Focus

Codice Rosso. Come cambia la tutela delle vittime di violenza domestica e di genere con la legge 69/2019

Sommario

La corsia preferenziale per i reati “spia” della degenerazione delle relazioni strette | Il pericolo cautelare | Le altre modifiche al codice di rito | Le modifiche al codice penale | Le misure di prevenzione |

La corsia preferenziale per i reati “spia” della degenerazione delle relazioni strette

Allarme da “codice rosso”: regole senza sanzione. Le norme istitutive del c.d. codice rosso sono dirette a precostituire una corsia preferenziale per reati “spia” della crisi delle relazioni strette: si tratta dei reati previsti dagli artt. 572, 609-bis, 609-ter, 609-quater, 609-quinquies, 609-octies, 612-bis, 612-ter, 582 e 583-quinquies se aggravati ai sensi degli artt. 576 primo comma numeri 2, 3, 5 e 5.1. e 577 primo comma numero 1 e secondo comma numero 1, e secondo comma del codice penale.

Si tratta di un elenco che è solo in parte coincidente con quello dei reati che generano la “vulnerabilità presunta” della vittima, indicati nell'elenco contenuto negli artt.351, comma 1-ter e 392,comma 1-bis, c.p.p. (richiamato dall'art. 362, comma 1-bis, c.p.p.), cui è riservato uno statuto speciale di raccolta della testimonianza: il reato di diffusione di immagini sessuali, il reato di deformazione permanente del volto, e le lesioni aggravate non sono compresi nell'elenco dei reati cui è associata la vulnerabilità “tipica” della vittima, sicché in relazione a tali fattispecie l'attivazione delle garanzie che il codice riserva ai dichiaranti in condizione di particolare vulnerabilità deve essere valutata caso per caso sulla base dei parametri previsti dall'art. 90 quater c.p.p.

L'obiettivo del testo di legge è quello di creare una corsia celere - di fatto preferenziale –, riservata ai reati che segnalano gravi crisi relazionali, che rivelano un elevato pericolo di reiterazione delle devianze e un grave rischio per la persona e di contrastare il ritardo nella presa in carico di indagini che non sono finalizzate solo alla verifica della responsabilità, ma anche a garantire la tutela del diritto alla vita dell'offeso.

Emblematico, in materia, è il caso Talpis che si è concluso con la condanna dell'Italia per la violazione dell'art. 2, 3 e 14 della Convenzione Edu (Corte Edu, Prima Sezione – sentenza 2 marzo 2017 (ricorso n. 41237/14): in quel frangente è stata censurata l'inerzia dell'autorità italiane di fronte alle reiterate denunce di una vittima di violenze familiari che aveva condotto ad un epilogo tragico (ovvero all'omicidio del figlio della donna perseguitata e al tentato omicidio di quest'ultima); la Corte di Strasburgo ha ritenuto violato sia il diritto alla vita, che quello a non subire trattamenti inumani e degradanti, identificati nei maltrattamenti patiti dalla vittima a causa della perdurante inerzia delle autorità statali e nella omessa attivazione dei presidi di tutela dei vulnerabili; inoltre il venir meno dello Stato all'obbligo di protezione delle donne contro le violenze domestiche ha condotto la Corte europea a ravvisare una violazione del diritto alla non discriminazione.

L'obiettivo di creare un obbligo di immediata attivazione delle indagini per i reati a “codice rosso”

è stato tuttavia attuato attraverso la introduzione di “regole senza sanzione” il che rischia di vanificarne l'efficacia: la violazione delle regole monitorie e del termine ordinatorio dei tre giorni entro i quali devono essere assunte le dichiarazioni dell'offeso, ha infatti solo un effetto extraprocessuale, dato che può generare un procedimento disciplinare a carico del pubblico ministero o dell'ufficiale di polizia giudiziaria cui sia addebitabile la violazione.

Nell'ordine si è previsto:

  • che la comunicazione della notizia di reato sia fornita «immediatamente ed anche in forma orale»,
  • che la raccolta delle dichiarazioni della persona offesa sia effettuata dal pubblico ministero entro tre giorni dall'iscrizione della notizia di reato «salvo che sussistano imprescindibili esigenze di tutela dei minori di anni diciotto o della riservatezza delle indagini, anche nell'interesse della persona offesa»,
  • che gli delegati alla polizia giudiziaria dal pubblico ministero siano effettuati “senza ritardo” ed altrettanto tempestivamente trasmessi al pubblico ministero.

Di seguito, nel dettaglio, le novità.

La comunicazione orale della notizia di reato. È stato previsto che la notizia dei reati a codice rosso deve essere trasmessa alle Procure oltre che senza ritardo, anche oralmente.

Si tratta di una norma monitoria e funzionale all'accelerazione dell'attivazione delle indagini.

È prevedibile che la comunicazione orale resti confinata ai casi di intervento della polizia giudiziaria in flagranza di reato, con probabile estensioni ai casi in cui le vittime si presentino a rendere allarmanti denunce presso i presidi di polizia.

La specificità dell'intervento richiesto alle Procure in caso di ricezione della notizia orale, consiglierebbe, almeno negli uffici di grandi dimensioni, di istituire un “turno” affidato a magistrati con competenze specialistiche: alla ricezione della notizia di reato deve infatti seguire, oltre che l'immediata iscrizione nel registro, anche la tempestiva raccolta delle dichiarazioni della vittima, da effettuare, trattandosi quasi in ogni caso di persone vulnerabili con l'intervento dello psicologo (art. 351, comma 1-ter, 362 comma 1-bis,c.p.p.).

Come si è già rilevato, infatti, la maggior parte dei reati da “codice rosso” è inserito nell'elenco di quelli la cui vittima è a vulnerabilità presunta (art. 351, comma 1-ter, c.p.p); quanto ai reati da “codice rosso” non inseriti in tale elenco (ovvero le lesioni aggravate la deformazione permanente del volto e la diffusione di immagini sessuali), dovrà essere valutato in concreto se gli stessi sono idonei a generare vulnerabilità “atipica” sulla base dei parametri previsti dall'art.90 quater c.p.p. Anche l'esperto-psicologo al quale deve essere conferito l'incarico di consulenza, deve essere immediatamente reperibile, circostanza che consiglia, anche in questo l'istituzione di un apposito turno di reperibilità.

 

La raccolta delle dichiarazioni della vittima entro tre giorni. Si tratta della norma di maggiore impatto, perché non si limita a indurre un semplice monito all'accelerazione delle indagini, ma impone, seppure con norma priva di sanzione, un protocollo investigativo di matrice legislativa derogabile solo quando emerga la necessità di tutelare i minori o la riservatezza delle indagini.

La raccolta delle dichiarazioni è affidata al “pubblico ministero”, ma l'atto può essere delegato alla polizia giudiziaria che deve effettuarlo, documentarlo e trasmetterlo “senza ritardo”, in ossequio alle indicazioni contenute nel medesimo testo di legge.

Il protocollo di indagine legislativo prevede deroghe sia quando emerga la necessità di tutelare i minori, sia quando sia opportuno garantire più a lungo la riservatezza delle indagini.

Non sempre infatti la raccolta immediata delle dichiarazioni si profila come la migliore scelta investigativa: si pensi, a titolo esemplificativo, al caso in cui la denuncia dei maltrattamenti provenga da una persona estranea alla relazione degenerata e che la persona offesa sia soggiogata, non collaborativa e, dunque, non disposta a rendere alcuna dichiarazione accusatoria. Particolarmente problematica è, poi, la raccolta delle dichiarazioni delle vittime minori specie se in età prescolara, che di regola viene effettuata affidando al tecnico psicologo non solo la mediazione nella raccolta delle dichiarazioni, ma anche la valutazione della capacità a testimoniare, ovvero l'identificazione e l'analisi dello stadio evolutivo della personalità del dichiarante, con particolare riguardo alla valutazione delle capacità cognitive e della propensione alla suggestione sia “generica”, che “specifica” (ovvero quella orientata nei confronti di persone determinate). La complessità della raccolta della testimonianza in tali casi potrebbe non conciliarsi con il termine di tre giorni previsto dalla novella: l'evenienza è stata infatti considerata dal legislatore, dato che, come anticipato, ha previsto una deroga al protocollo legislativo d'indagine proprio nei casi in cui emerga la necessità di tutelare il minore.

Deroghe sono previste anche per garantire la «riservatezza dell'attività investigativa»: invero la raccolta precoce della testimonianza dell'offeso potrebbe danneggiare la raccolta delle prove nei casi in cui la vittima sia soggiogata e dipendente dall'autore e non intenda collaborare; o in quelli, non infrequenti, in cui la raccolta delle dichiarazioni si profili come elemento di prova non immediatamente indispensabile: si pensi all'emersione di una grave degenerazione della relazione emersa da intercettazioni disposte in altro procedimento, ovvero ad un caso in cui la raccolta della testimonianza della vittima, ignara dell'avvio del procedimento, potrebbe tradursi in una inopportuna discovery anticipata del procedimento. Ancora: si pensi al caso in cui la vittima sia coinvolta in una relazione particolarmente stretta con il presunto autore del reato, e che le modalità del rapporto rendano pericolosi per l'incolumità del dichiarante allontanamenti ingiustificati dal luogo ove si svolge una “controllata” vita in comune.

Ciò detto, se non si versa in uno dei casi in cui emerge la necessità di derogare al protocollo legislativo d'indagine, la tempestiva raccolta delle dichiarazioni ha l'innegabile pregio di consentire la precoce verifica del “livello di gravità” dei fatti denunciati, indispensabile per predisporre eventuali presidi cautelari: l'esperienza insegna infatti che i più gravi delitti contro la persona trovano frequentemente genesi nella degenerazione di relazioni strette e dalla slatentizzazione di istinti violenti tipica dei microcosmi relazionali; le relazioni strette inducono infatti la amplificazione e distorsione delle emozioni e, se degenerano, producono un elevato rischio di consumazione di efferati delitti contro la persona.

I reati da “codice rosso” si insediano di regola proprio in ambienti relazionali patogeni, che generano nell'autore l'illusione di dominare delle zone franche nelle quali ogni sopraffazione è consentita.

La decodifica precoce dello stadio di crisi della relazione è, pertanto, un presidio di tutela necessario ed ineludibile.

La raccolta immediata delle dichiarazioni consente infatti di fotografare lo stato della crisi in un momento prossimo alla consumazione del reato “spia”, nonché di beneficiare della disponibilità della vittima a collaborare destinata a rientrare in relazione alla (spesso) apparente e transitoria normalizzazione della relazione criminogena.

La rilevanza dell'atto consiglia il ricorso alla video registrazione, forma documentazione utilizzabile ai sensi dell'art. 134, comma 4, c.p.p. “anche se non assolutamente necessaria” quando la persona offesa versa in condizioni di particolare vulnerabilità. Il ricorso alla videoregistrazione consente infatti di documentare non solo la comunicazione verbale, ma anche quella extraverbale, decisiva per la valutazione ella attendibilità intrinseca del dichiarante; tale forma di documentazione consente: a) la permanente possibilità di verificare la relazione tra intervistato ed intervistatore nel corso di un atto decisivo come quello della raccolta delle prime dichiarazioni dell'offeso; b) il vaglio dell'effetto inquinante prodotto dall'eventuale proposizione di domande suggestive; c) l'accrescimento delle possibilità di accesso ai riti alternativi, correlata al riconoscimento da parte dell'indagato della genuinità della prova raccolta che, se videoregistrata, è comunque sottoposta alla valutazione ed alle deduzioni difensive nel corso della intera progressione processuale.

Sia la conduzione dell'intervista che la sua valutazione richiedono alta competenza e specializzazione: le domande devono essere rivolte non solo a far emergere elementi utili per l'accertamento del fatto denunciato, ma anche gli indicatori della gravità e persistenza della crisi relazionale. Il testo di legge si fa carico di tale esigenza e prevede espressamente l'obbligo di attivazione di corsi specialistici per gli operatori di polizia, mentre per quanto riguarda i magistrati l'urgenza formativa è riservata alle iniziative della Scuola superiore della magistratura.

La raccolta delle dichiarazioni dell'offeso non esaurisce evidentemente gli oneri investigativi che gravano sul pubblico ministero, che deve tempestivamente attivare tutti i mezzi di ricerca della prova disponibili: dalla raccolta delle dichiarazioni delle persone informate, alle intercettazioni, alle ispezioni dello stato dei luoghi, alle perquisizioni, alle consulenze tecniche etc., nella consapevolezza che non sono stilabili protocolli investigativi rigidi e precostituiti dato che quando emerge un reato da “codice rosso”, spia di una pericolosa crisi relazionale, la progressione delle indagini deve sempre essere progettata in relazione alla specificità del singolo caso.

 

 

Fonte: ilpenalista.it

Il pericolo cautelare

Il testo in commento interviene anche sulla disciplina che regola le misure cautelari:

  • si introduce un nuovo reato previsto dall'art. 387-bis c.p. che punisce con la reclusione da sei mesi a tre anni chi viola gli obblighi previsti dalle misure indicate negli artt. 282-bis e 282-ter c.p.p. La pena non consente l'arresto facoltativo e l'applicazione di misure cautelari;
  • si estende al divieto di avvicinamento previsto dall'art. 282-ter c.p.p. la possibilità di controllo attraverso il braccialetto elettronico;
  • si interviene sull'art. 282-quater c.p.p estendendo l'obbligo di comunicazione dei provvedimenti cautelari previsti dagli artt. 282-bis e 282-ter c.p.p. oltre che alla «parte offesa» (dizione errata dato che la persona offesa non è parte del procedimento fino alla eventuale costituzione di parte civile) ed ai servizi socio assistenziali del territorio, anche al «difensore della persona offesa», ove nominato;
  • si interviene anche sull'art. 275, comma 2-bis, c.p.p eliminando, anche in relazione alla nuova fattispecie prevista dall'art. 612 ter c.p., che colpisce la diffusione senza consenso di immagini sessualmente esplicite, il limite della prevedibile inflizione di una pena inferiore ai tre anni all'esito del giudizio, prognosi che altrimenti sarebbe ostativa alla applicazione della custodia in carcere.

I reati da “codice rosso” hanno la caratteristica di essere associati ad un pericolo cautelare particolarmente intenso, connotato dalla probabilità che la recidiva si indirizzi nei confronti della stessa vittima del reato sub iudice: si tratta di un pericolo di recidiva non solo “specifica”, ovvero relativa a reati omogenei a quello per il quale si procede, ma anche “personale”, ovvero diretta nei confronti della persona già colpita.

Il pericolo per l'incolumità personale generato dal decadimento degli equilibri relazionali nei microcosmi familiari (o parafamiliari) è un dato di esperienza acquisito; tuttavia si assiste ad una inspiegabile automatismo che associa al riconoscimento del pericolo di recidiva misure estremamente blande, quali il divieto di avvicinamento in luoghi frequentati dall'offeso o l'allontanamento dalla casa familiare (artt. 282-bis e 282-ter c.p.p.), ovvero di cautele integralmente rimesse alla autodisciplina della persona, non idonee a contenere le incoercibili esplosioni di violenza generate dal degrado delle relazioni strette. Nei casi più gravi le misure in questione producono addirittura un aggravamento del pericolo, dato che la ostensione degli atti correlata all'applicazione della misura monitoria rende nota la “reazione” dell'offeso espressa dalla denuncia, e scatena reazioni violente caratterizzate da movente punitivo.

Nel caso delle violenze domestiche e degli atti persecutori, ovvero dei reati che meglio di altri indicano l'esistenza di relazioni degradate, emerge con particolare nitidezza la distinzione ontologica del giudizio sulla responsabilità rispetto a quello cautelare: nonostante gli stessi non si distinguano per la massima gravità delle sanzioni, che sono di gran lunga inferiori, per fare un esempio, a quelle previste in materia di stupefacenti, ad essi può essere associato una straordinario pericolo per l'incolumità personale, che rende inadeguate, se non addirittura controproducenti, le misure previste dagli artt. 282-bis e 282-ter del codice di rito.

La tutela del diritto alla vita ed all'incolumità personale affidato che l'offeso con la denuncia affida all'autorità giudiziaria richiede che sia valutata tutta la gamma delle cautele disponibili e che si evitino irrazionali automatismi tra l'emersione di un reato da “codice rosso” e l'applicazione di misure integralmente affidate all'autodisciplina.

Pertanto la scelta di prevedere di un reato che colpisce la violazione degli obblighi correlati a tali misure, pur se progettato per aumentare la motivazione dell'indagato al rispetto della cautela, corre il rischio di alimentare la (già diffusa) prassi di associare in ogni caso le misure previste dagli artt. 282-bis e 282-ter c.p.p. ai reati da “codice rosso”: tale “cultura dell'automatismo cautelare” va invece combattuta e sostituita con la attenta decodifica del livello di crisi relazione cui deve corrispondere la scelta di misure dotate di corrispondente capacità contenitiva.

A ciò si aggiunge che la pena massima prevista per il nuovo reato (tre anni) non consente l'arresto in flagranza e l'applicazione di misure cautelari, circostanza che depotenzia la implicita finalità cautelare della novella.

Le altre modifiche al codice di rito

Le notifiche in caso di scarcerazione e sostituzione delle misure cautelari.

Diversi gli interventi in materia di comunicazione all'offeso della scarcerazione o della sostituzione delle misure cautelari:

  • si introduce un comma 1-bis nel corpo dell'art. 90-ter c.p.p. che prevede che i provvedimenti di “scarcerazione” e di “cessazione” della misura di sicurezza detentiva, l'evasione e la volontaria sottrazione dell'internato all'esecuzione della misura di sicurezza detentiva, sono “sempre” comunicati alla persona offesa dei reati da “codice rosso” oltre che al suo difensore, ove nominato;
  • si interviene sul comma 2-bis dell'art. 299 c.p.p. prevedendo che la i provvedimenti di revoca e sostituzione della misura cautelare imposta nei reati consumati con “violenza alla persona” siano immediatamente comunicati «alla persona offesa e, ove nominato, al suo difensore», laddove prima della novella la comunicazione era diretta esclusivamente al difensore e, solo in caso di sua assenza, alla persona offesa;
  • si modifica anche l'art. 659 c.p.p. prevedendo che la scarcerazione dei condannati per reati da “codice rosso” sia immediatamente comunicata dal magistrato di sorveglianza «alla persona offesa e, ove nominato, al suo difensore»

Si registra dunque un obbligo ineludibile di comunicazione, non condizionata da alcuna richiesta della persona offesa, dei casi in cui l'accusato dei reati da codice rosso torni in libertà, obbligo previsto senza condizioni dall'art. 90-ter c.p. che, ancora una volta, non risulta coordinato con l'art. 299, comma 2-bis, c.p.p., che prevede invece la comunicazione non solo delle revoche delle misure cautelare, ma anche delle semplici sostituzioni, ovvero di provvedimenti che non necessariamente si traducono nelle “scarcerazioni” indicate dall'art. 90-ter c.p.p.

A ciò si aggiunge il difetto di coordinamento tra l'art. 90 ter comma 1-bis che fa espresso riferimenti ai reati da “codice rosso” e l'art. 299, comma2-bis,c.p.p. che invece richiama i reati consumati con “violenza alla persona”: la giurisprudenza ha (faticosamente) individuato i reati consumati con “violenza alla persona” in quelli che consentono di ritenere esistente un pericolo di recidiva “personale”, ovvero rivolta nei confronti della stessa vittima del reato per cui si procede, area che, si sottolinea, si estende anche oltre quella dei reati da codice rosso investendo, ad esempio le estorsioni e le usure (da ultimo Cass. pen., Sez. II, 28 marzo 2019, n. 17336, Ambrogio).

Tale asincronia dovrebbe comunque essere agevolmente superata, tenuto conto del fatto che tutti i reati da “codice rosso” rientrano agevolmente nell'area semantica tracciata dalla giurisprudenza per individuare i reati consumati con violenza fisica o psicologica nei confronti della persona.

A ciò si aggiunge che la complessiva revisione del sistema delle notifica appare diretta a consentire la diretta informazione della persona offesa, dunque ad accrescere il coinvolgimento pieno ed immediato dell'offeso nel procedimento a prescindere dalla nomina del difensore.

 

La riedizione dibattimentale della testimonianza del minore. L'art. 190,comma 1-bis,c.p.p. nel testo antecedente alla novella prevedeva che quando si procede per i reati di cui agli artt. 609-bis, 609-ter, 609-quater e 609-octies c.p., ovvero per alcuni dei reati da “codice rosso”, oltre che per i reati previsti dagli artt. 600-bis, primo comma, 600-ter e 600-quater c.p. la rinnovazione in dibattimento della testimonianza del “minore di anni 16” e della “persona offesa in condizioni di particolare vulnerabilità” già raccolta in incidente probatorio era possibile solo se l'esame riguardava fatti e circostanze diverse da quelle oggetto della prima dichiarazione o nei casi (eccezionali) in cui la rinnovazione della testimonianza si rendeva necessaria in base a specifiche esigenze.

Il limite degli anni 16 era asincronico rispetto al resto della normativa codicistica che prevede un binario privilegiato per la raccolta delle dichiarazioni del minorenne e, in genere, della persona che versa in condizione di particolare vulnerabilità.

La novella ha eliminato la asimmetria con riguardo solo all'età, senza tuttavia aggiornare il catalogo dei reati ad alto impatto traumatico indicati nell'art. 190 bis, sarebbe stato infatti auspicabile un allineamento del catalogo a quello previsto dall'art. 351 comma 1 ter c.p.p. che indica i reati che generano vulnerabilità presunta e che consento l'accesso all'incidente probatorio, senza alcuna valutazione in concreto della vulnerabilità ed in assenza di pericolo di dispersione della prova.

Le modifiche al codice penale

La novella è intervenuta sulle forbici edittali dei maggiori reati da codice rosso innalzando in modo significativo le pene (anche nel minimo, il che rende effettivo l'aggravamento). Significativa la previsione di una aggravante speciale per il reato di maltrattamenti in famiglia consumato ai danni in presenza di un minore e la qualificazione ex lege del minore che assiste alla violenza familiare come “persona offesa”: chiarimento rilevante anche tenuto conto del nuovo obbligo di ascolto immediato delle vittime.

Rilevante anche l'intervento sulla procedibilità dell'art. 609-quater c.p., che diventa sempre d'ufficio: anche la notizia di reato proveniente da terzi consente dunque l'avvio delle indagini per i reati di atti sessuali con minorenne.

Significativa anche la valorizzazione della circostanza aggravante della consumazione del reato nei confronti di persona legata da relazione affettiva non correlata a stabile convivenza.

Di seguito la descrizione sintetica delle riforme.

I nuovi reati. Sono stati introdotti nuovi reati, oltre al già segnalato art. 397-bis c.p. che punisce la violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa, sono stati previsti:

  • il reato di costrizione o induzione al matrimonio (art. 558-bis c.p.): si punisce la costrizione, la violenza e l'induzione alla contrazione del vincolo matrimoniale fondata sull'abuso di posizione dominante o sull'approfittamento della condizione di vulnerabilità della vittima: la pena è da uno a cinque anni; si procede in Italia anche se il delitto è consumato all'estero sempre che la vittima o l'autore siano stranieri residenti in Italia o cittadini italiani.
  • La diffusione senza consenso della persona ritratta di immagini o video sessualmente espliciti (art. 612-ter c.p.): viene colpito sia chi realizza o sottrae immagini e video e poi li diffonde senza il consenso della vittima, sia chi, dopo averli ricevuti (senza averli realizzati o sottratti) li diffonde senza il consenso, al fine di creare nocumento all'offeso. Si tratta di reato inserito nell'elenco di quelli a “codice rosso”, procedibile a querela rimettibile solo in via “processuale”. La pena è da uno a sei anni; il reato è aggravato se la vittima è, o è stata, legata all'autore da relazione matrimoniale o, anche semplicemente “affettiva” o se i fatti sono consumati attraverso l'uso di strumenti informatici o telematici.
  • La deformazione dell'aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso (art. 583-quinquies c.p.). Si è deciso di introdurre una fattispecie di reato autonoma rispetto alle lesioni aggravate: si colpisce la condotta di chi “sfigura” il volto di una persona in modo permanente; la pena è da otto a quattordici anni. Il reato è inserito tra quelli a “codice rosso”, nonché tra quelli indicati dall'art. 4-bisdella legge 26 luglio 1975 n. 354 in relazione ai quali è prevista la contrazione dei benefici penitenziari.

I nuovi reati sono stati introdotti per rispondere ad allarmanti devianze che non trovavano soddisfacente risposta nei delitti “tradizionali” (violenza privata, lesioni aggravate, diffamazione) In particolare il reato di lesioni, non forniva una risposta soddisfacente alla gravissima menomazione patita dalle vittime della deturpazione del volto, che non trovava adeguata tutela nella previsione di una aggravante ad effetto speciale. La scelta di introdurre un reato ad hoc dovrebbe sortire un più incisivo effetto generalpreventivo. Del pari, il reato che colpisce la diffusione senza consenso di immagini sessualmente esplicite è, invece, la doverosa risposta dell'ordinamento al dilagare delle condotte di diffusione non consensuale di immagini sessualmente esplicite (c.d.revenge pornography).

 

Le pene. Si registra un diffuso intervento di revisione delle forbici edittali dei reati che indicano la degenerazione delle relazioni strette; in particolare :

  • la pena per il reato di maltrattamenti in famiglia passa da tre a sette anni (rispetto alla forbice pregressa che andava dai due ai sei anni);
  • la pena per il reato di atti persecutori è stata aumentata prevedendo una forbice che va da un anno ai sei anni e sei mesi (rispetto alla forbice pregressa che andava dai sei mesi ai cinque anni);
  • la pena per la violenza sessuale prevista dall'art. 609 bis c.p. è aumentata da sei a dodici anni (precedente forbice da cinque a dieci anni); si prevede inoltre l'aumento “secco” di un terzo per i fatti aggravati previsti dal primo comma dell'art. 609 ter c.p., ovvero per tutti i fatti in danno di minori, a prescindere dal vincolo parentale e tutte le violenze consumate nei confronti di figli anche adottivi o persone tutelate; l'aumento di un terzo esclude l'inquadramento della aggravante tra quelle ad effetto “speciale”, dato che l'aumento non è “superiore”, ma solo “uguale” ad un terzo; la pena è invece aumentata della metà se consumata nei confronti di minori degli anni quattordici anni ed è raddoppiata se compiuta ai danni di un minore di anni dieci: queste aggravanti rientrano invece a pieno titolo in quelle ad effetto speciale;
  • è aumentata anche la pena della violenza sessuale di gruppo, la cui forbice passa da otto quattordici anni; la fattispecie della violenza sessuale di gruppo è inoltre aggravata dalle stesse circostanze riconoscibili nei casi di violenza unipersonale.
  • gli atti sessuali con minorenne previsti dall'art. 609-quater c.p. sono aggravati se coinvolgono un infraquattordicenne cui è stato promesso denaro o altra utilità; si segnala un possibile concorso apparente di norme con le condotte previste dall'art. 600-bis c.p mentre. La differenza di età che scrimina la condotta del minorenne che compie atti sessuali con un tredicenne è stata inoltre innalzata da tre anni a quattro.

 

Le condizioni di procedibilità. Si continua a procedere a querela con un tempo di proponibilità della stessa che passa da sei mesi ad un anno solo per i reati di violenza sessuale previsti dagli artt. 609-bis e 609-terc.p. mentre per gli atti sessuali con minorenne previsti dall'art. 609-quaterc.p. la procedibilità diventa sempre d'ufficio. L'intervento, da salutare con favore, risponde sia alla esigenza di assegnare maggior tempo alla vittima di violenza sessuale per decidere se proporre querela sia alla difficoltà di procedere a querela quando il minore è coinvolto in una relazione patologica con l'autore del reato (che potrebbe anche coincidere con il suo rappresentante legale: art. 120 c.p).

 

I maltrattamenti e le circostanza previste dall'art. 577 c.p.Diversi gli interventi sulle circostanze:

  • è stata trasformata in aggravante speciale, con aumento fino alla metà della pena edittale, la circostanza di consumare il reato in «danno o in presenza di minori» nel caso dei maltrattamenti in famiglia. Si è introdotto inoltre un ulteriore comma nell'art. 572 c.p. che qualifica espressamente il minore che assiste ai maltrattamenti come “persona offesa” riconoscendo per via legislativa la (spesso grave) lesione dell'integrità psichica patita dai minori che assistono a condotte di maltrattamento e violenza;
  • si è modificato l'art. 577c.p., nella parte in cui prevede l'aggravante quando il delitto è commesso in danno di persone legate all'autore del reato da relazione qualificata: si registra la estensione dell'aggravante anche ai casi in cui la “relazione affettiva” non sia associata alla “stabile convivenza” o a quest'ultima non sia associata una relazione affettiva; per quanto riguarda l'omicidio è stata prevista la estensione dell'aggravante maggiore (che prevede l'ergastolo) anche all'omicidio consumato nei confronti di persone legate dal vincolo dell' “adozione di minorenne” e l'estensione dell'aggravante minore (che prevede la reclusione da ventiquattro a trenta anni) quando l'atto omicidiario si consumi nei confronti di persone legate dal vicolo dell'”adozione di maggiorenni. Per tutte le aggravanti si è previsto il divieto di bilanciamento in prevalenza con le attenuanti diverse da quelle previste dagli artt. 62 n. 1) 89, 98 e 114 c.p.

L'aggiornamento prende atto della rilevanza delle relazioni affettive e della loro potenziale degenerazione criminogena verificabile anche nei casi della assenza di una stabile convivenza.

 

La sospensione condizionale della pena.  Per i reati da codice rosso la concessione del beneficio della sospensione condizionale della pena è subordinata alla partecipazione a specifici percorsi di recupero presso enti o associazioni che si occupano di prevenzione, assistenza psicologica e recupero per persone che hanno patito condanne per i medesimi reati. La misura confida in percorsi di recupero che dovrebbero coivolgere l'autore del reato al fine di sedare gli impulsi aggressivi generati dal decadimento della relazione ed è coerente con la scelta di prevedere un trattamento psicologico endocarcerario per i condannati per i reati previsti dagli artt. 609 bis, 609-octies, 572, 583-quinquies e 612-bis c.p.

 

 

 

 

Le misure di prevenzione

Le misure di prevenzione, indicate dalla prassi giudiziaria come presidi di tutela posta condanna con efficacia assimilabile alle misure di sicurezza risultano orientate in modo specifico a contenere la pericolosità correlata alla accertata degenerazione delle relazioni strette: si è infatti aggiunto il reato di maltrattamenti in famiglia all'elenco dei reati che indicano la pericolosità qualificata (art. 4, comma 1, lett. i-ter) d.lgs159 del 2011) e si è previsto un divieto di avvicinamento nei confronti delle persone da proteggere da imporre nell'eventuale provvedimento applicativo della sorveglianza speciale (art. 8, comma 5, d.lgs. 159 del 2011)

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