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Separazione giudiziale: addebito

15 Aprile 2015 |

Sommario

Inquadramento | Presupposti e termini per la formulazione della domanda | I mezzi di prova | Gli obblighi discendenti dal matrimonio | La violazione dei doveri nei confronti della prole | Altre cause di addebitabilità | La valutazione complessiva del comportamento delle parti | Le conseguenze della pronuncia di addebito | Addebito e risarcimento del danno ex art. 2043 c.c. |

Inquadramento

Il presupposto della pronuncia di addebito della separazione  è, ai sensi dell’art. 151 comma 2 c.c., un comportamento, cosciente e volontario, contrario ai doveri che discendono dal matrimonio.

Detto presupposto è peraltro necessario ma non sufficiente, in quanto, per addivenire a pronuncia di addebito, il giudice dovrà altresì accertare se la  frattura del rapporto coniugale sia stata provocata dal citato comportamento oggettivamente trasgressivo di uno - o di entrambi - i coniugi.

L’onere probatorio che grava sulla richiedente la pronuncia di addebito della separazione nei confronti di controparte è quindi duplice, concernendo tanto la violazione di uno o più doveri nascenti dal matrimonio da parte di uno - o entrambi - i coniugi,  quanto che  sussista un rapporto di efficienza  causale tra detto comportamento ed il verificarsi dell’intollerabilità dell’ulteriore convivenza.

Il riferimento, in particolare, è all’art. 143 c.c., a norma del quale dal matrimonio discendono, per i coniugi, «l’obbligo reciproco alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell’interesse della famiglia e alla coabitazione», nonché quello di «contribuire ai bisogni della famiglia» in relazione «alle proprie sostanze e alla loro capacità di lavoro professionale e casalingo».

 

In evidenza

Nesso di causalità: da molti anni la giurisprudenza ha chiarito che per l’ottenimento della pronuncia di addebito il richiedente è gravato dal citato duplice onere probatorio tanto sulla effettiva violazione dei doveri discendenti dal matrimonio da parte dell’altro coniuge quanto sul rapporto di efficienza causale tra il comportamento oggettivamente trasgressivo ed il verificarsi della intollerabilità della convivenza (ex multis, Cass. n. 7566/1999; Cass. n. 21245/2010; Cass. n. 8862/2012; Cass. n. 8873/2012)

 

Ne derivano da un lato la irrilevanza di comportamenti contrari ai doveri derivanti dal matrimonio avvenuti in un momento successivo alla crisi, dall’altro la necessità per il richiedente di fornire rigorosa prova che la violazione sia stata causa – unica o comunque prevalente e determinante - della intollerabilità della convivenza (Cass. n. 5061/2006; Cass. n. 2059/2012; Trib. Milano 16 ottobre 2014, n. 12147 in Redazione Giuffrè; Trib. Vicenza 21 febbraio 2013, n. 281 in Guida al diritto, 2013,24, 63; Trib. Cassino, 8 maggio 2014 in Guida al diritto,  2014, 38, 42).

In caso di mancato assolvimento di tale duplice onere probatorio, la richiesta di addebito dovrà essere respinta.

Presupposti e termini per la formulazione della domanda

L’addebito della separazione è oggetto di una espressa pronuncia, onde concerne esclusivamente l’ipotesi di separazione giudiziale, conclusasi con sentenza. Anzitutto, quindi, l’addebito della separazione deve essere richiesto da una (o da entrambe) le parti.

Questione che è stata a lungo controversa in dottrina ed in giurisprudenza è quella che concerne il momento in cui la domanda deve essere formulata .

È, infatti, ben noto che a seguito della riforma introdotta dalla l. 14 maggio 2005, n. 80, entrata in vigore il 1°marzo 2006, è stato modificato il tenore dell’art. 709 c.p.c., chiarendo definitivamente la c.d. “bifasicità” del procedimento di separazione – come di quello di divorzio - e quindi il contenuto degli atti introduttivi, in particolare della memoria integrativa.

Mentre, ante riforma, non vi erano dubbi sul fatto che la domanda di addebito andasse formulata nel ricorso introduttivo (cfr. Cass. n. 11305/2007) diversamente, oggi, poiché lo spirito della riforma è consistito nel favorire, in fase presidenziale, il tentativo di conciliazione - da intendersi in senso ampio, id est  perlopiù nel senso di ottenere che i coniugi giungano a consensualizzare il procedimento - è preferibile aderire alla tesi secondo cui non sussiste alcuna obbligatorietà a formulare, in fase presidenziale, la domanda di addebito.

Dal momento  quindi che, nel testo novellato, l’art. 709 c.p.c. indica  espressamente che la memoria integrativa deve rivestire il contenuto dell’atto di citazione, deve ritenersi che sia essa l’atto con cui si apre la fase c.d. contenziosa del procedimento di separazione (o di divorzio): dunque, diversamente dal ricorso introduttivo – che ben potrà avere contenuto sintetico, sarà detta memoria che dovrà avere il contenuto ex art. 163 comma 3 nn. 2,3,4,5 e 6 c.p.c., e quindi nulla osta a che la memoria integrativa possa essere veicolo di domande “nuove” rispetto a quelle esposte nel ricorso introduttivo, compresa appunto quella di addebito della separazione.

La Suprema Corte è intervenuta sul punto, ancorché con obiter dictum, nella sentenza n. 1278/2014, laddove ha osservato che «il ricorso introduttivo rappresenta l’atto di riscontro della tempestività delle domande avanzate dal ricorrente, almeno per le cause, come quella in esame, iniziate dal 2004, alle quali non sono applicabili le modifiche introdotte dal d.l. n. 35 del 2005, convertito, con modificazioni, nella ln. 80 del 2005 e dalla l. n. 263 del 2005», così evidenziando la diversità tra il regime precedente e quello oggi in vigore a seguito della riforma.

Parimenti, il termine ultimo in cui il resistente dovrà formulare richiesta di addebito sarà evidentemente la comparsa di risposta tempestivamente depositata nei 20 giorni prima della prima udienza, dal momento che tale  richiesta nei confronti di controparte deve essere qualificata come domanda riconvenzionale in senso proprio, essendo autonoma e dotata di un proprio petitum nonché di una propria causa petendi, seppur evidentemente subordinata alla pronuncia di separazione (Cass. n. 11688/2013).

Diversamente, nessuna delle parti potrà avanzare la richiesta in un momento successivo: in particolare, non può ritenersi consentito avanzare domanda di addebito all’udienza ex art. 183 c.p.c. avanti all’istruttore, ovvero nella prima delle memorie ex art. 183 comma 5 c.p.c.: in tali ipotesi, infatti, verrebbe introdotto un nuovo thema decidendum e si verserebbe nella ipotesi di mutatio libelli, non consentita.

Come è ovvio, peraltro, nulla impedisce che il ricorrente anticipi la domanda già nel ricorso introduttivo, così come del resto il resistente ben potrà formularla nella memoria di costituzione prima della udienza presidenziale: ancorché, infatti, tanto il ricorso introduttivo quanto la memoria costitutiva per l’udienza ex art. 708 c.p.c. possano avere contenuto “scarno” – in quanto in linea astratta diretti, oltre all’ottenimento dei provvedimenti provvisori di cui all’ordinanza ex art. 708 c.p.c., anche, come poc’anzi anticipato, a favorire la conciliazione tra le parti - quanto esposto concerne unicamente i termini preclusivi per la proposizione della domanda.

 

In evidenza: formulazione richiesta di addebito della separazione

ANTE RIFORMA 2005

POST RIFORMA

Domanda di addebito formulata nel ricorso introduttivo

Ricorrente:

Resistente:

  • comparsa di risposta

I mezzi di prova

L’accertamento della responsabilità di uno o di entrambi i coniugi sul verificarsi della intollerabilità della convivenza non consente di ritenere che sussista un potere-dovere del giudice di disporre d’ufficio mezzi istruttori dovendo trovare applicazione le regole generali ex art. 2697 c.c. in materia di onere della prova.

La giurisprudenza ha recentemente ribadito che, versandosi in materia di diritti indisponibili, eventuali dichiarazioni ammissive di una delle parti non possono assumere il valore probatorio legale della confessione ex art. 2730 c.c., ma possono essere utilizzate – unitamente ad altri elementi probatori - quali presunzioni od indizi liberamente valutabili, sempre che non esprimano opinioni o stati d’animo personali o giudizi ma fatti obiettivi, suscettibili, in quanto tali, di essere valutati giuridicamente come indice della violazione di specifici doveri coniugali (Cass. n. 7998/2014).

Gli obblighi discendenti dal matrimonio

a) Obbligo di fedeltà

La violazione dell’obbligo di fedeltà, in quanto dovere nascente dal matrimonio, è  frequente comportamento addotto a sostegno della richiesta di addebito della separazione.

Peraltro, richiamando quanto sopra esposto in ordine alla prova non solo della violazione del dovere ma altresì del nesso di causalità tra la violazione e la crisi del matrimonio, va immediatamente chiarito che, alla luce del principio ex art. 2697 c.c., sarà la parte richiedente che dovrà provare tanto la infedeltà quanto ch’essa costituisce la causa diretta della crisi coniugale: in altre parole, qualora la crisi fosse preesistente e la convivenza dei coniugi meramente formale, la trasgressione al dovere di fedeltà dovrà essere qualificata come irrilevante (Cass. n. 2059/2012).

A titolo esemplificativo, la Suprema Corte ha respinto la richiesta di addebito in una fattispecie in cui uno dei coniugi aveva convissuto con terza persona in costanza di matrimonio, in quanto medio tempore vi era stata una separazione di fatto con il consorte (Cass. n. 8052/2011) così come in altro caso in cui vi era stata una successiva riappacificazione tra i coniugi (Cass. n. 25560/2010) o ancora nel caso in cui vi erano reiterate infedeltà da parte di entrambi i coniugi, e tuttavia ciò era avvenuto in un contesto di disgregazione della comunione materiale e spirituale trai coniugi (Cass. n. 9074/2011). È necessario, inoltre, valutare la portata del c.d. “adulterio sentimentale”, vale a dire una relazione non connotata da fisicità ma meramente platonica: occorre segnalare come,  mentre la giurisprudenza risalente riteneva che una relazione non connotata dal rapporto carnale non potesse fondare la pronuncia di addebito, recentemente il Supremo Collegio (Cass. n. 8929/2013, peraltro, in senso contrario, Cass. n. 11008/2013) ha ritenuto la sufficienza di tale genere di relazione per la declaratoria di addebitabilità della separazione, motivando come anche tale genere di adulterio concreti una menomazione della dignità dell’altro coniuge, onde una violazione dei doveri nascenti dal matrimonio.

b) Obblighi di assistenza e collaborazione

L’obbligo di assistenza viene qualificato come la cura e l’aiuto reciproco, il cui momento dinamico concreta l’obbligo di collaborazione.

Assai chiara è sul punto la sentenza del Supremo Collegio n. 753/2012, secondo cui «un atteggiamento unilaterale, sordo alle valutazioni ed alle richieste dell’altro coniuge, eccessivamente rigido, può tradursi nella violazione, nei confronti dell’altro coniuge, di concordare l’indirizzo della vita familiare e, in quanto fonte di angoscia e dolore per il medesimo, nella violazione del dovere di assistenza morale e materiale sancito dall’art. 143 c.c.».

Analogamente il Tribunale di Bari ha ritenuto che «la trascuratezza nei confronti delle più elementari esigenze della moglie e della prole…sino a far mancare il denaro necessario per le spese quotidiane» integrano «una condotta lontana dai paradigmi richiesti dalla normativa per l’adempimento degli obblighi di coniuge e di padre, prescritti dagli artt. 143 e 148 c.c.» (Trib. Bari 28 giugno 2012, n. 2348, in Giurisprudenzabarese.it, 2013)

Per contro, tuttavia, la Suprema Corte, nella pronuncia n. 17199/2013 ha precisato che «non può costituire motivo di addebito della separazione la circostanza che uno dei coniugi - pur non avendone necessità, per essere l’altro disposto  ad assicurargli con le proprie risorse il mantenimento di un tenore di vita adeguato al livello economico sociale del nucleo familiare - abbia voluto dedicarsi ad una attività lavorativa…al fine di affermare la propria personalità anche al di fuori dell’ambito domestico, purché tale decisione non comporti una violazione del dovere di collaborazione gravante su entrambi i coniugi, in quanto contrastante con l’indirizzo della vita familiare da essi concordato prima o dopo il matrimonio e non pregiudichi l’unità della famiglia, in quanto incompatibile con l’adempimento dei fondamentali doveri coniugali e familiari».

c) Obbligo di coabitazione

L’allontanamento dalla casa coniugale, senza il consenso dell’altro coniuge, è causa di addebito della separazione qualora non risulti legittimato da una “giusta causa”: solo se non sussista quest’ultima, infatti, il comportamento può essere ritenuto cagione e non mero effetto della crisi coniugale (Cass. n. 4540/2011).

Sul punto è opportuno far presente come, seppur l’art. 146 comma 2 c.c. reciti che «la proposizione della domanda di separazione (…) costituisce giusta causa di allontanamento dalla residenza familiare» sia intervenuta una pronuncia della Corte di Cassazione secondo cui «il mero deposito del ricorso separativo non è idoneo a giustificare l'allontanamento unilaterale e non temporaneo dalla casa coniugale unitamente ai figli minori, dal momento che il cambiamento della residenza familiare è legittimo solo quando sia frutto di una scelta condivisa, dovendo diversamente essere ritenuto una grave violazione dei doveri coniugali e familiari» (Cass. n. 10719/2013): detta pronuncia – peraltro emessa in fattispecie particolare, laddove uno dei coniugi si era allontanato unitamente ai figli - si pone in direzione opposta rispetto all’orientamento costante che al contrario, in aderenza al dettato normativo, individua nel deposito del ricorso per separazione una giusta causa di allontanamento (cfr., ex multis, Cass. n. 2059/2012).

La Cassazione ha peraltro chiarito che possono individuarsi altre ipotesi in cui l’allontanamento dalla casa coniugale risulta giustificato: in particolare, laddove manchi una «appagante e serena intesa sessuale» (Cass. n. 8773/2012), ovvero nel caso di frequenti litigi della moglie con la suocera convivente (Cass. n. 4540/2011).

In buona sostanza, «la giusta causa legittimante l’allontanamento di uno dei coniugi dalla casa coniugale, prima della separazione, deve intendersi identificabile non solo nel comportamento illegittimo dell’altro coniuge (….) ma anche nella obiettiva determinatasi situazione di intollerabilità della convivenza coniugale. In tal senso, pertanto, l’abbandono del tetto coniugale non costituisce violazione dei doveri nascenti dal matrimonio, e conseguente causa di addebito della separazione, qualora legittimato da una giusta causa nei termini di cui innanzi» (Cass. n. 4540/2011).

Infine, va richiamata una pronuncia del Supremo Collegio che ha ritenuto giusta causa di allontanamento «una lettera di addio del coniuge all’altro», in cui la scelta venga giustificata con il disagio che caratterizzava i rapporti tra le parti (Cass. pen. n. 34562/2012).

In conclusione, pare corretto affermare che il mero fatto storico dell’abbandono non sia sufficiente, di per sé, a fondare la pronuncia di addebito, bensì, qualora si eccepisca la sussistenza di cause di giustificazione – il cui onere probatorio grava evidentemente sul coniuge allontanatosi - occorra la ricostruzione del concreto stato di fatto in cui l’abbandono è avvenuto, e solo qualora esso sia stato ingiustificato potrà affermarsi la violazione del dovere di coabitazione.

d) Obbligo di contribuzione

Su entrambi i coniugi grava il dovere di soddisfare reciprocamente i bisogni materiali e spirituali della famiglia, con i mezzi derivanti dalle proprie sostanze e dalle proprie capacità.

Detti bisogni della famiglia non si esauriscono in quelli minimi, ma vanno parametrati ai singoli contesti familiari, specie laddove vi siano ampie disponibilità patrimoniali dei coniugi.

La violazione dei doveri nei confronti della prole

È ben noto come l’art. 3 del d.lgs. 28 dicembre 2013, n. 154 abbia modificato il tenore letterale dell’art. 147 c.c., che oggi recita: «Il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l’obbligo di mantenere, istruire, educare e assistere materialmente i figli, nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni, secondo quanto previsto dall’art. 315-bis c.c.».

È bensì vero che la fonte di detti obblighi è il mero rapporto di filiazione – in termini sistematicamente più efficaci a seguito della introduzione della l. n. 219/2012 nonché del d.lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, dal momento che oggi la normativa afferente i figli è unitariamente considerata in riferimento a tutti i figli, siano essi nati in costanza di matrimonio o siano essi stati generati da conviventi -  tuttavia vi è da chiedersi se la violazione dei doveri nei confronti dei figli, perpetrata da uno dei genitori, consenta la pronuncia di addebito a carico di quest’ultimo.

Se, infatti, il tenore letterale dell’art. 151  c.c. colloca il «grave pregiudizio nei confronti della prole» al primo comma, vale a dire quale presupposto della mera separazione giudiziale, tuttavia al secondo comma si afferma la possibilità di pronunciare l’addebito nella ipotesi di violazione dei doveri discendenti dal matrimonio, e, sotto il profilo sistematico e letterale, l’art. 147 c.c. impone ai “coniugi” i citati doveri nei confronti dei figli (come detto, identici a quelli che qualunque genitore, anche non coniugato, ha nei confronti della propria prole ex art. 315-bis c.c., il c.d. “statuto del minore” recanti e diritti e doveri dei figli).

Al quesito se la violazione dei doveri ex art. 147 c.c. possa conseguire, se richiesta, pronuncia di addebito nei confronti dell’altro coniuge, la giurisprudenza – pur scarna sul punto - ha dato risposta affermativa.

Peraltro, il Supremo Collegio ha ritenuto bensì che un atteggiamento violento e rigido nei confronti della prole, che prescinda dalle scelte educative dell’altro coniuge, possa fondare la pronuncia, e tuttavia ha ricondotto tale violazione a quella dell’art. 143 comma 2 c.c., vale a dire alla violazione del dovere di collaborazione tra i coniugi (Cass. n. 17710/2005) ovvero alla violazione del dovere di concordare l’indirizzo familiare, ex art. 144 c.c. (Cass. n. 2289/2006).

Diversamente, il Tribunale di Vicenza (Trib. Vicenza, 21 febbraio 2013, n. 281, in Guida al diritto, 2013, 24, 63) e quello di Bari (Trib. Bari 28 giugno 2012, n. 2348, cit.) hanno affermato che la violazione dei doveri gravanti sui genitori ex art. 147 c.c., da parte di uno di essi, legittima la pronuncia di addebito richiesta dall’altro coniuge, qualora sia stata causa immediata e diretta della intollerabilità della convivenza.

Pare più corretto ritenere, in considerazione da un lato del fatto che di regola la pronuncia di addebito non implica, di per sé, alcuna conseguenza in relazione all’affidamento e/o alla collocazione della prole, dall’altro che è una domanda che rientra nella totale disponibilità delle parti – cui spetta di decidere se avanzarla, e che possono ad essa rinunciare in qualunque momento dell’iter processuale - infine del rilievo per cui alla violazione dei doveri “genitoriali” sono preposti strumenti tipici (sostanziali, quali i provvedimenti ex artt. 330 e 333 c.c., nonché processuali, quali l’art. 709-ter c.p.c.) che sia solo la violazione dei doveri, per così dire, “coniugali” a fondare legittimamente l’addebitabilità della separazione, e dunque, in aderenza alla citata giurisprudenza della Suprema Corte, affermare che comportamenti non consoni nei confronti dei figli rilevino – ai fini della pronuncia ex art. 151, comma  2, c.c.- solo in quanto a loro volta violazioni di un dovere tra i coniugi.

Altre cause di addebitabilità

Da tempo la giurisprudenza ha individuato tra i comportamenti che giustificano l’addebito della separazione la violenza endofamiliare. Numerose pronunce affermano infatti che qualora il comportamento di uno dei coniugi si concreti nella aggressione a beni fondamentali – quali l’integrità fisica o morale - non sussistono cause di giustificazione, giacché viene oltrepassata «quella soglia minima di solidarietà e di rispetto comunque necessaria e doverosa» verso la personalità del partner (Cass. n. 8548/2011): la Suprema Corte, del resto, ha affermato che anche un unico episodio non lieve di violenza e percosse, dovuto a motivi banali e futili, permette la pronuncia di addebito in quanto lesivo della  dignità della persona (Cass. n. 817/2011).

La valutazione complessiva del comportamento delle parti

Costituisce principio giurisprudenziale pacifico quello secondo cui al fine dell’addebitabilità della separazione personale il giudice deve procedere non solo al riscontro del comportamento del coniuge consapevolmente contrario ai doveri derivanti dal matrimonio ma altresì alla valutazione comparativa dei comportamenti tenuti dalle parti, in quanto il comportamento dell’uno non può essere valutato senza un raffronto con quello dell’altro (Cass. n. 14162/2001; Cass. n. 23236/2013).

 Se, infatti, la comparazione non può mai condurre ad una sorta di “compensazione” tra i comportamenti - giacché i concetti di compensazione o compensazione tra le colpe sono propri di rapporti giuridici diversi (di tipo obbligatorio o risarcitorio) e, massimamente quando le trasgressioni siano di particolare gravità, non appare corretto giustificarle come ritorsioni o provocazioni – tuttavia essa è indispensabile, nella maggior parte dei casi, per poter procedere ad un corretto inquadramento della fattispecie: così, nella pronuncia n. 9074/2011, la Suprema Corte ha affermato che il reiterato adulterio di entrambi i coniugi – e dunque la violazione reciproca del dovere di fedeltà - non era sufficiente a fondare la pronuncia di addebito, laddove il comportamento sia intervenuto in un contesto di «disgregazione della comunione spirituale e materiale» ed in una «situazione stabilizzata di reciproca sostanziale autonomia di vita, non caratterizzata da affectio coniugalis».  

Le conseguenze della pronuncia di addebito

Il coniuge cui viene addebitata la separazione subisce conseguenze unicamente sul piano economico: nessuna conseguenza discende, invero, riguardo all’affidamento della prole od alla assegnazione della abitazione coniugale, aspetti, questi ultimi, relativamente ai quali la pronuncia di addebito è del tutto irrilevante.

a) La perdita del diritto al contributo per il mantenimento

Il coniuge cui la separazione è stata addebitata perde il diritto ad un contributo per il proprio mantenimento: in altre parole, perde il diritto ad ottenere dall’altro coniuge, anche qualora sussistano le condizioni che lo giustificherebbero, un assegno che gli consenta di mantenere lo stesso tenore di vita goduto in costanza di matrimonio (art. 156 comma 1 c.c.).  

Peraltro, il coniuge “colpevole” mantiene il diritto ad ottenere un assegno “alimentare” (art. 156 comma 3 c.c.) qualora sussistano i presupposti ex art. 438 c.c., vale a dire ch’egli versi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento: l’assegno alimentare, peraltro, andrà evidentemente correlato unicamente ai c.d. bisogni primari (vitto, abitazione, cure mediche) e sarà inoltre onere del richiedente provare tanto la situazione di assoluta carenza di mezzi di sostentamento quanto la impossibilità di svolgere attività lavorativa.

b) Gli aspetti successori

Il coniuge cui la separazione è stata addebitata perde qualsiasi aspettativa successoria nei confronti dell’altro coniuge.

Mentre, infatti, in assenza di pronuncia di addebito a suo carico, al coniuge separato spettano gli stessi diritti successori del coniuge non separato ed, in particolare, egli conserva la posizione di legittimario – ma non sempre lo speciale diritto di abitazione sulla ex casa coniugale, avendolo la giurisprudenza negato qualora, a seguito della cessazione della convivenza, non sia più possibile individuare una residenza familiare (cfr. Cass. n. 1340/2014 e Cass. n. 22456/2014) - al contrario il coniuge separato con addebito perde i diritti successori inerenti allo stato coniugale.

Egli può tuttavia avere diritto ad un assegno vitalizio – a carico degli eredi - il cui presupposto è che, al momento dell’apertura della successione, egli fosse titolare dell’assegno alimentare: detto assegno vitalizio, peraltro, non può essere superiore alla prestazione alimentare (art. 548 comma 2 c.c.).

La querelle giurisprudenziale in merito alla necessità di preesistente assegno alimentare quale condizione per il diritto del coniuge separato con addebito a percepire la pensione di reversibilità è stata recentemente risolta in senso negativo, vale a dire che quand’anche il coniuge defunto non fosse tenuto a versare l’assegno alimentare, sussiste ugualmente il diritto del coniuge superstite alla pensione di reversibilità (Cass. n. 4555/2009, ma, contra, Cass. n. 11428/2004, e cfr. anche Corte Cost. n. 213/1985).

Addebito e risarcimento del danno ex art. 2043 c.c.

Questione discussa è se l’accertata addebitabilità della separazione ad uno dei coniugi possa fondare o meno la domanda di risarcimento dei danni patiti dall’altro.

La giurisprudenza ha da tempo chiarito che l’addebito della separazione non è di per sé fonte di responsabilità extracontrattuale ex art. 2043 c.c., sicché la violazione dei doveri coniugali non è sufficiente per una domanda risarcitoria: spetterà al giudice di valutare, caso per caso, se sussistano gli estremi del comportamento doloso o colposo, del danno ingiusto e della sussistenza del nesso causale.

La domanda dovrà tuttavia essere formulata in altra sede, in quanto una recente  pronuncia della Suprema Corte ha chiarito che «le domande di risarcimento dei danni e di separazione personale con addebito sono soggette a riti diversi e non sono cumulabili nel medesimo giudizio, atteso che, trattandosi di cause tra le stesse parti e connesse solo parzialmente, sono riconducibili alla previsione di cui all’art. 33 c.p.c., laddove il successivo art. 40 c.p.c., nel testo novellato dalla legge 26 novembre 1990, n. 353, consente il cumulo nell’unico processo di domande soggette a riti diversi esclusivamente in presenza di ipotesi qualificate di connessione “per subordinazione” o “forte”» (Cass. n. 18870/2014).

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