Giurisprudenza commentata

I nuovi princìpi sull'assegno divorzile nei processi in corso

Sommario

Massima | Il caso | La questione | Le soluzioni giuridiche | Osservazioni | Guida all'approfondimento | |

Massima

Gli innovativi princìpi espressi da Cass. civ. sez. un. n. 18287/2018 in tema di assegno divorzile richiedono l'accertamento di fatti diversi da quelli rilevanti secondo la precedente giurisprudenza di legittimità; pertanto, nei giudizi di divorzio pendenti al momento della pubblicazione della predetta sentenza, le parti devono essere rimesse nei poteri di allegare e provare le circostanze utili per l'applicazione del dictum delle Sezioni Unite.

Il caso

Nel giudizio di divorzio dal marito Tizio, Caia ha ottenuto dal Tribunale di Roma un assegno di mantenimento di € 400,00 mensili.

La Corte d'Appello capitolina, con sentenza del primo aprile 2016, richiamando la giurisprudenza di legittimità allora consolidata, ha confermato la sentenza di primo grado sottolineando la differente capacità reddituale delle parti e desumendo, da tale disparità, che Caia non avesse mezzi adeguati a mantenere un tenore di vita analogo a quello goduto durante il matrimonio.

Avverso questa sentenza proponeva ricorso per cassazione Tizio; la Sezione assegnataria della causa ha ritenuto di rinviarla a nuovo ruolo in attesa della pronuncia delle Sezioni Unite sull'assegno divorzile, che è poi intervenuta nel luglio 2018.

La questione

Le Sezioni Unite, con la sentenza n. 18287/2018, hanno profondamente innovato i princìpi in materia di assegno divorzile, superando il parametro del mantenimento del tenore di vita goduto durante il matrimonio, evidenziando la natura composita (assistenziale e perequativa-compensativa) dell'assegno e dando rilievo alla storia coniugale e alla prognosi sulle condizioni economiche dell'avente diritto. Le difese delle parti nei giudizi in corso al momento della pronuncia delle S.U. possono aver trascurato elementi di fatto indispensabili per applicare i nuovi princìpi. Qual è la soluzione processuale per queste situazioni?

Le soluzioni giuridiche

Il mutamento della giurisprudenza di legittimità non è soggetto al principio d'irretroattività stabilito per la legge e dunque le profonde novità introdotte dalle S.U. con la citata sentenza n. 18287/2018 hanno immediatamente posto i difensori e la giurisprudenza di merito nella difficoltà di affrontare cause pendenti, istruite mettendo in luce solo quei fatti, come la disparità reddituale e il tenore della vita matrimoniale, che erano rilevanti secondo la giurisprudenza di legittimità consolidata sino al 2016.

Deve essere concesso alle parti, sia a chi richiede l'assegno divorzile, sia a chi si oppone a tale domanda, di modificare le proprie difese in corso di causa, per dare prova di quelle diverse circostanze ora poste a base dell'attribuzione dell'assegno secondo i princìpi delle S.U..

La sentenza in commento si occupa di un caso in cui le novità giurisprudenziali sono intervenute durante la pendenza del giudizio di cassazione; la Suprema Corte ha disposto il rinvio alla Corte di Appello di Roma in altra composizione per il riesame del caso alla luce del nuovo “diritto vivente”, evidenziando che nel giudizio di rinvio, ai sensi dell'art. 394 c.p.c., le parti potranno introdurre deduzioni e prove non proposte in precedenza che ritengano necessarie per l'applicazione dei princìpi espressi dalle S.U..

La sentenza in esame infine chiarisce di non poter dare indicazioni in merito ad altra questione, estranea al caso di specie: quella dei giudizi di revisione proposti ai sensi dell'art. 9 della Legge divorzile.

Osservazioni

All'indomani della pubblicazione della sentenza delle S.U. n. 18287/2018 si è immediatamente posto il problema, per i difensori e per i giudici di merito, di applicare i nuovi princìpi ai giudizi in corso, che spesso erano stati istruiti avendo a mente il tenore di vita della coppia matrimoniale e la disparità delle condizioni economiche delle parti e non avevano invece affrontato altri temi, ora divenuti cruciali. In particolare, ora chi richiede l'assegno divorzile deve dimostrare di aver sacrificato le proprie prospettive professionali e reddituali per l'impegno profuso a favore della famiglia e deve altresì dimostrare il nesso causale tra tale sacrificio e la propria condizione economica, deteriore rispetto a quella dell'ex-coniuge.

Ancorché non sia stato espressamente indicato nella sentenza in commento, si deve senza dubbio ritenere che nel corso del giudizio di primo grado sia consentito ai difensori invocare la rimessione in termini, ai sensi dell'art. 153, comma 2, c.p.c., per introdurre nuovi documenti e per chiedere prove costituende al fine di sottoporre al Tribunale tutti gli elementi utili per ricostruire il quadro fattuale necessario per applicare i nuovi criteri indicati dalla giurisprudenza di legittimità.

Quanto al giudizio di appello, viene in soccorso l'art. 345, comma 3, c.p.c.: con la pronuncia in esame la Suprema Corte, richiamando numerosi precedenti, ha evidenziato che il mutamento della giurisprudenza di legittimità costituisce causa non imputabile alle parti tale da permettere l'introduzione di nuovi mezzi di prova e di nuovi documenti nel giudizio di secondo grado.

Nel caso di cui si tratta la Corte di Cassazione, per garantire l'applicazione dell'orientamento che si sarebbe formato in tema di assegno divorzile dopo i contrasti insorti a seguito delle sentenze Cass. n. 11504/2017 e Cass. n. 23602/2017, ha addirittura atteso la pronuncia delle Sezioni Unite, rinviando la causa a nuovo ruolo, e ha poi cassato con rinvio la sentenza di secondo grado che si era uniformata alla giurisprudenza di legittimità sino ad allora costante; ha quindi sottolineato la necessità che il giudice di rinvio garantisca alle parti il pieno esercizio del diritto di difesa e dunque ammetta le nuove allegazioni e le nuove prove conseguenti alla pronuncia delle S.U..

Non sono state toccate, perché estranee al thema decidendum, le questioni relative ai procedimenti ex art. 9 della l. div.. La giurisprudenza di merito pare orientata a escludere che il mutamento della giurisprudenza di legittimità possa fondare, di per sé, una domanda di modifica delle condizioni di divorzio (congiuntamente stabilite dalle parti o definite all'esito di un giudizio contenzioso) e richiede, per l'accoglimento di una domanda ai sensi del citato art. 9, che siano mutati anche i presupposti di fatto esistenti al momento della sentenza di divorzio. Pare tuttavia doversi ritenere, alla luce degli argomenti svolti nella decisione in commento, che, qualora sia introdotto un procedimento di revisione per intervenuta variazione delle condizioni economiche delle parti, tutto il quadro dei rapporti tra gli ex-coniugi e delle ragioni fondanti il diritto all'assegno divorzile debba essere rivalutato sulla base dei princìpi espressi dalle Sezioni Unite, con conseguente necessità di consentire l'introduzione di prove utili rispetto a tali princìpi.

Infine è opportuno evidenziare che l'onere probatorio, per entrambe le parti, nei giudizi in tema di assegno divorzile viene sovente alleggerito allorché alcune circostanze possano ritenersi acquisite, senza la necessità di specifica prova, attraverso tre meccanismi concorrenti tra di loro: la mancata contestazione, ad opera della controparte, di fatti specificamente esposti (art. 115, comma 1,c.p.c.); il ricorso a fatti notori (art. 115, comma 2, c.p.c.); il richiamo a presunzioni semplici (art. 2729 c.c.). Dunque, spesso è importante soprattutto la tempestiva allegazione di fatti rilevanti, che talvolta non avranno neppure la necessità di essere dimostrati.

Guida all'approfondimento

G. Contiero, Il trattamento economico nella separazione e divorzio, GFL, 2019

 

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