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Figli maggiorenni

02 Aprile 2015 |

Sommario

Inquadramento | Il dovere di mantenimento oltre la maggiore età: l’autosufficienza economica come parametro di riferimento | Il figlio maggiorenne gravemente disabile | La nozione di convivenza del figlio maggiorenne ai fini dell’assegnazione della casa familiare | La legittimazione processuale del figlio maggiorenne e del genitore convivente | L’intervento del figlio maggiorenne nei procedimenti di separazione e divorzio | Problemi applicativi |

Inquadramento

I figli maggiorenni rappresentano una delle figure più controverse del diritto di famiglia, discussa non solo in ambito giurisprudenziale e dottrinale ma anche dall’opinione pubblica.

Il tema del mantenimento dei figli maggiorenni è, senza dubbio, uno tra i più dibattuti in dottrina e nelle aule dei tribunali, ove quotidianamente gli operatori del diritto si scontrano con la difficoltà di risolvere le questioni sostanziali e processuali legate a tale categoria di soggetti in assenza di una normativa esaustiva.

Se è pacifico, infatti, che l’obbligo dei genitori di mantenere i figli non cessi ipso facto con il raggiungimento della maggiore età degli stessi, è altrettanto vero che la legge non offre parametri precisi per individuare il momento in cui l’obbligo dei genitori cessi, soprattutto in un momento storico di crisi e di disoccupazione in cui i giovani raggiungono l’indipendenza economica in età sempre più avanzata.

Oltre alla questione del mantenimento, rileva la figura del figlio maggiorenne affetto da gravi disabilità e la nozione di convivenza ai fini dell’assegnazione della casa familiare, su cui la giurisprudenza si è più volte espressa.

Sotto il profilo processuale, i nodi problematici riguardano la legittimazione processuale del genitore convivente e del figlio maggiorenne e la possibilità di intervento di quest’ultimo nei procedimenti di separazione e divorzio che coinvolgono i genitori.

Il dovere di mantenimento oltre la maggiore età: l’autosufficienza economica come parametro di riferimento

Come noto, il genitore ha il dovere di mantenere nonché di istruire ed educare la prole: tali doveri sorgono ex lege per il solo fatto della procreazione e i riferimenti normativi principali sono costituiti dall’art. 30 Cost., nonché dagli artt. 147, 148 c.c. e dal nuovo art. 316-bis c.c., introdotto dal d.lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, i quali non prevedono limiti temporali al dovere di cura dei genitori nei confronti dei figli.

È solo con la novella L. 8 febbraio 2006, n. 54, che ha introdotto l’art. 155-quinquies c.c., che è stato inserito per la prima volta all’interno della nostra legislazione un espresso riferimento al mantenimento dei figli maggiorenni, consacrando nel diritto positivo un orientamento già granitico nel diritto vivente.

L’art. 155-quinquies c.c. è stato poi riproposto con identica formulazione nell’art. 337-septies c.c., inserito con il d. lgs. 28 dicembre 2013, n. 154 di riforma della filiazione, a norma del quale, al primo comma, «Il giudice, valutate le circostanze, può disporre in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un assegno periodico».

L’introduzione di tale norma nel diritto positivo ha generato una serie di problemi interpretativi che hanno visto contrapporsi differenti posizioni in dottrina ed in giurisprudenza.

Con riferimento, in primis, alla possibilità di prevedere anche per il figlio maggiorenne il c.d. mantenimento diretto, in luogo della corresponsione di un assegno di mantenimento periodico, la dottrina maggioritaria sembra propendere per l’ammissibilità (cfr., ex multis, T. Auletta, Art. 155-quinquies c.c., in L. Balestra (a cura di), Della famiglia - Art. 74 – 176, in E. Gabrielli (diretto da) Commentario del codice civile, Torino, 2010, 743 ss.), dovendosi, però, tener conto del fatto che il genitore non può pretendere di convivere con il figlio maggiorenne, non potendo pertanto in alcun modo imporre a quest’ultimo di ricevere il mantenimento diretto in luogo dell’assegno periodico (cfr. P. Sirena, Le disposizioni in favore dei figli maggiorenni, in S. Patti, L. Rossi Carleo, L’affidamento condiviso, Giuffrè, 2006, 202 ss.).

Parte della dottrina ritiene che, in relazione alla natura giuridica dell’assegno di mantenimento in favore del figlio maggiorenne prevista dall’art. 155-quinquies c.c. (ora art. 337-septies c.c.), ci si trovi addirittura dinnanzi ad una nuova figura ibrida non riconducibile né agli alimenti né all’assegno di mantenimento propriamente inteso (cfr. S. Patti, L. Rossi Carleo, L’affidamento condiviso, Giuffrè, 2006, 303 ss.).

Ciò premesso, uno dei problemi più controversi in merito al mantenimento dei figli maggiorenni è il seguente: fino a quando perdura l’obbligo del genitore al mantenimento del figlio che abbia raggiunto la maggiore età?

Le norme non prevedono alcun limite temporale e la giurisprudenza sembra granitica nell’escludere la predeterminazione di un termine esatto di cessazione dell’obbligo di mantenimento, ancorandosi ad un mero dato anagrafico.

 

In evidenza

L’unico parametro offerto dall’art. 155-quinquies c.c. prima e dall’art. 337-septies c.c. dopo è quello dell’indipendenza economica del figlio maggiorenne.

 

Trattasi, però, di un concetto elastico, da valutarsi caso per caso, dai contorni difficilmente delineabili, soprattutto a fronte delle numerose istanze “antiparassitarie” avanzate dai genitori obbligati che lamentano l’eccessivo protrarsi dell’obbligo a loro carico.

Sul punto, la giurisprudenza si è espressa più volte, nel silenzio assoluto della norma in relazione a qualsivoglia parametro di riferimento in merito, individuando dei criteri astratti che sono in grado di condurre ad una declaratoria di cessazione dell’obbligo di mantenimento del figlio da parte del genitore. Tradizionalmente si afferma che l’obbligo di mantenimento del figlio cessa quando questi abbia raggiunto l’autosufficienza economica o quando, pur essendo nelle condizioni di diventare autosufficiente, si sia colpevolmente precluso la possibilità di raggiungere tale indipendenza, rimanendo inerte o rifiutando opportunità lavorative.

La giurisprudenza ritiene, del resto, che non tutti gli impieghi lavorativi siano idonei a ritenere autosufficiente il figlio: l’indipendenza economica si realizza nel momento in cui il soggetto svolge un’attività lavorativa remunerata che gli consenta un tenore di vita dignitoso, con prospettive concrete, con un reddito corrispondente alla professionalità acquisita, anche in relazione alla propria specializzazione e formazione (cfr., ex multis, Cass. n. 22214/2004; Cass. n. 27377/2013; Cass. n. 1773/2012; Cass. n. 18/2011).

Si è elaborato un principio di “adeguatezza professionale”, secondo il quale il lavoro retribuito dovrà essere valutato in ragione delle inclinazioni, aspirazioni e caratteristiche soggettive del figlio, nonché essere adeguato alla sua formazione, tutti elementi valutati discrezionalmente dal Giudice; si è, pertanto, escluso che potesse rilevare ai fini della cessazione dell’obbligo di mantenimento, lo svolgimento da parte del figlio di un’attività di apprendistato (Cass. civ., 11 gennaio 2007, n. 407), nonché di lavori stagionali (Cass. civ. n. 1779/2013), ritenendosi giustificato il rifiuto del figlio ad un lavoro stagionale offertogli dal padre che non gli avrebbe assicurato un’autonomia economica né tantomeno una stabilità.

Al contrario, il conseguimento dell’abilitazione professionale per svolgere la professione di avvocato all’estero è stata ritenuta idonea a legittimare un provvedimento di cessazione dall’obbligo di mantenimento dei genitori (Cass. civ., 3 novembre 2006, n. 23596, in Foro It., 2007, I, 86).

Nell’ipotesi in cui il figlio maggiorenne si sposi, la giurisprudenza ritiene, in linea di massima, che il matrimonio determini l’automatica cessazione del contributo al mantenimento, salvo casi eccezionali in cui la costituzione del nuovo nucleo familiare non escluda la necessità di mezzi di sostegno adeguati per vivere da parte del genitore (cfr. Cass. civ., sez. I, 26 gennaio 2011, n. 1830).

 

In evidenza

In punto di onere della prova, in presenza di una causa estintiva del diritto al mantenimento, che sia il raggiungimento dell’indipendenza economica o l’inerzia colpevole del figlio nel procurarsi gli strumenti per vivere in modo autonomo, spetta al genitore che voglia liberarsi dell’obbligo su di lui incombente dimostrare il fatto estintivo, ferma la possibilità di ricorrere all’uso di presunzioni.

 

Parte della giurisprudenza di merito, invero minoritaria, ha recentemente affermato che, a fronte del raggiungimento di un’età non più giovanile si inverte l’onere della prova in ragione di una presunzione di cessazione dell’obbligo di mantenimento (cfr. Trib. Bari 30 ottobre 2006, n. 2681, in Fam. e min.,2007, 4, 71).

La giurisprudenza è ferma nel negare il cd. mantenimento di ritorno, escludendo la possibilità per il figlio maggiorenne che abbia raggiunto l’autosufficienza economica di poter vedere risorgere il proprio diritto al mantenimento nel caso in cui vengano meno i presupposti della sua indipendenza (ad es. perdita del posto di lavoro, negatività dell’andamento commerciale dell’attività espletata) e ritorni a convivere con i genitori (cfr., ex multis, Cass. civ. n. 26259/2005; Cass. civ. 21 febbraio 2007, n. 4102); ciò non esclude, però, che il figlio maggiorenne possa far valere nei confronti dei propri genitori, ove ne ricorrano i presupposti, il proprio diritto agli alimenti (cfr. Cass. civ. 28 gennaio 2008, n. 1761; Cass. civ., sez. VI, ord., 27 gennaio 2014, n. 1585).

In tema di ripetibilità degli assegni di mantenimento corrisposti nei confronti del figlio maggiorenne che abbia raggiunto l’indipendenza economica, la Cassazione ha di recente scardinato un principio sino ad ora consolidato, affermando con la sentenza n. 11489 del 23 maggio 2014 la legittima ripetibilità delle somme corrisposte dal genitore al figlio maggiorenne, in conseguenza del sopravvenuto conseguimento dell’autosufficienza economica dello stesso, recepita in una sentenza di modifica delle condizioni della separazione con effetti retroattivi dalla domanda. La Cassazione ha ritenuto, infatti, che gli importi riscossi (nel caso di specie dalla madre) a titolo di mantenimento del figlio maggiorenne non potessero avere funzione alimentare, in ragione dell’autonomia economica raggiunta dai beneficiari del titolo (cfr. Cass. civ. n. 11489/2014).

Evidenti i risvolti pratici di siffatta decisione: prima di porre in esecuzione un titolo è ora necessario valutare il rischio che lo stesso possa venir meno. La certezza del diritto viene travolta!

Il figlio maggiorenne gravemente disabile

A norma dell’art. 337-septies, comma 2, c.c. (ex art. 155-quinquies c.c.), non viene mai meno l’obbligazione di mantenimento nei riguardi del figlio maggiorenne portatore di handicap grave ai quali «si applicano integralmente le disposizioni previste in favore dei figli minori».

L’art. 37-bis disp. att. c.c. prevede che i figli maggiorenni portatori di handicap grave previsti dall’art. 337-septies, comma 2, c.c. siano coloro i quali sono portatori di handicap ai sensi dell’art. 3, comma 3, L. 5 febbraio 1992, n. 104; tali sono i soggetti i quali abbiano una minorazione, singola o plurima, che abbia ridotto la loro autonomia personale, in correlazione all’età, in modo da rendere necessario un intervento assistenziale permanente, continuativo e globale nella sfera individuale o in quella di relazione e in cui la situazione assume una connotazione di gravità tale da ritenere prioritari i programmi e gli interventi dei servizi pubblici. 

 

In evidenza

Nei confronti dei figli maggiorenni portatori di handicap grave non viene, dunque, mai meno l’obbligo di mantenimento da parte dei genitori, nella più ampia accezione di “dovere di cura” perpetuo, coordinando l’obbligo di mantenimento economico con gli ulteriori doveri e responsabilità di custodia.

 

È evidente che, anche in questo caso, le circostanze vadano valutate caso per caso, posto che l’applicazione integrale delle norme sui figli minorenni ai figli maggiorenni gravemente disabili deve aversi solo nella misura in cui sia compatibile con la diversa condizione e capacità d’agire dell’adulto portatore dell’handicap rispetto al figlio minorenne; nei riguardi del figlio portatore di handicap grave potrebbe anche aversi una variazione od un temporaneo azzeramento del debito di mantenimento nel caso in cui egli disponga di adeguate risorse economiche o redditi propri, tuttavia non potendo mai aversi una definitiva estinzione dell’obbligo di mantenimento da parte del genitore (cfr. P. Morozzo Della Rocca, Il mantenimento del figlio: recenti itinerari di dottrina e giurisprudenza, in Fam. e Dir., 4/2013).

La nozione di convivenza del figlio maggiorenne ai fini dell’assegnazione della casa familiare

Come noto, l’espressa previsione dell’assegnazione della casa familiare al genitore convivente con i figli maggiori di età costituisce un’innovazione introdotta all’art. 6, comma 6, L. n. 898/1970 (legge sul divorzio) ad opera dell’art. 11 della legge di modifica n. 74/1987. Tale ipotesi era sconosciuta nel campo della separazione ma l’estensione è avvenuta per via giurisprudenziale.

Anche per i figli maggiorenni non indipendenti economicamente, alla stregua di quanto stabilito per i figli minori, viene ritenuta opportuna la «conservazione dell’habitat domestico, inteso come il centro degli affetti, degli interessi e delle consuetudini in cui si esprime e si articola la vita della famiglia(cfr., ex multis, Cass. civ. 11 dicembre 1992, n. 13126)».

Ai fini dell’assegnazione della casa familiare due sono i requisiti richiesti in presenza di figli maggiorenni:

a) l’incolpevole dipendenza economica dai genitori (v. § Il dovere di mantenimento oltre la maggiore età: l’autosufficienza economica come parametro di riferimento)

b) la convivenza con il genitore.

Proprio con riferimento alla nozione di convivenza del figlio maggiorenne con il genitore, la giurisprudenza si è trovata di fronte alla necessità di individuare i caratteri che questa deve presentare ai fini dell’assegnazione della casa familiare nei casi, sempre più frequenti, di mobilità del figlio per ragioni di studio (es. impegni universitari) o lavoro (magari precario) che portino all’insussistenza della stabile presenza del figlio nell’immobile adibito a casa familiare. 

 

 

Orientamenti a confronto

Nozione di convivenza del figlio maggiorenne con il genitore

Criterio più restrittivo di convivenza che preveda la “stabile dimora” del figlio presso l’abitazione di uno dei genitori, dalla quale si allontanino saltuariamente e per brevi periodi, mentre non può rientrarvi il saltuario ritorno a casa per i fine settimana, posto che in tal caso deve parlarsi di rapporto di ospitalità

Cass. civ. 22aprile 2002, n. 5857

Criterio più estensivo secondo cui per ritenere integrata la convivenza basta che il figlio maggiorenne, pur in assenza di una quotidiana abitazione per motivi di studio o lavoro, anche per non brevi periodi, mantenga tuttavia un collegamento stabile con l’abitazione del genitore, facendovi ritorno ogni qualvolta gli impegni glielo consentano

Cass. civ. 27 maggio 2005, n. 11320

Cass. civ. 22 marzo 2010, n. 6861

 

 

Dal contemperamento dei suddetti orientamenti, la Corte di Cassazione ha di recente trovato una soluzione di compromesso che ha ben esplicato nella sentenza n. 4555/2012, la quale ha recepito i due criteri che erano stati individuati al fine di circoscrivere la nozione di “collegamento stabile” del figlio maggiorenne con l’abitazione familiare: il criterio della prevalenza temporalein relazione ad una determinata unità di tempo (anno, semestre, mese) dell’effettiva presenza del figlio nella casa familiare ed il criterio della regolarità e frequenza del ritornoin rapporto a quella stessa unità di tempo assunta per l’impiego del criterio della prevalenza temporale (cfr., U. Roma, La nozione di convivenza/coabitazione ai fini della legittimazione del genitore già affidatario a chiedere l’assegno di mantenimento per il figlio maggiorenne, in La nuova giurisprudenza civile commentata, 2006, I, p. 461). 

 

In evidenza

La Cassazione, con la suddetta sentenza del 2012 (Cass. 22 marzo 2012, n. 4555), ha concluso affermando che la nozione di convivenza rilevante agli effetti dell’assegnazione della casa familiare comporta la stabile dimora del figlio presso l’abitazione di uno dei genitori, con eventuali, sporadici allontanamenti per brevi periodi, e con esclusione, quindi, dell’ipotesi di saltuari ritorni presso detta abitazione per i fine settimana, ipotesi nella quale si configura invece un rapporto di mera ospitalità; deve, pertanto, sussistere un collegamento stabile con l’abitazione del genitore, benché la coabitazione possa non essere quotidiana, essendo tale concetto compatibile con l’assenza del figlio anche per periodi non brevi per motivi di studio o di lavoro, purché egli vi faccia ritorno regolarmente appena possibile; quest’ultimo criterio, tuttavia, deve coniugarsi con quello della prevalenza temporale dell’effettiva presenza, in relazione ad una determinata unità di tempo (anno, semestre, mese).

 

 

 

La legittimazione processuale del figlio maggiorenne e del genitore convivente

Prima dell’entrata in vigore della L. n. 54/2006, la giurisprudenza di legittimità era costante nel ritenere che il coniuge, il quale provvedesse direttamente ed integralmente al mantenimento del figlio convivente divenuto maggiorenne e non ancora autosufficiente, fosse legittimato iure proprio a pretendere l’assegno di mantenimento (oltre che il rimborso di quanto sostenuto) dall’altro coniuge (cfr., ex multis, Cass. civ., sez. I, 27 maggio 2005, n. 11320; Cass. civ., sez. I, 25 giugno 2004, n. 11863); tale “legittimazione”, definita  “concorrente” rispetto a quella del figlio maggiorenne, restava subordinata alla mancata iniziativa giudiziaria di quest’ultimo (cfr., ex multis, Cass. civ., sez. I, 24 dicembre 2006, n. 4188) e si fondava sulla circostanza che in ragione della convivenza uno dei genitori sopporta delle spese che gravano ex art. 148 c.c. su entrambi i genitori (cfr., ex multis, Cass. civ., sez. I, 21 giugno 2002, n. 9067).

L’entrata in vigore della L. n. 54/2006 e l’introduzione dell’art. 155-quinquies c.c. che ha previsto che l’assegno di mantenimento al figlio maggiorenne, non indipendente economicamente, salva diversa determinazione del giudice, venga versato direttamente all’avente diritto, ha generato contrasti interpretativi in dottrina a giurisprudenza, aprendo la strada ad una piena legittimazione processuale del figlio maggiorenne.

Tale formulazione è stata, del resto, testualmente ripresa anche nell’art. 337-septies c.c., introdotto con il d. lgs. 154/2013.

 

Orientamenti a confronto

Diritto alla percezione dell’assegno da parte del figlio maggiorenne

Primo indirizzo interpretativo  

Diritto esclusivo alla percezione dell’assegno da parte del figlio maggiorenne non autosufficiente

Secondo indirizzo interpretativo

Diritto alla percezione dell’assegno da parte del figlio maggiorenne non autosufficiente come regola generale e solo in ipotesi residuali, da verificare caso per caso, diritto iure proprio del genitore convivente

Terzo indirizzo interpretativo

L’art. 155-quinquies c.c. (ripreso poi dall’art. 337-septies c.c.) si limita a dettare, in seno al giudizio di separazione e divorzio, delle mere norme regolanti il momento attuativo dell’obbligo di corresponsione dell’assegno  

 

La giurisprudenza più recente si è ormai consolidata aderendo al terzo dei suddetti orientamenti interpretativi, posto che si ritiene che non sia intervenuta una sostanziale modifica degli assetti normativi che disciplinano gli obblighi di entrambi i genitori nei confronti dei figli, ancorché maggiorenni, anche dopo l’entrata in vigore della L. n. 54/2006.

 

In evidenza

Sussiste, pertanto, la legittimazione del coniuge convivente (definita “concorrente” o “straordinaria”) ad agire iure proprio nei confronti dell’altro genitore, in assenza di un’autonoma richiesta da parte del figlio, per richiedere tanto il rimborso, pro quota, delle spese già sostenute per il mantenimento del figlio stesso, quanto il versamento di un assegno periodico a titolo di contributo per detto mantenimento.

 

Il Giudice, sussistendone i presupposti, dovrà riconoscere il diritto al contributo fatto valere dal genitore convivente, salva la facoltà di modulare il “versamento” nelle mani del genitore, del figlio oppure in parte all’uno ed in parte all’altro (cfr., ex multis, Cass. civ., sez I, sent., 10 gennaio 2014, n. 359).

Resta salva la possibilità per il figlio maggiorenne di iniziare un procedimento ordinario diretto al riconoscimento del diritto, così eclissando la legittimazione in capo al genitore convivente (Cass. civ., sez. I, 24 dicembre 2006, n. 4188).

L’intervento del figlio maggiorenne nei procedimenti di separazione e divorzio

Prima dell’introduzione dell’art. 155 quinquies c.c. con la L. n. 54/2006 era ritenuto inammissibile l’intervento di qualsiasi terzo nelle cause di separazione o divorzio, per il loro carattere “personalissimo”.

La predetta norma ha però modificato gli scenari, aprendo la possibilità di un intervento dei figli maggiorenni nei procedimenti di separazione e divorzio che vedono coinvolti i genitori.

 

In evidenza

La questione è stata risolta in senso positivo dalla Cassazione (Cass., sent., 19 marzo 2012, n. 4296) che ha ritenuto ammissibile l’intervento volontario del figlio maggiorenne nella causa di separazione fra i genitori, tanto nella forma dell’intervento principale quanto in quella dell’intervento adesivo, ritenendo che lo stesso «assolve, latu sensu, una funzione di ampliamento del contraddittorio, consentendo al giudice di provvedere in merito all’entità e al versamento – anche in forma ripartita – del contributo al mantenimento, sulla base di un’approfondita ed effettiva disamina dei soggetti interessati».

Problemi applicativi

La disamina degli aspetti sostanziali e processuali relativi alla controversa figura dei figli maggiorenni non economicamente autosufficienti permette di svolgere alcune considerazioni critiche nei confronti di quello che è stato definito «uno degli argomenti più difficili (…) dello stesso diritto di famiglia»(cfr. A. Trabucchi, Nota a Cass., 7.2.1952, n. 295, in Giur. it., 1953, I, 1, 542).

Il genitore è obbligato al mantenimento del figlio maggiorenne senza che venga fissato alcun limite d’età.

Come già detto, la legge non offre parametri precisi ed il raggiungimento dell’autosufficienza economica da parte del figlio va valutato caso per caso, offrendo la giurisprudenza solo dei criteri astratti che vanno necessariamente adattati al caso concreto.

Il genitore obbligato al mantenimento si trova di fronte alla “probatio diabolica” di dover provare il raggiungimentodell’indipendenza economica da parte del figlio o la colpevole inerzia dello stesso nel raggiungerla, il più delle volte senza essere messo nelle condizioni di sapere l’andamento degli studi o le opportunità lavorative proposte al figlio, soprattutto se non convive con lo stesso o se ci si trova in una fase patologica del rapporto matrimoniale con le conseguenti difficoltà di comunicazione che sempre sussistono.

È allora giusto porre in capo al genitore obbligato un onere probatorio così pesante, rischiando che lo stesso debba continuare a pagare per un figlio magari ultratrentenne mantenuto in tutto e per tutto nonostante la non più giovane età?

Si ritiene che il recente orientamento giurisprudenziale, ancora del tutto isolato, secondo il quale in caso di non più giovane età del figlio maggiorenne deve essere invertito l’onere probatorio sia condivisibile, per evitare che alcuni figli riescano a tenere in scacco i “genitori - bancomat” per molti più anni del dovuto.

Pertanto, un intervento legislativo potrebbe essere risolutivo nel prevedere un obbligo sanzionato del figlio maggiorenne e/o del genitore convivente di notiziare il genitore obbligato al mantenimento sull’andamento dei propri studi o sul reperimento di un’attività lavorativa.

Sotto il profilo processuale, la possibilità per il figlio maggiorenne di intervenire nei procedimenti di separazione e divorzio nonché di poter agire per ottenere il versamento diretto nonostante lo stesso conviva con uno dei genitori, rischia di creare un conflitto di interessi di difficile risoluzione non soltanto tra il figlio ed il genitore obbligato al mantenimento, ma anche tra il figlio ed il genitore convivente.

Il Tribunale di Verona, con sentenza del 1 agosto 2013, n. 1824, ha risolto un contrasto tra genitori in punto di assegno di mantenimento versato direttamente al figlio maggiorenne, in maniera del tutto singolare: in sede di opposizione al precetto per mancata corresponsione dell’assegno di mantenimento al genitore convivente, ma versato direttamente al figlio senza che tale forma di versamento fosse mai stata richiesta in sede giudiziale, ha dichiarato estinto l’obbligo del genitore, ravvisando nella figura del figlio maggiorenne quella del “creditore apparente”.

Ciò a dimostrazione delle diverse risposte giuridiche che possono essere offerte in via giurisprudenziale, a fronte di una disciplina legislativa in materia scarna, inidonea a risolvere i problemi applicativi che si pongono tutti i giorni all’attenzione degli operatori del diritto.

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