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Mediazione familiare

Sommario

Inquadramento | Le origini | Normativa europea | Normativa italiana | Il mediatore familiare | Come funziona la mediazione familiare | Le ADR (alternative dispute resolution) nel diritto di famiglia | Aspetti processuali: il rito partecipativo, la mediazione disposta dal giudice |

Inquadramento

La Carta europea del 15 ottobre 1992 (www.apmf.fr) alla quale ha aderito anche l’Italia, definisce la mediazione familiare un processo in cui il mediatore, terzo neutrale, viene sollecitato dalle parti, nella garanzia del segreto professionale e in autonomia dal sistema giudiziario, per fronteggiare la riorganizzazione resa necessaria dalla separazione, nel rispetto del quadro legale esistente.

Secondo la Raccomandazione R (98) 1 del 21 gennaio 1998 del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa la mediazione è «un procedimento strutturato - che può essere avviato dalle parti, suggerito od ordinato da un organo giurisdizionale o prescritto dal diritto di uno Stato membro - in cui le parti di una controversia tentano, su base volontaria, di raggiungere un accordo con l’assistenza di un mediatore».

Per la Raccomandazione 1639 (2003) del 25 novembre 2003 del Consiglio d’Europa lo scopo principale della mediazione consiste nel ristabilire la comunicazione tra i coniugi, con l'obiettivo di giungere ad un accordo idoneo ad una pacificazione e ad un miglioramento duraturi della loro relazione, senza discutere in termini di colpa o di responsabilità. Il procedimento di costruzione e di gestione della vita dei membri della famiglia è facilitato da un terzo indipendente ed imparziale, il mediatore, che ha una formazione specifica.

 

In evidenza

La mediazione familiare è un percorso per la riorganizzazione delle relazioni familiari in vista o in seguito alla separazione o al divorzio. Il mediatore familiare si adopera affinché i genitori riattivino la comunicazione e raggiungano in prima persona accordi direttamente negoziati, rispetto a bisogni ed interessi da loro stessi definiti, con particolare attenzione ai figli, per agevolare il mantenimento e l'esercizio della comune responsabilità genitoriale. Il mediatore è neutrale, imparziale, indipendente, è tenuto al segreto professionale, rispetta i principi di buona fede, dell’affidamento dei clienti, della correttezza ed esercita la propria attività con rigore e trasparenza

 

La Società Italiana di Mediatori Familiari (www.simef.net) definisce la mediazione familiare un percorso per la riorganizzazione delle relazioni familiari in vista o in seguito alla separazione, al divorzio o alla rottura della coppia a qualsiasi titolo costituita. Lo scopo principale del procedimento consiste nel ristabilire la comunicazione tra i genitori con l’obiettivo concreto di realizzare un progetto di organizzazione delle relazioni che rispetti i bisogni di ogni membro della famiglia, ma soprattutto l’interesse supremo dei figli.

Per comprendere sino in fondo la natura di questo istituto è di ausilio l'esperienza del Prof. Fulvio Scaparro che così integra la definizione di mediazione familiare: «Il mediatore ha l’obiettivo di promuovere e facilitare l’autonoma negoziazione tra le parti per agevolare il raggiungimento di accordi condivisi e durevoli. I genitori potranno cosi sperimentare un metodo di composizione dei conflitti che potrà essere riutilizzato nel futuro» (cfr. web.mclink.it/ML0883/editoriale1.htm) e spiega cosa non è la mediazione familiare:

- non è psicoterapia, anche se un buon intervento di mediazione familiare può avere effetti terapeutici;

- non è soluzione di conflitti: non è un mezzo per stabilire chi ha ragione, essa punta invece a mettere le parti in condizione di uscire da situazioni di impasse che le vede bloccate in stallo;

- non è un arbitrato né consulenza legale, finanziaria, psicopedagogica o comunque “tecnica”.

Il mediatore non è un consulente ma è un facilitatore, un animatore (o rianimatore) della comunicazione tra le parti; darà il suo contributo per aiutarle a lavorare sugli aspetti affettivi, legali e finanziari che sono spesso intrecciati, ma non si sostituirà ad avvocati, giudici, medici, consulenti finanziari, psicologi e psicoterapeuti.

Le origini

Le radici della mediazione familiare si trovano a Los Angeles, ove nel 1939 viene fondata la Family Counciliation Court, per risolvere i conflitti delle coppie grazie al raggiungimento di accordi amichevoli. La L.A. County Conciliation Court  iniziò ad operare a scopo prevalentemente terapeutico, come un dipartimento della Corte suprema di Los Angeles. Tra gli obiettivi: «proteggere i diritti dei figli, promuovere il bene comune tramite la prevenzione, la promozione e la protezione della vita familiare e dell’istituzione matrimoniale, provvedere ai mezzi atti alla riconciliazione dei coniugi e agli accordi amichevoli delle controversie familiari» (Codice di California, sezione 1730).

Il primo centro di mediazione familiare nasce nel 1974 ad Atlanta, ad opera dell'avvocato James Coogler, che decise di trasformare creativamente la rabbia e le frustrazioni vissute dai coniugi in separazione. Nascono così il Family Mediation Center, e, nel 1975, la Family Mediation Association, per diffondere il metodo ai coniugi che intendano negoziare la loro separazione o rinegoziare gli accordi di divorzio, nell'ottica del superamento della logica win/lose. A New York, nella seconda metà degli anni Settanta, J. Haynes, membro della Social Work Faculty della State University, fonda la Academy of Family Mediators, dedicandosi alla formazione di assistenti sociali e consulenti familiari.

Nel 1978 Howard Irving attiva a Toronto il Toronto Conciliation Project. È ormai iniziato un nuovo corso storico, che porta alla prima legge in materia di mediazione familiare nei giudizi di separazione e divorzio, adottata nel 1981 in California.

In Inghilterrai primi programmi di mediazione si sono sviluppati autonomamente, grazie alla trasformazione dei servizi di conciliazione legati ai Tribunali; Lisa Parkinsondal 1978 avvia il primo servizio di conciliazione familiare “privato”; nel 1988 nasce la FamilyMediators Association; è del 1996 il Family Low Act, legge che prevede obbligatoriamente - per tutte le controversie relative a questioni familiari che arrivano in Tribunale - almeno un incontro di mediazione.

In Spagna, nel 1981, viene introdotto il Tribunale della Famiglia e nel 1990 il Ministero degli Affari Sociali intraprende delle attività di sensibilizzazione della collettività con l’avviamento di servizi di mediazione familiare.

In Italia, nel 1987, nasce GeA “Associazione Genitori Ancora”, grazie all’impegno di Fulvio Scaparro e Irene Bernandini. Nel 1995 viene istituita SIMEF “Società Italiana di Mediazione Familiare”, preposta al coordinamento delle iniziative dei mediatori in Italia con gli standard professionali e deontologici europei.
In Francia, nel 1988, nasce l’Association pour la Promotion de la Mediation Familiale, che nel 1989 elabora il primo codice deontologico del mediatore familiare. Nel 1996 il Nouveau Code de Procédure Civil prevede che il Giudice possa nominare un terzo soggetto che ascolti le due parti in causa per trovare una soluzione concordata. Nel 2004 la m.f. diventa un'attività complementare a quella del giudice.

Nel 1992 viene approvata la Carta Europea per la formazione dei mediatori familiari da una commissione con rappresentanze della Francia, Gran Bretagna, Italia, Germania e Svizzera; in Germaniaè  istituita la BAFM (Bayerische Arbeitsgemeinschaft Familien Mediation).

Normativa europea

La Convenzione europea sull’esercizio dei diritti del fanciullo, adottata a Strasburgo nel 1996 e ratificata dall’Italia con l. 20 marzo 2003, n. 77, incoraggia il ricorso alla mediazione per prevenire o risolvere i conflitti ed evitare procedimenti che coinvolgano minori davanti ad un’autorità giudiziaria.

La Raccomandazione R (98) 1 del 21 gennaio 1998 del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa riconosce la mediazione come metodo appropriato di risoluzione dei conflitti familiari, specifica che il mediatore dovrà porre particolare attenzione all’interesse superiore del fanciullo.

Per la Raccomandazione 1639 (2003) del 25 novembre 2003 del Consiglio d’Europa la mediazione familiare è un procedimento di costruzione e di gestione della vita tra i membri di una famiglia alla presenza di un terzo indipendente ed imparziale con l’obiettivo di giungere ad un accordo senza discutere in termini di colpa o di responsabilità.

La mediazione familiare viene indicata come metodo alternativo per risolvere i conflitti familiari transnazionali nel Piano d’azione del Consiglio e della Commissione Europea del 1998 (par. 41, punto c), cui fa riferimento il Libro Verde della Commissione Europea del 19 aprile 2002 sui metodi A.D.R. in materia civile e commerciale.

L'art. 55 Regolamento CE n. 2201 del 27 novembre 2003 prevede che «le autorità centrali ... provvedono a facilitare un accordo fra i titolari della responsabilità genitoriale, ricorrendo alla mediazione o con altri mezzi, e ad agevolare la cooperazione transfrontaliera».

L'art. 7 Convenzione del Consiglio d’Europa sulle relazioni personali che riguardano i fanciulli del 15 maggio 2003 stabilisce che «quando bisogna risolvere delle controversie in materia di relazioni personali, le autorità giudiziarie devono adottare tutte le misure appropriate per incoraggiare i genitori .. a raggiungere degli accordi amichevoli a proposito delle relazioni personali con il fanciullo, in particolare facendo ricorso alla mediazione».

Normativa italiana

In Italia manca una legge nazionale sulla mediazione familiare ed una regolamentazione della professione di mediatore familiare (disciplinata soltanto nell’ambito della normativa sulle professioni non regolamentate, l. 14 gennaio 2013, n. 4).

L'art. 3, comma 1, lett. i) l. 28 agosto 1997, n. 285 ha previsto tra i servizi di sostegno alla relazione genitore/figli «i servizi di Mediazione Familiare...», la l. 8 novembre 2000, n. 328 ha introdotto l’istituzione di un sistema integrato di servizi sociali che coinvolge gli enti pubblici (Stato, Regioni e Comuni) e i privati, secondo un modello solidaristico.

L'art. 1, comma 2, l. 8 febbraio 2006, n. 54 ha introdotto l'art. 155-sexies c.c.: «Qualora ne ravvisi l'opportunità, il giudice, sentite le parti e ottenuto il loro consenso...per consentire che i coniugi, avvalendosi di esperti, tentino una mediazione per raggiungere un accordo, con particolare riferimento alla tutela dell'interesse morale e materiale dei figli». L'art. 106, comma 1, lett. a), d.lgs 28 dicembre 2013, n. 154 ha abrogato questo articolo ma la norma viene riproposta, identica, nell'art. 337-octies c.c. (inserito dall'art. 55 d.lgs. n. 154/2013).

La legge 12 luglio 2011, n. 112, istitutiva dell’Autorità garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, fa rientrare tra i compiti dell’Authority anche quello di favorire la diffusione della cultura della mediazione e degli istituti volti a prevenire o a risolvere mediante accordi i conflitti che coinvolgano i minori.

L’art. 6, comma 3, d.l. 12 settembre 2014, n. 132 convertito con modificazioni dalla l. 10 novembre 2014, n. 162, stabilisce che nell'accordo raggiunto a seguito della convenzione di negoziazione assistita sI da' atto che gli avvocati hanno tentato di conciliare le parti e le hanno informate della possibilità di esperire la mediazione familiare.

 

Leggi regionali

Alcune regioni hanno accolto efficacemente il nuovo istituto, in particolare l'Emilia Romagna, ove il servizio pubblico di mediazione familiare è diffuso in modo capillare ed omogeneo su tutto il territorio, accogliendo circa 1000 richieste all'anno. L'intervento, attivato nel 1994, è gratuito ed è collocato presso i 32 Centri per le Famiglie; dal 2002 l'attività è coordinata dal CREDOMEF (www.credomef.ra.it).

Molte regioni hanno emanato delle leggi per regolamentare la mediazione familiare ed il ruolo dei mediatori. Si segnalano, in particolare Regione Lazio, l.r. 24 dicembre 2008, n. 26 e l.r. 24 dicembre 2008, n. 27, che ha regolamentato complessivamente la mediazione familiare e si proponeva come obiettivi (art. 2) la tutela della famiglia e della coppia con prole come principale nucleo di socializzazione.

La Regione Lombardia, all’art. 4 l.r. 24 giugno 2014, n. 18 prevede che la Regione promuova interventi di prevenzione e di protezione a sostegno della famiglia e del ruolo genitoriale, valorizzando i consultori pubblici e privati quali centri per la famiglia dedicati alla mediazione familiare, all’orientamento, alla consulenza legale, psicologica, sociale, educativa genitoriale. 

Il mediatore familiare

Il mediatore dev'essere neutrale, imparziale, indipendente, è tenuto al segreto professionale, rispetta i principi di buona fede, dell’affidamento delle parti, della correttezza ed esercita la propria attività con rigore e trasparenza. Nell'ambito del procedimento interviene quale figura terza, in autonomia dall’ambito giudiziario e il suo compito non è quello di emettere sentenze, di applicare norme o di attribuire torti e ragioni, ma di assistere le parti nella ricerca della composizione stragiudiziale di una controversia, accompagnandole verso un accordo che tenga conto dell’emersione degli interessi di tutto il nucleo familiare. Egli si adopera affinché i genitori negozino in prima persona accordi, rispetto a bisogni ed interessi da loro stessi definiti, con particolare attenzione ai figli e al fine del mantenimento ed esercizio della comune responsabilità genitoriale. Facilita la comunicazione e il confronto tra i genitori su tutti gli aspetti relativi alle relazioni con i figli (salute, istruzione, diritto di visita) e sulle questioni economiche (mantenimento, spese straordinarie, assegnazione della casa) in modo che siano i genitori stessi in prima persona ad elaborare un programma di separazione soddisfacente per tutti. Si tratta di un professionista qualificato a seguito di una formazione specifica che, nell’esercizio della professione, si avvale di diversi orientamenti teorici, di specifiche conoscenze, abilità e competenze che vengono aggiornate attraverso la formazione permanente.

Attualmente in Italia la mediazione familiare non è una  professione regolamentata, non esiste quindi un organo istituzionale vigilante (Albo/Ordine Professionale) né dei requisiti minimi definiti dallo Stato per poterla esercitare.

Alcune Regioni italiane, attraverso lo strumento della legge regionale hanno istituito al proprio interno, generalmente presso l'Assessorato alle Politiche sociali, elenchi di professionisti.

La Regione Lazio(l.r. 24 dicembre 2008, n. 26 e l.r. 24 dicembre 2008, n. 27) ha istituito, presso ogni ASL, la figura del coordinatore per la mediazione familiare avente la qualifica di mediatore familiare, con il compito di:

1) acquisire dati relativi alla condizione familiare attraverso indagini, studi e ricerche presso gli enti locali, i Tribunali, i servizi sociali, le associazioni di volontariato, le forze dell'ordine, le scuole e i consultori,

2) coadiuvare la Regione nella progettazione di politiche efficaci di tutela della vita della famiglia e della coppia e di sostegno alla genitorialità responsabile,

3) costituire un punto di riferimento prioritario per i Tribunali,

4) avviare un dialogo con tutti coloro, compresi i magistrati, che si occupano di situazioni di separazione "disfunzionali" che vedano il coinvolgimento di figli minori

ha stabilito le finalità del coordinatore per la mediazione familiare ed ha istituito l'elenco regionale dei mediatori professionali. Questo è stato il punctum dolens della legge, tanto che la Corte Costituzionale,con la sentenza 12 aprile 2010, n. 131 ha dichiarato costituzionalmente illegittime la l.r. n. 26/2008 e la l.r. n. 27/2008 della Regione Lazio, perché la potestà legislativa regionale nella materia concorrente delle "professioni" deve rispettare il principio secondo cui l'individuazione delle figure professionali, con i relativi profili e titoli abilitanti, è riservata, per il suo carattere necessariamente unitario, allo Stato.

Come funziona la mediazione familiare

La mediazione familiare è un percorso all’interno del quale il mediatore – terzo, neutrale, imparziale e non giudicante - motivando l’autostima dei coniugi e riattivando tra loro la comunicazione, facilita la riorganizzazione dei rapporti familiari in crisi. Il mediatore persegue l'obiettivo di ridurre il conflitto ed aiutare la coppia ad individuare un accordo che sia positivo per tutta la famiglia, gestendo tutti gli aspetti coinvolti dalla crisi familiare: legali, psicologici, economici, relazionali. Aiuta a gestire gli stati emotivi che caratterizzano le liti familiari: rabbia, delusione, ansia, paura, rancore, recriminazioni e reciproche colpevolizzazioni. Sentimenti che aumentano le incomprensioni e rendono i conflitti difficili da gestire perché innescano dinamiche distruttive per il sistema familiare. Con l'aiuto del mediatore le parti individuano soluzioni creative imparando ad ascoltare (ascolto attivo), comunicare e risolvere i problemi in modo efficace; vi riescono perché adottano un nuovo approccio, si immedesimano nei bisogni dell’“altro” (put in his shoes), non pensano più solo al singolo punto di vista (me) ma a quello di entrambi (we), assumendo in tal modo la responsabilità di impegnarsi attivamente nella procedura e a dare forma al risultato.

Anziché delegare ad un giudice le decisioni riguardo alla loro vita futura, sono i genitori stessi a stabilire le condizioni della separazione/divorzio e questo fa si che escano dalle trattative con un nuovo senso di dignità e maggiore consapevolezza. Sono questi i punti di forza del procedimento, oltre al fatto che la tempistica si riduce e così i costi, sia economici che emotivi, perché si evita un lungo procedimento contenzioso. La mediazione, infatti, ha una durata limitata (massimo 8/10 incontri), si articola su un sistema sul quale è già intervenuto un cambiamento (separazione o divorzio) e tende a creare un nuovo equilibrio tra le parti. L'intervento è circoscritto ad obiettivi predefiniti, gli argomenti sono trattati in successione, si lavora sul presente per organizzare al meglio ed in modo duraturo i rapporti nel futuro, ha finalità pratiche, non è antagonistica ma reciproca, per questo ci si concentra sui pensieri comuni, in particolare sui problemi da risolvere e non sulle cause della rottura del rapporto. Nel periodo di svolgimento degli incontri ogni azione legale o procedimento giudiziario va sospeso.

 

Fasi del procedimento

I fase: la pre-mediazione: i coniugi raccolgono le informazioni necessarie per  l’organizzazione del percorso e le sue finalità, il mediatore valuta l’idoneità della coppia e l'aiuta ad analizzare le motivazioni che l'hanno condotta a decidere la separazione e le implicazioni che questa scelta comporta; verifica se la separazione sia una scelta condivisa da entrambi e, in caso contrario, potrà strutturare qualche incontro per lavorare con la coppia sulla via migliore da seguire.

II fase: il contratto: si identificano le tematiche da negoziare e si procede alla stipula di un vero e proprio “contratto di mediazione”, necessario perchè la coppia si impegni concretamente a collaborare con il mediatore, condividendo presupposti ed obiettivi dell’intervento e rispettandone principi e regole.

III fase: la negoziazione: valutato lo stile interattivo di coppia, il mediatore esplora i bisogni e gli interessi in conflitto, stimolando ciascun partnera identificare ogni problema e ad esporre la propria soluzione. Nel discutere i punti di disaccordo, la coppia viene aiutata dal mediatore a produrre e vagliare soluzioni alternative, a decidere sul proprio futuro senza rivangare errori passati, a perseguire gli obiettivi comuni cooperando attivamente ed efficacemente. Il vincolo al segreto professionale del mediatore aiuta ad affrontare le questioni più intime e delicate senza timori o remore.

IV fase: gli accordi: negoziati i punti in conflitto, il mediatore redige un verbale che la coppia potrà sottoporre all’avvocato affinché ne verifichi la conformità alla legge e lo presenti al magistrato per l’omologazione, facendolo diventare vincolante a tutti gli effetti.

 

Tipologie di mediazione

La mediazione può essere:

  • parziale: affronta solo le problematiche economiche oppure quelle inerenti alla gestione della prole (focalizzando l’attenzione sugli aspetti psicologico-relazionali);
  • integrata: il mediatore aiuta la coppia a raggiungere accordi su tutti gli aspetti, anche quelli economici;
  • globale: modello che include la collaborazione tra il mediatore ed il legale per vagliare tutte le questioni che riguardano il nucleo familiare.

Si distingue inoltre tra mediazione strutturata, trasformativa e terapeutica, in base alla metodologia adottata e agli obbiettivi che essa si prefigge.

Sotto il profilo del metodo la mediazione può essere:

  • valutativa: il mediatore può formulare delle proposte (prevista dal d.lgs. 24 marzo 2010, n. 28)
  • facilitativa: il mediatore non interagisce con consigli e proposte, aiuta la coppia a far emergere i bisogni e gli interessi utilizzando varie tecniche, fra le quali vanno ricordate l'ascolto attivo, le domande maieutiche, il brain storming, la prospettazione della MAAN e della PAAN (miglior alternativa possibile e peggior alternativa possibile all'accordo).

La mediazione può essere attivata con diverse modalità:

Le ADR (alternative dispute resolution) nel diritto di famiglia

a) Pratica collaborativa

La pratica collaborativa nasce nel 1990 negli USA, ad opera dell’avvocato Stuart Webb, che ha creato un metodo per la soluzione delle controversie basato sulla possibilità che gli avvocati risolvano i conflitti in maniera creativa e partecipativa. Si è poi estesa al Canada, a molti stati europei e da poco è approdata in Italia. Si tratta di un processo di negoziazione stragiudiziale che coinvolge le parti in maniera diretta nelle trattative, assistite dagli avvocati ed eventualmente da altri professionisti (commercialista, consulente del lavoro, esperto dell’infanzia, facilitatore), con l’intento di trovare una soluzione concordata.

Tutti i componenti del team devono essere formati alla pratica collaborativa, perché adottano la stessa metodologia di lavoro, le riunioni si svolgono tutte alla presenza delle parti e dei rispettivi professionisti, ogni aspetto viene trattato congiuntamente, nella massima trasparenza e collaborazione e viene sottoscritto un impegno alla riservatezza; se le parti non forniscono informazioni complete e sincere viene interrotta la procedura. I coniugi non devono avere problemi di salute mentale o dipendenza da sostanze chimiche, né devono esservi state violenza fisica o abuso emotivo.

La lettera di incarico costituisce un vero e proprio contratto in cui vengono specificate le tappe del procedimento, le norme comportamentali, la possibilità di interrompere in qualsiasi momento la procedura e la quantificazione degli onorari dovuti al legale. Nel caso in cui la pratica collaborativa non dovesse avere esito positivo, gli avvocati che hanno partecipato alla procedura devono rinunciare al mandato e non possono assistere i clienti nell’eventuale successivo giudizio contenzioso.

Un volta raggiunto, l’accordo viene trasfuso in un ricorso congiunto che viene depositato avanti il Tribunale e segue la normale prassi procedurale; ma, con l'entrata in vigore della l. 10 novembre 2014, n. 162 le parti potranno strutturare il procedimento collaborativo come negoziazione assistita e in questo caso l'accordo raggiunto produrrà gli effetti e terrà luogo dei provvedimenti giudiziali che definiscono, nei casi di cui al comma 1 dell’art. 6 l. n. 162/2014, i procedimenti di separazione personale, dicessazione degli effetti civili del matrimonio, di scioglimento del matrimonio e di modifica delle condizioni di separazione o di divorzio.

b) Negoziazione assistita

La convenzione di negoziazione assistita, prevista dall'art. 6 l. n. 162/2014, consiste in un  accordo mediante il quale le parti convengono di cooperare in buona fede e con lealtà per risolvere in via amichevole la controversia tramite l’assistenza dei propri avvocati. A differenza del procedimento collaborativo non è richiesta una specifica formazione per gli avvocati. Questo è un punto critico perché, in una materia delicata e complessa come il diritto di famiglia, è assolutamente necessario che la negoziazione sia gestita da professionisti specializzati. La convenzione può essere conclusa tra i coniugi al fine di raggiungere una soluzione consensuale di separazione personale, di cessazione degli effetti civili del matrimonio, di scioglimento del matrimonio nei casi di cui all’art. 3, comma 1, n. 2), lett. b), della l. 1 dicembre 1970, n. 898, di modifica delle condizioni di separazione o di divorzio. L’accordo raggiunto dalle parti con l'assistenza dei propri avvocati produce gli effetti e tiene luogo dei provvedimenti giudiziali che definiscono i procedimenti di separazione personale, di divorzio e di modifica delle condizioni di separazione o di divorzio. Gli avvocati certificano l’autografia delle firme e devono trasmettere all’ufficiale dello stato civile del Comune in cui il matrimonio fu iscritto o trascritto, copia autentica dell’accordo munito delle certificazioni di cui all’art. 69, comma 1, lett. d-bis) del d.P.R. 3 novembre 2000, n. 396. In caso di violazione è prevista una sanzione amministrativa pecuniaria.

L’accordo tiene luogo dei provvedimenti giudiziali che definiscono i procedimenti di separazione personale, di divorzio e di modifica delle relative condizioni.

c) La coordinazione genitoriale

La Coordinazione Genitoriale (parenting coordination) consiste in un intervento incentrato sui minori, rivolto a genitori separati o divorziati, la cui perdurante elevata conflittualità costituisce un rischio di danno psicologico per i figli. È un nuovo processo non antagonistico il cui obiettivo è di minimizzare l'impatto di forti conflitti nelle controversie separative/divorzili attraverso l'educazione dei genitori e la mediazione, appositamente strutturato per aiutare i bambini e i loro genitori ad affrontare le sfide legate ai processi separativi.

Il coordinatore genitoriale è un terzo imparziale che aiuta le parti a mettere in pratica un proprio programma di genitorialità, nell'ambito dell'incarico disposto dal giudice o conferito da parte di entrambi i genitori. 

 

 

 

Aspetti processuali: il rito partecipativo, la mediazione disposta dal giudice

a) Il rito partecipativo

Con la l. 10 dicembre 2012, n. 219, la competenza relativa alle controversie genitoriali tra partnersnon uniti in matrimonio (art. 317-bis c.c.) è stata trasferita dal Tribunale per i minorenni al Tribunale ordinario.

L'art. 38 disp. att. c.c. (come riscritto dall’art. 3 l. n. 219/2012) prevede che nei procedimenti in materia di affidamento e mantenimento dei minori, si applichi il rito camerale (artt. 737 e ss. c.p.c.). Per i figli di coppie sposate, la controversia, nella fase della separazione e del divorzio, segue invece il rito ordinario. Si registrano, dunque, due diverse procedure, pur dinanzi allo stesso ufficio giudiziario. Nel modello processuale ordinario, la famiglia può beneficiare di una fase procedimentale preliminare nell’ambito della quale le parti sono convocate e sentite dal Presidente per un tentativo di conciliazione, mentre nel rito camerale un'udienza del genere non è prevista, dovendo il Presidente fissare direttamente la comparizione dei genitori dinanzi al Collegio o al giudice delegato. Il Tribunale di Milano, per consentire la possibilità di trovare un accordo anche ai genitori non legati dal vincolo matrimoniale, ha ideato il “rito partecipativo”.

L’idea è quella di riallineare i riti, introducendo un'udienza in più̀, dinanzi ad un giudice delegato. Nel rispetto dell’art. 737 c.p.c., una volta depositato il ricorso, il Collegio provvede alla regolare instaurazione del contraddittorio, assegnando un termine per la notifica dello stesso e concedendo al resistente un termine per la sua costituzione e difesa. Alla scadenza dei termini concessi alle parti, il Collegio riserva la decisione. A questo punto il Tribunale valuta il tipo di problemi emersi e se non vi sono ragioni di urgenza ostative al tentativo di conciliazione, nomina il giudice relatore e fissa udienza dinanzi al giudice delegato. Dinanzi al giudice, avvocati e genitori possono “partecipare” alla creazione di un assetto condiviso di condizioni sotto la direzione e con il supporto del magistrato stesso. Al giudice dell’udienza c.d. “filtro” spetta il compito anche di formulare ai genitori una proposta conciliativa. La conclusione della fase pre-contenziosa può, così, concludersi con un accordo dei genitori, recepito dal Collegio, se invece non si trova l’accordo, gli atti vengono rimessi al Collegio che provvede alla definizione giudiziale del procedimento.

b) Mediazione disposta dal giudice

Il giudice, ex art. 5, comma 2, d.lgs. n. 28/2010, ha il potere di inviare le parti in mediazione e,per l’effetto, l’esperimento del procedimento di mediazione è condizione di procedibilità della domanda giudiziale. Il Tribunale di Firenze, con ordinanza del 20 marzo 2014, ha stabilito che, affinché l'ordine del giudice possa ritenersi correttamente eseguito, e la condizione di procedibilità verificata, la mediazione debba svolgersi con la presenza personale delle parti e debba essere esperito il procedimento e non un mero incontro informativo.

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