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Assegno di mantenimento per il coniuge

04 Giugno 2015 |

Sommario

Inquadramento | La non addebitabilità della separazione | Rapporti tra domanda di addebito e fase presidenziale | La mancanza di redditi adeguati | Il tenore di vita | La convivenza more uxorio dell’avente diritto all’assegno e dell’obbligato | La valutazione comparativa delle posizioni economiche delle parti | Le altre circostanze | Segue: la capacità lavorativa delle parti | Aspetti processuali | Garanzie | Il Fondo di solidarietà a tutela del coniuge in stato di bisogno |

Inquadramento

L’assegno di mantenimento dovuto al coniuge in caso di separazione è considerata la  proiezione degli obblighi di mantenimento reciproci derivanti dal matrimonio (art. 143 c.c.) nonché estrinsecazione del generale dovere di assistenza materiale, che permane anche dopo la cessazione della convivenza: la separazione, infatti, instaura un regime che tende a conservare quanto più possibile gli effetti propri del matrimonio compatibili con la cessazione della convivenza e, quindi, con il tipo di vita di ciascuno dei coniugi (Cass. civ. sez. I, 20 febbraio 2013, n. 4178).

Ai sensi dell’art. 156 c.c., dunque, il giudice, per stabilire se e in quale misura sia dovuto il contributo per il coniuge, deve compiere una serie di passaggi consequenziali:

a) verificare la non addebitabilità della separazione al richiedente;

b) valutare il tenore di vita in costanza di convivenza, che costituisce il parametro per l’inadeguatezza dei redditi del richiedente;

c) accertare, comparativamente, le disponibilità economiche delle parti;

d) valutare le altre circostanze che, ex art. 156 comma 2 c.c., ai fini della quantificazione in concreto dell’importo mensile dovuto.

Si tratta di una serie di operazioni, certamente non solo aritmetiche, di per sé difficili ma rese ancora più complesse dai numerosi mutamenti della realtà sociale (aumento dei coniugi che ricostituiscono un nuovo nucleo familiare; persistenza della capacità lavorativa differenziata in base al sesso; aumento del numero delle convivenze more uxorio; maggior intervento delle famiglie di origine) che impongono all’operatore un’attenta valutazione complessiva e al contempo analitica di tutti i fattori che possono portare all’imposizione di un contributo al mantenimento da un coniuge all’altro.

La non addebitabilità della separazione

L’assegno di mantenimento spetta solo al coniuge cui la separazione non sia addebitata: l’avvenuto accertamento della responsabilità individuale della frattura coniugale esclude in radice qualsiasi imposizione di un assegno di mantenimento, permanendo, nel caso, spazi solo per il riconoscimento di un assegno alimentare.

Come noto, ai fini della declaratoria di addebito non è sufficiente la, pur conclamata, violazione dei doveri coniugali (cfr. Cass. civ. 10 febbraio 2015, n. 2576) essendo invece necessario che da detta violazione sia conseguita l’impossibilità di prosecuzione della convivenza (nesso di causalità; Cass. civ., 20 agosto 2014, n. 18074; Cass. civ., 23 maggio 2014, n. 11516) secondo una valutazione non atomistica ma complessiva dei comportamenti di entrambi i coniugi (Cass. civ., 23 marzo 2005, n. 6276).

Rapporti tra domanda di addebito e fase presidenziale

Giacché il responsabile della frattura coniugale può essere individuato solo all’esito del giudizio, si è posta la questione se la domanda di addebito impedisca la fissazione di un assegno di mantenimento nella fase presidenziale o se la domanda, comunque, influisca sull’assegno “provvisorio”.

Si riscontrano in giurisprudenza orientamenti contrastanti.

 

Orientamenti a confronto

Addebito e assegno in fase presidenziale

La sussistenza di concreti elementi in merito al possibile accoglimento della domanda di addebito, esclude la possibilità di concessione dell’assegno in sede presidenziale

Trib. Milano, ord. 2 luglio 2002; Trib. Milano ord. 20 novembre 2007; Trib. Milano, ord. 29 gennaio 2007

La domanda di addebito non esclude mai la possibilità che, in sede presidenziale o successivamente, sino alla sentenza, sia riconosciuto l’assegno di mantenimento

App. Torino 28 settembre 2012; Trib. Bari, 28 gennaio 2008

La domanda di addebito può escludere l’assegno ex art. 156 c.c. in sede presidenziale, se accompagnata da altre circostanze, quali ad esempio l’esistenza di un patrimonio rilevante in capo al richiedente, oppure il fatto che, durante il prolungato periodo di separazione di fatto, il coniuge richiedente fosse stato in grado di provvedere autonomamente alle proprie esigenze

Trib. Milano, ord. 5 aprile 2011; Trib. Milano, ord., 27 febbraio 2013; Trib. Milano, ord., 23 marzo 2008

La mancanza di redditi adeguati

L’assegno spetta al coniuge che non solo non è responsabile della frattura coniugale ma che non possiede “redditi adeguati”.

L’art. 156 c.c. non fornisce alcuna specificazione del concetto ma la giurisprudenza, ormai consolidata, ha precisato che l’inadeguatezza debba essere parametrata al tenore di vita matrimoniale. Il contributo, dunque, spetta al coniuge che, con i propri redditi (rectius: con le proprie risorse, dichiarate e non dichiarate fiscalmente; Cass. civ., 2 novembre 2004, n. 21047; Trib. Cagliari, 7 febbraio 2012), non può continuare a godere del pregresso train de vie familiare (Cass. civ.,7 luglio 2008, n. 18613; Trib. Milano, 21 novembre 2013).

È dunque da escludere che il contributo al mantenimento del coniuge presupponga necessariamente uno “stato di bisogno” del richiedente, inteso come impossibilità di provvedere in via autonoma al soddisfacimento della basilari e minime esigenze di vita (Cass. civ., sez. I, 27 giugno 2007, n. 5762), rilevando, semmai, solo l'apprezzabile deterioramento delle sue condizioni economiche rispetto a quelle su cui egli poteva contare in costanza di matrimonio (ex plurimis App. Roma, 16 gennaio 2008, n. 160).

Ancorché la norma parli solo dei redditi, è evidente che la valutazione della posizione economica del richiedente dovrà ricomprendere anche l’eventuale patrimonio, nella misura in cui sia suscettibile di permettergli di mantenersi in via autonoma. Pochi problemi si pongono con riferimento agli eventuali investimenti mobiliari (risparmi, conti o dossier titoli, polizze assicurative immediatamente liquidabili, azioni) quantomeno con riferimento agli eventuali frutti (interessi, cedole, utili) che questi producono e ciò al di là della loro evidenza fiscale. Diverso, invece, è l’atteggiamento nei confronti del patrimonio immobiliare: sinché si tratta di beni locati a terzi (in via ufficiale o meno) essi vengono presi in considerazione solo come fonte di reddito ma non nella loro consistenza, giacché, secondo un datato orientamento della Suprema Corte, ad oggi non modificato, l’assegno di mantenimento può  essere concesso al coniuge titolare di un patrimonio immobiliare, senza che il richiedente debba essere costretto alla vendita dello stesso (Cass. civ., 12 aprile 2001, n. 5492).

A differenza di quanto accade per l’assegno di divorzio, nella fase di valutazione teorica della debenza dell’assegno, non si deve tenere conto della capacità lavorativa del richiedente. Infatti, in base al corretto orientamento giurisprudenziale prevalente (Cass. civ., 21 novembre 2008, n. 27775; Cass. civ., 13 febbraio 2013, n. 3502; App. Roma, 3 dicembre 2013), il giudice deve prima “fotografare” la situazione reddituale e patrimoniale della parti e verificare la sussistenza dei presupposti, almeno in via teorica, per l’imposizione dell’assegno di mantenimento per il coniuge ex art. 156 c.c. indipendentemente dalle ragioni dell’inattività lavorativa del richiedente che semmai, entreranno in gioco nella fase di quantificazione del contributo, sotto il profilo delle altre circostanze ex art. 156 c.c. secondo comma.

Parimenti, nella prima fase, non incidono né la mancanza di convivenza (Cass. civ., 22 settembre 2011, n. 19349) né la breve durata del matrimonio, essendo semmai questi elementi da considerare nella fase successiva di determinazione del quantum dell’assegno (Cass. civ., 20 giugno 2013, n. 15486; Cass. civ.,16 dicembre 2004, n. 23378; Cass. civ., 7 dicembre 2007, n. 25618; Cass. civ., 22 ottobre 2004, n. 20638). 

Il tenore di vita

Entra in gioco sotto un duplice profilo: come parametro per valutare l’inadeguatezza dei redditi del richiedente l’assegno e come obiettivo dell’assegno stesso (giacché questo deve essere tale da garantire all’avente diritto il mantenimento del pregresso tenore).

Sotto il primo profilo non è necessario provare in maniera analitica il tenore di vita pregresso, essendo questo desumibile «dalle potenzialità economiche dei coniugi durante la vita matrimoniale, quale elemento condizionante la qualità delle esigenza e l'entità delle aspettative del richiedente» (Cass. civ., ord., 10 giugno 2014, n. 13026; Cass. civ., 12 settembre 2011, n. 18618; App. Roma, 7 luglio 2010; Trib. Aosta, 4 marzo 2010; App. Roma, 20 maggio 2009; contra Cass. civ., 13 dicembre 2012, n. 22949; Trib. Napoli, sez. I, 31 ottobre 2013), non rilevando che, prima della separazione, il coniuge richiedente abbia tollerato, subito o - comunque - accettato un tenore di vita più modesto (Cass. civ., 25 agosto 2006, n. 18547).

Sotto il secondo profilo, la giurisprudenza ha chiarito che l’assegno deve garantire al percipiente il mantenimento del pregresso tenore di vita, comprensivo di tutte le attività inerenti lo sviluppo della persona, comprese quelle di svago o sociali (Cass. civ., 7 luglio 2008, n. 18613), tenendo conto del contesto sociale in cui i coniugi hanno vissuto (Cass. civ., 23 ottobre 2012, n. 18175) e comprensivo di quei miglioramenti connessi agli sviluppi naturali e prevedibili dell’attività svolta in costanza di convivenza (Cass. civ., 10 giugno 2014, n. 13026).

Pur tuttavia, nella determinazione del contributo ex art. 156 c.c., si deve tener conto dell’impatto che l’onere di contribuzione ha nei confronti del soggetto obbligato (Cass. civ., ord., 10 giugno 2014, n. 13026), giacché «la separazione determina un impatto sulla macroeconomia domestica familiare con l’effetto di un diverso declinarsi delle due vite da single, in due microeconomie personali e non potrà consentire tutte quelle sinergie di risparmi prima possibili» (Trib. Varese, 4 gennaio 2012; Cass. civ., 28 aprile 2006, n. 9878). Il coniuge ha diritto al mantenimento non solo del tenore di vita pregresso ma anche a quello di cui avrebbe fruito se la convivenza fosse proseguita e, dunque, comprensivo In sostanza l’obiettivo del mantenimento dell’identico tenore di vita sarà possibile solo ove le sostanze dell’obbligato permettano allo stesso, dopo aver pagato l’assegno di mantenimento, di godere degli agi di cui fruiva precedentemente; diversamente (e, dunque, nella maggioranza dei casi), l’assegno deve puntare al mantenimento, a favore dell’avente diritto, solo “tendenziale” del pregresso train de vie con la conseguenza che il giudice, nella determinazione numerica dell’importo, dovrà ricercare un attento punto di equilibrio tra le parti, in modo da permettere a entrambi modalità di vita omogenee tra di loro, senza creare sperequazioni tra l’un coniuge e l’altro (il ché, di converso, non significa che il giudice debba semplicemente dividere le risorse complessive della famiglia in due). 

La convivenza more uxorio dell’avente diritto all’assegno e dell’obbligato

È noto che, dal punto di vista normativo, solo la contrazione di nuove nozze determina l’estinzione del diritto a percepire l’assegno di divorzio (art. 5 l. n. 898/1970).

Nulla, invece, il legislatore del 1970 e del 1987 ha detto sulla rilevanza di eventuali convivenze more uxorio iniziate dall’avente diritto al contributo ex art. 156 c.c..

La giurisprudenza, di merito e di legittimità, nel silenzio della legge ha compiuto un lungo percorso teso ad armonizzare il dettato legislativo (vecchio di 30 anni) alla nuova realtà sociale, elaborando tre filoni giurisprudenziali che valorizzano la convivenza instaurata dal coniuge rendendola incidente sulla determinazione dell’assegno di mantenimento.

 

Orientamenti a confronto

Convivenza more uxorio e assegno di mantenimento

La convivenza può operare come fattore di moderazione dell’assegno di mantenimento, nella misura in cui per effetto di essa il coniuge abbia migliorato la propria posizione economica sotto il profilo di una diminuzione di spesa (derivante ad esempio dalla suddivisione degli oneri abitativi con il nuovo partner e dalle conseguenti “economie di scala”) o dal conseguimento di alcuni vantaggi (ad esempio dati dal fatto che il nuovo partner provvede al pagamento di alcune spese sociali o alle vacanze)

Cass. civ., 26 ottobre 2011, n. 22337

La convivenza more uxorio, se connotata da progettualità e stabilità, pone l’assegno di mantenimento in una fase di quiescenza

Cass. civ., 11 agosto 2011, n. 17195

La convivenza more uxorio, se connotata da progettualità e stabilità, rescinde ogni legame col pregresso tenore di vita matrimoniale così da far venire meno, in maniera definitiva, ogni diritto all’assegno a carico del coniuge separato (o divorziato)

Cass. civ., 3 aprile 2015, n. 6855; Cass. civ., 18 novembre 2013, n. 25845

La valutazione comparativa delle posizioni economiche delle parti

Una volta stabilito che il coniuge non è responsabile della frattura coniugale e che non ha redditi sufficienti a fargli mantenere un tenore di vita analogo (ma non necessariamente identico) a quello goduto in costanza di convivenza, il giudice procede alla valutazione comparativa dei mezzi a disposizione di ciascun coniuge e delle altre circostanze In questa analisi entrano in gioco tutti i fattori di carattere economico: reddito e patrimonio. All’esito di tale valutazione complessiva, se sussiste sproporzione tra le parti, il giudice procederà alla determinazione dell’assegno, diversamente no. Ciò significa che:

a) potrebbe realizzarsi l’ipotesi in cui il coniuge richiedente, con i propri redditi, non possa garantirsi il pregresso tenore di vita, ma che non sussista alcuna sperequazione tale da imporre un assegno di mantenimento al coniuge solo lievemente “più ricco dell’altro”;

b) viceversa, l’assegno può essere riconosciuto anche al coniuge “ricco” ma che, ciò nonostante, non sia in grado di mantenere, con le proprie sostanze il pregresso tenore di vita, garantito dall’altro coniuge, avente disponibilità maggiori del richiedente (Cass. civ., 4 febbraio 2011, n. 2747).

Nell’accertamento delle capacità delle parti, il giudice non è vincolato alle risultanze dei modelli fiscali, che sono semplici dichiarazioni unilaterali di parte, (Cass. civ., 22 agosto 2006, n. 18239; Cass. civ., 24 aprile 2007, n. 9915; App. 19 gennaio 2005, Trib. Monza, sent., n. 2259/2004) soprattutto quando l’ammontare delle spese sostenute supera il reddito netto risultante dalle dichiarazioni (Trib. Milano, sent., 19 marzo 2014).

Le altre circostanze

Il secondo comma dell’art. 156 c.c. è stato correttamente interpretato nel senso che il giudice, nella fase di quantificazione dell’assegno, tiene conto di tutte le circostanze non indicate specificatamente, né determinabili a priori, consistenti in quegli elementi fattuali di ordine economico, o comunque apprezzabili in termini economici, diversi dal reddito dell'obbligato, che incidano sulle condizioni delle parti (Cass. civ., ord., 13 giugno 2014, n. 13423; Cass. civ., 11 luglio 2013, n. 17199; App. Roma 3 dicembre 2013).

In quest’ottica sono elementi di valutazione, che possono fungere ovviamente anche da fattore di diminuzione dell’assegno di mantenimento:

a) la presenza di un nuovo partner, ancorché non convivente, se contribuisce al tenore di vita del richiedente l’assegno (Trib. Milano, ord., 26 settembre 2011);

b) la nascita di nuovi figli in capo all’obbligato all’assegno, nella misura in cui la nascita abbia inciso significativamente sulle sue capacità di spesa (Cass. civ., 15 ottobre 2014, n. 21878; Trib. Milano 14 gennaio 2015). Ovviamente si deve rifuggire da ogni sorta di automatismo (nascita nuovi figli= riduzione assegno) bensì verificare (Cass. civ., 12 ottobre 2006, n. 21919) se, anche dopo l’assolvimento degli oneri economici per i nuovi figli permangano o meno degli spazi “economici” per l’assegno di mantenimento a favore del coniuge della “prima famiglia”. Viceversa, l’instaurazione di una nuova convivenza (non allietata dalla prole) non dovrebbe incidere sulla determinazione del contributo ex art. 156 c.c., trattandosi di una scelta volontaria non assistita, al momento, da alcun obbligo di mantenimento del partner;

c) l’assegnazione della casa coniugale ex art. 337-quater c.c. (Cass. civ., 17 aprile 2009, n. 9310); ancorché funzionale esclusivamente all’interesse dei figli, il vincolo impresso al proprietario provoca una netta contrazione delle uscite a favore dell’assegnatario e un correlativo aumento delle spese per il coniuge che deve rilasciare la precedente dimora (considerato che egli dovrà reperire una nuova casa per sé e per ospitare i figli);

d) l’eventuale esposizione debitoria delle parti, tenendo presente che possono incidere quelle forme di indebitamento fatte nell’interesse della famiglia (p.e: mutuo per l’acquisto della casa coniugale; finanziamenti per l’acquisto dei mobili) o in vista della separazione per il sostentamento di ciascuno dei coniugi e/o dei figli;

e) le attribuzioni fatte dagli ascendenti dell’obbligato in costanza di convivenza, se protratti con una certa regolarità e continuità (Cass. 10 giugno 2014, n. 13026);

f) l’impatto fiscale sugli assegni; come noto il contributo ex art. 156 c.c. è sottoposto a tassazione (costituendo reddito per il percipiente) ed è onere deducibile per l’obbligato (dunque per costui avrà un costo reale pari all’importo versato detratto il risparmio di imposta). Si osserva che tale elemento non viene quasi mai considerato nelle decisioni di merito il ché rischia di provocare profonde ingiustizie (si pensi ad esempio a assegni di mantenimento che scontano un’aliquota media di circa il 30%).

Segue: la capacità lavorativa delle parti

A differenza di quanto accade per l’assegno di divorzio (vedi supra), la valutazione della capacità lavorativa del richiedente l’assegno (nel caso in cui sia inoccupato) non rientra tra i presupposti dell’assegno ex art. 156 c.c.; ciò nonostante viene valutato come criterio di determinazione del contributo, rientrando nelle “altre circostanze” di cui al secondo comma del medesimo articolo.

Da un lato, la giurisprudenza ha chiarito che il semplice stato di disoccupazione del richiedente non è sufficiente a fondare la domanda di assegno di mantenimento, giacché il giudice dovrà indagare sia sulle ragioni della mancanza di attività lavorativa da parte del richiedente l’assegno, sia sulla sua possibilità di ricollocazione lavorativa del medesimo.

Nell’ipotesi in cui l’inoccupazione del richiedente costituisca proiezione di una scelta comune fatta in costanza di convivenza ex art. 144 c.c. (ad esempio perché si è comunemente deciso che uno di essi si dedicasse alla cura dei figli) l’efficacia di detto accordo permane anche dopo la separazione, con la conseguenza che il coniuge titolare dei redditi sarà tenuto al mantenimento dell’altro, se sussistenti anche gli altri requisiti di cui all’art. 156 c.c. (Cass. civ., 19 marzo 2004; Cass. civ., 25 agosto 2006, n. 18547; Cass. civ., 9 giugno 2008, n. 15221).

Tale principio ovviamente dovrà essere contemperato anche con altri elementi, quali la collocazione professionale antecedente, le motivazioni sottese alla decisione di non lavorare e la possibilità di ricollocarsi professionalmente, l’età della richiedente, la situazione attuale dei figli (se necessitino o meno ancora di cure continue e attenzione), l’analisi del mercato del lavoro e anche la durata della convivenza.

In tutte le altre ipotesi, il giudice potrà negare, anche al coniuge disoccupato, l’assegno di mantenimento se e in quanto risulti accertata una sua reale possibilità (anche non colta) di ricollocazione proficua sul mercato del lavoro non in termini di mere valutazioni ipotetiche o astratte ma di effettiva possibilità di svolgimento di un’attività lavorativa retribuita, in considerazione di ogni concreto fattore individuale o ambientale (cfr. Cass. civ., 13 febbraio 2013, n. 3502; Cass. civ., 20 febbraio 2013, n. 4178; Cass. civ., 25 agosto 2006, n. 18547; Cass. civ. 2 luglio 2004, n. 12121).

Sotto il profilo probatorio, a differenza di quanto accade nel divorzio, è da ritenere che spetti al coniuge onerato (in via di eccezione) la prova della capacità lavorativa dell’altro (Cass. civ., 30 marzo 2009, n. 7614). Costui, a propria volta, sarà tenuto a dimostrare la propria impossibilità di recuperare un’occupazione (contra Cass. civ., 21 novembre 2008, n. 27775 secondo cui l’assegno può essere negato solo in presenza dell’accertato rifiuto del richiedente di svolgere attività lavorativa retribuita).

Ovviamente lo stato di occupazione lavorativa – e a maggior ragione il giudizio positivo sulla capacità professionale - non sono di per sé sufficienti a escludere automaticamente il diritto all’assegno in tutte quelle ipotesi in cui il reddito da lavoro, oppure il reddito che potrebbe essere prodotto dal richiedente l’assegno nell’ipotesi in cui lavorasse, non sia sufficiente a garantire un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di convivenza (Cass. civ. 5 novembre 2013, n. 13760).

Sotto altro profilo, le scelte lavorative dell’onerato all’assegno - che determinino una contrazione delle sue entrate, se reali, accertate e non finalizzate a “risparmiare” sull’assegno di mantenimento - debbono essere valute come fattore di ponderazione del contributo ex art. 156 c.c..

Aspetti processuali

La domanda ex art. 156 c.c. può essere proposta, all’interno del ricorso per separazione giudiziale, con la memoria difensiva nella fase presidenziale, con la memoria integrativa o la comparsa di costituzione di cui all’art. 709 comma 3 c.p.c. (Trib. Novara 12 febbraio 2010; App. Roma 13 gennaio 2010).

La domanda può essere proposta anche successivamente, sino all’udienza di precisazione delle conclusioni o anche per la prima volta in grado d’appello, se e solo se il richiedente dimostra che i presupposti per il sorgere del diritto all’assegno si sono verificati successivamente allo scadere dei termini di cui sopra (cfr. Cass. civ. 12 marzo 2012, n. 3925).

L’assegno ex art. 156 c.c. può essere riconosciuto in sede presidenziale o anche successivamente, nell’ambito dei procedimenti ex art. 709 c.p.c. di modifica delle ordinanze presidenziali da parte del giudice istruttore. Le ordinanze ex art. 708 c.p.c. sono reclamabili in Corte d’Appello, quelle successive di modifica non possono essere impugnate (Cass. civ., 4 luglio 2014, n. 15416; Trib. Messina 24 aprile 2012; Trib. Cosenza, 9 maggio 2011; Trib. Varese, 27 gennaio 2011) ma solo modificate dallo stesso giudice istruttore.

L’assegno per il coniuge è sottoposto alla regola rebus sic stantibus, sicché è sempre possibile richiederlo, anche successivamente alla separazione consensuale omologata, all’accordo frutto di negoziazione assistita autorizzato (o vistato dal PM), o al passaggio in giudicato della sentenza, a patto che sussistano elementi di fatto, sorti dopo il giudizio, tali da alterare l’equilibrio che aveva portato a escludere il diritto all’assegno (lo stesso schema di ragionamento vale a contrario, cosicché, in presenza di fatti nuovi, è possibile agire per la riduzione o l’eliminazione del contributo ex art. 156 c.c.). La richiesta è possibile anche in presenza di pregressa rinuncia al contributo.

Le vicende riguardanti l’assegno (eliminazione, riduzione, nuova richiesta) possono essere fatte valere solo ed esclusivamente con il procedimento regolato dagli artt. 710 e ss. c.p.c..

Garanzie

L’assegno per il coniuge è assistito da una particolare rete di garanzie (art. 156 commi 4, 5, 6 c.c.):

a) la sentenza di separazione (e non il provvedimento provvisorio) è titolo di iscrizione ipotecaria, pur dovendo sempre sussistere il pericolo di inadempimento e dunque, potendo il debitore rivolgersi al giudice per ottenere la cancellazione del provvedimento giudiziale, qualora il pericolo non sussista nel caso di specie;

b) sia con il provvedimento finale che nel corso del giudizio, nell’ipotesi di inadempimento del debitore, l’avente diritto all’assegno può chiedere al Giudice di ordinare al terzo, tenuto a corrispondere periodicamente somme di denaro all’obbligato, di versare direttamente all’avente diritto l’assegno di mantenimento, anche qualora questo sia superiore alla metà delle somme dovute dal terzo all’obbligato principale;

c) il giudice, con la sentenza, può obbligare il coniuge tenuto al pagamento dell’assegno a prestare “idonee garanzie” reali o personali a garanzia dell’assegno di mantenimento;

d) sempre in caso di inadempimento, il giudice, su richiesta dell’avente diritto, può autorizzare il sequestro di parti dei beni dell’obbligato.

Il Fondo di solidarietà a tutela del coniuge in stato di bisogno

La legge di Stabilità 2016 (l. 28 dicembre 2015, n. 208) ha istituito, in via sperimentale, il “Fondo di solidarietà a tutela del coniuge in stato di bisogno”.

Per fruire del soccorso statale occorrono tutti i seguenti requisiti (concorrenti e non alternativi): a) essere titolari di un assegno (anche provvisorio) ex art. 156 c.c.; b) essere collocatari di figli minori o maggiorenni portatori di handicap; c) non ricevere l’assegno dovuto (anche con verbale ex art. 711 c.p.c.); d) versare in stato di bisogno; e) non essere in grado di provvedere non solo alle proprie esigenze ma anche a quelle dei figli.

Sono dunque esclusi: a) l’ex coniuge divorziato (il ché pone dubbi di costituzionalità della norma); b) il coniuge separato collocatario di figli maggiorenni ancorché economicamente non autosufficienti (anche tale esclusione pare essere in contrasto con gli artt. 2, 3 e 30 Cost.); c) il genitore, non legato da vincolo di coniugio, collocatario di prole minorenne o maggiorenne non autosufficiente; d) il coniuge che, seppure titolare di un assegno di separazione non pagato, non versi in stato di bisogno, da interpretarsi necessariamente ai sensi dell’art. 433 c.c. (mantenimento e assegno alimentare hanno sempre presupposti e finalità differenti tra di loro).

Il coniuge che versa nelle condizioni previste dalla norma può presentare al  Presidente del Tribunale, nel cui circondario si trova la sua residenza (e dunque a un Tribunale che ben può essere differente da quello che ha o ha avuto in carico la separazione), domanda di anticipazione di tutto o parte delle somme che gli sarebbero dovute. Nell’attesa dell’emissione dei decreti attuativi, si deve ritenere opportuno allegare alla domanda (che non necessita dell’assistenza di un avvocato): a) copia autentica del provvedimento con cui è stato fissato l’assegno di mantenimento ex art. 156 c.c.; b) prova del mancato pagamento (potrebbe essere sufficiente il precetto notificato); c) ogni altra documentazione o circostanza da cui il Tribunale possa desumere lo stato di bisogno del richiedente non in grado di mantenere se stesso e i figli.

Il Presidente, o un suo delegato, entro 30 giorni possono: a) respingere la domanda con provvedimento non impugnabile (in tal caso nulla vieta la riproposizione della richiesta); b) accogliere la domanda e dunque trasmetterla al Ministero di Giustizia che provvederà poi a stabilire misura (tutto o parte dell’importo dovuto) e modalità di anticipazione degli importi dovuti.

Il Ministero di Giustizia – proprio perché trattasi di anticipazione e dunque di adempimento dell’obbligo che rimane in carica al debitore principale- potrà poi rivalersi sul soggetto inadempiente.

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