diritto alla porzione di sua pertinenza (ed il riconoscimento dei diritti di cui all’art. 540, comma 2, c.c. sulla casa di abitazione di Tizio).

Nel corso della causa Tizia rinunziava all’azione nei confronti degli eredi della nipote del de cuius, essendo intercorsa tra loro transazione.

Il Tribunale rigettava la domanda proposta dall'attrice, condannando quest'ultima al risarcimento dei danni subiti dai convenuti in conseguenza dell'esecuzione del sequestro.

A seguito di gravame proposto da Tizia, la Corte di Appello riformava parzialmente la decisione, escludendo la condanna dell'attrice al risarcimento dei danni, ma confermando il rigetto delle sue domande.

Tizia proponeva ricorso per Cassazione avverso la predetta pronuncia. La Corte di Cassazione accoglieva uno dei motivi di ricorso (estraneo all’oggetto in esame). La Corte di Cassazione dichiarava però assorbiti gli altri motivi di ricorso, con i quali, in particolare, Tizia aveva lamentato il mancato riconoscimento del diritto di abitazione della casa coniugale, spettantele come legittimaria.

Con atto di citazione Tizia provvedeva quindi alla riassunzione del giudizio.

La Corte di Appello, pronunciando in sede di rinvio, dichiarava che l'atto pubblico di vendita oggetto di contesa dissimulava una donazione disposta da Tizio, ed era dunque nullo per difetto di forma, mancando i testimoni; dichiarava poi che l’ulteriore atto di cessione onerosa disposta dissimulasse un contratto di donazione disposta da Tizio (entrambe le liberalità erano dirette in favore dei due convenuti). La Corte d’Appello disponeva quindi che la quota di legittima spettante all'attrice sull'eredità relitta di Tizio fosse reitegrata proporzionalmente.

La Corte territoriale, però, disattendeva le censure mosse da Tizia avverso la sentenza di primo grado, che le aveva negato il diritto di abitazione ex art. 540 c.c., sulla casa già adibita ad abitazione coniugale e il diritto d'uso sui relativi mobili.

Tizia ha proposto quindi ricorso per la cassazione di tale ultima decisione.

 

In motivazione

 «(…) Poiché (…) l'oggetto del diritto di abitazione mortis causa coincide con la casa adibita a residenza familiare, esso si identifica con l'immobile in cui i coniugi (…) vivevano insieme stabilmente, organizzandovi la vita domestica del gruppo familiare (Cass., 14 marzo 2012, n. 4088)

(…) (dove il concetto di residenza, di cui all'art. 43, comma 2, c.c., richiama la effettività della dimora abituale nella casa coniugale).

(…) Si rileva che l'art. 548, comma 1, c.c., equipara, quanto ai diritti successori attribuiti dalla legge, il coniuge separato senza addebito al coniuge non separato.

La formulazione di tale ultima norma lascerebbe intendere, a una prima lettura, che anche in favore del coniuge separato senza addebito debbano riconoscersi i diritti di abitazione e di uso di cui all'art. 540, comma 2, c.c..

In conformità del prevalente orientamento della dottrina, tuttavia, deve ritenersi che, in caso di separazione personale dei coniugi e di cessazione della convivenza, l'impossibilità di individuare una casa adibita a residenza familiare faccia venire meno il presupposto oggettivo richiesto ai fini dell'attribuzione dei diritti in parola.

Se, infatti, per le ragioni esposte, il diritto di abitazione (…) può avere ad oggetto esclusivamente l'immobile concretamente utilizzato prima della morte del "de cuius" come residenza familiare, è evidente che l'applicabilità della norma in esame è condizionata all'effettiva esistenza, al momento dell'apertura della successione, di una casa adibita ad abitazione familiare; evenienza che non ricorre allorché, a seguito della separazione personale, sia cessato lo stato di convivenza tra i coniugi.

Nella ipotesi considerata, pertanto, essendo venuto meno il collegamento con l'originaria destinazione della casa di abitazione a "residenza familiare", non può che ritenersi che il coniuge superstite perda i diritti in questione.

Nella specie, la Corte di Appello ha accertato (…) che, al momento del decesso (…), (Tizia)non occupava più la casa a suo tempo adibita ad abitazione familiare, avendo trasferito altrove la propria residenza da alcuni anni, nell'ambito di accordi miranti a pervenire ad una separazione consensuale.

Nel negare, conseguentemente, all'attrice il diritto di abitazione sull'immobile in questione e il diritto d'uso sui relativi mobili, il giudice del gravame ha fatto corretta applicazione degli enunciati principi di diritto.

Ove si consideri, infatti, che la separazione consensuale tra i coniugi è intervenuta (…), ben cinque anni prima del decesso (…) appare evidente che, dato il tempo trascorso, l'appartamento in questione aveva perso ogni collegamento con l'originaria destinazione a "residenza familiare"».

La questione

La questione in esame è la seguente: al momento della morte di uno dei coniugi, spettano al coniuge superstite, separato senza addebito, i diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la corredano, ex art. 540, comma 2, c.c.?

Le soluzioni giuridiche

Non si riscontrano precedenti giurisprudenziali a riguardo: solo successivamente si è espressa Cass., sez. II, 22 ottobre 2014, n. 22456 in piena conformità alla pronuncia in commento.

Nel caso di specie, i giudici chiamati a esprimersi sul tema hanno negato, in tutti i gradi di giudizio, al coniuge separato senza addebito il diritto di abitazione di cui all’art. 540, comma 2, c.c.. La soluzione sembrerebbe scostarsi dal dettato normativo, poiché l’art. 548 c.c. riconosce al coniuge separato senza addebito i medesimi diritti successori del coniuge tout court e quindi, potenzialmente, anche i diritti ex lege di uso e abitazione.

La Cassazione spiega però che, per l’insorgere dei legati ex lege, non è sufficiente la titolarità dei requisiti soggettivi previsti dalla norma. L’art. 540 c.c., infatti, nel delineare l’oggetto del diritto enuclea anche dei presupposti oggettivi, in assenza dei quali non può prodursi l’acquisto mortis causa.

In particolare la Corte si sofferma anzi tutto a precisare il concetto di «casa adibita a residenza familiare», ricollegandosi alla nozione di effettività della dimora (art. 43 c.c.): il diritto ricade sulla casa ove effettivamente si svolge in modo stabile e prevalente il menage familiare.

In secondo luogo la motivazione richiama la nota sentenza della C. Cost., 26 maggio 1989, n. 310, precisando che la norma in esame è diretta a protezione di un interesse non solo economico, ma principalmente morale (continuare a preservare i ricordi, lo status sociale e il tenore di vita relativi alla vita comune).

Entrambi i passaggi argomentativi sono diretti a sottolineare che il diritto può e deve sorgere solo nel caso in cui la casa fosse ancora, al momento della morte, al centro dei rapporti familiari. Nelle parole della Cassazione, il riconoscimento al coniuge dei diritti di uso e abitazione cui all’art 540 c.c. è subordinato alla condizione che si possa identificare nel merito una casa familiare.

Nel caso di specie ciò era impossibile, in quanto, a seguito della separazione, era cessata la coabitazione trai coniugi: la moglie superstite aveva cambiato residenza in seguito agli accordi in sede di separazione ben cinque anni prima della morte del marito. Si è dunque spezzato, nei fatti, il legame tra l’immobile e la famiglia, e con esso anche l’interesse morale del coniuge separato a vedersi riconoscere il diritto di abitazione.

Osservazioni

La sentenza in oggetto esprime un principio di diritto assolutamente condivisibile: perché possano sorgere i legati ex lege di uso e abitazione ex art. 540, comma 2, c.c. devono sussistere tanto il requisito soggettivo (la qualità di coniuge) quanto il requisito oggettivo (l’esistenza di una casa adibita a residenza familiare, di titolarità del defunto o in comunione col coniuge superstite) imposti dalla normativa.

Si deve prestare attenzione, però, a interpretare correttamente la Massima: al coniuge separato senza addebito non spetta il diritto di abitazione se ed in quanto difetti il requisito della coabitazione e non vi sia possibilità di identificare una casa adibita a residenza familiare.

Ciò non significa che in tutti i casi di separazione personale senza addebito il coniuge sia automaticamente privato dei diritti di uso e abitazione ex art. 540 c.c., ma solo che, oltre al requisito soggettivo, integrato dall’art. 548 c.c. (che, come detto, parifica il separato senza addebito al coniuge tout court), deve affiancarsi la concreta esistenza di una casa che rappresenti ancora il centro della vita familiare.

Si può cioè, per via interpretativa, affermare che ove i soggetti separati senza addebiti abbiano cionondimeno continuato a convivere nella stessa residenza familiare, nulla osterebbe a riconoscere al coniuge superstite i legati ex lege di uso e abitazione. Si pensi al caso dei c.d. “separati in casa”, dove è mantenuto un legame stabile con l’immobile residenziale anche dopo la separazione. Ulteriore caso in cui mi pare ravvisabile univocamente la sussistenza del presupposto oggettivo è quello dell’attribuzione al coniuge separato del godimento della casa familiare ex art. 337-sexies c.c.: anche qui è indubitabile il legame tra coniuge e luogo di abitazione.

Si deve in conclusione distinguere l’ipotesi discussa da due fattispecie affini.

In caso di separazione con addebito, al coniuge è riconosciuto soltanto un assegno di natura alimentare, al ricorrere dei presupposti di cui all’art. 548, comma 2, c.c.. L’espressione normativa conduce la dottrina ad escludere la configurabilità dei legati di cui all’art. 540, comma 2, c.c., e ciò anche qualora fosse rispettato il presupposto oggettivo della coabitazione.

In caso di mera separazione “di fatto”, invece, la configurabilità dei diritti di uso e abitazione costituisce elemento dubbio, che deve formare oggetto di attenzione da parte dell’interprete e di solida prova in giudizio. Interrottasi, anche solo temporaneamente, la convivenza nella casa familiare, se la morte interviene quando ancora i coniugi vivono divisi, si potrebbe concludere che manchi una dimora abituale, stabile e condivisa e che dunque, ferma restando la quota di legittima, il coniuge non possa pretendere il diritto di abitazione.

La sentenza in commento ha il merito di distinguere chiaramente e di attribuire autonoma rilevanza al requisito oggettivo sotteso all’art. 540, comma 2, c.c.. In tutti i casi in cui non si può attestare la ricorrenza di una dimora stabile e comune trai coniugi, vengono meno gli interessi sovraordinati che giustificano la compressione della quota disponibile e della legittima degli altri successori necessari: non vi è dunque ragione di riconoscere al coniuge i legati ex lege di uso e abitazione. 

Guida all'approfondimento

- G. Musolino, I diritti di abitazione e di uso del coniuge superstite nella fattispecie del coniuge separato, in Rivista del Notariato 2014, 5, 1034 ss.

- L. Mengoni, Successioni per causa di morte. Parte speciale, Successione necessaria, in Trattato di diritto civile e commerciale diretto da A. Cicu e F. Messineo e continuato da L. Mengoni, IV Edizione, Milano, 2000, p. 176 ss;

- G. Gabrieli, Dei legittimari, in Comm. Cian Oppo Trabucchi, V, Padova, 1992, sub art. 540 c.c.;

- G. Bonilini, Manuale di diritto ereditario e delle donazioni, VII Edizione, Torino, 2014.

- G. Capozzi, Successioni e Donazioni, III Edizione, Milano, 2009, p. 443. 

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