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Divorzio internazionale: legge applicabile

Sommario

Inquadramento | Il divorzio internazionale nelle Preleggi al codice civile del 16 marzo 1942 | La legge 31 maggio 1995, n. 218 | L’intesa per una cooperazione rafforzata e la Decisione 2010/405/UE del 12 luglio 2010 | Il Regolamento (UE) n. 1259/2010 del Consiglio del 20 novembre 2010 (Roma III) | Campo di applicazione e materie escluse | Il criterio della scelta delle parti | Forma e tempo dell’accordo | Criteri sussidiari | Carattere universale | Limiti di applicazione | Casistica |

Inquadramento

Il problema dell’individuazione della legge regolatrice della separazione e del divorzio si pone con riferimento alle controversie aventi ad oggetto lo scioglimento dei matrimoni caratterizzati da elementi di internazionalità, sempre più comuni in ragione della aumentata mobilità dei cittadini comunitari ed extracomunitari all’interno dell’Unione Europea.

Una volta individuata, in base ai criteri del Regolamento (UE) 2201/2003 del 27 novembre 2003, l’autorità giurisdizionale (internazionalmente) competente in materia, si tratta di individuare la legge sostanziale regolatrice del rapporto.

Il divorzio internazionale nelle Preleggi al codice civile del 16 marzo 1942

Il previgente sistema di diritto internazionale privato (Preleggi al codice civile del 16 marzo 1942) non prevedeva alcuna norma di conflitto in materia di divorzio, costringendo gli interpreti a fare ricorso all’art. 17 comma 1 («lo stato e le capacità della persona e i rapporti di famiglia sono regolati dalla legge dello Stato al quale esse appartengono») per individuare la legge applicabile alle coppie di cittadinanza comune ed alla stessa norma, ovvero al successivo art. 18, per le coppie di cittadinanza diversa («i rapporti personali tra i coniugi di diversa cittadinanza sono regolati dall’ultima legge nazionale che sia stata loro comune durante il matrimonio o, in mancanza di essa, dalle legge nazionale del marito al momento del matrimonio»). Con riferimento a queste ultime, mentre l’art. 17 comma 1 cit. pone il problema della contemporanea applicabilità delle leggi di ambedue i coniugi, l’art. 18 cit. consente di superare tale problema, prevedendo criteri alternativi (la legge comune di coniugi durante il matrimonio; legge nazionale del marito al momento della celebrazione del matrimonio).

La Corte Costituzionale (sent. 5 marzo 1987 n. 71), ha quindi ratificato l’applicazione dell’art. 18, confermandone l’applicabilità anche alla separazione personale, nel contempo dichiarandone l’illegittimità costituzionale nella parte relativa al criterio della cittadinanza del marito, in quanto contraria al principio di uguaglianza.

Nella legge 1° dicembre 1970 n. 898, intitolata “Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio”, il legislatore si è limitato a prevedere, tra i motivi di divorzio, il caso in cui «l’altro coniuge, cittadino straniero, ha ottenuto all’estero l’annullamento o lo scioglimento del matrimonio o ha contratto all’estero nuovo matrimonio».

Con la legge 6 marzo 1987, n. 74 (di modifica alla l. n. 898/1970), sul presupposto della  perdurante vigenza dell’art. 18 delle Preleggi (in realtà dichiarato in parte costituzionalmente illegittimo con la citata sentenza 5 marzo 1987 n. 71), è stato introdotto l’art. 12-quinquies l. n. 898/1970, a mente della quale «allo straniero, coniuge di cittadina italiana, la legge nazionale del quale non disciplina lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, si applicano le disposizioni di cui alla presente legge».

La legge 31 maggio 1995, n. 218

Con l’approvazione della legge 31 maggio 1995 n. 218 di “Riforma del sistema italiano di diritto internazionale privato”, il problema della legge regolatrice del divorzio e della separazione personale è stato affrontato attraverso la previsione dell’art. 31, la quale dispone che «la separazione personale e lo scioglimento del matrimonio sono regolati dalla legge nazionale dei coniugi al momento della domanda di separazione o di scioglimento del matrimonio; in mancanza si applica la legge dello Stato nel quale la vita matrimoniale risulta prevalentemente localizzata (comma 1); la separazione personale e lo scioglimento del matrimonio, qualora non siano previsti dalla legge straniera applicabile, sono regolati dalla legge italiana»(comma 2).

Gli istituti della separazione e del divorzio sono stati accomunati ed assoggettati, quale legge regolatrice del rapporto, a quella nazionale dei coniugi, se comune al momento della domanda; nel caso di coniugi di nazionalità diversa, opera il criterio della prevalente localizzazione della vita matrimoniale. Con riferimento a tale criterio, la Corte di Cassazione (sent. 4 aprile 2011 n. 7599), ha affermato che esso «va inteso in senso dinamico, come centro principale degli interessi e degli affetti dei coniugi, il quale spesso, ma non necessariamente, coincide con la residenza familiare, potendo i componenti della famiglia avere residenze diverse; pertanto, ancorché per lungo tempo la vita matrimoniale sia stata localizzata in uno Stato, qualora successivamente, ed anche da un breve lasso di tempo, si verifichi un mutamento, è alla nuova localizzazione che il giudice deve fare riferimento, rilevando il concreto atteggiarsi dei rapporti familiari al momento della presentazione della domanda».

Dal punto di vista nazionale, la legge italiana risulta pertanto applicabile, oltre che nel caso di cittadinanza italiana comune dei coniugi al momento della domanda di separazione o divorzio; in mancanza, nel caso in cui la vita matrimoniale sia prevalentemente localizzata in Italia; in subordine, quando l’ordinamento straniero richiamato non preveda tali istituti. Al riguardo deve osservarsi che la norma non presuppone la cittadinanza italiana del coniuge che promuove in Italia il divorzio e può essere invocata anche da uno straniero.

Il criterio della prevalente localizzazione non è subordinato a quello del possesso di più cittadinanze comuni da parte dei coniugi e quindi, secondo gli interpreti ed analogamente a quanto previsto dall’art. 19 comma 1 l. n. 218/1995, la legge italiana dovrebbe prevalere su quelle concorrenti.

Sono soggetti alla legge individuata in base all’art. 31 l. n. 218/1995, le condizioni di ammissibilità di separazione e divorzio e gli effetti che ne derivano, quali i rapporti personali dei coniugi o ex coniugi, gli obblighi patrimoniali, l’affidamento dei figli; per contro, la disciplina dei rapporti tra genitori e figli sono soggetti alla legge nazionale di questi ultimi ai sensi dell’art. 36 («I rapporti personali e patrimoniali tra genitori e figli, compresa la potestà genitoriale, sono regolati dalla legge nazionale del figlio»).

L’art. 31, peraltro, individua la legge applicabile anche agli obblighi alimentari tra i coniugi separati o divorziati.

Tali norme possono condurre all’applicazione, da parte del giudice nazionale, della legge straniera, che può prevedere motivi di divorzio diversi da quelli previsti dalla l. n. 898/1970 e porsi in conflitto con l’ordine pubblico. Quest’ultimo nel corso degli anni si è evoluto sino ad ammettere il principio della dissolubilità del matrimonio, in ciò recependo le modifiche legislative volte a facilitare il divorzio.

Inizialmente si sono affermati due distinte nozioni di ordine pubblico, a seconda che il divorzio riguardi o meno cittadini italiani: nel primo caso, il giudizio di compatibilità delle norme straniere con l’ordine pubblico interno è legato alla ricorrenza di cause che si presentino come rispondenti, nella sostanza, a quelle previste nell’ordinamento italiano; nel secondo caso l’ordine pubblico internazionale viene considerato come limitato alla tutela dei diritti fondamentali e ad assicurare che il  divorzio sia pronunciato per cause predeterminate e sottoposte a controllo giudiziale.

La distinzione è stata infine superata, poiché a prescindere dalla cittadinanza, in assenza del venire meno della comunione tra i coniugi, la pronuncia di divorzio non sarebbe consentita.

L’intesa per una cooperazione rafforzata e la Decisione 2010/405/UE del 12 luglio 2010

A fronte della contrarietà all’adozione di una disciplina sostanziale comune, allo scopo di armonizzare le procedure di separazione e divorzio quattordici Stati membri hanno raggiunto l’intesa, dalla quale è scaturita, il 12 luglio 2010, la Decisione 2010/405/UE che ha autorizzato una cooperazione rafforzata (ai sensi dell’art. 331 TFUE) nel settore del diritto applicabile in materia di divorzio e di separazione legale tra Austria, Belgio, Bulgaria, Francia, Germania, Italia, Lettonia, Lussemburgo, Malta, Portogallo, Romania, Spagna, Slovenia e Ungheria. Hanno quindi aderito Lituania (con entrata in vigore il 22 maggio 2014) e Grecia (con applicazione ai procedimenti iniziati ed agli accordi conclusi dopo il 29 luglio 2015).

Il Regolamento (UE) n. 1259/2010 del Consiglio del 20 novembre 2010 (Roma III)

I predetti quattordici Stati hanno adottato il Regolamento (UE) n. 1259/2010 del Consiglio del 20 dicembre 2010 relativo all’attuazione di una cooperazione rafforzata nel settore della legge applicabile al divorzio e alla separazione personale, entrato in vigore il 21 dicembre 2010 e divenuto applicabile il successivo 21 giugno 2012. Secondo le disposizioni transitorie, le norme del Regolamento trovano applicazione ai procedimenti avviati dopo il 21 giugno 2012. L’art. 18 dispone tuttavia che producono effetti anche gli accordi sulla legge applicabile conclusi prima di tale data, a condizione che siano conformi agli artt. 6 e 7 riguardanti consenso e la validità sostanziale e formale.

Il Regolamento ha introdotto una serie di norme volte a tutelare il coniuge più debole nella causa di divorzio, prevenendo il fenomeno del forum shopping e del forum running; dal nono considerando è dato infatti apprendere che esso «dovrebbe istituire un quadro giuridico chiaro e completo in materia di legge applicabile al divorzio o alla separazione personale negli Stati membri partecipanti e garantire ai cittadini soluzioni adeguate per quanto concerne la certezza del diritto, la prevedibilità e la flessibilità, e impedire che le situazioni in cui un coniuge domanda il divorzio prima dell’altro per assicurarsi che il procedimento sia regolato da una legge che ritiene più favorevole alla tutela dei suoi interessi».

Campo di applicazione e materie escluse

Ai sensi dell’art. 1.1, il regolamento si applica soltanto, in circostanze che comportino un conflitto di leggi, al divorzio e alla separazione personale; dunque a rapporti caratterizzati da elementi di internazionalità, che devono sussistere al momento della proposizione della domanda (la mancanza di essi in un momento diverso non pare rilevare).

Risultano espressamente escluse la materia dell’annullamento del matrimonio [art. 1 n. 2 lett. c)], le questioni preliminari nell’ambito di un procedimento di divorzio o separazione personale quali la capacità giuridica, la validità del matrimonio, gli effetti di tali istituti sui rapporti patrimoniali, il nome, la responsabilità genitoriale, le obbligazioni alimentari, i trust e le successioni (art. 1 n. 2). Viene fatta salva (art. 3) l’applicazione del Regolamento (CE) n. 2201/2003.

Le materie escluse sono quindi disciplinate dalle norme di conflitto dei singoli Paesi partecipanti:

Il regolamento, inoltre, non disciplina  tutti gli aspetti del divorzio e della separazione personale, ma unicamente i presupposti di tali istituti, nonché gli effetti personali tra i coniugi e più precisamente: - ammissibilità di separazione e divorzio;

  • cause della separazione e del divorzio;
  • effetti della presentazione della domanda di separazione e divorzio;
  • possibilità della conversione della separazione in divorzio;
  • periodo di attesa eventualmente necessario per ottenere il divorzio; possibilità o meno di separazione e divorzio consensuale e regime applicabile in caso di disaccordo dei coniugi;
  • effetti personali conseguenti alla pronuncia di separazione o divorzio.

In evidenza

La legge applicabile in base al regolamento (scelta dalla parti ovvero individuata come applicabile in base ai criteri di collegamento in esso contenuti) individuerà pertanto sia i presupposti del divorzio e della separazione personale (dal punto di vista interno, il venire meno della comunione materiale e spirituale tra i coniugi per la separazione; il protrarsi della separazione per il periodo temporale prescritto ai fini per il divorzio), sia gli effetti personali che ne conseguono (nell’esempio, la cessazione degli obblighi di fedeltà e di coabitazione)

 

Con riferimento ai procedimenti che sono di divorzio, ma non giurisdizionali, occorre riferirsi al decimo considerando, a mente del quale il regolamento trova applicazione allo scioglimento o all’allentamento del vincolo matrimoniale; al tredicesimo considerando, secondo cui il regolamento dovrebbe trovare applicazione a prescindere dalla natura dell’autorità giurisdizionale adìta; infine, all’art. 3.2, che definisce quale autorità giurisdizionale tutte le autorità degli Stati membri partecipanti competenti per le materie rientranti nell’ambito di applicazione del regolamento. Pare quindi che il legislatore abbia inteso riferirsi alle autorità sia giurisdizionali, sia amministrative (per gli ordinamenti di quei Paesi che per il divorzio prevedono un procedimento amministrativo, come ad esempio la Danimarca).

Va qui osservato che il regolamento non contiene alcuna definizione di matrimonio, ponendo in astratto il problema della sua applicabilità ai matrimoni tra persone dello stesso sesso, che la legislazione di taluni Paesi membri ammette. Sul punto l’art. 13 stabilisce che se la legge nazionale di uno Stato partecipante non prevede il divorzio o non considera valido il matrimonio, il giudice adìto ai fini del procedimento di divorzio può astenersi dall’emettere un decisione in virtù dell’applicazione del regolamento stesso.

Il criterio della scelta delle parti

La normativa consente ai coniugi di scegliere in anticipo e di comune accordo le legge applicabile al divorzio o alla separazione personale, purché si tratti della legge dello Stato membro con il quale essi hanno uno stretto legame (art. 5 Regolamento n. 1259/2010). La scelta della legge è possibile tra:

- quella della comune residenza al momento della conclusione dell’accordo;

- quella dello Stato dell’ultima residenza abituale dei coniugi, se uno di essi vi risiede ancora al momento della conclusione dell’accordo;

- quella dello Stato di cui uno dei coniugi ha la cittadinanza al momento della conclusione dell’accordo;

- la legge del foro.

Forma e tempo dell’accordo

La scelta della legge applicabile deve essere informata e consapevole, nel senso che ciascuno dei coniugi deve conoscere esattamente le conseguenze giuridiche e sociali derivanti dall’accordo. In questo senso il diciassettesimo considerando stabilisce che i coniugi devono avere accesso ad informazioni aggiornate relative agli aspetti essenziali delle norme nazionali e comunitaria, all’uopo imponendo che la Commissione le aggiorni nel sistema di informazione destinato al pubblico che si avvale di internet.

L’accordo sulla legge applicabile, la cui esistenza e validità deve essere valutata alla stregua della legge che sarebbe applicabile se l’accordo fosse valido, non è soggetta a particolari requisiti, se non quello della forma scritta (ivi compresa qualsiasi comunicazione elettronica (“che permetta una registrazione durevole dell’accordo”), della data e della sottoscrizione dei coniugi (art. 7 n. 1), salvo eventuali requisiti ulteriori richiesti dalla legge dello Stato membro partecipante in cui i coniugi hanno la residenza abituale al momento della conclusione dell’accordo (art. 7 n. 2); oppure requisiti differenti previsti dalla legge di uno dei due Stati membri partecipanti nel caso in cui i coniugi abbiano residenza abituale diversa (art. 7 n. 3); oppure requisiti supplementari previsti dalla legge dell’unico Stato partecipante del quale uno dei coniugi abbia la residenza abituale.

L’accordo sulla legge applicabile può essere concluso e modificato in qualsiasi momento, al più tardi al momento della proposizione della domanda davanti all’autorità giurisdizionale (e anche nel corso del procedimento, se la legge del foro lo prevede (sul punto v. infra Casistica).

È stato osservato che siccome  la maggior parte degli ordinamenti non consente ai coniugi la scelta della legge applicabile alla separazione e al divorzio, l’accordo potrebbe non essere riconosciuto valido dai Paesi terzi, nonché dai Paesi membri che non hanno adottato il regolamento; ciò consentirebbe al coniuge, che intende porre nel nulla la scelta fatta in precedenza, di radicare il procedimento in un Paese che non la considera valida.

Criteri sussidiari

In mancanza di scelta (ovvero di scelta non validamente manifestata oppure tardiva) trovano applicazione i criteri sussidiari dell’art. 8), vale a dire la legge dello Stato:

a) della residenza abituale dei coniugi nel momento in cui è adìta l’autorità giurisdizionale o, in mancanza;

b) dell’ultima residenza abituale dei coniugi, sempre che non sia decorso più di un anno prima di adire l’autorità giurisdizionale, se uno di essi risiede ancora nel momento in cui è adìta l’autorità giurisdizionale; o, in mancanza;

c) di cui i due coniugi sono cittadini nel momento in cui è adìta l’autorità giurisdizionale; o, in mancanza;

d)  dove è adìta l’autorità giurisdizionale.

Tuttavia, se la legge applicabile in base all’art. 5 o all’art. 8 non prevede il divorzio o non concede a uno dei coniugi, perché appartenente all’uno o all’altro sesso, pari condizioni di accesso al divorzio o alla separazione personale, si applica la legge del foro.

Per il caso particolare, ma non infrequente di coniugi con pluralità di cittadinanze, il considerando 22 prevede l’applicazione della legislazione nazionale, nel pieno rispetto dei principi generali dell’Unione europea e ciò al fine di evitare discriminazione sulla base della nazionalità (come avviene, ad esempio, sulla base dell’art. 19, comma 2, l. n. 218/1995, che dispone, in caso di soggetto con più cittadinanze, l’applicazione della legge di quello tra gli Stati di appartenenza con il quale esso ha il collegamento più stretto. Se tra le cittadinanze vi è quella italiana questa prevale).

A differenza del legislatore italiano, quello comunitario mostra di prediligere, quale criterio di collegamento, quello della residenza (anziché quello della cittadinanza), certamente più adeguato ai tempi e alla sempre maggiore mobilità delle persone, assoggettando la separazione e  il divorzio alle regole del Paese in cui i coniugi vivono (limitando l’applicazione di norme straniere).

Carattere universale

Il regolamento, che è obbligatorio per gli Stati partecipanti, ha carattere universale (art. 4 Regolamento n. 1259/2010), nel senso che come specificato nel dodicesimo e nel quattordicesimo considerando, le norme di conflitto dovrebbero poter designare la legge di uno Stato membro partecipante, la legge di uno Stato membro non partecipante o la legge di uno Stato terzo (non membro dell’Unione Europea); e che al fine di consentire ai coniugi di scegliere una legge con la quale hanno legami più stretti ovvero perché in mancanza di scelta si applichi una legge che abbia tali caratteristiche, è opportuno che essa si applichi anche se non è la legge di uno Stato membro partecipante. Le norme del regolamento sostituiscono integralmente l’art. 31 l. n. 218/1995.

Viene impedito qualsiasi rinvio, posto che l’art. 11 Regolamento n. 1259/2010 esclude che il richiamo di una legge straniera riguardi anche le norme di diritto internazionale privato di quell’ordinamento («quando prescrive l’applicazione della legge di uno Stato, il presente regolamento si riferisce alle norme giuridiche in vigore in quello Sato, ad esclusione delle norme di diritto internazionale privato»), rinvio che potrebbe privare di effettività la scelta dei coniugi.

Limiti di applicazione

Il Regolamento pone all’applicazione delle norme di conflitto il limite dell’ordine pubblico, nel senso che la legge scelta dalle parti (anche quella di uno Stato extracomunitario) può determinare l’applicazione di norme che contrastano con i principi fondamentali dello Stato del foro. In questo senso l’art. 12 dispone che l’applicazione di una norma designata in applicazione del regolamento può essere esclusa solo qualora tale applicazione risulti manifestamente incompatibile con l’ordine pubblico del foro.

A tutela delle divergenze fra le legislazioni nazionali l’art. 13 prevede che «nessuna disposizione del presente regolamento obbliga le autorità giurisdizionali di uno Stato membro partecipante la cui legge non prevede il divorzio o non considera valido il matrimonio in questione ai fini del procedimento di divorzio ad emettere una decisione di divorzio in virtù dell’applicazione del regolamento stesso». Il regolamento, quindi, non trova applicazione per la pronuncia di divorzio in quei paesi che non prevedono l’istituto (ritenendo il matrimonio indissolubile), o che non considerano valida una determinata forma di matrimonio (ad esempio quello tra persone del medesimo sesso, come avviene in Italia, in cui la Corte Costituzionale, con sentenza 15 aprile 2010, n. 138, ha affermato la sua “inidoneità a produrre effetti nel nostro ordinamento”).

Tuttavia,  nel venticinquesimo considerando si sottolinea che le autorità giurisdizionali non dovrebbero poter applicare l’eccezione di ordine pubblico del foro allo scopo di non tenere conto di una disposizione della legge di un altro Stato, qualora ciò sia contrario alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, in particolare dell’art. 21, che vieta qualsiasi forma di discriminazione.

Dal punto di vita interno, in astratto il problema potrebbe porsi tutte le volte in cui la legge straniera applicabile, pur prevedendo l’istituto del divorzio, non contempli i requisiti specifici previsti dalla legge nazionale. In concreto, successivamente all’entrata in vigore del Regolamento non sono mancate, da parte della giurisprudenza, pronunce (in applicazione di diritto straniero) di scioglimento di matrimonio in assenza di precedente separazione (v. infra Casistica).

Casistica

Scioglimento di matrimonio celebrato in Italia tra cittadino italiano e cittadina messicana in applicazione delle legge messicana scelta dalle parti in sede di ricorso per separazione consensuale, anche se quest’ultima non prevede tra i motivi di divorzio un preventivo periodo di separazione

Trib. Treviso 7 dicembre 2012

 

Sulla base della legge spagnola concordemente designata dai coniugi (l’uno cittadino spagnolo, l’altra cittadina italiana), relativamente a matrimonio celebrato in Italia con successiva fissazione della residenza familiare in Spagna, risultando dimostrata la residenza in Italia di uno dei coniugi al momento della proposizione del ricorso, verificato essere trascorso un periodo superiore ai tre mesi dopo il matrimonio è stato pronunciato il divorzio in applicazione degli artt. 88 e 81 del codice civile spagnolo, ritenendo validamente operata la scelta della legge applicabile mediante semplice scrittura privata, non ravvisandosi nella mancanza di preventiva separazione alcuna contrarietà con i principi di ordine pubblico

Trib. Udine 26 agosto 2013

L’accordo delle parti (cittadini marocchini) circa la legge applicabile (diritto marocchino), applicabile in ragione del carattere universale del Regolamento 1259/2010, è stato qualificato come negozio processuale (o negozio di diritto processuale) che può essere formato anche dopo l’instaurazione delle lite

Trib. Milano 10 febbraio 2014

La richiesta congiunta di coniugi marocchini di applicare il diritto marocchino, che non prevede l’istituto della separazione e non postula motivi specifici per il divorzio, consente la pronuncia di divorzio senza attendere il preventivo tempo di separazione previsto dalla legge italiana

Trib. Firenze 20 maggio 2014

Pronuncia di divorzio, in applicazione della legge spagnola, relativamente a matrimonio celebrato in Italia tra un cittadino italiano ed una cittadina spagnola, in base all’accordo manifestato dai coniugi in sede di ricorso per separazione congiunto e ciò indipendentemente dal fatto che la legge spagnola consenta di chiedere il divorzio senza necessità di preventiva separazione, essendo sufficiente che siano trascorsi almeno tre mesi dalla celebrazione ed indipendentemente dai motivi posti a base della domanda, neppure configurandosi una contrarietà all’ordine pubblico essendo sufficiente la verifica dell’irreparabile conclusione della comunione tra i coniugi

Trib. Parma 12 giugno 2014

 

Scioglimento di matrimonio contratto tra cittadini tunisini in Tunisia, ma abitualmente residenti in Italia, in applicazione del diritto tunisino che è stato ritenuto scelto validamente (in quanto invocato nei rispettivi scritti difensivi, sebbene le dichiarazioni non fossero contestuali  e contenute in un unico documento) e tempestivamente (sino al termine per il deposito delle memorie ex art. 709 comma 3 c.p.c. e art. 4 comma 10 l. n. 898/1970 o sino al successivo termine ex art. 183 comma 6 n. 1 c.p.c.)

 

Trib. Belluno 23 dicembre 2014, n. 731

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