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Divorzio: presupposti ed effetti

Sommario

Inquadramento | Condizione soggettiva | Condizioni oggettive | Effetti | Effetti personali | Effetti patrimoniali |

Inquadramento

Il divorzio è stato introdotto nel nostro ordinamento dalla legge 1° dicembre 1970, n. 898 che reca il titolo «Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio».

Il termine atecnico, non essendo mai indicato nel testo normativo, vale ad inquadrare due diverse ipotesi di scioglimento del matrimonio previste dal nostro ordinamento in ragione dei due diversi tipi di matrimonio disciplinati dal codice civile: il matrimonio civile e il matrimonio religioso trascritto nei registri dello Stato Civile.

Ed infatti l’art. 1 l. n. 898/1970 recita «il giudice pronuncia lo scioglimento del matrimonio contratto a norma del codice civile …» e l’art. 2 della stessa legge recita «nei casi in cui il matrimonio sia stato celebrato con rito religioso regolarmente trascritto, il giudice … pronuncia la cessazione degli effetti civili conseguenti alla trascrizione del matrimonio».

In entrambi i casi è necessario accertare la sussistenza di un presupposto soggettivo e di una delle condizioni oggettive previste dalla legge per pronunciare la sentenza che incide sul rapporto matrimoniale, determinando con effetto ex nunc la fine dello status di coniuge e altre specifiche conseguenze giuridiche sia personali sia patrimoniali. 

Condizione soggettiva

Condizione che deve essere accertata dal Giudice ai fini della pronuncia di scioglimento del matrimonio o di cessazione degli effetti civili è che «la comunione spirituale e materiale tra i coniugi non può essere mantenuta o ricostituita per l’esistenza di una delle cause previste dal successivo art. 3 l. n. 898/1970», come stabilito sia dall’art. 1 sia dall’art. 2 della legge sopra richiamati (Cass., sez. I, 6 dicembre 2006, n. 26165).

Si tratta di un accertamento fattuale volto a verificare che tra i coniugi sia venuta meno la comunione di vita e d'intenti, materiale e spirituale, che costituisce il fondamento del vincolo coniugale e che non sia possibile in una prospettiva prognostica una sua ricostituzione.

Elementi di giudizio e valutazione ai fini dell’accertamento di tale presupposto possono ricavarsi da comportamenti dei coniugi incompatibili con il mantenimento dell’affectio coniugalis sia espliciti (esito negativo del tentativo di conciliazione, assenza prolungata nel tempo di qualunque contatto con il coniuge, instaurazione di una stabile relazione o di una nuova convivenza) sia impliciti (mancata partecipazione del coniuge al giudizio di divorzio promosso dall’altro che impedisce lo stesso tentativo di conciliazione).

Condizioni oggettive

L’art. 3 l. n. 898/1970 individua cause tassative che consentono di chiedere il divorzio e la cui sussistenza deve essere accertata dal Giudice.

La prima categoria è riconducibile alle ipotesi in cui dopo il matrimonio il coniuge viene condannato con sentenza passata in giudicato per reati commessi, anche prima del matrimonio, a determinate pene o per determinati reati, valutati dal legislatore, per la misura della pena o per il tipo di reato diretto ad offendere il coniuge o il consorzio familiare, idonei a costituire motivo del venir meno della solidarietà coniugale  e a rendere il vincolo matrimoniale, presumibilmente, non tollerabile (Cass., sez. I, 25 settembre 1996, n. 8457).

Rientrano in tale fattispecie le ipotesi di condanna previste dal n. 1 dell’art. 3, comma 1, l. n. 898/1970:

a) all'ergastolo o ad una pena superiore ad anni 15, anche con più sentenze, per uno o più delitti non colposi, esclusi i reati politici e quelli commessi per motivi di particolare valore morale e sociale;

b) a qualsiasi pena detentiva per il delitto di cui all'art. 564 c.p. e per uno dei delitti di cui agli artt. 519, 521, 523 e 524 c.p. o per induzione, costrizione, sfruttamento o favoreggiamento della prostituzione;

c) a qualsiasi pena per omicidio volontario di un figlio ovvero per tentato omicidio a danno del coniuge o di un figlio;

d) a qualsiasi pena detentiva, con due o più condanne, per i delitti di cui all'art. 582 c.p., quando ricorra la circostanza aggravante di cui al secondo comma dell'art. 583 c.p., e agli artt. 570, 572 e 643 c.p., in danno del coniuge o di un figlio.

In tale specifica ipotesi il Giudice in ogni caso deve accertare anche in considerazione del comportamento successivo tenuto dal coniuge convenuto la sua inidoneità a mantenere o ricostituire la convivenza familiare.

In tutte le ipotesi è prevista una causa di non proponibilità della domanda qualora il coniuge sia stato condannato per concorso nel reato ovvero sia ripresa la convivenza coniugale. Ciò perché il concorso nel reato o il ripristino della convivenza fanno venir meno la ratio sottesa alle ipotesi contemplate dalla norma quali cause di divorzio.

La ripresa della convivenza coniugale va intesa non come mera ripresa della coabitazione, ma come ripristino della comunione di vita e d'intenti, materiale e spirituale, che costituisce il fondamento del vincolo coniugale, trovando applicazione l’orientamento giurisprudenziale formatosi in relazione alla riconciliazione (Cass., sez. I, 17 settembre 2014, n. 19535; Cass., sez. I, 24 dicembre 2013, n. 28655; Cass., sez. I, 6 ottobre 2005, n. 19497).

La seconda categoria di cause previste dal n. 2 della norma è, invece, più eterogenea.

Una prima ipotesi è rappresentata dall’essere l'altro coniuge stato assolto per vizio totale di mente da uno dei delitti previsti nelle lettere b) e c), n. 1) dell’art. 3 l. div., quando il giudice competente a pronunciare lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio accerta l'inidoneità del convenuto a mantenere o ricostituire la convivenza familiare.

Quella sicuramente più frequente (art. 3 comma 1 n. 2 lett. b l. div.) è che sia stata pronunciata con sentenza passata in giudicato la separazione giudiziale fra i coniugi ovvero sia stata omologata la separazione consensuale ovvero sia intervenuta separazione di fatto quando la separazione di fatto stessa è iniziata almeno 2 anni prima del 18 dicembre 1970 e la separazione si sia protratta ininterrottamente da almeno 12 mesi dall'avvenuta comparizione dei coniugi innanzi al Presidente del Tribunale nella procedura di separazione personale e da 6 mesi nel caso di separazione consensuale, anche quando il giudizio contenzioso si sia trasformato in consensuale, ovvero dalla data certificata nell’accordo di separazione raggiunto a seguito di convenzione di negoziazione assistita da un avvocato ovvero dalla data dell’atto contenente l’accordo di separazione concluso innanzi all’ufficiale dello stato civile. L'eventuale interruzione della separazione deve essere eccepita dalla parte convenuta.

I nuovi termini di 12 e 6 mesi, ridotti rispetto a quello triennale in precedenza previsto, sono stati introdotti dalla legge 6 maggio 2015, n. 55, entrata in vigore il 26 maggio 2015 e si applicano, in forza di quanto previsto dall’art. 3 che ha dettato una disciplina intertemporale, ai procedimenti in corso alla data di entrata in vigore, anche nei casi in cui il procedimento di separazione che ne costituisce il presupposto risulti ancora pendente alla medesima data.

Il termine ora di 12 mesi o di 6 mesi (prima triennale) deve essere decorso alla data del deposito del ricorso introduttivo del giudizio, che segna il momento in cui la domanda deve ritenersi proposta, essendo irrilevante l'eventuale maturarsi successivo del termine antecedentemente alla notificazione del ricorso all'altra parte (Cass., sez. I, 15 febbraio 1999, n. 1260; Cass., sez. I, 1 marzo 1997, n. 1819).

Il termine di 6 mesi nel caso di separazione consensuale conseguente a trasformazione del rito si deve ritenere, nella poco chiara riformulazione della norma operata dalla legge n. 55/2015, decorra comunque dall’udienza ex art. 708 c.p.c in cui i coniugi erano comparsi dinanzi al Presidente nel giudizio contenzioso e non dalla successiva udienza ex art. 711 c.p.c. che in molti casi potrebbe essere celebrata anche a distanza notevole di tempo dall’udienza presidenziale in sede giudiziale.

Del pari pur in mancanza di una chiara formulazione della nuova norma, si deve ritenere che valga il termine di 6 mesi nel caso di negoziazioni assistite e di accordi conclusi dinanzi all’ufficiale dello Stato Civile, poiché si tratta, in questi casi, di procedure comunque da qualificare come consensuali e poiché, per legge, sono procedure che producono gli effetti tipici delle separazioni consensuali medesime.

 

Normative  a confronto

Vecchia normativa: legge n. 898/1970 e successive modifiche sino al 25 maggio 2015

3 ANNI da:

  • udienza di comparizione personale dei coniugi avanti al Presidente del Tribunale (separazione consensuale);
  • autorizzazione ex art. 708 c.p.c. a vivere separati (separazione giudiziale);
  • data certificata nell’accordo di separazione raggiunto a seguito di convenzione di negoziazione assistita da un avvocato;
  • data dell’atto contenente l’accordo di separazione concluso innanzi all’ufficiale dello stato civile;

Nuova normativa: legge n. 55/2015 – dal 26 maggio 2015

12 MESI da:

  • autorizzazione ex art. 708 c.p.c. a vivere separati (separazione giudiziale);

6 MESI da

  • udienza di comparizione personale dei coniugi avanti al Presidente del Tribunale (separazione consensuale);
  • autorizzazione a vivere separati ex art. 708 c.p.c. – separazione giudiziale poi con trasformazione del rito in consensuale;
  • data certificata nell’accordo di separazione raggiunto a seguito di convenzione di negoziazione assistita da un avvocato;
  • data dell’atto contenente l’accordo di separazione concluso innanzi all’ufficiale dello stato civile;

 

Nel caso di separazione giudiziale la sentenza anche parziale di separazione deve essere passata in giudicato a pena di improponibilità della domanda di divorzio(Cass., sez. I, 9 marzo 1995, n. 2725; Cass., sez. I, 24 agosto 1998, n. 8389).

Nel caso di separazione consensuale deve essere intervenuta l’omologazione della stessa e l’eventuale pendenza di una lite sulla validità dell'accordo giustificativo della separazione consensuale tra coniugi pregiudica l'esito del giudizio, contemporaneamente pendente, di cessazione degli effetti civili del loro matrimonio e ne comporta la sospensione ex art. 295 c.p.c, perché l'eventuale annullamento di quell'accordo determinerebbe il venir meno, con effetto ex tunc, di un presupposto indispensabile della pronuncia di divorzio (Cass., sez. VI-I, 9 dicembre 2014, n. 25861).

L'interruzione della separazione, ossia l’intervenuta riconciliazione, deve essere eccepita dal coniuge convenuto.

Assumendo rilievo quale fatto impeditivo della realizzazione della condizione temporale stabilita dalla norma, costituisce eccezione in senso stretto soggetta alle preclusioni processuali proprie delle eccezioni in senso stretto e non è rilevabile d’ufficio (Cass., sez. I, 17 settembre 2014, n. 19535; Cass., sez. I, 19 novembre 2010, n. 23510).

Altra ipotesi è quella secondo cui il procedimento penale promosso per i delitti previsti dalle lettere b) e c), n. 1) dell’art. 3 l. n. 898/1970 si è concluso con sentenza di non doversi procedere per estinzione del reato, quando il giudice competente a pronunciare lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio ritiene che nei fatti commessi sussistano gli elementi costitutivi e le condizioni di punibilità dei delitti stessi.

Ulteriore ipotesi è quella per cui il procedimento penale per incesto si è concluso con sentenza di proscioglimento o di assoluzione che dichiari non punibile il fatto per mancanza di pubblico scandalo.

Ancora è prevista quale causa di divorzio la circostanza che l'altro coniuge, cittadino straniero, ha ottenuto all'estero l'annullamento o lo scioglimento del matrimonio o ha contratto all'estero nuovo matrimonio. La ratio è quella di consentire al coniuge italiano di liberarsi dal vincolo matrimoniale in conseguenza di un comportamento tenuto all'estero dall'altro coniuge straniero.

Nel primo caso il coniuge italiano fa valere un pronunciamento straniero che costituisce il presupposto del suo diritto con la conseguenza che si è al di fuori dell'ambito della delibazione della sentenza straniera, in via principale o incidentale, disciplinata dagli artt. 796 ss. c.p.c. (Cass., sez. I, 30 dicembre 1994, n. 11297; Cass., sez. I, 29 agosto 2003, n. 12703).

Un’altra causa di frequente applicazione (art. 3 comma 1 n. 2 lett. f) l. div.) è il matrimonio non consumato.

L’inconsumazione costituisce titolo autonomo per pervenire alla declaratoria del divorzio di cui la parte deve fornire prova in modo compiuto e univoco. Deve essere data una prova rigorosa anche mediante elementi presuntivi che devono però avere una valenza univoca e una concordanza indiscutibile (Cass., sez. I, 8 febbraio 2006, n. 2815). La mancata convivenza non è sufficiente a dimostrare l'inconsumazione se non è accompagnata da circostanze di fatto tali da escludere l'unione sessuale o da indizi gravi, precisi e concordanti che facciano presumere l'inesistenza di una unione fisica tra i due coniugi dopo il matrimonio.

 

Orientamenti a confronto

Divorzio per inconsumazione

Inammissibilità in caso di domanda congiunta

Un orientamento giurisprudenziale di merito esclude l’ammissibilità della pronuncia di  divorzio per inconsumazione su domanda congiunta delle parti ex art. 4, comma 16, l. div., in quanto l’accertamento del presupposto, che richiede la necessità di un istruttoria complessa, sarebbe incompatibile con il rito camerale proprio del procedimento di divorzio su domanda congiunta (Trib.  Napoli 15 marzo 1988 in Foro It., 1989, I 554; Trib. Palermo 10 novembre 1990, in Dir. fam., 1991, 1007; Trib. Perugia 4 luglio 1996, in Foro it., 1997, I, 3000; Trib. Nola 21 ottobre 2001)  

Ammissibilità in caso di domanda congiunta

Un orientamento giurisprudenziale di merito ammette la possibilità di pronunciare il divorzio per inconsumazione anche su domanda congiunta delle parti, ritenendo possibile che il Tribunale anche nel rito camerale ben possa svolgere attività istruttoria finalizzata ad accertare il presupposto di cui alla lett. f dell’art. 3 comma 1 n. 2 l. div. (Trib. Latina 27 aprile 1989 in Il diritto di famiglia e delle persone, 1990, 150 ss.; Trib. Palermo 8 maggio 1996 in Dir. Fam., 1997, 206 ss., Trib. Napoli 8 maggio 1997 in Giur. Nap., 1997, 271 ss., Trib. Patti 16 giugno 2004; App. Roma, sez. III, 16 marzo 2011), essendo compatibile con il rito camerale anche lo svolgimento di attività istruttoria (Cass., sez. I, 14 ottobre 1995, n. 10763)

 

Ulteriore causa è rappresenta dal passaggio in giudicato della sentenza di rettificazione di attribuzione di sesso a norma della legge n. 164/1982. Nella interpretazione consolidata si tratta di un divorzio imposto nel senso che il passaggio in giudicato della sentenza di rettificazione di sesso del coniuge determina l'effetto automatico di scioglimento del matrimonio.

Tale interpretazione è stata confermata dalla Corte Costituzionale con la pronuncia n. 170/2014 (C. cost. n. 170/2014) che ha dichiarato incostituzionali per violazione dell’art. 2 Cost. gli artt. 2 e 4 legge n. 164/1982 e l'art. 31, comma 6, d.lgs. n. 150/2011 nella parte in cui non prevedono che la sentenza di rettificazione dell'attribuzione di sesso di uno dei coniugi, che  determina lo scioglimento del matrimonio o la cessazione degli effetti civili conseguenti alla trascrizione del matrimonio celebrato con rito religioso, non consenta, ove entrambi lo richiedano, di mantenere in vita un rapporto di coppia giuridicamente regolato con altra forma di convivenza registrata, che tuteli i diritti e gli obblighi della coppia medesima, con modalità da statuirsi del legislatore.

La Corte ha ribadito che non è possibile la reductio ad legitimitatem mediante una pronuncia manipolativa, che sostituisca il divorzio automatico con un divorzio a domanda, poiché ciò equivarrebbe a rendere possibile il perdurare del vincolo matrimoniale tra soggetti del medesimo sesso in contrasto con l'art. 29 Cost. e che sarà compito del legislatore introdurre una forma alternativa (e diversa dal matrimonio) che consenta ai due coniugi di evitare il passaggio da uno stato di massima protezione giuridica ad una condizione di assoluta indeterminatezza.

La Corte di Cassazione poi con una recentissima pronuncia (Cass. civ., sez. I, sent., 21 aprile 2015, n. 8097 (Pres. Luccioli, rel. Acierno) ha affermato che la sentenza n. 170/2014 della Corte costituzionale non è di mero monito, ma autoapplicativa, con la conseguenza che è costituzionalmente necessario conservare alla coppia il riconoscimento dei diritti e doveri conseguenti al matrimonio fino a quando il legislatore non intervenga consentendo di mantenere in vita il rapporto di coppia giuridicamente regolato con altra forma di convivenza registrata che ne tuteli adeguatamente di diritti ed obblighi. E ha precisato che la conservazione dello statuto dei diritti e dei doveri propri del modello matrimoniale è, pertanto, sottoposta alla condizione temporale risolutiva costituita dalla nuova regolamentazione  indicata dalla sentenza. 

In attuazione delle indicazioni della sentenza della Corte Costituzionale n. 170/2014 il legislatore con la legge introduttiva delle unioni civili, l. n. 76/2016, ha espressamente previsto all’art. 1 comma 27 che nel caso di rettificazione di sesso di una persona unita da vincolo di matrimonio civile o concordatario con effetti civili, se gli stessi coniugi chiedono di non sciogliere il matrimonio o di non far cessare gli effetti civili automaticamente costituiscono un’unione civile tra persone dello stesso sesso con conseguente loro applicazione dello statuto normativo introdotto dalla suddetta legge per le unioni civili tra persone dello stesso sesso.

Ferma, quindi, implicitamente la conferma che il passaggio in giudicato della sentenza di rettificazione di attribuzione di sesso è causa automatica di scioglimento del matrimonio o di cessazione dei suoi effetti civili, viene lasciata alle parti legate da vincolo di coniugio, nel caso in cui una di esse ottenga una pronuncia di rettificazione di sesso, la scelta di mantenere una protezione giuridica della coppia, ora assicurata dallo statuto previsto per le unioni civili attraverso una espressa dichiarazione fatta da entrambi di non voler sciogliere il matrimonio o di non voler far cessare gli effetti civili.

Tale dichiarazione si ritiene possa essere fatta già nel corso del procedimento giurisdizionale di rettifica dell’attribuzione di sesso, come già affermato all’indomani della pronuncia della Suprema Corte (Trib. Milano, sez. IX civ., 22 aprile 2015), ma si può anche pensare che possa essere fatta successivamente con una dichiarazione congiunta dei due coniugi all’ufficiale dello stato civile all’atto dell’annotazione della sentenza di rettificazione.     

Effetti

Gli effetti personali e patrimoniali della sentenza si producono tra le parti dal passaggio in giudicato; l'annotazione ex art. 10 l. n. 898/1970 attiene unicamente agli effetti erga omnes della pronuncia stessa, in considerazione dell'efficacia dichiarativa e non costitutiva dello stato delle persone fisiche che è propria dei registri dello Stato Civile (Cass., sez. I, 4 agosto 1992, n. 9244; Cass., sez. I, 12 novembre 1996, n. 9905). 

Effetti personali

La pronuncia determina la fine ex nunc dello status di coniuge, posto che incide sul rapporto matrimoniale e non sull’atto di matrimonio.

La moglie perde il diritto al cognome del coniuge che aveva aggiunto al proprio a seguito del matrimonio.

Il Tribunale può autorizzare, con la sentenza con cui pronuncia il divorzio, la donna che ne faccia richiesta a conservare il cognome del marito, quando sussista un interesse proprio o dei figli meritevole di tutela. La suddetta decisione può essere modificata con successiva pronuncia per motivi di particolare gravità su istanza di una delle parti (art. 5 commi 2, 3 e 4 l. n. 898/1970).

Dal passaggio in giudicato della pronuncia di divorzio opera la presunzione di concepimento stabilita dall’art. 232 c.c. (Cass., sez. I, 11 marzo 1992, n. 2916). 

Dal passaggio in giudicato della sentenza opera il divieto di contrarre matrimonio se non sono trascorsi 300 giorni dalla pronuncia di scioglimento o cessazione  degli effetti civili salvo che la pronuncia sia stata emessa in base all’art. 3, n. 2, lett. b) e f l. div.) o se sia stata dichiarata in forza di titolo rappresentato da separazione legale ininterrottamente protrattasi per oltre un triennio o per inconsumazione del matrimonio.   

Effetti patrimoniali

La pronuncia determina il venire meno dei diritti successori come conseguenza del venir meno dello status di coniuge. Il coniuge divorziato non potrà vantare diritti ereditari nei limiti della successione legittima. A differenza del coniuge separato perde l'aspettativa alla successione ereditaria nei beni dell’altro coniuge (artt. 584 e 585 c.c. in relazione agli artt. 182 e 193 l. n. 151/1975) e il diritto di chiedere la corresponsione degli alimenti ai sensi dell'art. 433 c.c., diritto che viene definitivamente precluso dalla pronunzia di scioglimento del vincolo che ne costituisce il presupposto.   

All’effetto patrimoniale automatico conseguente alla pronuncia di divorzio sopra indicato, se ne aggiungono altri che presuppongono la sussistenza di specifici presupposti e che devono essere riconosciuti dalla stessa sentenza di divorzio o da altra pronuncia giudiziale.

L’assegno divorzile viene attribuito al coniuge con la pronuncia di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio quando ricorrono i presupposti di cui all’art. 5, comma 6, legge n. 898/1970.

Il coniuge divorziato non passato a nuove nozze e titolare dell’assegno divorzile ha diritto alla pensione di reversibilità del coniuge deceduto. È un diritto iure proprio e non iure successionis.

Se non vi è un coniuge superstite, la pensione di reversibilità viene riconosciuta per intero e senza necessità di un pronunciamento giudiziale (art. 9, comma 2, legge n. 898/1970).

Se vi è un coniuge superstite, il Tribunale con sentenza attribuisce all’ex coniuge una quota della pensione di reversibilità, tenuto conto della durata del rapporto matrimoniale (art. 9, comma 3, legge n. 898/1970).

La durata del matrimonio, come chiarito dalla Corte Costituzionale con sentenza n. 491/2000, deve intendersi riferita alla durata legale del matrimonio comprensiva del periodo di separazione legale, essendo la separazione personale una semplice fase del rapporto coniugale. Tale parametro di valutazione va contemperato con ulteriori elementi correttivi della proporzione matematica, quali le condizioni economiche e personali delle parti e l’ammontare dell’assegno goduto dal coniuge divorziato prima del decesso dell’ex coniuge, che la Corte Costituzionale con la sentenza sopra citata ed ancor prima con la pronuncia n. 419/1999 (C. cost. n. 419/1999) aveva chiarito dovessero considerarsi nella valutazione giudiziale in ottica di maggiore equità economica e sociale (Cass., sez. I, 16 dicembre 2004, n. 23379; Cass., sez. I, 31 gennaio 2007, n. 2092; Cass., sez. I, 28 novembre 2011, n. 25174).

Il diritto sorge per effetto del decesso dell’ex coniuge sicché l’obbligo in capo all’Ente che eroga il trattamento pensionistico decorre dal primo giorno del mese successivo a quello della morte dell’ex coniuge (Cass., sez. L, 27 settembre 2013, n. 22259).     

Nel caso di morte dell’ex coniuge, al coniuge divorziato non passato a nuove nozze e titolare dell’assegno divorzile che versi in stato di bisogno, il Tribunale con sentenza può attribuire un assegno periodico a carico dell’eredità. Tale assegno, previsto dall'art. 9-bis legge n. 898/1970, avendo natura assistenziale, postula che l’ex coniuge medesimo si trovi in stato di bisogno, vale a dire manchi delle risorse economiche occorrenti per soddisfare le essenziali e primarie esigenze di vita. Detto assegno va quantificato in relazione al complesso degli elementi espressamente indicati nello stesso art. 9-bis, tenendo conto, oltre che della misura dell'assegno di divorzio, dell'entità del bisogno, dell'eventuale pensione di reversibilità, delle sostanze ereditarie, del numero e della qualità degli eredi e delle loro condizioni economiche. A tale riguardo, l'entità del bisogno deve essere valutata non già con riferimento alle norme dettate da leggi speciali per finalità di ordine generale di sostegno dell'indigenza, bensì in relazione al contesto socio-economico del richiedente e del de cuius, in analogia a quanto previsto dall'art. 438 c.c. in materia di alimenti (Cass., sez. I, 27 gennaio 2012, n. 1253; Cass., sez. I, 14 maggio 2004, n. 9185). 

Il coniuge divorziato titolare dell’assegno divorzile e non passato a nuove nozze ha diritto ad una percentuale dell’indennità di fine rapporto percepita dall’altro coniuge all’atto della cessazione del rapporto di lavoro anche se l’indennità viene maturata dopo la sentenza.

La percentuale è pari al pari al 40% dell’indennità totale riferibile agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio.

L'art. 12-bis legge n. 898/1970 va interpretato nel senso che per la liquidazione di tale quota occorre avere riguardo a quanto percepito dall’ex coniuge a titolo di TFR dopo l'instaurazione del giudizio divorzile, escludendosi eventuali anticipazioni riscosse durante la convivenza matrimoniale o la separazione personale, essendo le stesse definitivamente entrate nell'esclusiva disponibilità dell'avente diritto (Cass., sez. VI, 29 ottobre 2013, n. 24421) e nel senso che il diritto alla predetta quota sorge anche se l'indennità spettante all'altro coniuge sia maturata nel corso della procedura di divorzio (Cass., sez. VI- I, 20 giugno 2014, n. 14129).

Sul piano processuale la Suprema Corte ha affermato il principio per cui l'evidente connessione tra la domanda di attribuzione di una quota di TFR e la domanda di assegno divorzile, il cui riconoscimento condiziona l'accoglimento della prima, giustifica la proposizione di questa nell'ambito del procedimento di divorzio, risultando contrario al principio di economia processuale esigere che, nel caso di liquidazione dell'indennità di fine rapporto durante detto procedimento, la domanda di attribuzione di una sua quota sia proposta attraverso l'instaurazione di un giudizio separato tra le medesime parti(Cass., sez. I, 14 novembre 2008, n. 27233).Ha altresì riconosciuto che la domanda di revisione dell'assegno di divorzio e quella riconvenzionale di riconoscimento di una quota di TFR sono oggettivamente connesse ai sensi dell'art. 36 c.p.c, perché il diritto all'assegno, di cui si discute nel giudizio di revisione, è il presupposto di entrambe, non rilevando se il diritto alla quota del TFR maturi successivamente alla sentenza di divorzio; l'art. 40 c.p.c ne consente il cumulo nello stesso processo, sebbene si tratti di azioni di per sé soggette a riti diversi (Cass., sez. I, 12 marzo 2012, n. 3924). 

Infine, l’art. 12-ter legge n. 898/1970 attribuisce ai genitori divorziati in parti eguali la pensione di reversibilità ad essi spettante per un figlio deceduto per fatti di servizio. A ciò provvede automaticamente l’Ente erogatore il trattamento pensionistico. 

 

*Scheda aggiornata alla Legge sulle Unioni Civili

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