Bussola

Pensione (di reversibilità)

20 Maggio 2019 | , ,

Sommario

Inquadramento | Condizioni di accesso | Requisito della vivenza a carico | Ammontare e limiti di cumulabilità | Coniuge o parte di unione civile superstite | Ex coniuge o parte di unione civile superstite divorziato | Titolarità dell’assegno di divorzio | Coniuge superstite separato | Corresponsione dell’assegno una tantum | Quote della pensione di reversibilità | Cessazione del diritto alla pensione di reversibilità | Assegno integrativo della pensione di reversibilità | Rilevanza della convivenza more uxorio |

Inquadramento

La pensione di reversibilità, appartenente al più ampio genus delle pensioni ai superstiti, è una forma di tutela previdenziale che viene riconosciuta, nel caso di morte del pensionato, ai familiari del defunto, ossia al coniuge superstite, alla parte superstite dell’unione civile tra persone dello stesso sesso (art. 1 comma 20 l. 20 maggio 2016 n. 76) e ai figli minori e, a particolari condizioni, anche ai figli maggiorenni, ai nipoti minori, genitori, fratelli e sorelle (art. 13 R.D.L. 14 aprile 1939, n. 636, così come prima modificato dall’art. 2, l. 4 aprile 1952, n. 218 e poi sostituito dall’art. 22, l. 21 luglio 1965, n. 903). La medesima tutela previdenziale è riconosciuta, in presenza di determinate condizioni prescritte dalla legge, al coniuge superstite separato e al coniuge divorziato (a cui adesso è equiparata la parte dell’unione civile sciolta - art. 1 comma 23 L. 20 maggio 2016 n. 76), anche nel caso in cui il defunto abbia contratto nuovo matrimonio o unione civile e il nuovo coniuge o parte dell'unione civile sia ancora in vita.

 

Condizioni di accesso

Il diritto alla pensione di reversibilità, oltre ad essere subordinato alla morte del pensionato, dipende dal verificarsi di ulteriori condizioni che riguardano la posizione previdenziale del defunto e le condizioni soggettive dei superstiti (art. 13 R.D.L. n. 636/1939).

Il diritto a fruire della pensione di reversibilità sorge automaticamente in capo ai superstiti se il pensionato, al momento della morte, risulta titolare di trattamento pensionistico di vecchiaia, anticipata, anzianità, invalidità o inabilità, oppure avendone diritto, ne abbia in corso la liquidazione.

Per quanto concerne le condizioni soggettive dei superstiti, la legge individua come soggetti beneficiari della pensione di reversibilità tutti quei familiari viventi a carico del pensionato che vengono a trovarsi in una situazione di bisogno proprio a causa della morte del loro familiare defunto. Il trattamento pensionistico di reversibilità è riconosciuto, innanzitutto, al coniuge (anche se separato o divorziato purché in possesso dei requisiti specifici prescritti dalla legge che più avanti saranno esaminati), alle medesime condizioni del coniuge, alla parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso e ai figli che, al momento della morte del pensionato, non abbiano superato il 18° anno di età, (senza che sia necessario, stante la lettera dell’art. 13, commi 1 e 6, R.D.L. n. 636/1939, dare prova del requisito della vivenza a carico, la quale, per i figli o equiparati di età inferiore ai 18 anni si presume), nonché i figli riconosciuti inabili al lavoro (indipendentemente dall’età) e i figli studenti che non abbiano compiuto 21 anni o universitari per tutta la durata del corso di laurea (ma non oltre il 26 anno di età) tutti purché a carico del genitore al momento del decesso.

Ai sensi e per gli effetti dell’art. 2, d.lgs. Lgt. n. 39/1945 (così come modificato dall’art. 105 d.lgs. 28 dicembre 2013, n. 154 che ha apportato significative riforme della filiazione), il diritto alla pensione di reversibilità spetta sia ai figli superstiti nati nel matrimonio, sia a quelli nati fuori del matrimonio legalmente riconosciuti o giudizialmente dichiarati, nonché ai soggetti ad essi equiparati, ossia i figli adottivi, gli affiliati, i figli non riconoscibili dal pensionato per i quali questi era tenuto al mantenimento o agli alimenti in virtù di sentenza, nei casi previsti dall’art. 279 c.c., i figli non riconoscibili dal pensionato che nella successione del genitore hanno ottenuto il riconoscimento del diritto all’assegno vitalizio (ex artt. 580 e 594 c.c.), i minori affidati ai sensi dell’art. 404 c.c., i figli nati da precedente matrimonio del coniuge del pensionato, o da questi riconosciuti o giudizialmente dichiarati, figli postumi, nati entro il trecentesimo giorno dalla data del decesso del pensionato, che risultino, al momento della morte del pensionato, a suo carico (v. anche artt. 38, 39 e 40, d.P.R. n. 818/1957).

Possono poi fruire del trattamento pensionistico di reversibilità (secondo le regole di concorrenza più avanti indicate) i nipoti (figli dei figli) purché minori al momento del decesso del pensionato, anche se formalmente non affidati, che risultino a carico degli ascendenti (nonno o nonna) al momento della morte di questi ultimi (cfr. C. cost. n. 180/1999), nonché i genitori, i fratelli celibi e le sorelle nubili, che si trovino nelle particolari condizioni indicate dal legislatore per ciascuna categoria e che risultino, al momento del decesso del pensionato, a suo carico (art. 13, comma 6, R.D.L. n. 636/1939).

Il coniuge o la parte di un'unione civile e i figli, se entrambi superstiti, concorrono tra loro nel riconoscimento e nella fruizione della pensione. Qualora viceversa non vi siano né coniuge o parte di un'unione civile, né figli superstiti oppure, ove esistenti, non abbiano titolo alla pensione, la pensione di reversibilità spetta ai genitori e ai fratelli celibi e sorelle nubili in via alternativa tra loro: prima il genitore, poi, in ultima istanza, i fratelli e le sorelle (art. 13, comma 5, R.D.L. n. 636/1939).  

Ai genitori, in seguito allo scioglimento del matrimonio o dell’unione civile di cui erano parte, spetta, in parti uguali, la pensione di reversibilità del figlio deceduto per fatti di servizio, secondo le regole stabilite dall’art. 12 ter l. 1 dicembre 1970 n. 898 (espressamente richiamato per le unioni civili dal comma 25 art. 1 l. 20 maggio 2016, n. 76).

Requisito della vivenza a carico

Il requisito della vivenza a carico del titolare della pensione, richiesto ai fini del riconoscimento della pensione di reversibilità a favore dei figli inabili, dei figli studenti o universitari, genitori, fratelli celibi e sorelle nubili, nonché, a seguito di intervento della Corte Costituzionale, dei nipoti minori, sussiste allorquando il pensionato, prima del decesso, provvedeva al sostentamento dei familiari in maniera continuativa (art. 13, comma 6, R.D.L. n. 636/1939).

Sul punto, la Corte di Cassazione, ha costantemente ritenuto che, ai fini dell’erogazione del contributo, da un lato, non è necessariauna situazione di totale soggezione finanziaria del superstite rispetto al pensionato e, dall’altro che la semplice convivenza non è sufficiente; la convivenza, invero, non esclude a priori la possibile autonomia socio-economica del soggetto che, pertanto, in tale ipotesi, non potrà beneficiare del trattamento pensionistico di reversibilità se non prova che il pensionato provvedeva in via continuativa e in misura quanto meno prevalente al suo mantenimento (per la pensione di reversibilità a favore del figlio superstite maggiorenne e riconosciuto inabile al lavoro, v. Cass. civ., sez. lav., 14 febbraio 2013, n. 3678; Cass. civ., sez. lav., n. 11689/2005; Cass. civ., sez. lav., n. 15440/2004).  

L’INPS ai fini della verificazione della vivenza a carico richiede che sussistano due condizioni: lo stato di bisogno del superstite dovuto alla sua condizione di non autosufficienza economica con riferimento a specifici parametri (cfr. circolare INPS, 18 novembre 2015 n. 185) e l’abitualità del mantenimento del superstite (ossia in maniera rilevante e continuativa) da parte del pensionato, che è diversamente valutata a seconda che ricorresse o meno la convivenza con il de cuius.

Ammontare e limiti di cumulabilità

L’ammontare della pensione di reversibilità è soggetta a riduzione in base al reddito imponibile IRPEF del superstite che deve beneficiarne. L'art. 1, comma 41 e Tabella F allegata, l. 8 agosto 1995, n. 335, modificando la normativa precedente ha infatti introdotto limiti di cumulabilità della pensione del defunto con i redditi del beneficiario.

L’importo della pensione di reversibilità è ricalcolato se il reddito personale del beneficiario è superiore ad una certa soglia, pari a tre, quattro o cinque volte il trattamento minimo Inps. I limiti di reddito variano ogni anno, poiché si calcolano sull’ammontare del trattamento minimo di pensione, che ad esempio nel 2019 è stato aumentato.

Tali limiti di cumulabilità non si applicano qualora il beneficiario faccia parte di un nucleo familiare con figli di minore età, studenti oppure inabili.

Coniuge o parte di unione civile superstite

Il diritto del coniuge superstite a percepire la pensione di reversibilità non è subordinato al ricorrere di alcuna condizione soggettiva. Alla condizione di coniuge è equiparata quella di parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso di cui alla l. 20 maggio 2016 n. 76 art. 1, commi 2-35).

L’INPS ha espressamente recepito tale equiparazione con messaggio 21 dicembre 2016, n. 5171 nel quale si legge che «a decorrere dal 5 giugno 2016, ai fini del riconoscimento del diritto alle prestazioni pensionistiche e previdenziali (es. pensione ai superstiti, integrazione al trattamento minimo, maggiorazione sociale, successione iure proprio, successione legittima, etc.) e dell’applicazione delle disposizioni che le disciplinano, il componente dell’unione civile è equiparato al coniuge». 

L’ammontare dell'aliquota percentuale della pensione di reversibilità spettante ai superstiti di assicurato e pensionato nell'ambito del regime dell'assicurazione generale obbligatoria e delle forme esclusive o sostitutive di detto regime, nonché della gestione separata (di cui all'art. 2, comma 26, l. 8 agosto 1995, n. 335) era stata ridotta ricorrendo particolari requisiti temporali di seguito indicati in virtù dell’art. 18 comma 5, d.l. 6 luglio 2011 n. 98. Infatti nei casi in cui il matrimonio con il defunto fosse stato contratto quando quest’ultimo aveva età superiore a settanta anni e la differenza di età tra i coniugi era superiore a venti anni, l’importo della pensione spettante al coniuge superstite era ridotta del 10 per cento per ogni anno di matrimonio che mancasse rispetto al numero di 10. Nei casi di frazione di anno la predetta riduzione percentuale era proporzionalmente rideterminata. Tali riduzioni non trovavano applicazione nei casi di presenza di figli di minore età, studenti, ovvero inabili. Restava fermo il regime di cumulabilità della pensione di reversibilità con i redditi del beneficiario ma l’importo della pensione sarebbe ridotto al crescere del reddito. Il comma 5 dell’art. 18, d.l. 6 luglio 2011 n. 98 è stato dichiarato costituzionalmente illegittimo con sentenza n. 174 del 14 luglio 2016 in riferimento agli articoli 3, 36 e 38 della Costituzione. «Nell’attribuire rilievo all’età del coniuge titolare di trattamento pensionistico diretto al momento del matrimonio e alla differenza di età tra i coniugi, la disposizione in esame introduce una regolamentazione irragionevole, incoerente con il fondamento solidaristico della pensione di reversibilità, che ne determina la finalità previdenziale, presidiata dagli artt. 36 e 38 Cost. e ancorata dal legislatore a presupposti rigorosi. Una tale irragionevolezza diviene ancora più marcata, se si tiene conto dell’ormai riscontrato allungamento dell’aspettativa di vita». A seguito di tale sentenza, con la circolare n. 178 del 21 settembre 2016 sono state aggiornate le procedure di calcolo. In merito ai requisiti per poter fruire della pensione di reversibilità giova menzionare come nel corso degli anni si siano susseguiti numerosi interventi della Corte Costituzionale volti a dichiarare l’illegittimità di norme che limitavano i benefici previdenziali del coniuge superstite in relazione all’età e alla durata del matrimonio. Così ad esempio la sentenza n. 587/1988, che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale di una serie di disposizioni che escludevano il diritto alla pensione di reversibilità in presenza di una determinata differenza di età (20 e 25 anni) tra i coniugi; la sentenza n. 123/1990, che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale di una serie di disposizioni che subordinavano il diritto alla pensione di reversibilità ad una certa durata del matrimonio;la sentenza n. 189/1991, che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale di una norma che escludeva, in via generale, il diritto alla pensione di riversibilità per il coniuge quando il lavoratore pensionato ha contratto matrimonio dopo il compimento del 72° anno d'età ed il matrimonio non è durato almeno 2 anni; la sentenza n. 187/2000, che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale di una norma che escludeva il diritto alla pensione di reversibilità in favore del coniuge che avesse contratto matrimonio successivamente al pensionamento dell’assicurato.

Sebbene negativa, nel senso di aver ritenuto non fondata la questione di illegittimità costituzionale, giova comunque menzionare la sentenza della Corte cost. 26 gennaio 2017, n. 23. La Corte ha ritenuto che non sia costituzionalmente illegittima la norma di cui all’art. 1, comma 14, l. 8 agosto 1995 n. 335, nella parte in cui non prevede, per il calcolo della pensione ai superstiti di assicurati deceduti anteriormente ai 57 anni di età, l’attualizzazione del coefficiente di trasformazione ai nuovi limiti d’età pensionabile in vigore.

Ex coniuge o parte di unione civile superstite divorziato

L’art. 9, comma 2, legge 1° dicembre 1970, n. 898 stabilisce che, in caso di morte dell’ex coniuge (cui deve essere equiparato la ex parte dell’unione civile dopo lo scioglimento della medesima), l'ex coniuge divorziato o la parte dell’unione civile sciolta ha diritto a fruire della pensione di reversibilità a condizione che:

a) lo stesso sia titolare di assegno di divorzio;

b) non si sia risposato o non abbia costituito nuova unione civile;

c) il rapporto da cui trae origine il trattamento pensionistico sia anteriore alla sentenza che ha disposto lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio o lo scioglimento dell’unione civile o il diverso atto da cui risulti lo scioglimento dell’unione civile.

La giurisprudenza ritiene che anche nel caso in cui la morte intervenga nel corso del procedimento per lo scioglimento del matrimonio, quando sia già intervenuta una pronuncia sul solo status, (quando dunque il coniuge superstite non sia ancora titolare di un assegno di divorzio) il coniuge superstite abbia interesse a riassumere il giudizio al fine di ottenere la determinazione dell’assegno divorzile per il riconoscimento della pensione di reversibilità (Cass. ord., 13 ottobre 2014, n. 21598 e ex multis Cass. n. 17041/2007). Sebbene non vi sia ancora giurisprudenza sul punto, si ritiene che tale possibilità debba essere riconosciuta anche alle parti dell’unioni civili, posto l’espresso richiamo della legge istitutrice delle medesime alle norme che disciplinano il procedimento di divorzio (art. 1 comma 25 l. n. 76/2016).

Il comma 3 del medesimo art. 9 l. n. 898/1970 riconosce all'ex coniuge divorziato,e all’ex parte dell’unione civile sciolta (per espresso richiamo dell’art. 1 comma 25 l. n. 76/2016 all’art. 9 l. n. 898/1970) già titolare dell’assegno di cui all’art. 5 l. n. 898/1970, il diritto ad usufruire di una quota della pensione di reversibilità anche nel caso in cui il defunto abbia contratto un nuovo matrimonio o una nuova unione civile e il secondo coniuge del defunto o la nuova parte dell'unione civile costituita con il defunto sia ancora in vita e abbia i requisiti per la pensione di reversibilità. In tal caso, la ripartizione tra il coniuge o la parte dell'unione superstite e l’ex coniuge superstite divorziato e l'ex parte dell'unione civile sciolta delle aliquote spettanti, nel silenzio della legge, è stabilita dal Tribunale a cui l’ex coniuge superstite divorziato dovrà rivolgersi affinché il proprio diritto ad una quota della pensione sia riconosciuto e ne sia determinato l’ammontare secondo la procedura più avanti illustrata.

Le nuove nozze dell’ex coniuge superstite o la costituzione di una nuova unione civile viceversa escludono per quest’ultimo il diritto di percepire la pensione di reversibilità, ciò anche qualora alla data del decesso del pensionato il nuovo matrimonio o la nuova unione civile dell’ex coniuge superstite o dell'ex parte dell'unione civile sciolta risulti sciolto per morte o per scioglimento (cfr. circolare INPS, 18 novembre 2015 n. 185).

In virtù del richiamo del comma 20, art. 1  l. 20 maggio 2016 n. 76 le disposizioni che si riferiscono al matrimonio e le disposizioni contenenti le parole “coniuge”, “coniugi” o termini equivalenti, ovunque ricorrano nelle leggi, negli atti aventi forza di legge, nei regolamenti nonché negli atti amministrativi e nei contratti collettivi, si applicano ad ognuna delle parti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso. Inoltre per espressa previsione normativa (art. 1 comma 25 l. n. 76/2016) alla parte dell’unione civile si applica il diritto all’assegno in caso di scioglimento dell’unione e la perdita del diritto al medesimo in seguito a nuova unione civile, pertanto anche in caso di scioglimento dell’unione civile essa avrà diritto ad una quota della pensione di reversibilità dell’altra parte dell’unione al ricorrere delle condizioni indicate per i coniugi superstiti divorziati.

 

Titolarità dell’assegno di divorzio

In base alla disposizione di cui all’art. 9, commi 2 e 3, l. n. 898/1970, ai fini del riconoscimento all'ex coniuge divorziato e alla parte dell’unione civile che sia stata sciolta (per espresso richiamo dell’art. 1 comma 25 l. n. 76/2016 all’art. 9 l. n. 898/1970),  della pensione di reversibilità o di una quota di essa (in caso di concorso con il nuovo coniuge superstite o con la parte superstite di una nuova unione civile), è necessario che il medesimo, al momento della morte dell’ex coniuge o della ex parte dell'unione civile, sia titolare di un assegno periodico di divorzio.

Sin dai primi anni ‘90 del secolo scorso sono sorti, però, contrasti in giurisprudenza circa l’interpretazione da darsi alla formula usata dal legislatore nell'art. 9 l. n. 898/1970, ossia se il diritto dell'ex coniuge divorziato alla pensione di reversibilità dovesse ritenersi condizionato alla titolarità di un assegno attribuito giudizialmente ai sensi dell’art. 5 l. n. 898/1970, oppure semplicemente alla titolarità di un assegno  frutto di un mero accordo stragiudiziale tra gli ex coniugi. Il contrasto è stato definitivamente risolto, in aderenza anche a quanto statuito sia dalla giurisprudenza di legittimità (Cass., S.U., n. 5939/1991), che da quella costituzionale (C. cost. n. 87/1995), con la legge 28 dicembre 2005, n. 263, la quale ha disposto, a riguardo, che «per titolarità dell'assegno ai sensi dell'art. 5 deve intendersi l'avvenuto riconoscimento dell'assegno medesimo da parte del tribunale ai sensi del predetto art. 5 della citata l. n. 898 del 1970» (art. 5 l. n. 263/2005).

Secondo l’orientamento consolidato della Suprema Corte, dunque, il diritto dell'ex coniuge divorziato e ora anche dell'ex parte di un'unione civile sciolta alla pensione di reversibilità o a una quota di essa presuppone che il richiedente, al momento della morte dell'ex coniuge o dell’ex parte dell’unione civile, sia titolare di un assegno giudizialmente riconosciuto (anche a seguito di disposizione pattizia contenuta in un ricorso congiunto di scioglimento del matrimonio o dell’unione civile), non essendo sufficiente che egli versi nelle condizioni per ottenerlo, e neppure che, in via di fatto o per effetto di private convenzioni intercorse fra le parti, abbia ricevuto regolari elargizioni economiche (v. Cass. civ., sez. I, n. 9660/2013; Cass. civ., sez. I, n. 21002/2008).

Nel caso in cui tale assegno manchi, perché non attribuito giudizialmente o perché viene percepito unicamente un mantenimento per i figli, l'ex coniuge divorziato o l'ex parte dell'unione civile non ha diritto alla pensione di reversibilità, né si determina alcun concorso tra costui e il coniuge effettivo superstite o la parte attuale della nuova unione civile, con la conseguenza, in questa seconda ipotesi, che il primo non ha diritto alla quota di pensione e il secondo ha diritto a percepire integralmente il trattamento pensionistico di cui si discute.

Coniuge superstite separato

Quanto ai requisiti per poter riconoscere al coniuge superstite separato il diritto alla pensione di reversibilità, la giurisprudenza si è più volte interrogata sulla configurabilità o meno del diritto alla pensione di reversibilità in capo al coniuge separato che non percepisca né un contributo al mantenimento (a seguito della dichiarazione di addebito della separazione), né sia titolare di un assegno alimentare (non versando in stato di bisogno). Sull’argomento si sono venuti a delineare due contrapposti orientamenti giurisprudenziali di cui si dà atto in questa sede.

Prima di ogni cosa, però, occorre rilevare come il confronto giurisprudenziale di cui si discute abbia preso avvio da alcune decisioni della Corte Costituzionale intervenute sul tema dei diritti del coniuge separato all’indomani della riforma del diritto di famiglia (v. C. cost. 28 luglio 1987, n. 286; C. cost. 30 luglio 1997, n. 284). In particolare, il Giudice costituzionale con sentenza del 28 luglio 1987, n. 286 ha ritenuto che il coniuge separato abbia diritto a fruire della pensione di reversibilità anche se, a seguito della dichiarazione di addebito, non risulti titolare dell’assegno di mantenimento o, in assenza di stato di bisogno, non risulti titolare dell’assegno alimentare.

La Consulta ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 1 d.lgs. Lgt. n. 39/1945, nella parte in cui escludeva dal diritto alla pensione di reversibilità il coniuge separato per colpa (corrispondente, nell’attuale disciplina della separazione, al coniuge separato con addebito di responsabilità), ritenendo che siffatta esclusione contrastasse con i precetti costituzionali di cui agli artt. 3 e 38 Cost. e creasse una evidente disparità di trattamento sia rispetto al coniuge divorziato (al quale poteva essere riconosciuto, in presenza dei determinati requisiti, il diritto alla pensione di reversibilità o una sua quota), sia rispetto al coniuge del dipendente statale (il quale aveva diritto, anche se separato per colpa, ad una quota della pensione di reversibilità ex art. 81, comma 4, e art. 88, comma 5 e 6, d.P.R. 29 dicembre 1973, n. 1092, «Approvazione del testo unico delle norme sul trattamento di quiescenza dei dipendenti civili e militari dello Stato»).

Proprio a seguito di tale decisione della Corte Costituzionale si sono venuti a delineare due diversi orientamenti giurisprudenziali. Secondo un primo orientamento ad oggi maggioritario, i giudici hanno affermato come il coniuge separato con addebito «ha diritto alla pensione di reversibilità, indipendentemente dalla circostanza che versi o meno in stato di bisogno e senza che rilevi l’attribuzione di un assegno di mantenimento o altra provvidenza di tipo alimentare» (Cass. civ., sez. lav., 16 ottobre 2003, n. 15516).

In seguito si è registrato un secondo orientamento della Suprema Corte (tutt’ora seguito dall’INPS) secondo il quale la pensione di reversibilità va riconosciuta al coniuge superstite separato solo nel caso in cui egli abbia diritto all’assegno di mantenimento o agli alimenti a carico del coniuge deceduto perché, in tali situazioni, «la pensione di reversibilità costituisce la prosecuzione della funzione di sostentamento del coniuge superstite separato prima indirettamente assicurata dalla pensione di cui era titolare il coniuge defunto, debitore dell’assegno», mentre «Il coniuge superstite, che risulti separato senza l’attribuzione di un assegno di mantenimento né alimentare, non ha diritto alla pensione di reversibilità» (Cass. civ., sez. lav., 18 giugno 2004, n. 11428).

Il primo dei due orientamenti sopra illustrati è stato confermato con decisioni più recenti (Cass. civ. sez. lav., 2 febbraio 2018, n. 2606; Cass. civ. sez. lav., 15 marzo 2019, n. 7464Cass. civ., sez. lav., 25 febbraio 2009, n. 4555; Cass civ., sez. lav., 19 marzo 2009, n. 6684), con le quali la Cassazione ha affermato che, anche qualora il coniuge deceduto non fosse tenuto a versare un contributo al mantenimento o un assegno alimentare al coniuge superstite (perché era stato dichiarato l’addebito e non sussisteva lo stato di bisogno), sussisterebbe ugualmente il diritto alla pensione di reversibilità per il coniuge superstite, poiché per il coniuge separato per colpa o con addebito della separazione opererebbe una presunzione legale di “vivenza a carico” del lavoratore assicurato al momento della morte. In altri termini, ai fini del riconoscimento del diritto alla pensione di reversibilità, non rileverebbe né il tipo di separazione (con o senza addebito), né la circostanza per cui il coniuge defunto fosse tenuto o meno a corrispondere al coniuge separato un assegno di mantenimento o alimentare ma unicamente l’esistenza del rapporto coniugale col coniuge defunto pensionato o assicurato.

Occorre tuttavia precisare che, nonostante tali decisioni, e in aderenza al secondo orientamento giurisprudenziale sopra esposto, la prassi attualmente in uso vede l’ente previdenziale (cfr. INPS circolare 18 novembre 2015, n. 185) orientato al rigetto delle domande di pensione presentate da coniuge superstite separato che non risulti già titolare di assegno di mantenimento stabilito dal Tribunale.

 

Requisiti per poter riconoscere al coniuge superstite il diritto alla pensione di reversibilità

Coniuge separato, diritto a fruire della pensione di reversibilità se risulta già titolare dell’assegno di mantenimento o alimentare

Cass. civ., sez. lav., 18 giugno 2004, n. 11428

Contra: coniuge separato equiparato al coniuge non separato, diritto a percepire pensione di reversibilità a prescindere da stato di bisogno e da titolarità assegno

Cass. civ., sez. lav., 19 marzo 2009, n. 6684; Cass. civ., sez. lav., 25 febbraio 2009, n. 4555;

Cass. civ., sez. lav., n. 15516/2003 

Coniuge divorziato superstite, diritto a percepire pensione di reversibilità se titolare di assegno di divorzio

Cass. civ., sez. I, 22 aprile 2013, n. 9660

 

Di recente, conformandosi all’orientamento giurisprudenziale già consolidato, la Suprema Corte ha negato alla moglie divorziata il riconoscimento della quota di pensione di reversibilità poiché la relativa sentenza di divorzio non conteneva alcuna pronuncia di condanna del defunto alla corresponsione di un assegno di divorzio, ma solo l’obbligo di corrispondere il contributo per il mantenimento della figlia minorenne. Nel caso di specie i giudici hanno ritenuto del tutto priva di rilievo la circostanza per cui l’ex marito avesse continuato negli anni a fornire un contributo alle esigenze della figlia, nonostante questa avesse ormai raggiunto la propria indipendenza

L’addebito della separazione non è un elemento discriminante ai fini dell’erogazione della pensione di reversibilità in favore del coniuge «superstite» nei cui confronti è stata dichiarata la separazione per colpa e con addebito; a tal fine non rileva che il coniuge defunto non fosse tenuto a corrispondere l’assegno di mantenimento o alimentare

C. conti, sez. III giur. centr. app., 22 febbraio 2013, n. 146/A

Il coniuge superstite al quale sia stata addebitata la separazione, come già il coniuge separato per colpa nella previgente disciplina della separazione coniugale, ha diritto alla pensione di reversibilità, indipendentemente dalla circostanza che versi o meno in stato di bisogno e senza che rilevi l'attribuzione di un assegno di mantenimento o altra provvidenza di tipo alimentare.

Cass. civ. sez. lav., 2 febbraio 2018, n. 2606

La sentenza della Corte Costituzionale n. 286 del 1987 ha dichiarato l'illegittimità costituzionale della legge n. 153 del 1969, art. 24 e della legge n. 1357 del 1962, art. 23, comma 4, nella parte in cui escludono dall'erogazione della pensione di reversibilità il coniuge separato per colpa con sentenza passata in giudicato. Tale pensione va riconosciuta al coniuge separato per colpa o con addebito, equiparato sotto ogni profilo, al coniuge superstite (separato e non), in favore del quale opera la presunzione legale di vivenza a carico del lavoratore al momento della morte. E' stato in particolare affermato che dopo la riforma dell'istituto della separazione personale, introdotto dal novellato art. 151 c.c. e la sentenza della Corte Cost., non sia più giustificabile il diniego, al coniuge cui fosse stata addebitata la separazione, di una tutela che assicuri la continuità dei mezzi di sostentamento che il defunto coniuge sarebbe stato tenuto a fornirgli.

Cass. civ. sez. lav., 15 marzo 2019, n. 7464

Coniuge divorziato superstite, diritto alla determinazione dell’assegno di divorzio ai fini del riconoscimento della pensione di reversibilità, anche se la morte del pensionato interviene nel corso del procedimento quando, pur essendo intervenuta una sentenza sullo status, non era stato ancora posto a carico del pensionato un assegno di divorzio.

 Cass. civ., ord., 13 ottobre 2014, n. 21598

Ai fini del riconoscimento della pensione di reversibilità, in favore dell'ex coniuge nei cui confronti è stato dichiarato lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, ai sensi dell'art. 9 l. 1° dicembre 1970 n. 898, nel testo modificato dall'art. 13 l. 6 marzo 1987 n. 74, la titolarità dell'assegno, di cui all'art. 5 stessa l. 1° dicembre 1970 n. 898, deve intendersi come titolarità attuale e concretamente fruibile dell'assegno divorzile al momento della morte dell'ex coniuge, e non già come titolarità astratta del diritto all'assegno divorzile che è stato in precedenza soddisfatto con la corresponsione in unica soluzione.

Cass. civ. S.U., sent. 24 settembre 2018, n. 22434

Corresponsione dell’assegno una tantum

In giurisprudenza si discute, poi, sulla possibilità che la corresponsione una tantum dell’assegno (art. 5, comma 8, l. n. 898/1970) possa costituire, al pari della corresponsione periodica dell’assegno, condizione per il riconoscimento a favore del coniuge divorziato, e ora anche della parte dell'unione civile sciolta, della pensione di reversibilità o di una quota di essa.

Secondo un orientamento giurisprudenziale più recente, la corresponsione una tantum dell’assegno, consistente per esempio nella mera erogazione di una somma, anche rateizzata, ovvero nel trasferimento di un altro bene o diritto (come ad esempio la proprietà dell’immobile), preclude il riconoscimento, per il futuro, di una nuova domanda a contenuto economico, compresa la pensione di reversibilità, perché «idonea a definire stabilmente i rapporti economici tra le parti e tale da determinare un miglioramento della situazione del beneficiario, incompatibile con ulteriori prestazioni aggiuntive, ivi compresi i trattamenti pensionistici» (Cass. civ., sez. lav., 8 marzo 2012, n. 3635).

In senso contrario, si è espressa un’altra parte della giurisprudenza, la quale ha sostenuto che  l'accordo intervenuto tra i coniugi in ordine alla corresponsione dell'assegno di divorzio in un’unica soluzione, a norma dell'art. 5, comma 8, l. n. 898/1970, è idoneo a configurare la titolarità di detto assegno, alla stregua del principio che riconduce all’assegno divorzile tutte le attribuzioni operate in sede od a seguito di scioglimento del vincolo coniugale, dalle quali il beneficiario trae utilità che esprimono la natura solidaristico-assistenziale dell'istituto stesso. Consegue chela corresponsione dell’assegno pattuita fra le parti in forma una tantum (in un caso portato all’attenzione dei giudici, la costituzione del diritto di usufrutto sulla casa coniugale), in via alternativa all'ordinaria corresponsione periodica, soddisfa il requisito della previa titolarità dell’assegno di divorzio prescritto dall'art. 5 l. n. 898/1970, ai fini dell'accesso alla pensione di reversibilità, o, in concorso con il coniuge superstite, alla sua ripartizione (v. Cass. civ., sez. I, 29 luglio 2011, n. 16744; Cass. civ., sez. I, 28 maggio 2010 n. 13108).

Recentemente sono intervenute sul tema le sezioni unite della Corte di Cassazione (Cass. civ. S.U., sent. 24 settembre 2018, n. 22434) risolvendo il dibattito giurisprudenziale in favore del primo orientamento citato. Le Sez. Un. hanno ritenuto che, poiché il presupposto per l’attribuzione della pensione di reversibilità risiede nel venir meno di un sostegno economico che veniva apportato in vita dal coniuge o ex coniuge e poiché la sua finalità consiste nell’ovviare a tale perdita economica, l’indice per riconoscere  l’operatività di tale finalità è quello della attualità della contribuzione economica venuta a mancare, con la conseguenza che un diritto che è stato già completamente soddisfatto non è più attuale e difetta pertanto il requisito funzionale del trattamento di reversibilità che è dato dal presupposto solidaristico finalizzato alla continuazione del sostegno economico in favore dell’ex coniuge.

Occorre precisare che, in ossequio al primo e più recente orientamento giurisprudenziale sopra esposto, la prassi attualmente in uso vede l’ente previdenziale (INPS cfr. circolare, 18 novembre 2015 n. 185) orientato al rigetto delle domande di pensione presentate da coniuge superstite divorziato che abbia ottenuto la liquidazione dell’assegno divorzile in un’unica soluzione. 

Quote della pensione di reversibilità

Le categorie di superstiti sopraindicate hanno diritto ad una quota della pensione del de cuius secondo percentuali specificamente indicate. Così che ad esempio le aliquote di reversibilità spettanti al coniuge o alla parte dell'unione civile superstite senza figli ammontano al 60%; al coniuge/parte unione civile e un figlio all’80%; al coniuge/parte unione civile e due o più figli al 100%; a un figlio in assenza di coniuge/parte unione civile al 70%; a due figli in assenza di coniuge/parte unione civile all’80% e a tre o più figli in assenza di coniuge/parte unione civile al 100% (cfr. circolare INPS, 18 novembre 2015 n. 185). La quota di pensione riconosciuta ai superstiti sarà poi ridotta qualora il titolare percepisca altri redditi. La percentuale di riduzione aumenterà progressivamente in ragione del superamento di soglie specificamente individuate. 

Il riconoscimento e la ripartizione delle quote della pensione di reversibilità spettanti, ai sensi dell’art. 9, comma 3, l. n. 898/1970, al coniuge divorziato titolare di assegno e a quello superstite sono decisi con sentenza del Tribunale competente secondo le forme del rito camerale. Nello stesso modo debbono essere determinati riconoscimento e ripartizione delle quote: a) tra la parte titolare di assegno dell’unione civile che sia stata sciolta e la parte superstite di una nuova unione civile; b) tra il coniuge divorziato titolare di assegno e la parte superstite di un’unione civile; c) nonché tra la parte titolare di assegno dell’unione civile che sia stata sciolta e il coniuge superstite. Per indicazioni più precise sarà tuttavia necessario attendere l’emissione dei decreti legislativi di coordinamento di cui all’art. 1 comma 28 lettera c) l. 20 maggio 2016 n. 76, nonché, per indicazioni circa la concreta attuazione, le indicazioni dell’INPS.

Come precisato dalla giurisprudenza, l’adozione del rito camerale per i procedimenti relativi a tutte le pretese del coniuge divorziato, ora anche per la parte dell'unione civile sciolta, aventi ad oggetto la pensione di reversibilità trova applicazione anche dopo la novella ex l. 6 marzo 1987, n. 74, «Nuove norme sulla disciplina dei casi di scioglimento di matrimonio» (per effetto della quale è stato soppresso l’ultimo comma dell’art. 9 l. n. 898/1970, secondo il quale, nei procedimenti de quibus, il tribunale «provvede in camera di consiglio»). Non rileva, invero, la circostanza per cui la novella, riformulando con l’art. 13le disposizioni del cit. art. 9 l. n. 898/1970, contempli esplicitamente l’adozione del rito camerale solo con riferimento alla revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli e di quelle riguardanti la misura e le modalità dei contributi da corrispondere ai sensi degli artt. 5 e 6 stessa legge (crf. Cass. civ., sez. I, n. 3037/2001). La Suprema Corte ha precisato come il procedimento introdotto con domanda giudiziale diretta alla ripartizione delle quota va definito con un provvedimento avente forma di sentenza, giusta disposto dell’art. 9, comma 5, l. n. 898/1970 (come sostituito dall’art. 13 l. n. 74/1987).

L’onere di adire il Giudice (rectius di proporre il ricorso ex art. 737 c.p.c.) spetta all’ex coniuge, e ora anche alla ex parte dell'unione civile sciolta, poiché, come è ovvio, l’ente previdenziale non conosce, né è tenuto a conoscere la situazione familiare pregressa del titolare di pensione e, in mancanza di ricorso, può attribuire integralmente la pensione a chi risulti coniuge o parte di un'unione civile al momento della morte del pensionato.

Per quanto riguarda i criteri di attribuzione delle quote, accanto al criterio primario della durata dei matrimoni, ora anche delle unioni civili, di cui all’art. 9, comma 3, l. n. 898/1970, la giurisprudenza ha enucleato, sulla base degli elementi interpretativi individuati dalla sentenza C. cost. n. 419/1999, una serie di ulteriori elementi, di cui il giudice deve tener conto nella ripartizione delle quote, quali l’ammontare dell’assegno riconosciuto al coniuge divorziato prima del decesso dell’ex coniuge, le condizioni economiche di ciascun coniuge, nonché la durata delle rispettive convivenze prematrimoniali, che dovranno essere ora parimenti applicati alle parti delle unioni civili (v. Cass. civ., sez. I, 21 settembre 2012, n. 16093; Cass. civ., sez. I, 21 giugno 2012, n. 10391; Cass., sez. I, 10 ottobre 2003, n. 15164).

Tale orientamento giurisprudenziale trova una spiegazione nel principio solidaristico sotteso all’istituto stesso, secondo cui «il meccanismo divisionale non è strumento di perequazione economica fra le posizioni degli aventi diritto, ma è preordinato alla continuazione della funzione di sostegno economico, assolta a favore dell’ex coniuge e del coniuge convivente, durante la vita del dante causa, rispettivamente con il pagamento dell’assegno di divorzio e con la condivisione dei rispettivi beni economici da parte dei coniugi conviventi» (Cass. civ., sez. I, n. 16093/2012).

Secondo la Giurisprudenza, inoltre, la decisione sulla ripartizione delle quote tra exconiuge divorziato e coniuge superstite, cui devono essere equiparati sia i rapporti tra le parti di unioni civili precedenti e attuali, nonché i rapporti tra i coniugi e parti di unioni civili, deve essere determinata in relazione alla situazione esistente al momento del decesso, al quale è collegato il beneficio previdenziale, e non è modificabile per effetto di circostanze sopravvenute. Ciò trova conferma nell’art. 9, comma 3, l. n. 898/1970, il quale, diversamente da quanto previsto dal comma 1, stesso articolo, non contempla la possibilità di revisione del quantum della pensione di reversibilità in relazione alla sopravvenienza di giustificati motivi. Pertanto, la sentenza resta soggetta agli ordinari strumenti processuali previsti per la sua impugnazione, ma non alla revisione prevista dall’art. 9, comma 1, l. n. 898/1970 (v. Cass. civ., sez. I, 28 luglio 2006, n. 17248).

L’INPS attenderà la sentenza del Tribunale che determini l’ammontare delle relative quote spettanti a coniuge superstite o parte superstite dell'unione civile ed ex coniuge superstite divorziato o ex parte dell'unione civile sciolta e nell’attesa della notifica del detto provvedimento non erogherà a quest’ultimo alcuna quota di pensione, ma, verificato che sulla pensione fosse trattenuto l’importo dell’assegno, detrarrà dalla quota spettante al superstite una quota pari all’assegno accantonandola cautelativamente.

Dopo la notifica della sentenza e contestualmente al primo pagamento nelle percentuali determinate dal tribunale (che verrà effettuato il primo giorno del mese successivo alla notifica della sentenza) l’INPS liquiderà all’ex coniuge superstite divorziato l’eventuale quota accantonata in via cautelativa.

 

Orientamenti a confronto

Quote della pensione di reversibilità tra coniuge divorziato in concorso con coniuge superstite

Criterio della durata del matrimonio

 

Il criterio della durata del matrimonio fissato dalla l. n. 898/1970, per quanto necessario e preponderante, «non si pone come unico ed esclusivo parametro cui conformarsi automaticamente ed in base ad un mero calcolo matematico, potendo essere corretto da altri criteri, da individuare nell’ambito dell’art. 5 l. n. 898/1970, in relazione alle particolarità del caso concreto, nella misura in cui ciò sia necessario per evitare, per quanto possibile, che l’ex coniuge sia privato dei mezzi necessari a mantenere il tenore di vita che gli avrebbe dovuto assicurare (o contribuire ad assicurare) nel tempo l’assegno di divorzio, ed il secondo coniuge del tenore di vita che il de cuius gli assicurava (o contribuiva ad assicurargli) in vita» (Cass. civ., sez. I, 9 maggio 2007, n. 10638)

Criterio equitativo

Nel determinare le quote di reversibilità, il giudice può applicare una serie di correttivi di carattere equitativo, fra i quali «è compresa la durata dell’eventuale convivenza prematrimoniale del coniuge superstite e dell’entità dell’assegno divorzile in favore dell’ex coniuge, senza mai confondere, però, la durata della prima con quella del matrimonio, cui si riferisce il criterio legale, né individuare nell’entità dell’assegno divorzile un limite legale alla quota di pensione attribuibile all’ex coniuge, data la mancanza di qualsiasi indicazione normativa in tal senso» (Cass. civ., sez. I, n. 10391/2012)

Criteri per la ripartizione delle quote di reversibilità: entità assegno divorzile

Il giudice deve tener conto dell’entità dell’assegno divorzile. Tuttavia il riferimento all'assegno di divorzio non può costituire un criterio generale e astratto  idoneo a sostituire quello della durata del matrimonio, né può essere considerato  un antecedente vincolante nella determinazione della quota della pensione di reversibilità (cfr. al riguardo Cass. civ., sez. I, 21 giugno 2012, n. 10391), ovverosia  non  può essere consentito al  giudice di individuare nell'entità dell'assegno divorzile un limite legale alla quota di pensione attribuibile all'ex coniuge, data la mancanza di qualsiasi indicazione normativa in tal senso (Cass. 5 marzo 2014, n. 5136)

Decorrenza del diritto alla quota di reversibilità

Il diritto alla quota di reversibilità decorre dal primo giorno del mese successivo al decesso del coniuge pensionato. Una volta intervenuta la sentenza, a carico dell’ente, e non anche del coniuge superstite che, nel frattempo, abbia percepito per intero e non pro quota il trattamento di reversibilità, devono essere posti gli arretrati spettanti al coniuge divorziato sul trattamento anzidetto in proporzione alla quota riconosciuta dal giudice, a decorrere dal primo giorno del mese successivo a quello del decesso dell’ex coniuge, salva restando, ovviamente, la facoltà per l’ente previdenziale di recuperare dal coniuge superstite le somme versategli in eccesso (Cass. civ. n. 22259/2013)

Cessazione del diritto alla pensione di reversibilità

Il diritto a percepire la pensione di reversibilità viene meno quando:

  • il coniuge/la parte dell'unione civile contragga nuovo matrimonio/nuova unione civile, spettandogli in tal caso un assegno una tantum pari a due annualità della pensione stessa nella misura spettante alla data del nuovo matrimonio, compresa la 13 mensilità,  (art. 3 d.lgs. lgt. 18 gennaio 1945, n. 39). In tal caso aumenterà la quota spettante ai figli se presenti. In questo caso, ai sensi dell’art.3 d.lgs. lgt. n. 39/1945, ha diritto a un assegno una tantum pari a due annualità della quota di pensione mentre aumenta la quota spettante ai figli, se presenti;
  • i figli raggiungano, secondo i casi, i 18, 21 (se frequentano scuola media o professionale) o 26 anni (se frequentano l’università), quando terminino o interrompano gli studi (in tali casi si avrà solo la sospensione) o quando venga meno il loro stato di invalidità;
  • i figli studenti prestino attività lavorativa (in tal caso si avrà solo la sospensione);
  • i genitori conseguano altra pensione con data anteriore a quella di reversibilità;
  • i fratelli o le sorelle conseguano altra pensione o contraggano matrimonio, ovvero venga meno lo stato d’inabilità.

Su tutti i superstiti titolari di pensione di reversibilità grava l’obbligo di comunicare all’INPS, la cessazione delle condizioni che hanno dato luogo all’attribuzione della pensione e il verificarsi di qualsiasi evento che comporti modificazioni della stessa.

Assegno integrativo della pensione di reversibilità

Il coniuge superstite titolare di pensione di reversibilità, qualora a causa di infermità o difetto fisico o mentale sia nell’assoluta e permanente impossibilità di dedicarsi ad un proficuo lavoro, ha diritto (ex art. 2, comma 8, d.l.  n. 69/1988 convertito in l. 13 maggio 1988 n. 153 - Cass. civ. sez. lav., sent. 20 agosto 1996, n. 7668) a richiedere all’INPS un assegno correlato al reddito e calcolato in base agli importi pubblicati annualmente dall’INPS in tabelle valide dal 1° luglio di ogni anno, fino al 30 giugno dell’anno seguente.

Rilevanza della convivenza more uxorio

Da ultimo, si precisa come, in base alla l. 20 maggio 2016 n. 76, art. 1 commi 36-65, il “convivente di fatto”, di cui al comma 36 legge76/2016 non  rientra nell’ambito dei soggetti beneficiari della pensione di reversibilità. 

La giurisprudenza della Suprema Corte è orientata nello stesso senso, così in Cass. civ., sez. lav., 3 novembre 2016, n. 22318 ha affermato che «Non ha diritto alla reversibilità della pensione, a seguito del decesso del titolare della prestazione previdenziale, la persona che con quest’ultimo abbia instaurato una mera convivenza more uxorio, ancorché fondata su una relazione stabile e duratura, connotata dall’affetto reciproco e dalla continua assistenza morale e materiale».

La stessa Corte Costituzionale, nel dichiarare non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 13 R.D.L. n. 636/1939 e dell’art. 9, commi 2 e 3, l. n. 898/1970, sollevata in riferimento agli artt. 2 e 3 Cost., ebbe a ribadire l’esclusione del convivente more uxorio dal novero dei soggetti beneficiari, precisando quanto segue: «Diversamente dal rapporto coniugale, la convivenza more uxorio è fondata esclusivamente sulla affectio quotidiana - liberamente e in ogni istante revocabile - di ciascuna delle parti e si caratterizza per l'inesistenza di quei diritti e doveri reciproci, sia personali che patrimoniali, che nascono dal matrimonio. La mancata inclusione del convivente fra i soggetti beneficiari del trattamento di reversibilità rinviene allora una sua non irragionevole giustificazione nella circostanza che tale pensione si ricollega geneticamente ad un preesistente rapporto giuridico che qui per definizione manca. Con la conseguenza che, anche sotto l’aspetto considerato, deve ribadirsi la diversità delle situazioni poste a raffronto e, quindi, la non illegittimità di una differente disciplina di esse» (C. cost. 3 novembre 2000, n. 461).

Ed invero la convivenza more uxorio è ritenuta rilevante ai fini della pensione di reversibilità solo qualora sia successivamente sfociata in un vincolo matrimoniale (e ora anche in un'unione civile) ed unicamente ove vi sia la necessità di ripartire la pensione di reversibilità tra il coniuge divorziato e l’altro coniuge superstite o le parti di un'unione civile. In tal caso, infatti, il pregresso periodo di convivenza more uxorio può essere valutato dal giudice ai fini della quantificazione e della suddivisione del trattamento previdenziale tra i coniugi superstiti o le parti superstiti di un'unione civile.

Per dovere di completezza, si evidenzia come sul punto la giurisprudenza abbia più volte mutato indirizzo, ritenendo inizialmente (Cass. civ. 27 maggio 1995, n. 5910) che la durata del matrimonio non costituisse criterio esclusivo per la ripartizione delle quote di pensione, ma andasse considerato lo scarto tra matrimonio ed effettiva convivenza, onde dare rilievo alla convivenza more uxorio (Cass. 30 agosto 1996, n. 7980; Cass. 22 aprile 1997, n. 3484; Cass. 3 settembre 1997, n. 8477). Successivamente nel 1998 una sentenza a Sezioni Unite della Suprema Corte (Cass. civ., S.U., 12 gennaio 1998, n. 159) ha dato origine ad un orientamento restrittivo (Cass. 9 giugno 1998, n. 5662; Cass. 13 giugno 1998, n. 5926; Cass. 12 luglio 1999, n. 7329) che, prendendo come riferimento il profilo della certezza dei rapporti giuridici, ha voluto escludere qualunque correttivo al parametro legale matrimoniale ritenendo che non potesse rilevare l’eventuale periodo di convivenza more uxorio: «D’altronde, il parametro della durata del matrimonio è l’unico che sia comune sia al coniuge divorziato che a quello superstite, e, perciò, è anche l’unico che consenta una ripartizione del trattamento di reversibilità (perché di ripartizione della pensione di reversibilità si tratta e non della mera attribuzione di una quota) pienamente omogeneo».

In base a tale decisione «la quota della pensione di reversibilità spettante a ciascuno dei coniugi non può che essere data dal rapporto tra la durata legale del suo matrimonio con l’ex coniuge e la misura costituita dalla somma dei due periodi matrimoniali. Vale a dire che deve essere determinata sulla base di una frazione che ha, quale denominatore, il numero corrispondente alla somma degli anni dei due (o più, nel caso di più divorzi) periodi matrimoniali e, quale numeratore, il numero corrispondente alla durata del suo periodo matrimoniale legale. In concreto, ipotizzando che il matrimonio tra il coniuge divorziato e l’ex coniuge sia durato 17 anni e quello tra l’ex coniuge sia durato 8 anni, sicché la somma dei due periodi matrimoniali ammonti a 25 anni, la quota del coniuge divorziato è pari ai 17/25 del trattamento globale di reversibilità e la quota del coniuge superstite agli 8/25 dello stesso trattamento».

Nonostante tale orientamento, espresso con una decisione a Sezioni Unite, alcune Corti di merito hanno ritenuto di non potersi conformare all’indicazione di utilizzare, quale unico elemento, il criterio matematico proposto. In tal senso rileva la decisione del Tribunale di Taranto del 6 marzo 1998 con cui si era evidenziato come il mero criterio matematico avrebbe privilegiato il coniuge divorziato rispetto al coniuge superstite, non tenendo in debito conto  situazioni particolari come ad esempio la circostanza che il matrimonio con il coniuge divorziato fosse durato moltissimi anni ma solo de iure, senza effettiva convivenza, mentre quello con il coniuge superstite, sebbene durato meno anni, fosse stato preceduto da un lungo periodo di convivenza durante il quale erano nati dei figli. «Il diritto del coniuge divorziato ad una quota della pensione di reversibilità spettante al coniuge superstite va calcolato secondo un criterio misto che tenga conto, non solo del dato temporale del rapporto coniugale, ma anche di altri criteri idonei a rendere il trattamento più corrispondente alla reale situazione di fatto in cui versano l’ex coniuge, il superstite e le loro rispettive famiglie (in particolare le condizioni economiche delle parti e l’eventuale scarto verificatosi tra matrimonio ed effettiva convivenza more uxorio del coniuge successivo, radicatasi prima del divorzio e protrattasi fino al nuovo matrimonio)».

«Non è manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale, per violazione dell’art. 3 Cost., dell’art. 9, comma 3, l. 1º dicembre 1970 n. 898 e successive modifiche, nella parte in cui, ai fini della determinazione delle quote della pensione di reversibilità, tra coniuge superstite e coniuge divorziato del defunto, non esclude dal computo della durata del rapporto matrimoniale il periodo di separazione personale e non include il periodo di convivenza more uxorio, precedente la celebrazione del secondo matrimonio» (App. Genova 27 settembre 1999).

Tale orientamento è stato poi ripreso dalla Suprema Corte e si è fino ad oggi consolidato (e deve ritenersi ora applicabile anche alle unioni civili). «In tema di ripartizione della pensione di reversibilità tra coniuge superstite ed ex coniuge, il criterio della durata dei rispettivi matrimoni non può avere valore esclusivo, dovendo il giudice tener conto in relazione alle particolarità del caso, anche di ulteriori elementi, quali l’ammontare dell’assegno goduto dal coniuge divorziato prima del decesso dell’ex coniuge, la convivenza prematrimoniale del coniuge superstite con quello defunto, nonché ogni altra circostanza che renda necessario correggere il criterio suddetto, al fine di non privare il primo coniuge dei mezzi necessari a mantenere il tenore di vita che gli avrebbe dovuto assicurare nel tempo l’assegno di divorzio ed il secondo del tenore di vita che il de cuius contribuiva ad assicurargli in vita» (Cass. civ., sez. I, 16 dicembre 2004, n. 23379; Cass. civ., sez. I, 9 maggio 2007, n. 10638; Cass. civ., sez. I, n. 10391/2012).

 

*Scheda aggiornata alla Legge 30 dicembre 2018, n. 145 (Legge di Bilancio 2019)

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