Bussola

Tutela e curatela

Sommario

Inquadramento | L’amministrazione di sostegno | Condizione giuridica del beneficiario e dell'amministratore di sostegno | Interdizione ed inabilitazione: presupposti applicativi | Gli effetti della pronunzia di interdizione | Ulteriori tipologie di esclusione | Differenziazione rispetto all’amministrazione di sostegno | Aspetti procedurali | L’interdizione legale | Casistica |

Inquadramento

La capacità di agire indica l’attitudine del soggetto a compiere e ricevere atti giuridici incidenti sulla propria sfera personale e patrimoniale.

Tale capacità si acquista, di regola, al compimento del 18º anno di età (art. 2 c.c.); ossia, in forza di presunzione legale non vincibile da prova contraria, laddove la persona sia presuntivamente ritenuta matura per la partecipazione al traffico giuridico.

Il contratto concluso dal minore di anni 18 è annullabile (art. 1425 c.c.).

La regola, in tema di acquisto della capacità al compimento della maggiorità, subisce eccezione laddove il maggiorenne non sia, in grado, a causa della disabilità che l’affligge, di gestire i propri interessi. In tal caso, la capacità di agire può essere limitata o del tutto eliminata grazie alle misure di protezione delle persone prive in tutto o in parte di autonomia, contenute nel titolo XII del libro primo del codice civile (artt. 404-432 c.c.); amministrazione di sostegno, interdizione ed inabilitazione.

Viceversa, l’interdizione legale non adempie ad una finalità protettiva, in quanto ha funzione prettamente sanzionatoria ed è applicabile nei confronti dei condannati per gravi reati (su cui infra).

Il minore è quindi persona priva della capacità di agire a causa del suo ancora insufficiente sviluppo mentale, esistenziale e personologico (e salva l'ipotesi del tutto residuale dell’emancipazione; artt. 390 e ss. c.c.). Al contrario, il maggiorenne è tendenzialmente considerato soggetto in grado di partecipare al commercio giuridico e quindi in grado di compiere e ricevere atti negoziali. Tuttavia, la capacità di agire può essere ridotta o ablata, a fronte del riscontro dell' incapacità gestionale.

Fino al marzo 2004, la tutela civilistica dell'infermo di mente era affidata ai tradizionali e assai rigidi istituti dell’interdizione e dell’inabilitazione, i quali avevano l'effetto di eliminare completamente o parzialmente la capacità di agire dell’infermo di mente.

In seguito all'approvazione della l. 9 gennaio 2004, n. 6, le misure di protezione dei disabili si sono arricchite del neofita istituto dell'amministrazione di sostegno, così venendo ad innovare una tradizione giuridica risalente al diritto romano, che conosceva le figure del curator furiosi e del curator prodigi.

Sono state così accolte, dopo oltre un trentennio di dibattiti nella civilistica italiana, le istanze volte al superamento delle inadeguate forme di protezione giuridica del sofferente psichico, grazie all’introduzione, sulla scorta di suggestioni straniere, della nuova misura protettiva (l’amministrazione di sostegno) in grado di superare le rigidità e gli sproporzionati effetti giuridici che ancor oggi interdizione ed inabilitazione inducono sulla condizione giuridica dell’infermo di mente.

L’amministrazione di sostegno

Per quanto non oggetto di questa trattazione, non ci si può esimere dal ricordare nei tratti essenziali l'istituto introdotto dalla l. n. 6/2004, dato che l’amministrazione di sostegno è primaria misura di protezione dell’essere umano in condizione di difficoltà, dotata di amplissimo spettro applicativo.

Premesso ciò, la nomina dell'amministratore di sostegno avviene mediante pronunzia di decreto da parte del giudice tutelare del luogo dove la persona ha residenza o domicilio effettivo (art. 404 c.c.).

La nomina presuppone la presenza dei seguenti tre presupposti normativi espressi:

a) una persona è affetta da un'infermità, ovvero, da una menomazione fisica o psichica;

b) si trova nell'impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi;

c) infine la disabilità incide negativamente sulla gestione degli interessi personali o patrimoniali (c.d. nesso eziologico) (art. 404 c.c.).

In presenza di questa peculiare condizione personale, è necessario predisporre un’adeguata forma di protezione giuridica del disabile, «con la minor limitazione possibile della capacità di agire» (come ha cura di precisare la norma di esordio della l. n. 6/2004).

Il giudice tutelare, investito della richiesta di nomina, a seguito di un agile procedimento di natura camerale, confeziona il decreto di nomina (un vero e proprio “abito su misura” cucito sulle esigenze personali del disabile), nel quale vengono ben individuati atti giuridici per i quali quest'ultimo viene rappresentato dall'amministratore di sostegno, ovvero, nei casi meno gravi, semplicemente assistito (art. 405, comma 5, n. 4, c.c.); dato che, per quelle specifiche attività giuridiche, la persona non è in grado di curare i propri interessi, personali e/o patrimoniali.

Il decreto è, in ogni momento, revocabile e/o modificabile.

Per effetto del decreto di nomina si costata una limitazione, più o meno ampia, della capacità di agire del beneficiario. L'art. 409 c.c. ha infatti cura di precisare che il beneficiario “conserva” la capacità di agire per tutti gli atti che non richiedono la rappresentanza esclusiva o l'assistenza necessaria dell'amministratore di sostegno. Questo significa che la capacità di agire residua della persona con disabilità consta di una semplice operazione di sottrazione; sottraendo dalla stessa gli atti che, a tenore di decreto, possono essere compiuti unicamente dall'amministratore di sostegno. In ogni caso, la nomina di quest’ultimo non richiude il beneficiario nello status di amministrato di sostegno.

Il beneficiario può, in ogni caso, compiere gli atti necessari a soddisfare le esigenze della propria vita quotidiana (art. 409, comma 2, c.c.).

Condizione giuridica del beneficiario e dell'amministratore di sostegno

La relazione intercorrente tra amministratore di sostegno e beneficiario della misura, agli effetti del buon funzionamento dell'istituto, presuppone un rapporto fiduciario e di collaborazione, al punto che l'art. 410 c.c. ha cura di precisare che, nello svolgimento dei suoi compiti, l'amministratore di sostegno deve tenere conto dei «bisogni e delle aspirazioni del beneficiario», come pure che l'amministratore deve tempestivamente informare il beneficiario circa gli atti da compiere ed il giudice in caso di dissenso.

All'amministratore di sostegno si applicano talune disposizioni dettate in tema di tutela dei minori, in forza dell'espresso richiamo contenuto dell'art. 411, comma 1, c.c..

In modo particolare, egli è investito dell’ufficio a far data dalla prestazione del giuramento (art. 349 c.c.).

Tra le attività preliminari che fanno capo all'amministratore di sostegno vi è l’effettuazione dell'inventario dei beni del amministrato, laddove il patrimonio dello stesso (per consistenza, entità o altra circostanza) lo richieda (art. 362 c.c.).

L'amministratore deve poi chiedere al giudice tutelare le autorizzazioni per il compimento di determinati atti a carattere straordinario concernenti il patrimonio dell’amministrato artt. 374, 375, 376 c.c..

Periodicamente egli deve presentare al giudice tutelare (art. 380 c.c.) relazione scritta sull’attività svolta e sulle condizioni personali e sociali del beneficiario (art. 405, comma 5, n. 6, c.c.). Infine, al cessare della misura, deve presentare la relazione finale (art. 385 c.c.) che deve essere approvata dal giudice (art. 386 c.c.).

L’ufficio di a.d.s. è gratuito, tuttavia il giudice, tenuto conto dell’entità del patrimonio e delle difficoltà incontrate, può assegnare un’equa indennità all’amministratore di sostegno (art. 379 c.c.).

Con riferimento poi alla condizione giuridica in cui si trovi l’amministrato di sostegno, si prevede che gli atti compiuti dal beneficiario in violazione delle disposizioni di legge o di quelle contenute nel decreto istitutivo sono annullabili ed analoga disciplina è dettata per gli atti dell'amministratore di sostegno compiuti in violazione di disposizioni legge o in eccesso rispetto all'oggetto dell'incarico o ai poteri conferitigli dal giudice (art. 412 c.c.).

Interdizione ed inabilitazione: presupposti applicativi

Abbiamo testè ricordato come la legge n. 6/2004 abbia determinato un’evoluzione assai significativa (per non dire rivoluzionaria) degli istituti d'incapacità di agire. Se è vero che le obsolete misure di protezione degli incapaci, interdizione ed inabilitazione, sono state conservate dal legislatore (seppur un poco addolcite e modificate rispetto all’originaria rigidità ed asprezza), tuttavia le stesse assumono oggi, in presenza del nuovo istituto dell'amministrazione sostegno, un ruolo decisamente marginale e residuale, e sono ormai riguardabili alla stregua di antichi fossili esposti in un museo.

Presupposto di pronunzia dell’interdizione giudiziale è il riscontro della condizione di grave ed abituale infermità di mente della persona che la rende incapace di provvedere ai propri interessi. La sentenza interdittiva può (in passato invece, “doveva”; a tenore del testo affidato all’art. 414 c.c., antecedentemente la riforma del 2004) essere pronunziata quando sia necessaria ad assicurare l’adeguata protezione dell’infermo di mente (art. 414 c.c.).

La giurisprudenza precisa che l'infermità di mente non necessariamente deve rivestire la qualificazione di malattia medicalmente accertabile, rilevando piuttosto ogni forma di alterazione mentale che renda il soggetto incapace di provvedere ai propri interessi.

L’infermità di mente deve essere, non solo abituale e perciò persistente nel tempo, ma pure grave, alla stregua di un parametro di ordine quantitativo, come emerge dal disposto di cui all'art. 415 c.c., laddove la disposizione evidenzia come la pronunzia di inabilitazione sia, appunto, da preferirsi quando «l'infermità di mente non sia talmente grave da far luogo all'interdizione».

Precisa quest’ultima disposizione che possono essere inabilitati pure coloro che, per prodigalità o per abuso abituale di bevande alcoliche o di stupefacenti, espongano sè e la loro famiglia a gravi pregiudizi economici. L'ultimo comma della norma precisa infine che possono essere inabilitati il sordomuto e il cieco dalla nascita o dalla prima infanzia, se non hanno ricevuto un'educazione sufficiente e salva l'applicazione dell'art. 414 c.c. quando risulta che essi sono del tutto incapaci di provvedere ai propri interessi.

Gli effetti della pronunzia di interdizione

Pronunziata sentenza di interdizione o di inabilitazione, va verificato quale sia la condizione giuridica dell'interdetto e dell'inabilitato.

Ebbene, l'interdetto si trova in una condizione giuridica simile a quella del minore, mentre l'inabilitato in una condizione giuridica analoga a quella del minore infra sedicenne emancipato. Infatti, l'art. 424 c.c. richiama per l'interdetto le disposizioni dettate in tema di tutela dei minori e quelle sulla curatela dei minori emancipati per la curatela degli inabilitati.

Questo significa che l'interdetto non può partecipare al compimento ed alla ricezione di alcun atto negoziale, per il quale viene sostituito dal tutore che lo rappresenta. Mentre l'inabilitato può compiere autonomamente gli atti di ordinaria amministrazione, per quelli di carattere straordinario è sempre necessario il consenso del curatore e l'autorizzazione del giudice tutelare (art. 394 comma 2 c.c.).

Quella descritta è la condizione giuridica dell'interdetto, cui viene inibito, interdetto, vietato, precluso, il compimento di qualsivoglia atto giuridico, per quanto tale condizione sia stata almeno parzialmente mitigata dalla riforma del 2004. L'art. 427 c.c. specifica che, nella sentenza che pronunzia l'interdizione, può stabilirsi che taluni atti di ordinaria amministrazione possono essere compiuti dall'interdetto senza l'intervento ovvero con l'assistenza del tutore e, analogamente, per l'inabilitato, che taluni atti eccedenti l'ordinaria amministrazione possono essere compiuti senza assistenza del curatore.

Si pensi al seguente esempio: una persona è stata dichiarata interdetta per infermità mentale. La stessa intenderebbe acquistare un nuovo televisore per la casa. Tuttavia, non può recarsi al negozio di elettrodomestici e provvedere all’acquisto da sola, in quanto interdetta. La stessa dovrà allora essere accompagnata dal tutore, quale suo rappresentante legale, il quale provvederà all’acquisto ed al pagamento del prezzo in sua vece.

Premesso ciò, resta la constatazione secondo cui la pronunzia di interdizione chiude l'infermo di mente in una sorta di gabbia giuridica standard, in quanto identica per tutti, sostanzialmente immodificabile (salva la più teorica che pratica possibilità di revocare la pronunzia di interdizione, come stiamo per vedere) e destinata a permanere in perpetuo, precludendogli la partecipazione ad ogni attività giuridica ed, anzi, escludendolo dalla vita di relazione e, più in generale, dall’intero consorzio civile, relegandolo in una sorta di ghetto di esclusione e di solitudine.

Diversamente, l’amministrazione di sostegno, priva il disabile della capacità di agire nella misura necessaria alla sua protezione, e perciò in modo proporzionato alle condizioni ed esigenze personali, non in misura esorbitante. Al proposito, l’art. 1 l. n. 6/2004 precisa che tale legge ha la finalità di tutelare il disabile «con la minor limitazione possibile della capacità di agire».

Il decreto di nomina, cucito addosso al disabile, come “un vestito su misura” per soddisfarne le specifiche esigenze personali ed esistenziali, è modificabile, revocabile ed integrabile in ogni momento da parte del giudice e la misura può avere una durata temporalmente determinata (cfr. l’art. 405, comma 5, n. 2, c.c.).

Diversamente dall’interdizione, l’amministrazione di sostegno è istituto rispettoso dei principi fissati dall’art. 12 della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità fatta a New York il 13 dicembre 2006 (e ratificata dall’Italia con l. 3 marzo 2009, n. 18).

Ulteriori tipologie di esclusione

A completamento del quadro di esclusione dal consorzio civile che induce la pronunzia di interdizione, il codice civile conserva ulteriori significative esclusioni dal mondo del diritto che colpiscono l'interdetto giudiziale.

In modo particolare, si prevede che l’interdetto non possa contrarre matrimonio (art. 85 comma 1 c.c.), nè una unione civile (art. 1, comma 4, lett. b) l. n. 76/2016), nè riconoscere i figli nati fuori dal matrimonio (art. 266 c.c.) o fare testamento (art 591, comma 2, n. 2,  c.c.) o donazione (art. 774 c.c.). Egli è escluso dalle società di persone (art. 2286 c.c.) e dalle società cooperative (art. 2533 c.c.); non può essere nominato amministratore di s.p.a. e, se eletto, decade (art. 2382 c.c.), come pure, laddove nominato, sindaco della medesima società (art. 2399 c.c.); il contratto di affitto si scioglie automaticamente (art. 1626 c.c.); le parti possono recedere dal contratto di conto corrente in essere con l’infermo di mente (art. 1833 comma 2 c.c.) e può essere pronunziata la separazione dei beni della comunione legale dei coniugi (art. 193 c.c.).

Tali previsioni possono essere estese anche al beneficiario di a.d.s. in forza di specifico decreto del giudice tutelare (art. 411 comma 4 c.c.).

Molto teorico, per quanto ancor’oggi previsto e disciplinato, è l'istituto della revoca dell’interdizione e dell’inabilitazione, laddove vengano a cessare i motivi che l'hanno determinata (art. 429 c.c.). In tal caso va instaurato un processo ordinario di cognizione, osservando «le norme stabilite per la pronuncia» di interdizione e di inabilitazione (art. 720 c.p.c.).

Differenziazione rispetto all’amministrazione di sostegno

Problema cruciale e di massima rilevanza pratica e sistematica emerso in seguito alla riforma del 2004, è dato dall’individuazione dell'ambito di perimetrazione delle diverse misure di protezione delle persone disabili.

La Corte di Cassazione è giunta a fissare i seguenti principi.

La differenziazione tra amministrazione di sostegno ed ulteriori istituti di protezione a tutela degli incapaci, quali interdizione ed inabilitazione, che non sono stati soppressi ma che hanno un carattere del tutto residuale (Cass. 24 luglio 2009, n. 17421), è individuabile non già nel diverso e meno intenso grado di infermità o di impossibilità di attendere ai propri interessi del soggetto carente di autonomia ma piuttosto nella maggiore idoneità di tale strumento ad adeguarsi alle esigenze del soggetto, in relazione alla sua flessibilità e alla maggiore agilità della relativa procedura applicativa. La scelta della misura di protezione più adeguata alle esigenze di protezione appartiene all'apprezzamento del giudice di merito il quale dovrà individuarla con riferimento al tipo di attività che deve essere compiuta per conto del beneficiario e considerando anche la gravità e durata della malattia, ovvero la natura e la durata dell’impedimento, nonchè a tutte le altre circostanze caratterizzanti la fattispecie (Cass. 12 giugno 2006, n. 13584; Cass. 26 ottobre 2011, n. 22332; Cass. 26 luglio 2013, n. 18171. Tra i giudici di merito, da ultimo, Trib. Milano 20 marzo 2015).

Aspetti procedurali

Interdizione ed inabilitazione vengono pronunziate al termine di un processo ordinario di cognizione di natura contenziosa, che si conclude con sentenza pronunziata dal tribunale (art. 718 c.p.c.) in composizione collegiale (art. 50-bis n. 1 c.p.c.), nel corso del quale l'intervento del PM è obbligatorio, a pena di nullità rilevabile d'ufficio (art. 70 comma 1, n. 3, c.p.c.)

Possono proporre istanza di interdizione o di inabilitazione non solo l'infermo di mente, ma pure il coniuge, la persona stabilmente convivente, i parenti entro il quarto grado, gli affini entro il secondo grado, il tutore, il curatore ed il pubblico ministero (art. 417 c.c.).

L’istruttoria del processo si compendia, innanzitutto, nell'esame dell'interdicendo o dell'inabilitando (art. 714 c.p.c.). Vengono poi espletati i mezzi istruttori utili ai fini del giudizio, con audizione dei parenti prossimi dell'interdicendo o dell'inabilitando (art. 419 c.c.).

Una volta terminata l'istruttoria, il giudice può nominare un tutore o un curatore provvisorio (art. 717 c.p.c.).

Se nel corso del giudizio di interdizione o di inabilitazione appare opportuno applicare l’amministrazione di sostegno, il giudice, d’ufficio o sua istanza di parte, dispone la trasmissione del fascicolo del procedimento al g.t. per la nomina dell’amministratore di sostegno (art. 418 u.c. c.p.c.).

Come per il decreto istitutivo dell'amministrazione di sostegno, anche i provvedimenti di interdizione ed inabilitazione sono soggetti a pubblicità; questo vale tanto per il decreto di nomina del tutore e del curatore provvisorio, come pure per la sentenza di interdizione o di inabilitazione. Questi provvedimenti sono annotati a cura del cancelliere nell'apposito registro di cancelleria e comunicati all'ufficiale dello stato civile per l’annotazione a margine dell'atto di nascita (art. 423 c.c.).

L’interdizione legale

Lontana dalle misure di protezione dei disabili è l’interdizione legale.

L’interdizione legale è una sanzione accessoria che consegue automaticamente alla condanna per un delitto non colposo alla pena dell’ergastolo o alla reclusione non inferiore ad anni cinque di reclusione e che perdura per la durata della pena (artt. 32 e 33 c.p.).

All’interdizione legale si applicano, per ciò che concerne la disponibilità e l’amministrazione dei beni, nonché la rappresentanza negli atti ad essi relative, le norme della legge civile sull’interdizione legale (art. 32 comma 4 c.p.). A questo riguardo, il pubblico ministero trasmette l’estratto della sentenza di condanna al giudice civile (art. 662 comma 1 c.p.p.).

L’interdizione legale influisce unicamente sui profili patrimoniali della sfera giuridica dell’interdetto, non anche sui profili di natura personale. Per i primi, l’interdetto legale è sostituito dal tutore all’uopo nominato.

Il condannato all’ergastolo, interdetto legale, conserva capacità di agire per contrarre matrimonio, fare testamento e, in generale, per il compimento degli atti personalissimi.

La violazione del divieto di compiere attività giuridicamente rilevanti nella sfera patrimoniale rileva quale causa di invalidità del negozio concluso dall’interdetto legale. L’invalidità si concreta nell’annullabilità assoluta del negozio, dato «che può essere fatta valere da chiunque vi abbia interesse» (art. 1441 comma 2 c.c.) e non solo dalla parte (annullabilità c.d. relativa).

Casistica

Differenze tra a.d.s. e interdizione

 

La differenza tra amministrazione di sostegno e interdizione non risiede in un elemento quantitativo, e cioè dalla maggiore o minore gravità della malattia o dell’handicap della persona interessata, ma un criterio funzionale, e cioè nella natura e nel tipo di attività che l’incapace non è più in grado di compiere da sé; la relativa valutazione deve essere compiuta dal giudice di merito in base a tutte le circostanze del caso concreto, alla luce di un criterio che assicuri la massima tutela all’incapace, col suo minor sacrificio (Cass. 27 luglio 2013, n. 18171 in Foro it., 2013, I, 3210)

Ambito applicativo delle due misure di protezione

Per individuare l'ambito di applicazione della amministrazione di sostegno, deve tenersi conto in via prioritaria del tipo di attività che deve essere compiuta per conto del beneficiario, nel senso che ad un'attività minima, estremamente semplice, e tale da non rischiare di pregiudicare gli interessi del soggetto - vuoi per la scarsa consistenza del patrimonio disponibile, vuoi per la semplicità delle operazioni da svolgere (attinenti, ad esempio, alla gestione ordinaria del reddito da pensione), e per l'attitudine del soggetto protetto a non porre in discussione i risultati dell'attività di sostegno nei suoi confronti - corrisponderà l'amministrazione di sostegno; mentre si potrà ricorrere all'interdizione quando si tratta di gestire un'attività di una certa complessità, da svolgere in una molteplicità di direzioni, ovvero nei casi in cui appaia necessario impedire al soggetto da tutelare di compiere atti pregiudizievoli per sé, eventualmente anche in considerazione della permanenza di un minimum di vita di relazione che porti detto soggetto ad avere contatti con l'esterno (Cass. 26 ottobre 2011, n. 22332, in Giust. civ., 2011, I, 2807; Cass. 12 giugno 2006, n. 13584, ivi, I, 2722. Da ultimo Cass. 11 settembre 2015, n. 17962)

 

 

*Scheda aggiornata alla Legge sulle Unioni Civili

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