Focus

Codice rosso: nuova disciplina e tutela per le vittime di violenza di genere e domestica

Sommario

Inquadramento | La legge sul “codice rosso” e la corsia preferenziale nelle indagini preliminari | I nuovi reati introdotti dalla l. 69/2019 | La riscrittura del reato di maltrattamenti operata dalla l. 69/2019 ed il nuovo trattamento della violenza assistita | Il nuovo regime della sospensione condizionale della pena introdotto dalla l. 69/2019 | Le norme acceleratorie delle indagini preliminari introdotte dalla l. 69/2019 | Il rafforzamento della tutela cautelare | Conclusioni |

Inquadramento

La risposta legislativa destinata a fronteggiare il fenomeno sociale del c.d. femminicidio è avvenuta attraverso tre passaggi legislativi, che sono ispirati da un indirizzo politico -sostanziale comune, e che costituiscono ciascuno il completamento dei precedenti:

- il d.l. 23 febbraio 2009, n. 11, convertito nella l. 23 aprile 2009, n. 38;

- il d.l. 14 agosto 2013 n. 93 convertito in l. 15 ottobre 2013 n. 119 (di poco preceduto, peraltro, dalla riforma del reato di dell'art. 572 c.p. operata dalla l. 1° ottobre 2012, n. 172, e dalla miniriforma del reato dell'art. 612 bis c.p. avvenuta attraverso il d.l. 1° luglio 2013, n. 78, convertito in l. 9 agosto 2013, n. 94);

- la l. 19 luglio 2019 n. 69, pubblicata in G.U., serie generale, 25 luglio 2019, n. 173,  conosciuta mediaticamente come codice rosso, e che, a differenza delle precedenti, non ha seguito la strada della decretazione d'urgenza.

Il passaggio qualificante del d.l. 11/2009 fu l'introduzione del reato di atti persecutori di cui all'art. 612 bis c.p. (introdotto dal d.l. 11/ 2009, convertito nella l. n. 38/2009, e poi modificato dal d.l. 93/2013, convertito in l. 119/2013), che ha effettivamente garantito un salto di qualità alla tutela penale nei reati caratterizzati da violenza di genere, sia perché ha consentito di valutare in modo unitario, per l'impatto complessivo che esse hanno sulla vita della vittima, condotte che prese singolarmente potevano integrare soltanto la contravvenzione di molestia o disturbo alla persona dell'art. 660 c.p. o il delitto di minaccia dell'art. 612 c.p. (quindi, reati insuscettibili di misura cautelare in corso di processo), sia perché ha apprestato una specifica tutela ad una fase dei rapporti personali tra vittima ed autore del reato, quella che è successiva alla fine della relazione affettiva, che in precedenza non era presidiata da alcuna norma penale ed in cui gli eventuali illeciti commessi potevano trovare sanzione solo nei reati comuni contro la persona obliterando la maggiore afflittività che la condotta ha per l'essere stata commessa tra soggetti che hanno avuto una relazione affettiva.

Il d.l. 93/2013, convertito nella l. 119/2013, invece, introducendo in anticipo nell'ordinamento interno alcune previsioni della Convenzione di Istanbul del Consiglio d'Europa del 11 maggio 2011 sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (in vigore in realtà soltanto dal 1. 8. 2014 quando è stata ratificata dal numero minimo di dieci stati contraenti), ha iniziato ad agire soprattutto sul versante del trattamento processuale dei reati espressione di violenza di genere rafforzando la posizione processuale della vittima del reato e disegnando un modello di processo per i reati commessi con violenza alla persona sensibilmente diverso rispetto a quello ordinario.

È stato modificato l'art. 299, comma 3, c.p.p., introducendo l'obbligo per la parte che chiede la revoca o la modifica della misura cautelare in una fase successiva all'interrogatorio di garanzia di notificare previamente la sua richiesta alla vittima in modo che questa possa, entro due giorni, presentare deduzioni al giudice. Sono stati poi modificati anche gli artt. 415-bis c.p.p. e 408 c.p.p., prevedendo l'obbligo di notificare alla vittima l'avviso di conclusione (soltanto per i maltrattamenti e lo stalking) e la richiesta di archiviazione (per tutti i reati commessi con violenza alla persona), in modo da consentire alla vittima di venire a conoscenza delle determinazioni assunte dal p.m. a conclusione delle indagini preliminari.

Per effetto di queste nuove previsioni la vittima dei reati di violenza di genere non è più esposta al rischio di vedersi avvicinare dall'autore del reato senza essere stata previamente informata che è stata avviata la procedura di revoca della misura cautelare in essere e senza aver avuto la possibilità di interloquire per iscritto prima della decisione del giudice, e non è più esposta al rischio di non venire a sapere che le indagini preliminari sul conto dell'autore del reato sono terminate e di non conoscerne l'esito.

La tutela cautelare è stata poi ulteriormente implementata dall'art. 90-ter c.p.p., introdotto dal successivo d.lgs. 15 dicembre 2015, n. 212, recante “attuazione della direttiva 2012/29/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 25 ottobre 2012, che istituisce norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato e che sostituisce la decisione quadro 2001/220/GAI”, che ha previsto l'obbligo di comunicare alla vittima di reato commesso con violenza alla persona, che ne abbia fatto richiesta, i provvedimenti di scarcerazione e cessazione di misura di sicurezza detentiva, l'evasione dell'imputato, del condannato, o dell'internato, salvo vi sia un pericolo concreto di danno per l'autore del reato, norma che amplia ancora di più la tutela processuale della vittima, perché se l'art. 299, comma 3, c.p.p. prevede l'obbligo di notificare (a monte) le richieste di revoca o sostituzione della misura, l'art. 90-ter c.p.p. dispone l'obbligo di notiziare anche (a valle) della avvenuta scarcerazione.

Il meccanismo dell'art. 90-ter c.p.p. verrà poi successivamente ulteriormente implementato dall'art. 15 della l. 69/2019, in cui si dispone che questa comunicazione debba essere data d'ufficio, e non su richiesta, quando si procede per i delitti previsti dagli artt. 572, 609-bis, 609-ter, 609-quater, 609-quinquies, 609-octies, 612-bis e 612-ter c.p., 582 e 583-quinquies c.p.  quando aggravati ai sensi degli artt. 576, comma 1, numeri 2, 5 e 5.1, e 577, comma 1, numero 1, e comma 2, c.p..

La legge sul “codice rosso” e la corsia preferenziale nelle indagini preliminari

La l. 69/2019, ha ulteriormente perfezionato la disciplina penale e processuale penale dei reati espressione di violenza di genere muovendosi, in particolare, su tre direttrici principali:

-l'ulteriore incremento della risposta sanzionatoria sul piano del diritto penale sostanziale;

-la velocizzazione della fase delle indagini preliminari;

-il rafforzamento della tutela cautelare in corso di processo.

I nuovi reati introdotti dalla l. 69/2019

Sul piano penale sostanziale, il legislatore della l. 69/2019 anzitutto introduce quattro nuovi reati:

-  il delitto di costrizione o induzione al matrimonio,

- il delitto di deformazione dell'aspetto della persona,

- il delitto di diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti,

-  il delitto di violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare o di avvicinamento alla persona offesa.

 

Dell'art. 558-bis c.p., che introduce il delitto di costrizione o induzione al matrimonio,  va evidenziata, in particolare, la disposizione sulla giurisdizione, che introduce un'ulteriore ipotesi di perseguibilità secondo la legge italiana di fatti commessi all'estero a quelle già previste dall'art. 7 c.p., disponendo che «le disposizioni del presente articolo si applicano anche quando il fatto è commesso all'estero da cittadino italiano o da straniero residente in Italia ovvero in danno di cittadino italiano o di straniero residente in Italia». In base alle regole generali elaborate sulla norma dell'art. 7 c.p. non sarà necessaria la condizione obiettiva di punibilità della presenza dell'autore del reato nel territorio dello Stato, il giudizio si estenderà anche ai concorrenti all'estero, e non sarà precluso dall'essere stato effettuato già un giudizio nel paese in cui è avvenuto il fatto attesa la inesistenza nel sistema processuale penale di un principio de ne bis in idem internazionale (cfr. per tutti Cass. pen., sez. II, 21 maggio 2013, n. 40533), a meno che non si tratti di giudizio effettuato in un paese dell'Unione europea, operando a quel punto il limite dell'art. 50 della Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione Europea.

In ordine al trattamento processuale:

-  il reato è procedibile d'ufficio;

-  è ammesso l'arresto facoltativo in flagranza;

-  sono consentite misure cautelari, anche quella carceraria;

-  è astrattamente ammissibile l'applicazione dell'istituto della particolare tenuità del fatto, salvo che nel reato commesso in danno dell'infraquattrodicenne;

-  non è applicabile l'istituto della messa alla prova.

 

Del delitto di «Deformazione dell'aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso», previsto dall'art. 583-quinquies c.p., va evidenziato che  si tratta di fatto che, in realtà, era già previsto dalla legge come reato dal combinato disposto degli artt. 582 e 583, co. 2, n. 4, c.p., norma quest'ultima che è stata conseguentemente abrogata.

Il legislatore ha scelto di spostare la sanzione di questo comportamento dal vecchio art. 583, co. 2, n. 2, c.p. al nuovo art. 583-quinquies c.p. ; la ratio della scelta legislativa va rinvenuta non tanto nell'aumento della pena edittale, che pure ha accompagnato la novella, ma nella volontà di trasformare il comportamento in esame in fattispecie penale autonoma rispetto al reato base di lesioni volontarie dell'art. 582 c.p. (alla stregua di quanto avvenne in occasione dell'introduzione dell'art. 624-bis c.p.; cfr. per tutte Cass. pen., sez. IV, 14 gennaio 2009 n. 43452), e quindi di sottrarre l'aggravante della deformazione del viso al giudizio di bilanciamento previsto dall'art. 69 c.p., che consentiva attraverso una qualsiasi attenuante di tornare alla mite cornice edittale del reato base di lesioni volontarie.

In ordine al trattamento processuale:

-  il reato è procedibile d'ufficio;

-  è ammesso l'arresto facoltativo in flagranza;

-  sono consentite misure cautelari, anche quella carceraria;

-  non è applicabile l'istituto della particolare tenuità del fatto;

-  non è applicabile l'istituto della messa alla prova.

 

Dell'art. 612-ter c.p., che introduce il reato di «Diffusione illecita di
immagini o video sessualmente espliciti», va evidenziato che  per scelta legislativa la condotta è punita sia quando posta in essere da persona che ha partecipato alla realizzazione del video o del fotogramma (comma 1) sia quando perpetrata da persona estranea, che, in ipotesi, potrebbe non aver mai avuto contatti diretti con la vittima del reato (comma 2). C'è però una differenza importante tra le due fattispecie. La seconda previsione, che sul piano strettamente oggettivo, potrebbe aumentare in modo sensibile l'ambito di applicazione di tale nuovo reato (in quanto, in conformità ai principi generali, la mera accettazione del rischio della mancanza di consenso di una delle persone rappresentate nei fotogrammi o nel video sarebbe sufficiente ad integrare il dolo del reato in esame), infatti, è stata limitata dall'introduzione in essa del dolo specifico del “fine di recare nocumento”, che non è presente, invece, nella fattispecie del primo comma.

Per entrambe le fattispecie sono previste una aggravante ad effetto ordinario (l'essere stato commesso il fatto da persona che è, o è stata, legata alla vittima da relazione affettiva o l'essere stato commesso il fatto con strumenti informatici o telematici, comma 3) e una ad effetto speciale (l'essere stato commesso il fatto in danno di persona in condizioni di inferiorità fisica o psichica o di donna in gravidanza, comma 4).

Il regime della procedibilità (comma 5) è modellato sulla falsariga di quello del delitto di atti persecutori, in quanto il reato è di regola procedibile a querela, che può essere presentata entro sei mesi, e può essere oggetto solo di remissione processuale (che, come evidenziato sopra nel paragrafo dedicato al reato di atti persecutori, può avvenire, in realtà, anche davanti ad un ufficiale di polizia giudiziaria), ed è procedibile d'ufficio solo nelle ipotesi dell'aggravante ad effetto speciale o della connessione con fatto procedibile d'ufficio, che renda, quindi, non evitabile il c.d. strepitus fori.

In ordine alle ulteriori questioni sul trattamento processuale:

- è ammesso l'arresto facoltativo in flagranza;

- sono consentite misure cautelari, anche quella carceraria;

- non è applicabile l'istituto della particolare tenuità del fatto;

- non è applicabile l'istituto della messa alla prova.

Del nuovo delitto di «Violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare o di avvicinamento alla persona offesa», previsto dall'art. 387-bis c.p., va, invece, evidenziato che la violazione delle misure cautelari personali disposte nel processo penale, per regola generale, non è assistita da sanzione penale, potendo essere sanzionata solo all'interno dello stesso processo in cui la misura è stata disposta attraverso ordinanza di aggravamento della stessa. L'unica tipologia di misure cautelari, la cui violazione è da sempre presidiata da sanzione penale, era costituita dalle misure cautelari custodiali, la cui violazione integra il reato di evasione dell'art. 385 c.p..

Con l'introduzione dell'art. 387-bis c.p., invece, l'allontanamento dalla casa familiare ed il divieto di avvicinamento alla persona offesa diventano le prime misure cautelari non custodiali a godere di tutela penale in caso di violazione.

Nelle intenzioni del legislatore la nuova norma penale dovrebbe rendere più efficace la tutela cautelare nei reati espressioni di violenza di genere. Peraltro, per il nuovo reato dell'art. 387-bis c.p. non è ammesso l'arresto in flagranza, e non sono possibili misure cautelari di alcun tipo, talchè la effettività della tutela contro le violazioni di questo tipo di misure continuerà ad essere affidata in modo più efficace all'aggravamento della misura cautelare violata nel procedimento originario in cui la stessa era stata disposta.

La nuova norma penale dell'art. 387-bis c.p. sconta anche un difetto di tassatività della descrizione della fattispecie. Il legislatore della l. 69/2019, infatti, non ha descritto in modo completo il comportamento integrante reato, ma si è limitato a richiamare per relationem i provvedimenti degli artt. 282-bis, 282-ter, 384-bis c.p., che però sono delle ordinanze che possono avere anche un contenuto complesso, potendo essere affiancata la disposizione principale da statuizioni accessorie, come l'ingiunzione di pagamento di un assegno periodico ex art. 282-bis, comma 3, c.p.p., il divieto di comunicare con qualsiasi mezzo con la vittima dell'art. 282- ter, comma 3, c.p.p., la cui violazione, a prima lettura, sembrerebbe integrare anch'essa il nuovo precetto penale, atteso che lo stesso sanziona in modo generico la violazione de “gli obblighi o i divieti derivanti dalla ordinanza cautelare”.

In ordine alle ulteriori questioni sul trattamento processuale:

- il reato è procedibile d'ufficio;

- è applicabile l'istituto della particolare tenuità del fatto;

- è applicabile l'istituto della messa alla prova.

La riscrittura del reato di maltrattamenti operata dalla l. 69/2019 ed il nuovo trattamento della violenza assistita

Tra gli altri interventi di diritto sostanziale previsti dal disegno di legge sul c.d. codice rosso, ed entrati poi nella versione definitiva, della legge vi è la nuova riscrittura del reato di maltrattamenti dell'art. 572 c.p. .

Il reato dell'art. 572 c.p. è stato più volte ritoccato negli interventi legislativi che hanno sanzionato il fenomeno del femminicidio, essendo stato modificato dalla l. 1 ottobre 2012, n. 172 (che ha riscritto la norma, estendendola anche ai fatti commessi tra meri conviventi, ed ha raddoppiato i termini di prescrizione), e dal d.l. 14 agosto 2013 n. 93 (che ha eliminato formalmente l'aggravante del fatto commesso in presenza di minori, spostandola in realtà nelle aggravanti comuni dell'art. 61 c.p.). Questo secondo intervento normativo viene adesso smentito a distanza di quasi sei anni, perché con l'art. 9 della l. 69/2019 il legislatore reintroduce nell'art. 572 c.p. l'aggravante speciale del reato commesso in danno dei minori, con due particolarità rispetto al regime preesistente alla novella del 2013, ovvero che la nuova aggravante è ad effetto speciale mentre quella preesistente era ad effetto ordinario, e che della nuova aggravante fa parte non solo il fatto commesso in danno del minore ma anche quello meramente avvenuto in sua presenza, sanzionando in questo modo anche la c.d. violenza assistita, circostanza ribadita in modo esplicito anche dal neointrodotto co. 4 dell'art. 572 c.p. che dispone espressamente che il minore che assista a fatti di maltrattamento è persona offesa in proprio.

 

 

 

Il nuovo regime della sospensione condizionale della pena introdotto dalla l. 69/2019

Nel tentativo di rendere più efficace la risposta penale ai fenomeni di violenza di genere la l. 69/2019 modifica anche i presupposti per la concessione della sospensione condizionale in caso di condanna per i reati degli artt. 572, 609-bis609-ter609-quater609-quinquies609-octies612-bis c.p., nonché per il reato aggravato di lesioni volontarie, anche mediante deformazione del viso, introducendo all'art. 6 un regime che deroga a quello generale, ed in cui si dispone che «la sospensione condizionale della pena è comunque subordinata alla partecipazione a specifici percorsi di recupero presso enti o associazioni che si occupano di prevenzione, assistenza psicologica e recupero di soggetti condannati per i medesimi reati».

Si tratta di previsione che di per sé è compatibile con il sistema. La sospensione condizionale della pena subordinata ad obblighi è, infatti, ammessa per effetto della regola generale dall'art. 165, comma 1, c.p.; inoltre, già per i reati di peculato, concussione, induzione indebita e corruzione, la l. 27 maggio 2015 n. 69 aveva stabilito che si potesse concedere la sospensione condizionale solo subordinatamente ad obblighi (in quel caso, di restituzione) posti a carico del condannato.

La condizione che il giudice è tenuto ad apporre alla sospensione ex art. 163 c.p. rischia, però, di essere affidata alla totale discrezionalità del giudice stesso, in quanto la previsione della novella si limita ad imporre «la partecipazione a specifici percorsi di recupero presso enti o associazioni che si occupano di prevenzione, assistenza psicologica e recupero di soggetti condannati per i medesimi reati» senza prevedere quanto debba durare il corso (il termine massimo, in difetto di indicazioni del giudice, è quello di durata della sospensione, e quindi cinque anni; cfr. sul punto Cass. pen., sez. V, 8 novembre 2018, n. 9855) e quale debba esserne il contenuto minimo, anche in termini di orari e di periodicità della frequenza.

Conformemente all'interpretazione giurisprudenziale emersa in punto di sospensione condizionale della pena condizionata all'obbligo di prestazione di attività non retribuita in favore della collettività

(cfr. Cass. pen., n. 9855/2008 appena citata), prima di procedere all'eventuale revoca del beneficio il giudice dell'esecuzione dovrà procedere alla verifica dell'esigibilità della prestazione medesima, e solo successivamente all'esito positivo della stessa, valutare il grado di collaborazione prestato dal condannato per soddisfare l'obbligo cui sia stato subordinato il beneficio.

 

Le norme acceleratorie delle indagini preliminari introdotte dalla l. 69/2019

L'altra direttrice comune a tutte le legislazioni che si sono succedute sul femminicidio, e che è stata ulteriormente perfezionata dal c.d. codice rosso, è il tentativo di accelerazione del processo penale.

In particolare, già la seconda legge sul femminicidio, il d.l. n. 93/ 2013, aveva:

-  modificato l'art. 132-bis delle disp. att. c.p.p.  in materia di formazione di ruoli d'udienza, inserendo i reati degli artt. 572, 612-bis, e quelli degli artt. da 609-bis a 609-octies c.p, tra quelli cui deve essere assicurata “priorità assoluta” (regola, peraltro, puramente ordinatoria e priva di efficacia cogente, come evidenziato, in riferimento ad altri reati ricompresi nell'elenco, da Cass. pen., sez. II, 26 settembre 2007 n. 39784);

-  modificato l'art. 406 c.p.p. in punto di proroga del termine delle indagini preliminari, permettendo per i reati degli artt. 572 e 612-bis c.p.p. soltanto una proroga del termine, e quindi, implicitamente disponendo per questo tipo di reati che l'indagine preliminare non potesse durare più di un anno dal momento dell'iscrizione del nominativo dell'indagato nel registro notizia di reato.

Questa seconda previsione, destinata a velocizzare non il processo, ma le indagini preliminari, presentava, però, dei limiti, sia in quanto il termine di un anno decorre dalla iscrizione della notizia di reato, che a sua volta dipende dalla trasmissione della stessa all'autorità giudiziaria, sia in quanto la esistenza di un termine massimo della indagine preliminare poteva andare anche a detrimento dello stesso accertamento della responsabilità del fatto qualora l'indagine non fosse stata svolta in modo sollecito ed i termini fossero scaduti senza compiere parte degli accertamenti, tra essi in particolare l'audizione della vittima.

Per superare questi problemi la l. 69/2019 detta ulteriori previsioni acceleratorie, concentrate stavolta sulla fase iniziale dell'indagine preliminare. È stato, in particolare, disposto:

-  l'obbligo di immediata comunicazione orale della notizia di reato all'autorità giudiziaria per i delitti previsti dagli artt. 572, 609-bis, 609-ter, 609-quater, 609-quinquies, 609-octies, 612-bis e 612-ter c.p., 582 e 583-quinquies c.p.  quando aggravati ai sensi degli artt. 576, comma 1, numeri 2, 5 e 5.1, e  577, comma 1, numero 1, e  comma 2, c.p. (art. 1);

-  l'obbligo di assumere le dichiarazioni della vittima entro 3 g. dalla iscrizione della notizia di reato per i medesimi reati, salvo esigenze di tutela della vittima o di riservatezza dell'indagine (art. 2);

-  l'obbligo per la polizia giudiziaria di evadere senza ritardo le deleghe di indagine per i medesimi reati e di trasmettere senza ritardo all'autorità giudiziaria la documentazione dell'evasione della delega (art. 3).

Le norme degli artt. 1 e 3 prevedono, peraltro, termini generici (“immediata”, “senza ritardo”), da ritenersi meramente sollecitatori.

In ordine, invece, all'unica previsione che prevede un termine cogente, quella dell'art. 2 sul termine di tre giorni entro cui assumere le dichiarazioni della vittima, va precisato che pur essendo stata inserita tale previsione nell'art. 362 c.p.p. (in particolare nel comma 1- ter), che è la norma dedicata all'assunzione di informazioni da parte del pubblico ministero, si tratta di adempimento delegabile alla polizia giudiziaria, perché l'art. 370 c.p.p. prevede il potere generale del p.m. di delegare alla polizia giudiziaria il compimento di singoli atti di indagine, salvo quelli che la legge processuale riserva al p.m. (ad esempio, l'interrogatorio dell'indagato che non sia in stato di libertà), e questa norma non è stata modificata in occasione dell'introduzione del comma 1 ter appena citato.

Inoltre, in base all'elaborazione giurisprudenziale avvenuta su altri istituti processuali che prevedono un termine per assumere atti d'indagine, il verbale di dichiarazioni della vittima assunto fuori termine deve ritenersi non utilizzabile a favore dell'accusa (cfr. Cass. pen., sez. IV, 9 gennaio 2018, n. 6497 in punto di interrogatorio reso fuori dal termine dei 30 gg. previsto dall'art. 415 bis, co. 4, c.p.p.), ma in concreto l'inutilizzabilità non inciderà sul processo perché non colpirà le dichiarazioni rese successivamente in dibattimento (cfr. Cass. pen., sez. II, 10 luglio 2018 n. 34240 sulle dichiarazioni del collaboratore di giustizia rese oltre i 180 gg.) e non potrà essere dedotta in abbreviato non trattandosi di caso di assunzione di prova vietata dalla legge (cfr. Cass. pen., sez. VI, 24 ottobre 2017, n. 4694 ).

Il rafforzamento della tutela cautelare

L'altra direttrice dell'intervento operato sul processo penale dal legislatore della l. 69/2019, anche questa comune alle precedenti leggi sul femminicidio, è quella del rafforzamento della tutela cautelare.

Il d.l. 11/2009 aveva, infatti, innovato nella materia delle misure cautelari introducendo la nuova misura del divieto di avvicinarsi alla persona offesa previsto dall'art. 282- ter c.p.p., e stabilendo obblighi di comunicazione alla persona offesa dei provvedimenti previsti dagli artt. 282-bis e 282-ter c.p.p.; il d.l. 93/2013 aveva agito sulla tutela cautelare ammettendo per il reato “spia” di lesioni volontarie lievissime in danno del coniuge la misura cautelare dell'allontanamento dalla casa familiare ex art. 282-bis c.p.p. in deroga ai limiti edittali di pena necessari per le misure cautelari, e prevedendo l'obbligo di previo contraddittorio scritto con la vittima in occasione delle istanze di revoca o sostituzione di misura cautelare, che devono essere notificate alla vittima che ha la possibilità di dedurre su tali richieste.

Il codice rosso aumenta ulteriormente la tutela cautelare della vittima del reato, atteso che:

  - la violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare o di avvicinamento alla persona offesa diventa reato, come già evidenziato sopra riferendo del nuovo art. 387-bis c.p.;

  - diventa obbligatoria la comunicazione alla vittima ex art. 90-ter c.p.p. dell'avvenuta scarcerazione dell'imputato, condannato, o internato, per un reato di violenza di genere, o dell'evasione dello stesso;

  - viene prevista la possibilità di applicare il c.d. braccialetto elettronico anche agli indagati cui sia stata applicata la misura del divieto di avvicinarsi alla persona offesa.

Conclusioni

La nuova disciplina introdotta dal codice rosso si concentra, quindi, essenzialmente sulla tutela della vittima in corso di processo. Al di là dell'inserimento di alcune nuove fattispecie di reato (costrizione o induzione al matrimonio, deformazione dell'aspetto della persona, revenge porn) che sono nate da casi di cronaca, ed in cui il legislatore ha cercato di non farsi scavalcare dai nuovi problemi posti dalla modernità, l'interesse del legislatore della l. 69/2019, infatti, è stato diretto a tutelare la vittima la cui vicenda è già portata all'attenzione dell'autorità giudiziaria, ed eventualmente anche già protetta da una misura cautelare disposta in corso di procedimento penale.

Da un certo punto di vista, si può anche sostenere che il legislatore della l. 69/2019 abbia avuto ben presente il deficit di effettività che caratterizza il nostro processo penale, che non tutela la vittima di reato in corso di processo, salvo che si ricorra alla custodia cautelare in carcere, che però, per espressa disposizione dell'art. 275, comma 3, primo periodo, c.p.p., può essere disposta solo quando le altre misure si rivelino inidonee, e quindi, in questa tipologia di reati raramente può essere disposta in prima battuta.

In realtà, pur essendo apprezzabile lo sforzo di velocizzazione delle indagini preliminari voluto dalla l. 69/2019, va detto che nell'attuale assetto del codice di procedura penale il processo in “tempo zero” non esiste, e che quindi, per la tipologia dei reati commessi con violenza di genere, che non richiedono una organizzazione particolarmente elaborata ed una ideazione prolungata, e che possono essere commessi, ed anzi di solito sono commessi, da una persona sola sotto la spinta di un impulso emotivo senza strumenti materiali, o comunque con strumenti materiali di agevole ed immediata reperibilità (come coltelli o altro), il rischio che la vittima di reato sia destinataria in corso di processo di una ulteriore condotta violenta ad opera dello stesso soggetto non è stato annullato del tutto.

La stessa utilizzazione del braccialetto elettronico anche nei confronti dei soggetti cui è stata applicata misura cautelare non custodiale, che è di gran lunga la previsione di maggiore utilità per la tutela delle esigenze della vittima del reato, consentendo di conoscere in tempo quasi immediato gli spostamenti del soggetto sottoposto a misura, può non essere sufficiente in situazioni in cui l'autore del reato, pur essendo destinatario di divieto di avvicinamento, sia rimasto a vivere, come quasi sempre succede, in immediata prossimità dei luoghi frequentati dalla vittima.

Da questo punto di vista, forse il legislatore avrebbe dovuto fare uno sforzo ulteriore, rompere in modo più ardito con la previsione generale dell'art. 277 c.p.p., che informa di sé anche la disciplina di ciascuna specifica misura cautelare, secondo cui la modalità di esecuzione della misura deve salvaguardare anche le esigenze del soggetto ad essa sottoposto, ed introdurre per la prima volta misure coercitive non custodiali recanti obblighi positivi (come quello di trasferirsi in altra città lontana un numero sufficiente di chilometri da quello in cui si svolge la vita della vittima) alla inosservanza dei quali, ferma la valutazione di proporzionalità ed adeguatezza del giudice fatta caso per caso ex art. 275, comma 1, c.p.p. (attesa l'estrema diffidenza della giurisprudenza costituzionale sulla possibilità per il legislatore di disporre una volta per tutte ope legis presunzioni di inadeguatezza di misure non custodiali per titolo di reato, cfr. Corte Cost. nn. 265/2010, 231/2011, 331/2011, 110/2012, 213/2013, 232/2013, 48/2015), potrebbe scattare una misura di tipo custodiale.

 

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