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Maltrattamenti contro familiari e conviventi

01 Gennaio 2017 | ,

Sommario

Inquadramento | Il bene giuridico tutelato | Il soggetto attivo | La condotta | La violenza assistita | La relazione tra l’agente e la vittima | La convivenza | L’elemento soggettivo del reato | Procedibilità | Rapporti con altri reati | Casistica |

Inquadramento

In campo penale non esiste una definizione unitaria né di violenza né di famiglia che, idealmente, rappresenta un potenziale luogo di protezione per i suoi membri ma può diventare un ambiente pericoloso per l’integrità fisica e psichica dei soggetti che ne fanno parte. Il rapporto affettivo può in un certo senso rendere più facile la commissione di un reato, posto che la relazione di intimità esistente tra le parti rende una di queste più vulnerabile ed esposta ad atti di violenza a suo danno da parte dell’altra.

Per il legislatore del 1930 la famiglia era il tassello fondamentale dell’ordinamento, strutturata gerarchicamente nella sottomissione al marito di moglie e figli. Il diritto italiano, ancorato ad una tradizionale concezione della famiglia quale “società naturale basata sul matrimonio” ai sensi dell’art. 29 Cost., è sempre stato restio a frapporsi nei contrasti intrafamiliari. La riforma del diritto di famiglia del 1975, con il riconoscimento, frutto dell’art. 3 Cost., della pari dignità giuridica dei coniugi, l’introduzione del divorzio e i cambiamenti sociali intervenuti hanno determinato, una maggiore attenzione nei confronti degli episodi di violenza, anche morale, che si verificano all’interno della “famiglia”, non più intesa solo come quella fondata sul matrimonio. 

Il bene giuridico tutelato

La collocazione del reato tra i delitti contro l’assistenza familiare, introdotta dal codice Rocco (mentre nel codice Zanardelli rientrava tra i delitti contro la persona) ha reso difficile, soprattutto alla luce dei cambiamenti del concetto di famiglia l’individuazione del bene giuridico tutelato, che però, oggi, la giurisprudenza ritiene sia rappresentato, oltre che dall’interesse dello Stato alla salvaguardia della famiglia anche dalla tutela dell’integrità fisica e morale delle persone indicate nella norma, pur in assenza di vincoli familiari tradizionali, che versano in una posizione di debolezza a causa della supremazia esercitata da un convivente. 

 

In evidenza

Il reato di maltrattamenti in famiglia tutela sia l’interesse dello Stato alla salvaguardia delle relazioni familiari, sia l’integrità psicofisica dei suoi membri

Il soggetto attivo

Sebbene la norma si riferisca al soggetto attivo con il termine “chiunque”, si tratta di un reato proprio, che può essere commesso solo da determinate persone in possesso di determinate qualifiche o di uno status di volta in volta precisati dalla norma incriminatrice; il soggetto agente deve essere legato alla vittima da un rapporto famigliare oppure essere comunque investito di un’autorità nei suoi confronti oppure trovarsi in una di quelle situazioni di affidamento (per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia o per l’esercizio di una professione o di un’arte) espressamente previste dalla norma.

 

La condotta

La fattispecie base è descritta dalla norma con il verbo “maltrattare” che indica una condotta ripetuta nel tempo. Si tratta di un reato a forma libera che può manifestarsi nelle forme e nei contesti più diversi. La condotta di maltrattamenti può assumere i significati più vari: può consistere in comportamenti violenti (per esempio il soggetto che percuote il coniuge) ma anche in aggressioni verbali o di tipo “morale”.

Ciò che rileva è l’abitualità della condotta, ovvero la reiterazione della stessa in un determinato arco temporale. Il reato è indubbiamente costruito in forma commissiva, vista la semantica del termine “maltratta”; ciò non di meno si ritiene configurato il reato anche alla presenza di condotte omissive (Cass. pen., sez. VI, 28 febbraio 2013, n. 9724). È quindi un reato necessariamente abituale che può essere commesso con la reiterazione tanto di azioni quanto di omissioni che, prese di per sé, possono anche non costituire reato (Cass. pen., sez. VI, 25 settembre 2013, n. 43221) Essendo reato a condotta plurima, non sono sufficienti singoli o sporadici episodi occasionali di violenza in quanto i plurimi atti che integrano l’elemento materiale del reato devono essere collegati tra loro da un nesso di abitualità e devono essere avvinti nel loro svolgimento da un’unica intenzione criminosa, quella appunto di avvilire la personalità della vittima.

Purtuttavia, con riferimento all’abitualità, la giurisprudenza ha altresì ritenuto che il comportamento del soggetto agente non debba persistere in maniera costante, essendo ravvisabile il reato anche nell’ipotesi in cui vi siano periodi intermittenti in cui l’autore del reato non ponga in essere comportamenti aggressivi o lesivi della vittima (Cass. pen., sez. VI, 19 giugno 2014, n. 47896; Cass. pen., sez.VI, 18 marzo 2014, n. 31121)

Per la configurabilità del reato non occorrono necessariamente manifestazioni di violenza fisica, potendosi concretare anche in condotte vessatorie, prevaricatrici, mortificanti dell’umana dignità che, anche se non particolarmente lesive, valutate isolatamente, assumono una rilevante offensività con riguardo alla libertà morale della vittima per il loro carattere abituale e la loro ripetitività nel tempo siano in grado di determinare un sistema di vita penoso e mortificante, teso all’annientamento psicologico della vittima. (Cass. pen., sez. III, sent. 19 settembre  2012, n. 35805); viceversa non integra il reato un comportamento che, per quanto fastidioso valutato in maniera oggettiva non vada oltre l’attitudine a provocare una mera reazione di stizza da parte del soggetto passivo (Cass. pen., sez. VI, 11 luglio 2013, n. 34197)

La violenza assistita

La violenza assistita intrafamiliare è una forma di maltrattamento che consiste nell’obbligare il minore ad assistere ad atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale consumata all’interno della famiglia su figure di riferimento o su persone a lui affettivamente legate. Integrano infatti il reato di maltrattamenti in danno dei figli minori, anche condotte di reiterata violenza fisica o psicologica nei confronti dell’altro genitore, quando essi siano resi sistematici spettatori obbligati di tali comportamenti, in quanto tale atteggiamento integra anche una omissione connotata da deliberata e consapevole indifferenza e trascuratezza verso gli elementari bisogni affettivi ed esistenziali della prole (Cass. pen., sez. VI, 10 dicembre 2014, n. 4332). 

La relazione tra l’agente e la vittima

Adeguandosi al mutamento del contesto socio culturale, la giurisprudenza ha notevolmente esteso il concetto di famiglia con una interpretazione più coerente con la società attuale. I giudici di legittimità hanno garantito l’applicazione della norma de qua anche ai maltrattamenti avvenuti in ambiti che nulla hanno a che vedere con il concetto tradizionale della famiglia, purché sia comunque ravvisabile una comunione di affetti analoga a quella che emerge normalmente nel matrimonio.

La tutela penalistica disposta dall’art. 572 c.p. è stata, dunque, riconosciuta, sulla base dell’applicazione dell’art. 2 Cost. nella parte in cui fa riferimento alle “formazioni sociali ove si svolge la personalità” del singolo individuo:

a) anche nell’ambito della cosiddetta famiglia di fatto, fondata sulla volontà di vivere insieme, di avere figli, di avere beni comuni, di dar vita, cioè, ad un nucleo stabile e duraturo «È altresì configurabile nell’ipotesi di una convivenza di fatto “qualora si sia in presenza di un rapporto stabile, sia pure naturale e di fatto, tra due persone” (Cass. pen., 17 aprile 2009, n. 16658; Cass. pen. 2 ottobre 2009, n. 40727); e ciò senza che sia necessario che il rapporto “abbia una certa durata, quanto piuttosto che sia istituita in una prospettiva di stabilità, quale che sia stato poi in concreto l’esito di tale comune decisione» (cfr. Cass. pen., 8 novembre 2005, n. 44262; Cass. pen. 18 ottobre 2000, n. 12545);

b) nell’ambito di una relazione extraconiugale (Cass. pen., sez. VI, 10 febbraio 2011, n. 7929; nel caso l’indagato aveva maltrattato la propria amante, cagionandole volontariamente lesioni gravi; secondo il Giudice tra i due soggetti si era ormai instaurata una relazione stabile tale da determinare reciproci obblighi di solidarietà ed assistenza, nonostante l’uomo convivesse ancora con la moglie);

c) a favore dei componenti della coppia omosessuale, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia ottenendone il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri – ad esclusione di quello del matrimonio – e con la ragionevole pretesa di una omogeneizzazione del trattamento giuridico a tutela di determinate situazioni, quale potrebbe essere la tutela della violenza all’interno delle mura domestiche. (C. Cost. 15 aprile 2010, n. 138; Corte EDU 24 giugno 2010, n. 30141/2004, causa Scalk e Kopf c Austria; Cass. civ., sez. I, 15 marzo 2012, n. 4184);

d) nell’ambito del rapporto di lavoro, a condizione che sussista la c.d. parafamiliarità, ovvero la sottoposizione della vittima de relato all’autorità dell’altro in un contesto di prossimità permanente, di abitudini di vita condivise, assimilabili a quelle delle comunità familiari (Cass. pen., sez. VI, 11 aprile 2014, n. 24057; Cass. pen. Sez. VI, 8 aprile 2014, n. 18832; Cass. pen., sez. VI, 5 marzo 2014, n. 13088).

La convivenza

Secondo l’attuale formulazione all’art. 572 c.p. viene stabilito che il soggetto passivo deve essere «una persona della famiglia o comunque convivente, o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte».

Il fatto che l’art. 572 c.p. preveda che il soggetto passivo e vittima dei soprusi siano “comunque conviventi” sembrerebbe impedire – esclusa la sussistenza di un rapporto di autorità o di un affidamento per le ragioni esposte nella norma – di ritenere configurato il reato in esame nel caso in cui non sussista una comunanza di tetto.

In realtà, secondo l’interpretazione consolidata, il legislatore ritiene configurabile il reato ai danni di “una persona della famiglia o “ comunque convivente”; l’introduzione della seconda locuzione è stata interpretata nel senso di estendere l’applicabilità dell’art. 572 c.p. anche a soggetti uniti all’autore del reato da rapporti diversi e distanti da quelli famigliari che però siano (se non membri della famiglia) conviventi.

La giurisprudenza ha dunque chiarito che il delitto di maltrattamenti presuppone la convivenza solo se è diretto nei confronti di persona che non siano familiari; la coabitazione invece non è richiesta, se con la vittima degli abusi vi sia un rapporto familiare anche di mero fatto, desumibile dalla messa in atto di un progetto di vita basato sulla reciproca solidarietà ed assistenza (Cass. pen., sez. VI, 27 maggio 2013, n. 22915; Cass. pen. 19 gennaio 2010, n. 9242); il reato è configurabile, ai danni dei familiari, in situazioni diseparazione e di sopravvenuta interruzione della convivenza (Cass. pen, 16658/2009, cit.).

 

L’elemento soggettivo del reato

La mera pluralità di episodi vessatori, quali percosse, ingiurie o minacce non è di per sé sufficiente a integrare il reato, qualora manchi un dolo in grado di abbracciare le diverse azioni ed unire i vari episodi di aggressione alla sfera morale e psichica del soggetto passivo.

Trattandosi di reato abituale, e non di reato continuato, non è richiesto, per la configurabilità del reato l’esistenza di uno specifico programma criminoso di cui le singole condotte siano espressione (Cass. pen., sez. VI, 19 marzo 2014, n. 15146); è invece sufficiente il dolo generico, consistente nella volontà dell’autore di sottoporre la persona di famiglia a una condizione di soggezione psicologica e di sofferenza (Cass. pen., sez VI, 28 marzo 2012, n. 15680). 

Procedibilità

Il reato di maltrattamenti è procedibile d’ufficio; ciò è di particolare importanza alla luce di tre osservazioni.

Per la sua struttura di reato abituale il delitto di maltrattamenti si perfeziona attraverso la commissione di condotte alcune delle quali sono già di per sé reato; alcune di queste ipotesi (ingiurie, minacce non gravi, lesioni lievi) sono procedibili a querela. Ma alla luce dell’assorbimento nel più grave delitto di maltrattamenti, tali condotte vengono perseguite anche se non è stata proposta formale querela.

La procedibilità d’ufficio esprime la valutazione dell’ordinamento che, riscontrata l’estrema gravità del reato (e della preoccupante vastità del fenomeno sottostante, i maltrattamenti sono il delitto più frequente nei reati espressione di violenza di genere) non considera ostativa alla perseguibilità del reo una eventuale volontà contraria della vittima; ciò, tra l’altro, anche per esigenze di tutela di quella vittima.

L’ultima importante conseguenza della procedibilità d’ufficio è che essa, quando il reato di maltrattamenti è connesso agli altri due delitti espressione della violenza di genere, violenza sessuale ed atti persecutori, questi ultimi diventano procedibili d’ufficio

Rapporti con altri reati

Per la sua struttura di reato abituale proprio e per il bene giuridico tutelato (reato contro la famiglia), il delitto di maltrattamenti assorbe i delitti di ingiurie (art. 594 c.p.), percosse (art. 581 c.p.), violenza privata (art. 610 c.p.), molestie (art. 660 c.p.). Si tratta infatti di condotte che se reiterate integrano la materialità del delitto di maltrattamenti, la condotta tipica maltrattante, idonea per la sua abitualità a cagionare l’evento: l’assoggettamento della vittima ad un regime di vita caratterizzato da sofferenza, umiliazione ed aggressioni alla sua integrità fisica, psichica e morale.

Non c’è assorbimento, ma al contrario concorso di reati, con i delitti di danneggiamento (art. 635 c.p.), estorsione (art. 629 c.p.), abbandono di minori o incapaci (art. 591 c.p.), violenza sessuale (art. 609-bis c.p.); queste sono le ipotesi delittuose che più frequentemente emergono contestualmente alle condotte maltrattanti.

Non c’è concorso, né assorbimento, ma radicale incompatibilità, con il delitto di abuso dei mezzi di correzione (art. 571 c.p.); se l’agire del reo è motivato dall’esclusivo fine di esercitare illegittimamente lo ius corrigendi (reato a dolo specifico, contrariamente al delitto di maltrattamenti, caratterizzato da dolo generico), l’applicazione in concreto della norma penale incriminatrice prevista dall’art. 571 c.p. esclude quella del delitto di maltrattamenti. Come d’altronde recita l’incipit dell’art. 572 c.p. «Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, maltratta una persona……».

Casistica

Assorbimento con altri reati

Il reato di maltrattamenti assorbe i reati di ingiurie, minacce, violenza privata (Cass. pen., sez. V, 14 maggio 2010, n. 22790) e quello di atti persecutori nei confronti del coniuge (Cass. pen., sez. II, 13 dicembre 2012, n. 15571)

Concorso con il reato di violenza sessuale

Il delitto di maltrattamenti e di violenza sessuale concorrono quando la condotta integrante il delitto di cui all’art. 572 c.p. non si esaurisca negli episodi di violenza sessuale ma si inserisca in una serie di atti vessatori tipica dei maltrattamenti (Cass. pen.sez. III, 12 novembre 2008, n. 46375)

Concorso con altri reati

Il delitto di maltrattamenti concorre con quello di lesioni, danneggiamento ed estorsione attesa la diversa obiettività giuridica dei reati (Cass.  pen., sez. II, 13 dicembre 2012, n. 15571)

Incompatibilità con il delitto di abuso di mezzo di correzione

Il delitto di maltrattamenti è incompatibile con il delitto di abuso dei mezzi di correzione (Cass. pen., sez. VI, 10 maggio 2012, n. 36564)

Configurabilità del reato, in assenza di convivenza

È configurabile il delitto di maltrattamenti in famiglia anche in danno di persona non convivente o non più convivente con l'agente, quando quest'ultimo e la vittima siano legati da vincoli nascenti dal coniugio o dalla filiazione. (In motivazione, la Suprema Corte ha precisato che la perdurante necessità di adempiere gli obblighi di cooperazione nel mantenimento, nell'educazione, nell'istruzione e nell'assistenza morale del figlio minore naturale derivanti dall'esercizio congiunto della potestà genitoriale, implica necessariamente il rispetto reciproco tra i genitori anche se non conviventi (Cass.  pen., sez. VI, 31 luglio 2014, n. 33882).

Maltrattamenti e mobbing

Le pratiche persecutorie realizzate ai danni del lavoratore dipendente e finalizzate alla sua emarginazione (cosiddetto "mobbing") possono integrare il delitto di maltrattamenti in famiglia esclusivamente qualora il rapporto tra il datore di lavoro e il dipendente assuma natura para-familiare, in quanto caratterizzato da relazioni intense ed abituali, da consuetudini di vita tra i soggetti, dalla soggezione di una parte nei confronti dell'altra, dalla fiducia riposta dal soggetto più debole del rapporto in quello che ricopre la posizione di supremazia. (Fattispecie in cui è stata esclusa la configurabilità del reato in relazione alle condotte vessatorie poste in essere da un sindaco nei confronti di una funzionaria comunale; Cass. pen., sez. VI, 11 giugno 2014, n. 24642

Maltrattamenti e parafamiliarità

Il delitto di maltrattamenti previsto dall'art. 572 c.p. può trovare applicazione nei rapporti di tipo lavorativo a condizione che sussista il presupposto della parafamiliarità, intesa come sottoposizione di una persona all'autorità di altra in un contesto di prossimità permanente, di abitudini di vita proprie e comuni alle comunità familiari, nonché di affidamento, fiducia e soggezione del sottoposto rispetto all'azione di chi ha la posizione di supremazia. (Fattispecie in cui è stata ritenuta la configurabilità del reato in relazione alle condotte vessatorie poste in essere dal titolare di un'impresa agricola nei confronti di alcuni dipendenti di nazionalità rumena ospitati nella struttura, e ridotti in una situazione di estremo disagio quanto al vitto, all'alloggio ed alle condizioni igieniche; Cass. pen., sez. VI, 9 giugno 2014, n. 24057

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