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Convenzioni matrimoniali

16 Aprile 2015 |

Sommario

Inquadramento | Natura giuridica | I limiti | Il tempo della stipulazione | Orientamenti a confronto | I soggetti | Forma delle convenzioni matrimoniali | La pubblicità | Casistica |

Inquadramento

Le convenzioni matrimoniali sono gli accordi con i quali gli sposi (se le convenzioni sono stipulate prima del matrimonio) o i coniugi (se le convenzioni sono stipulate dopo il matrimonio), da soli o con l’intervento di terzi, scelgono e regolamentano il regime patrimoniale della famiglia (cioè l’insieme delle regole che disciplinano la titolarità e l’amministrazione dei beni dei coniugi), derogando, in tutto o in parte, al regime legale della comunione dei beni.

In verità nel nostro ordinamento manca la definizione precisa di “convenzione matrimoniale”, ma questa può desumersi indirettamente dall’art. 159 c.c. laddove stabilisce che il regime patrimoniale legale della famiglia, in mancanza di diversa convenzione, è costituito dalla comunione dei beni.

Tale definizione non è del tutto soddisfacente in quanto in alcune ipotesi essa nasce da fonti diverse dall’accordo (ad esempio, ai sensi dell’art. 167 c.c. il fondo patrimoniale può essere costituito anche per testamento).

Dunque, con una convenzione matrimoniale i coniugi possono modificare il regime della comunione dei beni,ampliandolo o restringendolo (dando così vita ad una comunione convenzionale) oppure possono escluderlo del tutto optando per il diverso regime della separazione dei beni o, ancora, possono, in aggiunta al regime “di base” a carattere generale (comunione o separazione), stabilire per determinati beni specificamente individuati un regime particolare consistente nella loro segregazione e destinazione a far fronte ai bisogni della famiglia (fondo patrimoniale).

In evidenza

Non qualsiasi negozio comunque connesso con la situazione patrimoniale dei coniugi può essere annoverato tra le convenzioni matrimoniali: queste postulano necessariamente il riferimento ad una generalità di beni, anche se di futura acquisizione, cioè consistono in regole programmatiche che disciplinano il regime della titolarità e disponibilità dei beni acquistati durante il matrimonio (Cass. 6 febbraio 2009, n. 3005)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Natura giuridica

Le convenzioni matrimoniali sono sostanzialmente dei contratti in quanto accordi aventi contenuto patrimoniale, caratterizzati da una disciplina specifica. Le norme generali dettate per i contratti sono applicabili in quanto non siano incompatibili con la specifica disciplina delle convenzioni matrimoniali.

 

I limiti

Nella stipulazione delle convenzioni matrimoniali l’autonomia patrimoniale dei coniugi incontra precisi limiti fissati dal legislatore.

In primo luogo, gli sposi non possono derogare né ai diritti né ai doveri previsti dalla legge per effetto del matrimonio (art. 160 c.c.).

Le convenzioni stipulate non osservando tale divieto sono affette da nullità assoluta ed insanabile in quanto stipulate in violazione di norme imperative.

Si ritiene che la nullità di singole clausole non determini la nullità dell’intera convenzione, a meno che la parte nulla non abbia costituito il motivo determinante dell’intero accordo ai sensi dell’art. 1419 c.c..

Si discute se l’inderogabilità stabilita dall’art. 160 c.c. si riferisca, oltre evidentemente ai diritti e doveri di carattere direttamente patrimoniale, anche a quelli di natura strettamente personale che la legge ricollega al matrimonio. In ogni caso, si osserva, i diritti ed i doveri personali sarebbero ugualmente inderogabili per la natura di ordine pubblico delle norme che li prevedono.

In secondo luogo, è nulla ogni convenzione che comunque tenda alla costituzione di beni in dote (art. 166-bis c.c.).

Il divieto in parola opera dal 21 settembre 1975 (data di entrata in vigore della l. 19 maggio 1975, n. 151, Riforma del diritto di famiglia), per cui le doti ed i patrimoni familiari costituiti prima di tale data continuano ad essere disciplinati dalle norme anteriori (come espressamente stabilito dall’art. 227, l. n. 151/1975).

Ancora, laddove gli sposi vogliano che i propri rapporti patrimoniali siano in tutto o in parte regolati da leggi alle quali non sono sottoposti o dagli usi, non possono pattuirlo genericamente ma devono enunciare in modo concreto il contenuto dei patti con i quali intendono regolare i loro rapporti (art. 161 c.c.).

In altri termini, non è consentito ai coniugi regolare i rapporti patrimoniali attraverso un riferimento generico a leggi straniere o usi, ma è indispensabile che questi siano esattamente individuati e chiaramente enunciati, in modo da consentire ai coniugi stessi ed ai terzi una immediata e precisa conoscenza dei diritti ed obblighi assunti.

Dunque, i coniugi possono certamente adottare un regime patrimoniale straniero purché le relative norme vengano non soltanto genericamente richiamate ma riprodotte nella convenzione, della quale costituiscono clausole aventi natura contrattuale (e quindi come tali interpretate).

Naturalmente le norme straniere adottate non devono essere in contrasto con norme imperative dell’ordinamento nazionale.

È opportuno però sottolineare che l’art. 30, l. 31 maggio 1995, n. 218 (Riforma del sistema italiano di diritto internazionale privato), stabilisce che i rapporti patrimoniali tra coniugi sono regolati dalla legge applicabile ai loro rapporti personali (cioè dalla legge nazionale comune o, nel caso di coniugi aventi diverse cittadinanze o più cittadinanze comuni, dalla legge dello Stato nel quale la vita matrimoniale è prevalentemente localizzata). Tuttavia, i coniugi possono convenire per iscritto che i loro rapporti patrimoniali siano regolati dalla legge dello Stato di cui almeno uno di essi è cittadino o nel quale almeno uno di essi risiede.

Dunque, l’autonomia negoziale dei coniugi è sensibilmente ampliata in quanto per la conclusione degli accordi di cui all’art. 30 citato è richiesta la sola forma scritta e non la forma solenne prevista dall’art. 162 c.c. e si ammette quel “richiamo generico” che è invece vietato dall’art. 161 c.c..

Infine, nella stipulazione di convenzioni matrimoniali i coniugi devono osservare il disposto dell’art. 210 c.c. il quale vieta:

a) di comprendere nella comunione convenzionale i beni previsti dall’art. 179 c.c. lett. c) (di uso strettamente personale), d) (che servono all’esercizio della professione), e) (ottenuti a titolo di risarcimento del danno o di indennità per la perdita della capacità lavorativa);

b) di derogare alle regole dettate, in materia di comunione legale, per l’amministrazione dei beni in comunione (art. 180 e ss. c.c.) e all’uguaglianza delle quote (art. 194 c.c.), limitatamente, però, ai beni che formerebbero oggetto di comunione legale.

Il tempo della stipulazione

Le convenzioni possono essere stipulate in ogni tempo (art. 162, comma 3, c.c.), e quindi sia prima che durante il matrimonio.

La scelta del regime della separazione dei beni può anche essere fatta nell’atto di celebrazione del matrimonio (art. 162, comma 2, c.c.).

In tal modo il legislatore ha riconosciuto ai coniugi la possibilità di adeguare il regime patrimoniale della famiglia ai bisogni che possono di volta in volta presentarsi.

Naturalmente le convenzioni matrimoniali stipulate prima del matrimonio sono sottoposte alla condicio iuris della celebrazione del matrimonio stesso, per cui prima di tale momento producono solo effetti preliminari.

In altri termini, prima della celebrazione del matrimonio le convenzioni eventualmente stipulate producono immediatamente solo un effetto negoziale vincolante per cui esse possono essere revocate solo con il consenso di tutte le parti originarie; una volta celebrato il matrimonio si producono ope legis ed ex nunc gli effetti propri della convenzione.

Dalla possibilità di stipulare in ogni tempo convenzioni matrimoniali discende il corollario della libera modificabilità (intesa sia nel senso di mutamento integrale, sia nel senso di cambiamento di soltanto alcune clausole dell’originaria convenzione) delle stesse anche dopo la celebrazione del matrimonio.

Così, ad esempio, i coniugi possono passare dal regime di comunione legale dei beni a quello della separazione, o viceversa.

È pacifico che l’atto modificativo debba rivestire, a pena di nullità, la medesima forma (atto pubblico) dell’atto modificato e che al primo debbano necessariamente partecipare tutte le persone (o i loro eredi) che avevano partecipato al secondo.

Un’unica eccezione alla libera modificabilità delle convenzioni matrimoniali è contenuta nell’art. 2 l. 10 aprile 1981, n. 142 (Modifiche ad alcune norme relative alle convenzioni tra coniugi), il quale prevede la necessaria preventiva autorizzazione del giudice per il mutamento dopo la celebrazione del matrimonio, di convenzioni matrimoniali stipulate per atto pubblico prima dell’entrata in vigore della legge stessa (6 maggio 1981).

La competenza a concedere l’autorizzazione in parola appartiene al tribunale ordinario del luogo di residenza della famiglia (o, se questa non è stata fissata, del luogo di residenza di uno dei coniugi), il quale provvede in camera di consiglio, sentito il pubblico ministero (art. 38, commi 2 e 3, disp. att. c.c., e artt. 737 e ss. c.p.c.).

Soggetti legittimati a proporre l’istanza sono i coniugi, i quali devono sottoscrivere entrambi il ricorso. Il provvedimento è soggetto a reclamo secondo le norme ordinarie e questo può essere proposto dai ricorrenti (se negativo) o dal pubblico ministero (se positivo).

Orientamenti a confronto

 

Quando è necessaria l’autorizzazione del giudice

Non occorre l’autorizzazione giudiziale per passare dal regime di comunione legale di beni al regime di separazione dei beni, non potendosi considerare vera e propria “convenzione” l’atto predetto

Trib. Bologna 21 settembre 2005

Non occorre l’autorizzazione giudiziale per passare dal regime di comunione legale di beni al regime di separazione dei beni; il giudice adito per l’autorizzazione deve pertanto dichiarare che non v’è luogo a provvedere

Trib. Genova, 1 giugno 1994

La convenzione per il passaggio al regime di comunione legale da quello di separazione dei beni vigenti tra i coniugi in virtù di dichiarazione unilaterale ex l. n. 151/1975, deve essere previamente autorizzata dal giudice dovendosi ritenere il termine “convenzioni matrimoniali” comprensivo di ogni atto impeditivo del sorgere del regime legale ex art. 159 c.c.

Trib. Udine, 22 maggio 1986

Non è necessaria l’autorizzazione del giudice per il mutamento delle convenzioni matrimoniali quando i coniugi, anziché stipulare una convenzione per i futuri acquisti, si siano limitati a mettere in comunione i beni posseduti da ciascuno alla data del matrimonio

Trib. Lucca, 29 ottobre 1984

 

 

 

I soggetti

Soggetti delle convenzioni matrimoniali (cioè coloro che possono stipularle) sono necessariamente gli sposi (se le convenzioni sono stipulate prima del matrimonio) o i coniugi (se le convenzioni sono stipulate dopo il matrimonio), da soli o con l’intervento di terzi.

In casi particolari (v. art. 167 c.c.) alle convenzioni matrimoniali possono partecipare anche i terzi, senza con ciò mutare la propria natura giuridica.

Si discute se sia possibile nominare un procuratore per la stipula di una convenzione matrimoniale.

Secondo l’orientamento più restrittivo (e minoritario) le convenzioni matrimoniali avrebbero natura di atti personalissimi, per cui non sarebbe mai ammesso il conferimento di una procura per la loro stipulazione (Oberto G., Commento all’art. 159 c.c., in Sesta M. (a cura di) Il codice della famiglia Giuffrè 2009, 885; Ieva M., Le convenzioni matrimoniali, in Zatti P. (diretto da), Trattato di Diritto di Famiglia, vol. III, Regime patrimoniale della famiglia, Anelli F., Sesta M. (a cura di), Giuffrè 2002, 27 e ss.).

In realtà si ammette certamente la rappresentanza volontaria, con l’essenziale precisazione che si tratti di procuratori speciali con poteri specificamente determinati, giammai generali o genericamente determinati.

La Cassazione (Cass., sent., 8 maggio 2015, n. 9425) si è pronunciata sulla responsabilità disciplinare del notaio che abbia ricevuto una procura generale contenente una clausola che attribuisce al procuratore la facoltà di stipulare convenzioni matrimoniali.

La Corte di Appello aveva ritenuto l’atto nullo (e quindi il notaio responsabile) considerando tale clausola manifestamente contraria all’ordine pubblico in quanto non è consentito che l’esercizio dei diritti e doveri personalissimi attinenti al regime patrimoniale della famiglia, sul piano delle scelte, possa essere delegato a terzi.

La Suprema Corte accoglie invece il ricorso del professionista e, pur non entrando nel merito della validità di tale procura, esclude la responsabilità del notaio.

Infatti - afferma la corte di legittimità – indubbiamente sussiste un indirizzo della dottrina che, sulla base della natura personale delle convenzioni matrimoniali in quanto finalizzate alla realizzazione di fini inerenti allo status matrimoniale, esclude la legittimità del conferimento di una procura avente ad oggetto la facoltà di stipulare dette convenzioni. Tuttavia, si riscontra anche un orientamento dottrinario in senso contrario che valorizza il profilo patrimoniale di tali convenzioni, ritenendo che il potere di rappresentanza conferito con la procura ha ad oggetto diritti di natura patrimoniale, e che le convenzioni matrimoniali non incidono direttamente sullo status personale dei coniugi.

Manca dunque un indirizzo consolidato nell’uno o nell’altro senso ai fini della valutazione della configurabilità o meno della infrazione disciplinare addebitata al notaio.

Infine, la Cassazione non condivide neppure l’affermazione della manifesta contrarietà all’ordine pubblico della procura generale posto che la sussistenza di un indirizzo della dottrina che ritiene l’ammissibilità di una siffatta procura esclude in radice una tale evenienza, considerato l’ordine pubblico come il complesso dei principi e dei valori che informano l’organizzazione politica dello Stato, e che sono immanenti nell’ordinamento giuridico vigente nello Stato in una determinata fase storica.

Derogando al principio generale che non riconosce capacità negoziale al minore, l’art. 165 c.c. stabilisce che il minore ammesso a contrarre matrimonio (che quindi abbia compiuto sedici anni ex art. 84 c.c.) è pure capace di prestare il consenso per tutte le relative convenzioni matrimoniali, le quali sono valide se egli è assistito dai genitori esercenti la responsabilità genitoriale su di lui o dal tutore o dal curatore speciale nominato a norma dell’art. 90 c.c..

Le convenzioni stipulate senza la necessaria assistenza dei soggetti indicati è annullabile.

Il minore emancipato a seguito della celebrazione del matrimonio può liberamente stipulare convenzioni matrimoniali dopo le nozze, sempre assistito dal proprio curatore ma senza necessità di alcuna autorizzazione. Laddove il curatore del minore emancipato fosse il coniuge e sussistesse conflitto di interessi, si renderà naturalmente necessaria la nomina di un curatore speciale.

Gli inabilitati, essendo capaci di contrarre matrimonio, possono stipulare convenzioni matrimoniali con la necessaria assistenza del curatore già nominato; se questi non è stato ancora nominato, si provvede alla nomina di un curatore speciale (art. 166 c.c.).

La legge tace circa la capacità dell’interdetto giudiziale di stipulare convenzioni matrimoniali. La ragione è evidente: poiché l’interdetto per infermità di mente non può contrarre matrimonio (art. 85 c.c.), conseguentemente non si pone il problema della stipula delle convenzioni matrimoniali.

Infine si discute se l’interdetto legale abbia la capacità di stipulare le convenzioni in esame.

Forma delle convenzioni matrimoniali

Il legislatore ha stabilito che le convenzioni matrimoniali devono essere stipulate per atto pubblico, a pena di nullità (art. 162 c.c.).

La norma testé citata va integrata con il disposto dell’art. 48, l. 16 febbraio 1913, n. 89 (Legge notarile) che prescrive la necessaria presenza di due testimoni per le convenzioni matrimoniali e le loro modificazioni e per le dichiarazioni di scelta del regime di separazione dei beni.

I pubblici ufficiali legittimati a ricevere le convenzioni matrimoniali, con l’osservanza della predetta forma ad substantiam (atto pubblico con due testimoni) sono dunque il notaio e, per i cittadini residenti all’estero, il console (d.lgs. 3 febbraio 2011, n. 71, Ordinamento e funzioni degli uffici consolari).

Il Ministero dell’Interno, nel Regolamento dello Stato Civile (Guida all’Applicazione – Massimario per l’Ufficiale di Stato Civile, 2011), precisa che la scelta del regime patrimoniale effettuata all’estero successivamente al matrimonio (art. 30, l. n. 218/1995) dovrà essere riconosciuta efficace in Italia ed annotata a margine dell’atto di matrimonio: a tal fine, l’ufficiale di stato civile verificherà che le convenzioni matrimoniali siano state formate da chi, secondo la legge del luogo, svolge funzioni analoghe a quelle notarili tanto da assumere veste analoga a quella di un atto pubblico. Secondo l’ordinamento italiano è indispensabile che tali convenzioni siano stipulate per atto pubblico e presentino le stesse caratteristiche e gli stessi effetti, nei confronti dell’autorità locale dello Stato estero, che avrebbero se fossero state stipulate in Italia. Alle suddette condizioni, potranno essere annotate a margine dell’atto di matrimonio.

Poiché il regime della separazione dei beni può essere scelto anche nell’atto di celebrazione del matrimonio (art. 16, comma 2, c.c.), soggetti legittimati a ricevere la dichiarazione sono l’ufficiale dello stato civile o il ministro di culto (anche non cattolico) che celebra le nozze.

Anche in tal caso devono essere rispettate, a pena di nullità, le prescrizioni di forma innanzi viste: l’atto di matrimonio è infatti un atto pubblico e la celebrazione deve avvenire alla presenza di due testimoni (art. 107 c.c.).

La pubblicità

Le convenzioni matrimoniali e le successive modificazioni devono essere annotate a margine dell’atto di matrimonio (artt. 162 e 163 c.c.).

Si tratta di una forma di pubblicità, per così dire, generale, per cui sono oggetto di annotazione tutte le convenzioni matrimoniali in qualunque tempo stipulate (sia anteriori che posteriori al matrimonio), qualunque sia il loro oggetto (beni mobili o immobili) e anche se non si riferiscono a beni determinati.

L’art. 2647 c.c. prevede inoltre la trascrizione nei registri immobiliari delle convenzioni matrimoniali con le quali si deroga - in maniera ampia attraverso la convenzione, ovvero occasionalmente attraverso l’acquisto di beni personali - al principio della comunione degli acquisti.

Dunque, il sistema attuale dopo la novella della l. n. 151/1975 prevede per le convenzioni matrimoniali due distinte forme di pubblicità.

Il problema centrale relativo alla pubblicità dei regimi patrimoniali della famiglia è rappresentato dal coordinamento fra la trascrizione di cui all’art. 2647 c.c. e l’annotazione di cui all’art. 162 c.c.

In giurisprudenza prevale nettamente l’orientamento secondo cui l’opponibilità a terzi delle convenzioni matrimoniali è assicurata non dalla trascrizione bensì dall’annotazione del relativo atto a margine dell’atto di matrimonio, come chiaramente affermato dall’art. 162, comma 4, c.c..

A sostegno di tale tesi la Cassazione, nella nota pronuncia del 27 novembre 1987, n. 8824, ha rilevato che il nuovo testo dell’art. 2647 c.c. dopo la novella di cui alla L. n. 151/1975, non riproduce l’ultimo comma dell’articolo stesso che nella stesura precedente disponeva che i vincoli derivanti da convenzioni matrimoniali non potevano essere opposte ai terzi finché non fossero stati trascritti.

In tale contesto normativo, all’annotazione è dunque riconosciuta efficacia di pubblicità dichiarativa, mentre la trascrizione ha efficacia di pubblicità-notizia.

I terzi interessati a conoscere il regime patrimoniale di determinati soggetti – e di conseguenza la disciplina cui sono assoggettati determinati immobili - hanno dunque l’unico onere di consultare i registri dello stato civile e non anche i registri immobiliari.

In mancanza dell’annotazione a margine dell’atto di matrimonio, la convenzione è inopponibile ai terzi e a nulla rileva l’effettiva conoscenza di essa che il terzo abbia potuto in altra maniera conseguire.

In evidenza

Sull’argomento la Suprema Corte si è perentoriamente espressa a Sezioni Unite ribadendo il principio secondo il quale l’opponibilità ai terzi delle convenzioni matrimoniali discende unicamente dall’annotazione a margine dell’atto di matrimonio ex art. 162 c.c., mentre la trascrizione del vincolo per gli immobili, ai sensi dell’art. 2647 c.c., resta degradata a mera pubblicità-notizia, inidonea ad assicurare detta opponibilità e non sopperisce al difetto di annotazione nei registri dello stato civile, che non ammette deroghe o equipollenti, restando irrilevante la conoscenza che i terzi abbiano acquisito altrimenti (Cass., S.U., 13 ottobre 2009, n. 21658).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Casistica

Acquisto di beni in regime di separazione

I coniugi in regime di comunione legale, al fine di effettuare l’acquisto anche di un solo bene in regime di separazione, devono previamente stipulare una convenzione matrimoniale derogatoria del loro regime ordinario, ai sensi dell’art. 162 c.c., sottoponendola alla specifica pubblicità per essa prevista, la sola che conferisce certezza in ordine al tipo di regime patrimoniale cui sono sottoposti gli atti stipulati dai coniugi (App. Lecce, sez. distaccata Taranto, 24 febbraio 2014)

 

I coniugi in regime di comunione legale, al fine di effettuare l’acquisto anche di un solo bene in regime di separazione (tale essendo l’eventuale acquisizione in comunione ordinaria, che esige un regime di separazione) sono tenuti a previamente stipulare una convenzione matrimoniale derogatoria del loro regime ordinario, ai sensi dell’art. 162 c.c., sottoponendola alla specifica pubblicità per essa prevista, non essendo al riguardo sufficiente una più o meno esplicita indicazione contenuta nell’atto di acquisto, posto che questo non viene sottoposto alla pubblicità delle convenzioni matrimoniali, le quali solo conferiscono certezza in ordine al tipo di regime patrimoniale cui sono sottoposti gli atti stipulati dai coniugi (Cass. 24 febbraio 2004, n. 3647)

Ambito delle convenzioni matrimoniali

L’atto interveniente tra i coniugi separati di fatto col quale, al fine di disciplinare i reciproci rapporti economici, un coniuge s’impegna a trasferire gratuitamente all’altro determinati beni, non configura una convenzione matrimoniale ex art. 162 c.c., postulante lo svolgimento della convivenza coniugale ed il riferimento ad una generalità di beni, anche di futura acquisizione, ma un contratto atipico, con propri presupposti e finalità, soggetto per la forma alla comune disciplina e, quindi, se relativo a beni immobili, validamente stipulabile con scrittura privata senza necessità di atto pubblico (Cass. 24 aprile 2007, n. 9863)

 

L’atto con cui un coniuge si obbliga a trasferire all’altro determinati beni, successivamente o in vista dell’omologazione della loro separazione personale consensuale ed al dichiarato fine della integrativa regolamentazione del relativo regime patrimoniale, non configura una convenzione matrimoniale ex art. 162 c.c. né un contratto di donazione, ma un diverso contratto atipico, con propri presupposti e finalità (Cass. 8 novembre 2006, n. 23801)

 

La convenzione tra i coniugi, esprimente l’opzione per la cessazione della comunione legale e per il correlativo passaggio al regime della separazione dei beni, esaurisce in sé stessa quella incidenza sul regime dei rapporti patrimoniali tra i coniugi stessi che la qualifica come convenzione matrimoniale (modificativa, ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 163 c.c.) e la rende, pertanto, soggetta ai requisiti di forma costitutivi di cui all’art. 162 c.c.. Tale non è, invece, e non può essere considerata, la condizione con la quale i coniugi procedono alla divisione dei beni comuni (o di un singolo bene), sia che questa avvenga mediante l’attribuzione ad uno dei coniugi dell’intero bene e all’altro dell’equivalente pecuniario del valore della quota, sia che si proceda alla liquidazione del valore del cespite con alienazione a terzi e conseguente distribuzione del ricavato pro quota, con l’ulteriore conseguenza che la divisione non è soggetta alla forma, solenne, dell’atto pubblico indispensabile per la stipulazione di “convenzioni matrimoniali” (Cass. 11 novembre 1996, n. 9846)

Scelta del regime di separazione dei beni

È priva di efficacia la dichiarazione effettuata dalle parti davanti dinanzi al ministro di culto di voler aderire al regime di separazione dei beni, se tale indicazione non è contenuta nell’atto di matrimonio trascritto (Trib. Salerno 4 agosto 2002)

Opponibilità

Ai fini dell’opponibilità ai terzi degli effetti dello scioglimento della comunione derivante dalla separazione personale dei coniugi, con riferimento ai negozi di acquisto di beni immobili (o mobili registrati) contenenti la dichiarazione del coniuge acquirente del proprio status di separato, deve ritenersi necessaria la sola trascrizione della relativa nota nei registri immobiliari, e non anche l’annotazione del provvedimento di separazione a margine dell’atto di matrimonio (richiesto, invece, ex art. 193 c.c., con riferimento tassativo alle ipotesi di scioglimento della comunione di cui al precedente art. 191 c.c.) (Cass. 28 novembre 1998, n. 12098)

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