Bussola

Rettificazione di sesso

Sommario

Inquadramento | Il genere sessuale | Identità della persona e caratteri sessuali | La tenuta operativa del vincolo coniugale | La legge sulla “Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze” | Diffusione di dati sul cambiamento di sesso e responsabilità civile. Approcci applicativi |

Inquadramento

L’ordinamento riconnette alla nascita di un individuo una serie di conseguenze giuridiche. Per la sua identificazione sono necessarie le dichiarazioni rese all’ufficiale di stato civile da parte dei soggetti annoverati  dalla legge (art. 30 d.P.R. 3 novembre 2000, n. 396), oltre che l’attestazione di avvenuta nascita. Quest’ultima enuclea le generalità del nato e quindi anche il sesso («sesso anagrafico»), come determinato dall’esame morfologico dei suoi organi genitali. L’equazione sesso anagrafico-sesso biologico - che caratterizza il nostro ordinamento giuridico - presuppone che il primo rispecchi fedelmente le componenti sessuali del titolare, sebbene nella realtà tale coincidenza non sempre sussiste. Accade, non di rado, che le molteplici componenti della sessualità umana (genetica, fenotipica, endocrinica, psicologica, culturale e sociale) entrino in rotta di collisione. L’emergere nel corso della vita di tendenze comportamentali e psichiche, caratterizzanti un sesso diverso da quello propriamente anagrafico, sollecita la definizione del problema di una nuova qualificazione giuridica. Il giurista è, dunque, chiamato ad indagare la recettività nel diritto di istanze sottaciute per lungo tempo e, di conseguenza, ad interrogarsi sui loro fondamenti; problematiche poste già all’attenzione della Corte costituzionale che, in un noto e risalente arresto (Corte cost., 24 maggio 1985, n. 161) aveva escluso che l’identità sessuale di una persona fosse certamente riducibile o desumibile solo dai caratteri fisici (ed in specie dalla conformazione degli organi genitali), rilevandosi anche elementi di natura psicologica e sociale. Prendendo le mosse probabilmente da tale assunto, il legislatore si è premurato di garantire il diritto della persona ad avere riconosciuta giuridicamente la diversa (rispetto al passato) identità sessuale, sebbene, come detto, il diritto tende a non allontanarsi dal dato biologico. Sulla medesima scia si è orientata, per lungo tempo, la giurisprudenza che, in più occasioni, ha confermato la prevalenza dell’identità biologica (basti ad esempio ricordare il celebre caso del 1971 [v. Corte Suprema delle Filippine, 22 ottobre 2007, Silverio v. Philippines, in International Commission of Jurists (ed.), Sexual Orientation, Gender Identity and Justice: A Comparative Law Casebook, Geneva 2011, 183 ss., laddove un giudice inglese dichiarò nullo un matrimonio sul semplice fatto che la moglie fosse invero un uomo, dichiarato tale al momento della nascita, anche se era considerata donna sotto tutti gli aspetti, incluso quello sessuale). L’evidenza identitaria non può, dunque, essere slegata dall’autopercezione sociale e dalla relazione che si sviluppa con la società «in un’interazione costante fra cervello, corpo, esperienza» (Cass. civ., 20 luglio 2015, n. 15138). Favorire l'elemento fenotipico o quello cromosomico della sessualità significa tra l’altro «disconoscere l’esistenza di un'intera «galassia» di sessualità diverse e ignorare i fenomeni reali come l'intersessualità (ermafroditismo), il transgenderismo e il transessualismo» (M. Winkler, Cambio di sesso del coniuge e scioglimento del matrimonio: costruzione e implicazioni del diritto fondamentale all’identità di genere, in Giur. Mer.,3, 2012). Situazioni che affiorano già in fase preadolescenziale, quando gli interessati ricorrono a terapie ormonali, al sostegno psicoterapeutico, alla chirurgia estetica, etc. Sullo sfondo di tali problematiche, viene in rilievo il genere più che il sesso anagrafico o biologico, ossia la qualità della persona in senso maschile o femminile che può tuttavia cambiare col tempo in varie declinazioni. Pertanto il richiamo al concetto di “identità di genere” diviene fondamentale perché identificativa dell’individuo nella sua complessità, tanto da essere recepita nella direttiva 2011/95/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 13 dicembre 2011 laddove, nel trentesimo considerando, l’ha annoverata tra gli aspetti connessi al sesso del richiedente che possono essere motivo di persecuzione.  

Il genere sessuale

Non v’è dubbio che il tema dell’identità personale si intrecci inevitabilmente con l’interesse pubblico dello Stato alla certezza dei rapporti giuridici. Per tale via la normativa di riferimento (l. 14 aprile 1982 n. 164, come modificata dal d.lgs. 1 settembre 2011 n. 150) postula che la rettificazione di attribuzione di sesso è possibile a seguito di intervenute modificazioni dei caratteri sessuali, in forza di sentenza del tribunale passata in cosa giudicata (art. 1 l. n. 164/1982). L’art. 31, comma 4, del decreto del 2011, stabilisce inoltre che «quando risulta necessario un adeguamento dei caratteri sessuali da realizzare mediante trattamento medicochirurgico, il tribunale lo autorizza con sentenza passata in giudicato». Al giudice è, quindi, demandato un compito alquanto delicato, dovendo egli stabilire se il richiamo a mere clausole in bianco “quando risulti necessario” e “caratteri sessuali” abbia contenuto precettivo univoco (i.e. preventiva modifica dei caratteri sessuali primari) o se, contrariamente, gli sia consentito offrire una soluzione differente e compatibile con i parametri costituzionali e convenzionali che sorreggono il riconoscimento dell’identità di genere (v. infra). D’altro canto, il legislatore si è premurato di riconoscere al soggetto portatore di disforia di genere (c.d. DIG) il diritto di risolvere la cesura esistente tra il sesso anagrafico e quello psicologico attraverso la modifica dei registri dello stato civile; ciò perché la corrispondenza della persona al suo genere sessuale, in sede di dichiarazione di nascita, è scandita dall’esigenza di rispondenza del prenome al genere sessuale del nato. Detto in termini più precisi, i genitori sono tenuti ad attribuire al nato un nome in funzione del sesso; tant’è vero che un nome attribuito in violazione di tale regola è parificato per la giurisprudenza ad un nome ridicolo o vergognoso (Cass. civ., 20 ottobre 2008, n. 25452, in Dir. Fam. Pers., 2, 2009, con nota di L. Bardaro). Si pensi al caso del prenome Andrea che tanti genitori hanno attribuito, prima dell’intervento decisivo della Cassazione nel 2012 (Cass. civ., sez. I, 20 novembre 2012, n. 20385, in Fam. Dir., 8-9, 2013, con nota di L. Bardaro), alle proprie figlie, ancorché in Italia siffatto appellativo identificasse pacificamente, anche per la sua radice etimologica, solo i maschi.

Identità della persona e caratteri sessuali

La giurisprudenza è stata chiamata in più occasioni a stabilire se il trattamento medico-chirurgico sia necessario per realizzare l’adeguamento del richiedente tutela alla nuova identità sessuale. Secondo un indirizzo che potremmo definire “formalistico” – basato su una interpretazione letterale e storica delle disposizioni di riferimento - il raggiungimento dell’identità sessuale, divergente da quella anagrafica, è realizzabile solo laddove l’interessato si sottoponga ad un intervento medico chirurgico di adeguamento dei caratteri sessuali al genere desiderato (Trib. Vercelli, sez. I civ., sent. 27 novembre 2014, n. 159, in www.altalex.com, 8 gennaio 2015, con nota di G. Mattiello; App. Bologna sez. I civ.,sent. 22 febbraio 2013, in www.articolo29.it). Per i giudici la normativa in tema di transessualismo esprime la tutela esclusiva dell’interesse statuale, volta a dare certezza sul genere, maschile o femminile, di un soggetto: un interesse preminente che escluderebbe qualsiasi forma di bilanciamento con gli interessi delle persone coinvolte (ne dà atto C.cost., 11 giugno 2014).

Tale rigida linea interpretativa presenta limiti non trascurabili. Anzitutto la soluzione non tiene conto della stabilità emotiva del richiedente tutela che potrebbe aver raggiunto un’armonia con il proprio corpo verso il sesso desiderato a prescindere dal ricorso al trattamento chirurgico (Cass. civ., 20 luglio 2015, n. 15138). La scelta di sottoporsi alla modificazione chirurgica dei caratteri sessuali primari «non può che essere una scelta espressiva dei diritti inviolabili della persona, sacrificabili soltanto se vi siano interessi superiori di carattere collettivo da tutelare espressamente indicati dal legislatore» (Cass. civ., 20 luglio 2015, n. 15138, cit.). A ciò si aggiungano le complicanze di natura sanitaria legate all’operazione demolitorio-ricostruttiva degli organi sessuali primari che è un procedimento sofferto ed invasivo (Trib. Brescia, 15 ottobre 2004, in Fam. Dir., V, 2005, 527 ss., con nota critica di P. Veronesi, Cambiamento di sesso tra (previa) autorizzazione e giudizio di rettifica. Per Trib. Roma, 18 ottobre 1997, in Dir. Fam. Pers., 1998, 1033, con nota di M. C. La Barbera, Transessualismo e mancata volontaria, seppur giustificata, effettuazione dell’intervento medico-chirurgico, se l’operazione è rischiosa per lo stato di salute, la stessa è rinunciabile). Non si dimentichino, peraltro, i casi in cui (es. falloplastica) l’intervento non è opportuno per le crisi di rigetto legate alla costruzione dell’organo genitale maschile, da cui potrebbero conseguire problemi uro-genitali. Queste sono in fondo le ragioni per le quali il dibattito sulla prerogativa o meno della sottoposizione al bisturi non sembra sopito.

Un punto di discontinuità in senso liberale nel formante giurisprudenziale è segnato, di recente da alcune decisioni che riconoscono la mera eventualità dell’intervento chirurgico. La Cassazione (Cass. civ., 20 luglio 2015, n. 15138, cit.) rileva come l’art. 1 della l. n. 164/1982 faccia generico riferimento ai «caratteri sessuali» (pur essendo al tempo della confezione della disciplina già nota la distinzione tra caratteri sessuali primari e secondari) e nel successivo art. 3 l’intervento chirurgico debba essere autorizzato «quando necessario». L’interpretazione congiunta delle due disposizioni non può ritenersi pertanto espressiva di un contenuto precettivo univoco. Proprio il sintagma “quando risulta necessario” fa pensare alla sua mera “eventualità” (Trib. Rovereto, 03 maggio 2013, in Nuova giurisprudenza civile commentata, 2013, I, 1116, con nota di F. Bilotta, Identità di genere e diritti fondamentali della personaTrib. Roma, 11 marzo 2011 e Trib. Roma, 22 marzo 2011, in Nuova giurisprudenza civile commentata, 2012, 243 ss., con nota di A. Schuster, Identità di genere: tutela della persona o difesa dell’ordinamento?). Per tale via, la locuzione normativa lascerebbe all’interprete il compito di definire il perimetro di tali modificazioni e le modalità attraverso le quali realizzarle. La Consulta ha chiarito che «la mancanza di un riferimento testuale alle modalità (chirurgiche, ormonali, ovvero conseguenti ad una situazione congenita), attraverso le quali si realizzi la modificazione, porta ad escludere la necessità, ai fini dell’accesso al percorso giudiziale di rettificazione anagrafica, del trattamento chirurgico, il quale costituisce solo una delle possibili tecniche per realizzare l’adeguamento dei caratteri sessuali» (C. cost., 5 novembre 2015, n. 221). La scelta sulle modalità attraverso le quali realizzare il percorso di transizione – con l’assistenza del medico e di altri specialisti - è rimessa, dunque, al singolo. Tale percorso non può che tener conto degli «aspetti psicologici, comportamentali e fisici che concorrono a comporre l’identità di genere» (C. cost., 5 novembre 2015, n. 221, cit.).

Non si è ritenuto indispensabile, ad esempio, l’intervento sanitario nei casi in cui la discrepanza tra il sesso anatomico e la percezione psicologica non ha determinato un atteggiamento conflittuale di rifiuto degli organi sessuali (Trib. Roma, 14 aprile 2011, n. 5896, in Fam. Dir.,2, 2012). Parimenti, si è ritenuto sufficiente l’adeguamento mediante il ricorso ad una cura ormonale del fenotipo al sesso mentale, là dove consentiva all’interessato di raggiungere stabilità e benessere psicofisico (Trib. Messina, 4 novembre 2014, in Dir. Civ. cont., 7 marzo 2015). Le decisioni confermano il convincimento, radicatosi negli interpreti, che il termine “adeguamento” non implica un rinvio all’operazione chirurgica di cui all’art. 31 del d.lgs. n. 150/2011, sottendendo altrimenti una modificazione di tutti i caratteri sessuali, primari e secondari, tramite una scelta basata sul caso concreto (Trib. Messina,sez. Iciv., 4 novembre 2014, cit. sostiene la tesi dell’eventualità del trattamento chirurgico se la persona ha raggiunto già un equilibrio psico-somatico e ha portato a maturazione la consapevolezza della propria identità sessuale). La soluzione dell’indefettibilità dell’intervento chirurgico, ai fini della rettificazione di sesso, comprime invece l’identità personale (di cui l’identità di genere è, sotto il profilo relazionale, suo aspetto costitutivo), specie quando la modificazione chirurgica possa risolversi in un danno alla salute fisica o psicologica del soggetto, costituzionalmente tutelata ai sensi dell’art. 32 Cost..

Per uscire dalle secche di rigide alternative, una possibile «bussola» capace di orientare il giudice nel percorso interpretativo, potrebbe astrattamente rinvenirsi nella ricerca di indicatori che possano sostenerne l’esito argomentativo, senza una contrapposizione manichea tra imposizione o mera eventualità al bisturi. Proprio spostando l'argomentazione dal piano della logica a quello del bilanciamento degli interessi, gli ermellini hanno sottolineato come il tentativo di giungere ad un criterio ragionevole possa trovare un opportuno riferimento nel principio di proporzionalità. Facendo perno su tale armamentario, l’interprete potrebbe essere nelle condizioni di stabilire se la compressione di un diritto individuale sia necessaria per il perseguimento di un obiettivo di interesse generale, che, nel caso specifico, è l’interesse alla certa e pubblica demarcazione dell’appartenenza sessuale degli individui. Una simile soluzione è avvalorata dalla ratio della disciplina in analisi: quella di promuovere la garanzia dell’identità della persona (di cui l’identità sessuale è species, cfr. C.cost. 24 maggio 1985 n. 161) e del suo benessere mentale e corporale (C. cost., ord., 24 maggio 1985 n. 161). Rimane così ineludibile, afferma la Consulta, «un rigoroso accertamento giudiziale delle modalità attraverso le quali il cambiamento è avvenuto e del suo carattere definitivo. Rispetto ad esso il trattamento chirurgico costituisce uno strumento eventuale, di ausilio al fine di garantire, attraverso una tendenziale corrispondenza dei tratti somatici con quelli del sesso di appartenenza, il conseguimento di un pieno benessere psichico e fisico della persona» (C. cost., 05 novembre, 2015, n. 221, cit.).

Sulla diversa questione del divorzio conseguente al cambiamento di sesso si rinvia al paragrafo successivo.

La tenuta operativa del vincolo coniugale

Il discorso sin qui condotto rimarrebbe chiaramente incompleto ove non si desse conto dell'annoso problema dello scioglimento del matrimonio quale conseguenza del mutamento di sesso di uno dei coniugi («la sentenza di rettificazione di sesso provoca lo scioglimento del matrimonio[omissis]) sancita dall'art. 4 l. n. 164/1982 (ora art. 31 comma 6, d.lgs. n. 150/2011). La questione, ben nota in dottrina e in giurisprudenza, attiene all'inserimento di tale principio all'interno del sistema. Con la novella del 6 marzo 1987, n. 74 si modificava però la legge sul divorzio(art. 3 comma 2, lett. g, l. 1 dicembre 1970, n. 898), configurando il passaggio in giudicato della sentenza di rettificazione di sesso come causa autonoma per richiedere la cessazione degli effetti civili del matrimonio. La sua previsione sembra voglia indirizzarsi a «sciogliere gli interrogativi suscitati dall’art. 4 l. n. 164/1982 e, ad offrire, una più intensa tutela agli ex coniugi e all’eventuale prole» (testualmente  G. Bonilini, La sentenza di rettificazione di attribuzione di sesso, a norma della l. n. 164/1982, in G. Bonilini- F. Tommaseo, Lo scioglimento del matrimonio,in Il codice civile. Commentario, Milano, 2010, 300). Si è così creato un contrasto tra l'automaticità dello scioglimento del matrimonio operata dalla legge del 1982, da un lato, e la presunta necessità dell'impulso di parte nella disciplina del divorzio dall'altro. In generale, lo scopo della norma è chiaramente quello di garantire la diversità di sesso fra coniugi, quale presupposto essenziale per l’esistenza del vincolo matrimoniale. Non aveva fatto breccia in tale granitico convincimento neppure il dubbio che l’automatico scioglimento del vincolo coniugale determinava una lesione permanente all’esercizio del diritto, da parte delle persone transessuali, all’identità personale (recte identità sessuale). Venendo in gioco diritti fondamentali della persona, occorre porsi l’interrogativo se l'esito consequenziale(e cioè lo scioglimento automatico del coniugio) sia giustificato e altresì proporzionato. Riflettendo su tale quesito, affiora inevitabilmente il conflitto esistente tra due diritti fondamentali, quello alla piena realizzazione dell'identità sessuale, da un lato, e quello al matrimonio dall'altro. La logica, in sostanza, è quella del “sacrificio imposto”, quale contropartita per l’esercizio di uno dei due diritti: «rispettivamente, l'improvviso sfaldamento del legame familiare o la coartata repressione del proprio essere» (M. Winkler, Cambio di sesso del coniuge e scioglimento del matrimonio: costruzione e implicazioni del diritto fondamentale all’identità di genere,cit.). Sulla primaria importanza di entrambe le situazioni giuridiche, si è più volte pronunciata la Corte costituzionale chiarendo che i diritti fondamentali, tra i quali annovera espressamente il matrimonio, «spettano ai singoli non in quanto partecipi di una determinata comunità politica, ma in quanto esseri umani», sì da far venir meno ogni differenziazione di natura personale, come quelle derivanti dall'identità di genere(C. cost., 25 luglio 2011, n. 245, in Nuova giur. civ. comm., 2011, 1239 ss., 1243, con nota di M. Winkler). Riconoscere, dunque, il pieno diritto all'identità di genere significa invero conferire piena dignità alle persone transessuali, affermando con decisione il loro essere «persone» a tutti gli effetti. In un simile caotico contesto, la soluzione più coerente con gli interessi in conflitto non può che essere quella adottata recentemente dalla Cassazione. Prendendo le mosse dalla sentenza n. 170/2014 della Corte costituzionale – con la quale è stata dichiarata l’illegittimità delle norme in tema di rettifica del sesso nella parte in cui non prevedono la possibilità di mantenere in vita il rapporto di coppia con altra forma di convivenza giuridicamente riconosciuta, con modalità da statuire dal legislatore – si potrebbe ritenere costituzionalmente necessario conservare alla coppia il riconoscimento dei diritti e dei doveri conseguenti al matrimonio, almeno fino a quando il legislatore non intervenga puntualmente sull’argomento. Sull’onta di tale precedente, anche la giurisprudenza di merito ha riconosciuto la facoltà ai coniugi, in occasione del procedimento di rettifica dell’identità di genere, di formulare istanza al giudice per essere autorizzati a mantenere in vita la coppia, anche se in forma diversa dal matrimonio (cfr. Trib. Milano, 22 aprile 2015); in difetto, seguirà il divorzio imposto a cui può provvedere l’Ufficiale di Stato civile.

 

Orientamenti a confronto

 

SCIOGLIMENTO DEL VINCOLO CONIUGALE

Scioglimento automatico del vincolo coniugale al momento del passaggio in giudicato della sentenza di rettificazione di sesso ex artt. 2 e 4 della l. n. 164/1982.

La sentenza di rettifica di sesso di un coniuge legittima l’ufficio dello stato civile ad annotare nell’atto di matrimonio l’avvenuto scioglimento del matrimonio, essendo venuto meno il presupposto indispensabile del rapporto matrimoniale dato dalla diversità sessuale dei coniugi e dovendosi quindi considerare tale rapporto sciolto di diritto per effetto della rettificazione (App. Bologna, 04 febbraio 2012).

Mantenimento del regime coniugale nel caso di impulso dei coniugi in tal senso, almeno fino a quando il legislatore non introduca altre forme di convivenza giuridicamente riconosciute

 

 (Cass., 21 aprile 2015, n. 8097)

La legge sulla “Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze”

Proprio la vicenda dei coniugi Bernaroli scandita dalla Corte costituzionale nella decisione n. 170/2014 (sulla peculiarità della vicenda giudiziaria, v. P. Veronesi, Il “caso Bernaroli” alla Corte costituzionale: ancora un bivio sul tema dell’eterosessualità del matrimonio, in Mutamento di sesso e divorzio imposto: il diritto all’identità di genere e al matrimonio, 48 e ss.) consente di ritenere che occorre emanciparsi dalla logica dell’automatismo. È utile ricordare infatti che i Bernaroli, pur coinvolti dal sopravvenuto mutamento del sesso di uno di loro, non intendevano subire lo scioglimento del vincolo coniugale. Merita di essere pertanto rivisitata l’impostazione tradizionale che non individua nella volontà dei coniugi un requisito indispensabile per la permanenza del matrimonio omogenere, giacché determina sul vissuto di tali coppie ripercussioni pregiudizievoli. Tale ricostruzione stride infatti con il principio fondamentale consacrato nell’art. 13 Cost. di autodeterminazione del singolo in relazione alla libertà di scioglimento del matrimonio. L’esigenza di offrire una copertura normativa nella situazioni di tale caratura sembra potersi realizzare nel comma 27, l. n. 76/2016, là dove si prefigura la possibilità per i coniugi di optare (e dunque di conferire una forma diversa al proprio “vissuto” di coppia) per l’unione civile. Ciò a condizione che non venga manifestata una diversa volontà da parte dei coniugi, nel senso «di non sciogliere il matrimonio o di non cessarne gli effetti civili». 

La volontà di costituire l’unione civile può essere resa anche dal solo coniuge che ha proposto la domanda di rettificazione di attribuzione di sesso, fino all’udienza di precisazione delle conclusioni (art. 7 d.lgs. 19 gennaio 2017, n. 5 in G.U. n. 22 del 27 gennaio 2017, attuativo della disciplina delle unioni civili).  

In altra sede, si sono invece manifestate le perplessità che suscita la disposizione dell’art. 1, comma 26, l. 20 maggio 2016 n. 76: la norma sembra, infatti, prefigurare l’automatico scioglimento dell’unione civile nel caso di rettificazione anagrafica di sesso del partner (L. Bardaro, La transizione sessuale: stato dell’arte e prospettive evoluzionistiche, in Dir. Succ. fam., 1, 2017). Anche per i componenti dell’unione civile si propone lo stesso problema esaminato per i coniugi, in relazione alla necessità di salvaguardare il vissuto della coppia, individuando nell’autodeterminazione un requisito indispensabile per lo scioglimento del vincolo.

Diffusione di dati sul cambiamento di sesso e responsabilità civile. Approcci applicativi

Una volta ripercorse, seppur solo per vie generali, le maglie degli istituti coinvolti, con buona dose di certezza è possibile pervenire alla conclusione che le informazioni sul cambiamento di sesso costituiscono dati sensibili e meritano pertanto una tutela rafforzata (Cass. civ., sez. I, 07 ottobre 2014, n. 21107). Il trattamento dei dati personali da parte dei soggetti pubblici è disciplinato dal d.lgs. n. 196/2003 (c.d. codice in materia di protezione dei dati personali) che all’art. 18, comma 2, sancisce il principio generale secondo cui tale trattamento è consentito solo per lo svolgimento delle funzioni istituzionali dell'ente; al comma 3 esso precisa che, nel trattare i dati, il soggetto pubblico deve osservare i presupposti e i limiti stabiliti dal medesimo codice, anche in relazione alla diversa natura dei dati, nonché dalla legge e dai regolamenti. Con particolare riferimento ai dati sensibili, il codice annovera tra l'altro quelli idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale dell'interessato (art. 4, comma 1, lett. e). In un recente arresto, la Corte di Cassazione (Cass. civ., sez. I, 13 maggio 2015 n. 9785) ha esaminato il delicato tema dell’illegittima divulgazione dei dati sensibili legali al cambiamento di sesso della persona danneggiata. Nel dettaglio, era stato trasmesso il fascicolo personale della vittima dell’illecito da un ufficio elettorale di un Comune ad altro Comune; in esso venivano riportati i dati anagrafici e la annotazione della sentenza di rettificazione di attribuzione di sesso. Si configurava pertanto un’indebita diffusione di dati sensibili, dato che una imprecisabile schiera di soggetti ne era venuta a conoscenza. Da qui la violazione della riservatezza del danneggiato, con conseguenze anche sulla salute psichica, sulla vita coniugale e sulle relazioni in ambiente lavorativo. Preme, a tal proposito, ricordare che con riferimento alle attestazioni di stato civile riferite a persona della quale sia stata giudizialmente rettificata l’attribuzione di sesso, l’art. 5 l. 14 aprile 1982, n. 164 prescrive il rilascio della sola indicazione del nuovo sesso e del nome. La vicenda diede luogo ad una controversia giudiziaria giunta poi fino all’ultimo grado di giudizio. Il giudice di merito riconobbe la violazione appena prospettata e condannò il Comune al pagamento della somma pecuniaria di € 75.000,00 a titolo di risarcimento dei danni; la decisione fu confermata in toto dalla Corte di cassazione (Cass. civ., sez. I, 13 maggio 2015, n. 9785, cit.). Gli ermellini osservarono che il diritto alla riservatezza dell'individuo è, probabilmente più di altri aspetti di tutela della personalità, strettamente collegato alle profonde trasformazioni operate dalla società industriale. L’individuo in genere e il giurista devono pertanto fare i conti con il segnare dei tempi. Difatti l’incessante progresso tecnologico implica il diffondersi di mezzi di comunicazione di massa e di strumenti di raccolta dei dati che possono attentare agli aspetti più intimi della personalità. L’auspicio è che il legislatore possa tornare a riflettere su tali problematiche, individuando più efficaci ed adeguate difese a favore dei titolari dei dati.

 

 

*Scheda aggiornata al Decreto di attuazione della Legge sulle Unioni civili (d.lgs. n. 5/2017)

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