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Violazione degli obblighi di assistenza familiare

14 Febbraio 2019 | ,

Sommario

Inquadramento | Bene giuridico tutelato | L’abbandono del domicilio domestico | L’omessa prestazione dei mezzi di sussistenza | Lo stato di bisogno del soggetto passivo | Lo stato di indigenza dell’obbligato | Il mancato pagamento degli assegni: la disciplina pregressa | Il nuovo art. 570-bis c.p. | Le unioni civili | Procedibilità |

Inquadramento

La violazione degli obblighi di assistenza familiare è punita da due norme diverse che si intersecano tra di loro:

a) l’art. 570 c.p. - strutturato in maniera complessa e tecnicamente ambigua - raccoglie tre autonome figure di reato (Cass., S.U., 20 dicembre 2007, n. 8413):

- la fattispecie di cui al comma 1 richiede che il soggetto attivo - genitore o coniuge - si sottragga agli obblighi di assistenza familiare mediante l'abbandono del domicilio domestico o con una condotta contraria all'ordine o alla morale delle famiglie;

- la disposizione di cui al comma 2 comprende due diverse ipotesi di reato, più severamente punite in quanto dotate di più ampia capacità offensiva; la prima consiste nella malversazione o dilapidazione dei beni del figlio minore, del pupillo o del coniuge; la seconda consiste nel far mancare i mezzi di sussistenza ai discendenti di età minore, ovvero inabili al lavoro, agli ascendenti o al coniuge legalmente separato non per sua colpa.

b) l'art. 570-bis c.p. reato formale che punisce il mero omesso versamento, da parte dell'obbligato, dell'assegno dovuto al coniuge separato o divorziato in forza di un provvedimento giudiziario e il mancato pagamento dell'assegno dovuto «in materia di separazione dei coniugi e di affidamento condiviso dei figli».

L'art. 570-bis c.p. è stato introdotto dal d.lgs. n. 21/2018 che, inter alia, ha abrogato l'art. 3 l. 8 febbraio 2006, n. 54 e l’art. 12-sexies l. 1° dicembre 1970, n. 898.

 

Bene giuridico tutelato

Il bene giuridico tutelato dalle due disposizioni in esame è la protezione delle esigenze dei familiari, nell’ambito delle relazioni reciproche tra coniugi e tra genitori e figli.

 

In evidenza

Il legislatore ha voluto tutelare non l’assistenza della famiglia intesa come istituzione, e soggetto di diritti, bensì i rapporti intercorrenti tra i singoli membri all’interno della comunità familiare, sia nella fase di unità del nucleo sia in quella di separazione o comunque di allontanamento

L’abbandono del domicilio domestico

L’abbandono del domicilio domestico è l’ipotesi disciplinata dall’art. 570, comma 1, n. 1), c.p..

Sulla base di un orientamento risalente nel tempo, spesso si ritiene che il mero abbandono del tetto coniugale non costituisca più autonoma fattispecie di reato a meno che non sia accompagnato dalla violazione degli obblighi di assistenza morale o materiale.

La giurisprudenza di legittimità ha però recentemente delimitato diversamente l’ambito di applicazione della fattispecie incriminatrice, precisando che l’abbandono del domicilio coniugale costituisce condotta penalmente rilevante tutte le volte in cui il rilascio dell’abitazione non è sorretto da giusta causa e, dunque, indipendentemente dalla circostanza che da ciò consegua o meno il mancato adempimento degli obblighi di assistenza familiare.

L’intollerabilità della prosecuzione della vita coniugale è considerata giusta causa per l’allontanamento (e dunque impedisce che l’abbandono costituisca reato) ma dovrà essere dimostrata.  

 

Orientamenti a confronto

L’abbandono del domicilio domestico

Orientamento risalente nel tempo

L'allontanamento dal domicilio domestico è reato solo in quanto sia modalità espressiva della volontà di sottrarsi agli obblighi di assistenza familiare (Cass. pen., sez. VI, 14 luglio 1989; Cass. pen., sez. VI, 20 giugno 1984; Cass. pen., sez. VI, 25 ottobre 1983; Cass. pen., sez. VI, 18 febbraio 1980; Trib. Nola 15 novembre 2007)

Orientamento recente

L’allontanamento è penalmente rilevante indipendentemente dalla volontà esplicita di sottrarsi agli obblighi, se non vi è giusta causa.

L'abbandono del domicilio domestico acquista rilevanza penale, ai sensi dell'art. 570 comma 1 c.p. solo in assenza di una giusta causa, la quale potrà dirsi integrata anche da motivazioni attinenti ai rapporti interpersonali fra i coniugi, tali da non consentire la prosecuzione della convivenza. Nel valutare i presupposti per la sussistenza del reato il giudice dovrà tener conto che con la riforma del diritto di famiglia, ex l. 19 maggio 1975, n. 151, tra le cause che non consentono il protrarsi della vita in comune vi sono tutte quelle desumibili dai principi enunciati agli artt. 145, 146, 151 c.c., tra cui rientra anche l'intollerabilità della prosecuzione della convivenza (Cass. pen, sez. VI, 12 febbraio 2008, n. 11327)

L’omessa prestazione dei mezzi di sussistenza

L’ipotesi di reato, prevista dall'art. 570 comma 2 c.p. consiste nell’omessa prestazione dei mezzi di sussistenza nei confronti di soggetti verso i quali si è legati da un particolare vincolo di parentela; è la condotta che si riscontra maggiormente nella prassi giudiziaria.

Il bene giuridico tutelato è la solidarietà familiare, in tutti i casi in cui, per effetto di separazione o di allontanamento, sia venuta meno l'unità materiale e spirituale della famiglia a protezione di quei soggetti che, legati da uno stretto rapporto di parentela, si trovino in grave stato di bisogno.

Soggetti attivi: gli ascendenti, i discendenti e il coniuge.

Soggetti passivi: i discendenti, figli o nipoti, di età minore, ovvero, anche se maggiorenni, inabili al lavoro, gli ascendenti e il coniuge separato ad eccezione dei casi in cui la separazione sia addebitabile a sua colpa.

In passato era prevalente l'orientamento giurisprudenziale che escludeva la soggettività passiva dei figli non riconosciuti o non riconoscibili (Cass. pen., sez. II, 13 luglio 1965; Cass. pen, sez. II, 15 luglio 1935; Cass. 12 luglio 1939); con la riforma del 1975, e a maggior ragione con quella del 2012 (l. 10 dicembre 2012, n. 219) il problema ha cessato di esistere.

Figli maggiorenni

La giurisprudenza ha precisato che il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare ex art. 570, comma 2, n. 2), c.p. è integrato nei confronti dei figli minorenni e quelli maggiorenni non inabili al lavoro.

Lo stato di bisogno del soggetto passivo

Lo stato di bisogno della vittima del reato non deve essere interpretato come assoluta indigenza ma, semmai, come grave ed effettiva difficoltà ad assolvere ai bisogni essenziali della vita quotidiana senza il contributo di chi deve prestare i “mezzi di sussistenza” e, dunque, indipendentemente dal fatto che goda o meno di proventi propri.

Si discute dunque, in giurisprudenza se, ai fini della consumazione del reato sia necessario che l’obbligo di mantenimento non sia assolto anche da altri soggetti (ad esempio l’altro genitore) oppure se tale accertamento sia irrilevante, con la conseguenza che sarebbe punibile la condotta di chi si sottrae ai propri obblighi di mantenimento anche se tali obblighi sono assolti, in via sostitutiva, dall’altro genitore co-obbligato oppure da soggetti terzi in maniera spontanea e volontaria.

Parte della giurisprudenza ha infine chiarito che la minore età dei discendenti, destinatari dei mezzi di sussistenza, rappresenta in re ipsa una condizione di bisogno, con la conseguenza che il reato sussiste ogni qualvolta il soggetto attivo faccia mancare al minore i mezzi necessari al suo sostentamento.

 

Orientamenti a confronto

Stato di indigenza del soggetto passivo

Primo orientamento: l’intervento di soggetti diversi dall’obbligato è irrilevante ai fini della consumazione del reato

La minore età dei figli costituisce in re ipsa una condizione di bisogno, con il conseguente obbligo per i genitori di assicurare loro i mezzi di sussistenza; tale obbligo non viene meno qualora l’altro genitore o un terzo provvedano alle esigenze del minore (Cass. pen, sez. VI, 2 febbraio 2015, n. 4834)

Secondo orientamento: rilevanza delle condizioni economiche del soggetto passivo

La tutela penale offerta dall’art. 570 comma 2 c.p. diversamente dalla disciplina civilistica, non prescinde dalla prova dello stato di bisogno dell’avente diritto (Cass. pen., sez. VI, 8 maggio 2014, n. 18951);

Il giudice penale deve accertare l’assenza dei mezzi di sussistenza in capo ai beneficiari. Tale accertamento è indipendente da quanto stabilito dal giudice in sede civile e pertanto l’assenza dei mezzi di sussistenza non può essere dedotta semplicemente dal mero inadempimento della corresponsione individuata dal giudice civile (Cass. pen.,sez. VI, 13 novembre 2014, n. 46854)

Lo stato di indigenza dell’obbligato

L'impossibilità economica dell’obbligato non colpevolmente creata può escludere la rilevanza penale del mancato adempimento.

La prova dell’esimente spetta al soggetto attivo del reato e tale incombente risulterà estremamente gravoso, soprattutto davanti al Giudice penale, il quale si muove all’interno di un’interpretazione restrittiva del concetto di “stato di bisogno”.

 

Orientamenti a confronto

Lo stato di indigenza dell’obbligato

Orientamento restrittivo

Lo stato di disoccupazione non coincide necessariamente con l'incapacità economica (Cass., sez. VI, 29 gennaio 2013, n. 7372).

La sussistenza di problemi personali, seppure seri e comprovati, che rendano impossibile lo svolgimento dell'attività lavorativa ordinaria, non integra alcuna causa di giustificazione ove detti problemi non risultino tali da impedire prestazioni lavorative sostitutive finalizzate all'adempimento dell'obbligo (Trib. Genova 27 maggio 2005).

L’incapacità economica, intesa come impossibilità dell’obbligato, oltre a dover essere da lui provata con rigore, deve essere incolpevole e assoluta, nel senso di estendersi a tutto il periodo dell’inadempimento e di consistere in una persistente e oggettiva situazione di indisponibilità di introiti (Cass. pen., sez. VI, 2 febbraio 2015, n. 4834).

L’inadempimento sanzionato dall’art. 570 c.p. potrà ritenersi giustificato solo laddove sia correlato ad una condizione rapportabile alla forza maggiore, non risultando idoneo ad esentare dall’obbligo alimentare neppure il mero documentato stato di disoccupazione (Cass., sez. VI, 12 maggio 2014, n. 1951).

Orientamento più attento alla difficoltà del genitore

In materia di omessa prestazione dei mezzi di sussistenza e ai fini dell’accertamento del requisito della concreta capacità economica dell’obbligato, deve tenersi in adeguata considerazione la circostanza che il genitore inadempiente si trovi in rilevanti difficoltà economiche, dovute all’avvenuto pignoramento presso il datore di lavoro delle retribuzioni, delle indennità di fine rapporto e di altri emolumenti a sé spettanti, nonché al concorrente (e sopravvenuto) obbligo di mantenimento di altri due figli (nella specie, il pignoramento era stato disposto in seguito all’azione esecutiva per l’integrale pagamento degli arretrati riconosciuti dalla sentenza dichiarativa della paternità; mentre l’obbligo di mantenimento nei confronti degli altri due figli legittimi era sorto in ragione dell’intervenuta separazione dalla moglie, determinata proprio dal riconoscimento di paternità del figlio nato fuori dal matrimonio) (Cass., sez. VI, 10 gennaio 2011, n. 6597).

Non realizza il reato di cui all’art. 570, comma 2, n. 2), c.p., per difetto del requisito della concreta capacità economica dell’obbligato, il genitore sordomuto che non adempia l’obbligo di versare l’assegno di mantenimento stabilito in favore della figlia minore, in quanto, titolare del solo reddito pensionistico per invalidità, si trovi in una persistente, oggettiva ed incolpevole indisponibilità di introiti sufficienti a soddisfare le proprie esigenze di vita (Cass. pen., sez. VI, 10 maggio 2011, n. 27051)

Il mancato pagamento degli assegni: la disciplina pregressa

L'art. 12-sexies della l. n. 898/1970 aveva introdotto, nell'ambito della disciplina del divorzio, un reato di natura formale, nel senso che la condotta ivi prevista consisteva e tuttora consiste nel mero inadempimento dell'obbligo di corresponsione dell'assegno divorzile come fissato dal Giudice civile (a prescindere dalle conseguenze di tale condotta).

Viceversa, prima dell'introduzione dell'art. 3 l. n. 54/2006, la tutela penale (per gli aspetti economici) in tema di separazione coniugale, per i figli (e per il coniuge debole, per il quale la disparità persiste tuttora) rimaneva affidata all'art. 570, comma 2, n. 2), c.p..

La disparità di trattamento era evidente, essendo sufficiente per l'art. 12-sexies l. n. 898/1970 accertare il doloso inadempimento dell'obbligo di corresponsione dell'assegno divorzile determinato dal Tribunale e non occorrendo, quindi, che dall'inadempimento conseguisse anche la mancanza dei mezzi di sussistenza (elemento invece necessario ai fini dell'art. 570 c.p.), dovendosi altresì prescindere (ai fini dell'art. 12-sexies l. n. 898/1970, contrariamente dall'art. 570 c.p.) anche dalla prova dello stato di bisogno dell'avente diritto.

La diversità di tutela fra la previgente normativa applicabile alla separazione (art. 570 c.p.) e quella applicabile al divorzio (art. 12-sexies l. n. 898/1970) era passata indenne attraverso lo scrutinio di costituzionalità (Corte. cost. 31 luglio 1989, n. 472).

Tuttavia, permanendo una sostanziale iniquità, il legislatore ha introdotto, con  l’art. 3 l. n. 54/2006, un reato di natura formale (privo di evento), in virtù del quale l'inadempimento dell'obbligo di mantenimento per i figli (minorenni o maggiorenni non economicamente autosufficienti), come fissato e quantificato dal giudice civile, è sufficiente per l'affermazione della responsabilità penale.

Si era dunque posto il problema del coordinamento tra le varie disposizioni (art. 570 c.p.art. 3 l. n. 54/2006art. 12-sexies l. n. 898/1970), risolto, con riferimento al solo reato di cui all’art. 12-sexies l. n. 898/1970 (ma con principi applicabili anche al reato di cui all’art. 3 l. n. 54/2006), dalla Corte di Cassazione, nel senso che il reato di mancato pagamento dell’assegno di divorzio è fattispecie autonoma rispetto alla mancata prestazione dei mezzi di sussistenza di cui all’art. 570 c.p.; con la prima norma si incrimina il semplice omesso versamento e dunque il reato prescinde dallo stato di bisogno del percipiente l’assegno, mentre con la seconda norma è necessario che, dall’omesso versamento derivi anche lo stato di bisogno dell’avente diritto. La Corte ha altresì precisato che il rinvio dell’art. 12-sexies l. n. 898/1970 all’art. 570 c.p. deve intendersi come semplice rinvio quoad poenam (Cass., S.U., 31 gennaio 2013, n. 23866).

Poiché l’art. 3 l. n. 54/2006 richiama l’art. 12-sexies l. n. 898/1970, la stessa considerazione vale per l’assegno determinato per i figli in sede di separazione.

Alla luce dei principi espressi dal Supremo Collegio si può dunque ipotizzare una tutela penale differenziata:

a) prima della separazione è configurabile solo il reato di cui all’art. 570 comma 1, comma 2, n. 2), c.p. sia se l’omessa prestazione dei mezzi di sussistenza riguarda la moglie sia se riguarda i figli;

b) per l’assegno di separazione del coniuge è configurabile solo il reato di cui all’art. 570 comma 1, comma 2, n. 2), c.p.;

c) con riferimento all’assegno per il figlio per configurare il reato è sufficiente l’omesso pagamento dell’assegno di mantenimento, con applicazione della pena di cui all’art. 570 c.p..

Se dal mancato versamento dell’assegno di mantenimento deriva anche lo “stato di bisogno” dell’avente diritto si applica anche il reato di cui all’art. 570, comma 2, n. 2), c.p.;

d) con riferimento all’assegno di divorzio, per configurare il reato è sufficiente l’omesso pagamento dell’assegno di mantenimento, con applicazione della pena di cui all’art. 570 c.p..

Se dal mancato versamento dell’assegno di mantenimento deriva anche lo “stato di bisogno” dell’avente diritto si applica anche il reato di cui all’art. 570, comma 2, n. 2), c.p..

Il nuovo art. 570-bis c.p.

Il d.lgs. 1 marzo 2018, n. 21 ha abrogato l’art. 12-sexies l. n. 898/1970 e l’art. 3 l. n. 54/2006, e introdotto un nuovo articolo al codice penale -art. 570-bis c.p.- che avrebbe dovuto raggruppare tutte le fattispecie di reato comunque connesse alla mera inottemperanza di un provvedimento di fissazione di un contributo economico dovuto per il coniuge, l’ex coniuge e/o il figlio.

Il risultato ottenuto non pare in linea con le aspettative. La nuova fattispecie incriminatrice punisce infatti: a) il mero omesso versamento di «ogni tipologia di assegno dovuto in caso di scioglimento, di cessazione degli effetti civili o di nullità del matrimonio» nonché la semplice violazione «degli obblighi di natura economica in materia di separazione dei coniugi e di affidamento condiviso dei figli».

Se, dunque, è punito anche il mancato pagamento dell’assegno dovuto al coniuge/ex coniuge in forza di un accordo concluso a seguito di convenzione di negoziazione assistita ex l. n. 162/2014, la norma esclude dal novero delle condotte punibili il mancato pagamento dell’assegno perequativo del figlio di genitori non legati da vincolo di coniugio.

Dalla piana lettura della norma, infatti, emerge che, per effetto della riforma «il genitore di figli avuti al di fuori dell’unione matrimoniale si deve considerare esente da ogni responsabilità penale in caso di sua sottrazione agli obblighi di mantenimento della prole», ferma restando, in questo caso, la sussumibilità della relativa condotta alla fattispecie, a maglie più strette, prevista dall’art. 570, comma 1, c.p. (cfr. P. Gasparini, Nuovo art. 570-bis c.p.: è penalmente responsabile l'ex convivente che non versa il mantenimento per il figlio?, in ilFamiliarista.it; Trib. Treviso, 8 maggio 2018).

In buona sostanza, nel caso di genitori sposati, per integrare il reato è sufficiente il semplice omesso versamento dell’importo stabilito nel provvedimento dell’A.G. o nell’accordo ex l. n. 162/2014; se i genitori, invece, non sono sposati, il semplice mancato pagamento non è punito, dovendosi invece richiamare la diversa fattispecie di cui all’art. 570, comma 1, c.p., secondo l’interpretazione sopra richiamata.

Considerata dunque l’evidente disparità di trattamento tra figli di genitori sposati (tutelati penalmente ex  art. 570-bis c.p.) e figli di genitori non sposati (tutelati solo dall’art. 570, comma 1, c.p.) è stata sollevata questione di legittimità dell’art. 570-bis c.p. «per avere la norma operato un'abrogazione implicita della previgente normativa, nella parte in cui consentiva la punibilità del genitore di prole nata da unione di fatto, in violazione della legge delega» (App. Trento, 21 settembre 2018 v. G. Gennari, Nuova disciplina a tutela degli obblighi di assistenza familiare: l'art. 570-bis c.p. va alla Consulta, in ilFamiliarista.it).

La norma pone infine qualche dubbio con riferimento all’assegno dovuto per il mantenimento del figlio maggiorenne figlio di genitori sposati e separati. La prima parte dell’art. 570-bis c.p. infatti punisce il «coniuge che si sottrae all’obbligo di pagamento di ogni tipologia di assegno dovuto in caso di scioglimento, di cessazione degli effetti civili o di nullità del matrimonio»; la seconda parte, invece riguarda la violazione dei provvedimenti economici in «materia di separazione dei coniugi e di affidamento condiviso dei figli» necessariamente minorenni (altrimenti non si parlerebbe di affidamento condiviso).

In prima battuta, dunque, si potrebbe essere portati a ritenere che, stante anche il principio di tassatività delle fattispecie incriminatrici, non può essere punito ai sensi dell’art. 570-bis c.p. l’omesso versamento dell’assegno dovuto al coniuge separato per il mantenimento del figlio maggiorenne non economicamente autosufficiente.

Più correttamente a parere della scrivente si potrebbe ritenere che il riferimento operato dal legislatore abbia uno scopo meramente descrittivo della disciplina che regola i rapporti tra genitori, prima coniugati, e figli, dato che sia la normativa previgente che l’art. 570-bis c.p., hanno inteso assorbire sia gli artt. 337-ter e 337-quater c.c. e  non operano alcuna distinzione in merito all’assegno di mantenimento in favore dei figli secondo il regime di affido. Diversamente si escluderebbero dalla tutela penale i figli, anche minorenni, in regime di affidamento esclusivo. Peraltro vale la pena ricordare che l’art. 3 legge n. 54/2006 prevedeva obblighi di natura economica a favore dei figli sia maggiorenni che minorenni posti a carico di uno dei genitori. Tale soluzione ermeneutica anche se non aderente ad una interpretazione strettamente letterale della norma, avrebbe il pregio di ricondurre nell’alveo della tutela penale due categorie di soggetti deboli cioè i figli posti in affido esclusivo e i figli maggiorenni non autosufficienti che altrimenti difficilmente potrebbero far valere efficacemente il loro diritto ad un sostentamento.

 

Le unioni civili

Il d.lgs. 29 gennaio 2017, n. 6, emanato in applicazione dell’art. 1 comma 28, lett. c) l. n. 76/2016 ha introdotto il nuovo art. 574-ter c.p., con il quale, ai sensi della legge penale, l’unione civile è stata di fatto parificata al matrimonio e la posizione della parte dell’unione a quella di coniuge. L’introduzione della nuova norma ha superato dunque i dubbi (E.E. Piccatti, Unioni civili e convivenze di fatto. Riflessi penali, ilFamiliarista.it) che erano sorti in merito all’applicazione dell’art. 570 c.p. anche agli uniti civili.

 

Procedibilità

Per effetto dell'art. 90 l. 24 novembre 1981, n. 689, che si inserisce nel nuovo quadro di tutela della famiglia, il regime di procedibilità è profondamente cambiato: non più procedibilità d'ufficio in tutti i casi, ma, salvo le ipotesi di malversazione o dilapidazione dei beni del figlio minore o del coniuge e della privazione dei mezzi di sussistenza in danno dei discendenti di età minore, ancora procedibili d'ufficio, è sempre richiesta la querela di parte.

Tale scelta, in linea di massima condivisa nei suoi intenti dalla dottrina, appare per altri versi contrastante con una successiva scelta del legislatore in tale settore stante che l'art. 21 l. 6 marzo 1987, n. 74, già art. 12-sexies l. n. 898/1970, prevede un diverso regime di procedibilità, ossia quello d'ufficio, per il mancato adempimento dell'obbligo alla corresponsione dell'assegno di divorzio. Rimane comunque pacifica la procedibilità d'ufficio con riferimento alla nuova norma incriminatrice -art. 570-bis c.p.- che, lo ricordiamo, come riportato nella relazione ministeriale che accompagna il decreto «assorbe le previsioni di cui all'art. 12-sexies l. 1 dicembre 1970, n. 898»

In caso di remissione di querela per il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare commessa nei confronti del coniuge e del figlio minore, questa spiega i suoi effetti solo per i fatti commessi nei confronti del coniuge e non del figlio minorei cui diritti sono indisponibili.

 

 

 

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