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Assegni: regime probatorio

Sommario

Inquadramento | Istruttoria e fase presidenziale | Prime esperienze di disclosure nella prassi applicativa | L'istruttoria nella fase a cognizione piena: peculiarità | Assegni per i figli: poteri officiosi | Onere della prova | Ordini di esibizione | Consulenza tecnica patrimoniale | Indagini | Casistica |

Inquadramento

In generale, il tema della prova risente sempre strettamente della tipologia del processo nel quale viene a inscriversi. La natura e la struttura del processo comportano significative ricadute sull’istruttoria e sui suoi presupposti, caratteri e contenuti. Da questo punto di vista, il processo di separazione e divorzio si contraddistingue per una (potenziale ma frequente) pluralità di contenuti, dalla quale discende altresì una pronuncia di natura complessa ed eterogenea.

In particolare, con riferimento agli aspetti economici, il giudice è chiamato a statuire come debbano essere ripartiti, all’esito della crisi, i doveri di provvedere alle esigenze di vita in favore del coniuge più debole e dei figli minori, ovvero maggiorenni ma bisognosi di protezione (in quanto non economicamente autosufficienti o portatori di handicap o incapaci di agire).

Nel processo di separazione e divorzio una rilevante parte del thema decidendum, e con esso anche del thema probandum, può essere identificata nella necessità di individuare forme e modalità di contribuzione ai bisogni della famiglia, attraverso la determinazione di un assegno da parte di un coniuge nei confronti dell’altro e da parte dei genitori nei confronti dei figli.

Istruttoria e fase presidenziale

Ciò premesso, anche sul tema della prova ha rilievo la suddivisione del processo in due fasi distinte, aventi specificità e autonomia sul piano funzionale e strutturale.

Da questo punto di vista, la fase centrale per la raccolta del materiale probatorio resta quella istruttoria in senso stretto e l’attività di acquisizione e assunzione della prova mantiene anche nella separazione e nel divorzio il suo terreno di elezione davanti al giudice istruttore; poiché peraltro la funzione degli assegni è quella di soddisfare le esigenze di vita del coniuge più debole e dei figli, un intervento giudiziale è necessario sin dall’inizio del processo. Diviene quindi naturale la deduzione e formazione della prova già nell’iniziale fase presidenziale, poiché il fallimento del tentativo di conciliazione e il dovere di assumere i provvedimenti provvisori e urgenti nell’interesse dei coniugi e della prole impongono al presidente di formarsi un primo convincimento circa i fatti di causa e adottare le misure più opportune per ovviare pro tempore alla situazione di crisi della famiglia.

Ciò risulta confermato dall’art. 337 octies c.c., per il quale il «giudice» (genericamente qualificato) «può assumere» (su istanza di parte o d’ufficio) mezzi di prova «prima dell’emanazione in via provvisoria dei provvedimenti di cui all’art. 337 ter».

Listruttoria nella fase presidenziale ha caratteristiche particolari, di urgenza e sommarietà (in conformità alla cognizione con la quale il presidente è chiamato ad assumere i suoi provvedimenti) e di limitatezza del contenuto (circoscritto all’ambito delle misure da assumersi in via immediata e urgente).

Sotto il primo profilo, la sommarietà dell’indagine alla quale il presidente è chiamato fa sì che la stessa non debba necessariamente svolgersi in modo analitico e capillare, e mantenga margini di officiosità e con essa anche di discrezionalità superiori rispetto a quanto avviene ordinariamente (dovendo i provvedimenti provvisori e urgenti fondamentalmente assicurare le esigenze immediate della famiglia in crisi). Per questo motivo è certamente preferibile adottare un criterio restrittivo e negare ingresso nella fase presidenziale a mezzi istruttori superflui e tali da aggravare inutilmente le esigenze di celerità riconnesse a questa specifica fase.

Dal secondo punto di vista, in questa fase l’istruttoria non può estendersi ad alcuna indagine inerente domande che possono formare oggetto soltanto della decisione finale (ad esempio, nessun elemento di prova può essere in questo contesto tenuto in considerazione ai fini di un’eventuale successiva pronuncia di addebito e per escludere ab origine la concessione di un assegno di mantenimento in favore del coniuge più debole).

Poste queste premesse, occorre interrogarsi circa il concreto ambito di funzioni istruttorie esercitate dal presidente, in particolare ai fini della determinazione degli assegni a favore del coniuge o dei figli.

Al riguardo, il primo e fondamentale compito è quello di esaminare la documentazione allegata agli atti introduttivi e in particolare le dichiarazioni dei redditi delle parti. Invero, tra le attività complementari alla redazione degli atti introduttivi, dal 2005 è stata codificata una prassi già invalsa da tempo, nel segno della immediata produzione delle dichiarazioni dei redditi delle parti. L’art. 706, comma 3, c.p.c. e l’art. 4, comma 6, l. div., prevedono espressamente che «al ricorso e alla (prima per l’art. 4, comma 6, l. div.) memoria difensiva sono allegate le ultime dichiarazioni dei redditi (rispettivamente per l’art. 4, comma 6, l. div.) presentate». Analogo obbligo è previsto nell’art. 5, comma 9, l. div..

La legge non precisa come debba essere qualificata l’attività di produzione dei documenti fiscali, né soprattutto evidenzia le sanzioni per l’eventuale inottemperanza. Ciò nonostante, deve ritenersi che la norma abbia natura precettiva e cogente e che l’attività in esame abbia carattere obbligatorio; la mancata produzione deve pertanto essere tenuta in considerazione dal presidente come comportamento valutabile ai fini dell’emanazione dei provvedimenti provvisori e urgenti. E il potere/dovere del presidente di sollecitare la produzione della documentazione fiscale deve essere indirizzato anche al coniuge convenuto che abbia ritenuto in questa fase di non presentare memoria difensiva come la legge lo autorizza a fare.

Va poi ricordato come il richiamo alle «ultime» dichiarazioni dei redditi venga comunemente interpretato dalla maggior parte dei tribunali come richiamo alle dichiarazioni fiscali relative allultimo triennio, per consentire una più ampia disamina della situazione delle parti da un punto di vista diacronico. Ciò nonostante, il valore probatorio delle dichiarazioni dei redditi può essere ancora talvolta relativo e non del tutto chiarificatore dell’effettiva situazione della parte. Vi sono invero ipotesi in cui in un contesto di crisi familiare la situazione reddituale della parte viene preparata ad artem nell’anno (o negli anni) anteriori alla separazione. Le possibili tecniche sono purtroppo diverse: dismissioni o revoche da alcune cariche sociali nelle società di famiglia, con conseguente o parallela riduzione degli emolumenti; mancata distribuzione di utili da parte delle dette società; accorgimenti e misure varie per «dirigere» parte degli emolumenti verso soggetti terzi e società fiduciarie; accordi con istituti bancari; scritture private con i propri familiari (con o addirittura senza data certa) attestanti debiti di varia natura (per pretesi risanamenti di donazioni effettuate anni prima, magari in funzione del matrimonio, che all’improvviso vengono qualificate come prestiti) o addirittura retrocessioni di immobili.

Prime esperienze di disclosure nella prassi applicativa

Poiché dunque il presidente può non considerare le dichiarazioni dei redditi come elementi probatori sufficienti e realmente idonei per formarsi un quadro completo dell’effettiva realtà della situazione dei coniugi, alcuni Tribunali (ad esempio Roma, Genova, Torino, Monza) hanno adottato (e formalizzato) una prassi volta a imporre alle parti in limine litis uneffettiva disclosure mediante una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà completa su tutti i beni, assets e attività ad esse riconducibili.

La giustificazione normativa a tali prassi si rinviene nel già citato art. 5, comma 9, l. div. (che la Suprema Corte – Cass., 17 maggio 2005, n. 10344; Cass., 7 marzo 2006, n. 4872; Cass., 17 giugno 2009, n. 14081 – applica anche al processo di separazione) che impone alle parti di «presentare all’udienza di comparizione avanti al presidente del tribunale» non soltanto «la dichiarazione personale dei redditi» ma «ogni documentazione relativa ai loro redditi e al loro patrimonio personale e comune», legittimando altresì, in caso di contestazioni, il ricorso a «indagini sui redditi, sui patrimoni e sull’effettivo tenore di vita, valendosi, se del caso, anche della polizia tributaria».

Il presidente ben può quindi iniziare a effettuare le opportune verifiche sulla effettiva situazione delle parti, richiedendo la produzione di una dichiarazione giurata, da sanzionare, nell’ipotesi di omessa o falsa dichiarazione, come comportamento valutabile ai fini della decisione, e fatta salva la possibilità, ricorrendone i presupposti, anche di più incisive misure dal punto di vista penale o ai sensi dell’art. 709 ter c.p.c..

Qualora poi «le informazioni di carattere economico fornite dai genitori non risultino sufficientemente documentate, il giudice dispone un accertamento della polizia tributaria sui redditi e sui beni oggetto della contestazione, anche se intestati a soggetti diversi» (così l’art. 337 ter c.c.). Il giudice, ai fini della determinazione del contributo di mantenimento dei figli, può quindi altresì disporre – sempre d’ufficio e alle condizioni che meglio verranno specificate infra – un accertamento della polizia tributaria su redditi, beni e altri cespiti patrimoniali riferibili ai genitori, anche se formalmente intestati a soggetti terzi.

Quanto invece allo strumento della consulenza tecnica, se in linea di principio non vi sono ragioni per escluderla a priori nella fase avanti al presidente, è parimenti incontestabile che in questa sede la stessa possa verosimilmente avere luogo soltanto per gli aspetti «personali», relativi alle scelte di vita esistenziali da adottare per i minori, sull’affidamento, sul collocamento e sulle modalità di visita. Per le questioni economiche il presidente ha invece ampi poteri di intervento e ben può emanare un provvedimento sommario anche in quanto provvisorio, rendendo di fatto inutile il ricorso in questa fase ad approfondite e analitiche indagini di tipo peritale. 

L'istruttoria nella fase a cognizione piena: peculiarità

Il processo di separazione e divorzio, in quanto processo a cognizione piena, vede l’applicazione dei principi e delle norme generali in tema di istruttoria, fatte salve alcune particolarità legate, più che alla specialità del rito, alla specificità del thema decidendum.

Le condizioni per la previsione di un assegno a favore del coniuge e gli elementi per la sua determinazione rientrano in ogni caso nell’ambito della piena disponibilità (quanto meno processuale) delle parti, e non possono essere rimesse all’impulso officioso e all’iniziativa del giudice. 

Peraltro, poiché tutti i provvedimenti resi nella separazione e nel divorzio sono soggetti alla clausola rebus sic stantibus e legati a una situazione che è fisiologicamente in evoluzione non è possibile applicare in chiave rigorosa le regole ordinarie sulle preclusioni endoprocessuali e deve ritenersi sempre possibile lallegazione (e la prova) di fatti nuovi, autorizzando così di fatto una dilatazione delle tradizionali scansioni processuali in relazione all’evolversi delle situazioni sostanziali protette, ovvero del substrato fattuale sulla base del quale il giudice è chiamato a emanare i provvedimenti. Sotto questo profilo, dunque, anche la prova risente del regime di stabilità del provvedimento ed è chiamata ad assicurare una più effettiva rispondenza della situazione di fatto all’ambito della valutazione finale da sottoporre al giudice.

In questo senso deve essere letta, ad esempio, la prassi consolidata in diversi tribunali di ordinare alle parti, in corso di causa e soprattutto prima della precisazione delle conclusioni, il deposito anche delle ulteriori dichiarazioni dei redditi medio tempore presentate, di eventuali nuovi bilanci societari, della documentazione inerente investimenti mobiliari, la vendita di beni immobili o la dismissione di altri cespiti.

Assegni per i figli: poteri officiosi

Per i provvedimenti relativi alla prole, siano essi di natura personale ovvero patrimoniale, non valgono le regole tradizionali circa gli oneri probatori, in quanto sussiste un potere officioso, legittimato dall’art. 337 octies c.c. e ribadito dall’orientamento consolidato della Cassazione (Cass., 10 ottobre 2007, n. 21293; Cass., 3 agosto 2007, n. 17043; Cass., 13 gennaio 2004, n. 270; Cass., 22 giugno 1999, n. 6312). Non solo. Per tutto quanto attiene la sfera che riguarda i minori il potere di iniziativa officiosa è in realtà ancor più ampio, non essendo vincolato alle richieste formulate in concreto dalle parti e potendo derogare anche ai sottostanti principi della domanda e della corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato (Cass., civ.,sez. I, 12 dicembre 2005, n. 27391).

Lambito di indagine del giudice è dunque ampio e più penetrante: alle risultanze delle dichiarazioni fiscali dei redditi deve essere attribuito valore soltanto indiziario e il giudice dispone «di ampio potere istruttorio giustificato dalla finalità pubblicistica della materia, che gli consente di ancorare le sue determinazioni ad adeguata verifica delle condizioni patrimoniali delle parti e delle esigenze di vita dei figli, prescindendo dalla prova addotta dalla parte istante ed attingendo a tutti i dati comunque facenti parte del bagaglio istruttorio» (Cass., 17 febbraio 2011, n. 3905).

Onere della prova

In linea di principio, la regola dell’onere della prova trova applicazione anche nel processo di separazione e divorzio, fatti salvi ovviamente gli aspetti appena menzionati per i quali il giudice può esercitare poteri di indagine istruttoria anche in via officiosa.

Con riferimento all’assegno per il coniuge, la sua determinazione passa attraverso un duplice accertamento, in quanto presuppone in primo luogo una verifica del diritto in astratto, in relazione all’inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente, raffrontati a un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio e che sarebbe verosimilmente proseguito in caso di continuazione dello stesso o quale poteva legittimamente e ragionevolmente configurarsi sulla base di aspettative maturate nel corso del rapporto; e in secondo luogo una quantificazione in concreto, da compiersi tenendo conto di una serie di fattori, quali le condizioni dei coniugi, le ragioni della decisione, il contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ognuno e di quello comune, nonché il reddito di entrambi, valutando tali elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio. Sulle parti gravano quindi gli oneri probatori atti a dimostrare le risorse reddituali e patrimoniali di ciascuno dei coniugi, quelle effettivamente destinate al soddisfacimento dei bisogni personali e familiari, nonché le rispettive potenzialità economiche (Cass., 9 giugno 2015, n. 11870).

Il giudice è in ogni caso tenuto a valutare la situazione concreta ed effettiva delle parti, poiché l’ipotetica e astratta possibilità lavorativa o di impiego da parte del coniuge beneficiario dell’assegno non incide sulla determinazione di quest’ultimo, salvo che il coniuge onerato non fornisca la prova che il beneficiario abbia l’effettiva e concreta possibilità di esercitare un’attività lavorativa confacente alle proprie attitudini (Cass., ord., 23 ottobre 2015, n. 21670).   

Ordini di esibizione

Un mezzo istruttorio particolarmente efficace, nel processo di separazione e divorzio, è rappresentato dall’ordine di esibizione giudiziale,ex art. 210 c.p.c., alla parte o a un terzo.

Per mezzo di esso il giudice può in particolare ottenere validi elementi di indagine e valutazione con riferimento ai flussi reddituali (oltre alle dichiarazioni dei redditi, già esaminate la documentazione relativa agli eventuali trattamenti pensionistici), alle concrete disponibilità economiche delle parti (saldi dei conti correnti, depositi titoli e altre forme di investimento mobiliare) anche detenute in via indiretta (partecipazioni societarie) o per mezzo di interposte persone (società fiduciarie), nonché al tenore di vita goduto precedentemente alla crisi (estratti di conto corrente e dei conti relativi alle carte di credito). In particolare è stato precisato che «sia l'art. 5 l. n. 898/1970, sia l'art. 155 c.c. attribuiscono al Giudice del divorzio o della separazione il potere di ottenere dalla società fiduciaria una completa disclosure riguardo alle generalità del fiduciante e ai beni fiduciariamente intestati, senza prevedere alcuna limitazione (nemmeno in analogia con i limiti che il d.P.R. n. 600/1973 ha imposto all'Erario)» (Trib. Reggio Emilia, ord., 27 marzo 2006).

In caso di rifiuto, il giudice può trarre dal comportamento della parte elementi di convincimento ex art. 116, comma 2, c.p.c. (Cass. civ., sez. VI, ord., 11 gennaio 2016, n. 225).

Consulenza tecnica patrimoniale

Allorquando la ricostruzione della situazione reddituale e patrimoniale delle parti (o anche di una soltanto di esse) si presenta particolarmente complessa, il giudice può disporre, anche d’ufficio, come le regole generali stabiliscono (e dunque prescindendo da una rigida applicazione degli oneri probatori), una consulenza tecnica di carattere patrimoniale e reddituale. Mediante tale indagine possono essere meglio approfonditi da un professionista (di regola un dottore commercialista) tutti gli elementi riferibili alle parti direttamente o indirettamente (per il tramite di società, anche fiduciarie o altri istituti giuridici, quali trust o patrimoni separati) che concorrano alla determinazione della loro posizione economico-patrimoniale.

Dal punto di vista del suo iter, la CTU segue le regole generali previste dal codice di rito (artt. 191 ss. c.p.c.).  

Indagini

Un rafforzamento dei poteri istruttori del giudice è dato dalla possibilità per quest’ultimo di valersi della polizia tributaria per una più approfondita indagine sui patrimoni e redditi delle parti.

Ai sensi dell’art. 5, comma 9, l. div., infatti, «I coniugi devono presentare all'udienza di comparizione avanti al presidente del tribunale la dichiarazione personale dei redditi e ogni documentazione relativa ai loro redditi e al loro patrimonio personale e comune. In caso di contestazioni il tribunale dispone indagini sui redditi, sui patrimoni e sull'effettivo tenore di vita, valendosi, se del caso, anche della polizia tributaria».

Si tratta di un particolare mezzo probatorio, quanto al potere di iniziativa esperibile anche ex officio (Cass., 28 gennaio 2011, n. 2098; Cass., 6 giugno 2013, n. 14336)e dunque costituente una vera e propria deroga alle regole generali sull’onere della prova (Cass., 28 gennaio 2011, n. 2098). Esso è inoltre rimesso alla valutazione discrezionale del giudice (Cass. civ.,sez. I, 17 giugno 2009, n. 14081), al quale non può quindi imputarsi come erronea una decisione negativa in merito, a condizione che quest’ultima sia motivata attraverso una correlazione anche implicita alla superfluità dell’iniziativa o alla sufficienza dei dati istruttori acquisiti (Cass., 6 giugno 2013, n. 14336). Peraltro, anche un'eventuale omissione di motivazione sul diniego di esercizio del relativo potere, «non è censurabile in sede di legittimità, ove, sia pure per implicito, tale diniego sia logicamente correlabile ad una valutazione sulla superfluità dell'iniziativa per ritenuta sufficienza dei dati istruttori acquisiti» (Cass. civ., sez. I, 18 giugno 2008, n. 16575).

In linea generale, l’esercizio del potere di disporre le indagini non deve e non può sopperire alla carenza probatoria della parte onerata, ma “vale ad assumere, attraverso uno strumento a questa non consentito, informazioni integrative del “bagaglio istruttorio” già  fornito, incompleto o non completabile attraverso gli ordinari mezzi di prova; tale potere non può essere attivato a fini meramente esplorativi, sicché la relativa istanza e la contestazione di parte dei fatti incidenti sulla posizione reddituale del coniuge tenuto al predetto mantenimento devono basarsi su fatti specifici e circostanziati» (Cass., 28 gennaio 2011, n. 2098; Cass. civ., sez. I, 22 maggio 2014, n. 11415). Non deriva, dunque, l'esigenza di tali indagini dal mero fatto che vi sia contestazione delle parti in ordine alle loro rispettive condizioni patrimoniali e reddituali, trattandosi di un potere d'intervento a fine d'indagine patrimoniale eccezionale e di natura sussidiaria, che si giustifica e trova ingresso nel solo caso in cui risulti insufficiente o inappagante il risultato dell'ordinaria dinamica dell'attività istruttoria espletata dalle parti in giudizio (Cass. civ., sez. I, 22 maggio 2014, n. 11415).   

Casistica

Assegno per i figli: non applicabilità del principio della domanda

L'art. 6, comma 9, l. n. 898/1970, come l'art. 155, comma 7, c.c., in materia di separazione, disponendo che i provvedimenti relativi all'affidamento dei figli e al contributo per il loro mantenimento «possono essere diversi rispetto alle domande delle parti o al loro accordo, ed emessi dopo l'assunzione di mezzi di prova dedotti dalle parti o disposti d'ufficio dal giudice», opera una deroga alle regole generali sull'onere della prova, attribuendo al giudice poteri istruttori di ufficio per finalità di natura pubblicistica, con la conseguenza che le domande delle parti non possono essere respinte sotto il profilo della mancata dimostrazione degli assunti sui quali si fondano e che i provvedimenti da emettere devono essere ancorati ad una adeguata verifica delle condizioni patrimoniali dei genitori e delle esigenze di vita dei figli esperibile anche di ufficio. Tuttavia, detti poteri officiosi di indagine, proprio perché previsti in deroga alle regole ordinarie sull'onere della prova e, quindi, in via eccezionale, non sono utilizzabili per sopperire alla totale inerzia della parte nell'indicare, proporre o richiedere elementi di giudizio (Cass. civ., sez. I, 12 dicembre 2005, n. 27391)

Assegno per il coniuge: presupposti e necessaria completezza della valutazione

 

Il legislatore, nel disciplinare la determinazione del contributo in questione, all’art. 156, comma 2 c.c., ha espressamente imposto di procedere alla valutazione non solo dei redditi dell’obbligato, ma anche di altre circostanze, non indicate specificamente né determinabili a priori, ma da individuarsi in tutti quegli elementi fattuali di ordine economico, o comunque apprezzabili in termini economici, diversi dal reddito dell’obbligato ed idonei ad incidere sulle condizioni economiche delle parti (Cass., 11 luglio 2013, n. 17199)

 

L'accertamento del diritto all'assegno divorzile si articola in due fasi, nella prima delle quali il giudice verifica l'esistenza del diritto in astratto, in relazione all'inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente, raffrontati ad un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio e che sarebbe presumibilmente proseguito in caso di continuazione dello stesso o quale poteva legittimamente e ragionevolmente configurarsi sulla base di aspettative maturate nel corso del rapporto, mentre nella seconda procede alla determinazione in concreto dell'ammontare dell'assegno, che va compiuta tenendo conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione e del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ognuno e di quello comune, nonché del reddito di entrambi, valutandosi tali elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio.

Nell'ambito di questo duplice accertamento assumono rilievo, sotto il profilo dell'onere probatorio, le risorse reddituali e patrimoniali di ciascuno dei coniugi, quelle effettivamente destinate al soddisfacimento dei bisogni personali e familiari, nonché le rispettive potenzialità economiche. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che ha negato il diritto all'assegno alla richiedente, non avendo questa fornito alcuna prova dell'oggettiva impossibilità di procurarsi mezzi adeguati per conseguire un tenore di vita analogo a quello mantenuto in costanza di matrimonio) (Cass. civ., sez. I, 9 giugno 2015, n. 11870)

Prova dello stato di indigenza

 

In tema di separazione personale di coniugi, il riconoscimento del diritto in favore di uno di essi alla corresponsione dell'assegno alimentare a carico dell'altro presuppone lo stato di indigenza del richiedente, il cui onere probatorio - che è a carico dello stesso - non può ritenersi soddisfatto con la sola esibizione di un certificato rilasciato dal Comune dal quale risulti la sua iscrizione nell'elenco delle persone bisognose, non assurgendo tale elemento, di per sé, a dignità di prova, ma costituendo un mero indizio (Cass. civ., sez. I, 24 febbraio 2006, n. 4204)

 

Ordini di esibizione

In tema di prova in ordine alla capacità reddito-patrimoniale dei coniugi nei giudizi di separazione e divorzio, ove il giudice abbia chiesto ad entrambe le parti l'esibizione della documentazione relativa ai rapporti bancari da ciascuna intrattenuti, ed una sola di essi abbia ottemperato alla richiesta fornendo materia per gli accertamenti giudiziali, il giudice che di essi abbia fatto uso ha l'obbligo di motivare in ordine al significato del comportamento omissivo della parte inottemperante, costituendo l'asimmetria comportamentale ed informativa un comportamento da cui desumere argomenti di prova a norma dell'art. 116, comma 2, c.p.c. (Cass. civ., sez. VI, ord., 11 gennaio 2016, n. 225)

Indagini della polizia tributaria: applicabilità anche alla separazione

Anche in materia di separazione di coniugi, con riguardo all'assegno di mantenimento, deve ritenersi applicabile in via analogica stante l'identità di "ratio", riconducibile alla funzione eminentemente assistenziale dell'assegno in questione - la norma dell'art. 5, comma 9, l. 1 dicembre 1970, n. 898, nel testo novellato dall'art. 10 l. 6 marzo 1987, n. 74, il quale, in tema di riconoscimento e determinazione dell'assegno divorzile, stabilisce che «in caso di contestazioni, il tribunale dispone indagini sui redditi e patrimoni dei coniugi e sul loro effettivo tenore di vita, valendosi, se del caso, anche della Polizia tributaria». L'esercizio di tale potere di disporre indagini patrimoniali con l'avvalimento della Polizia tributaria, che  costituisce una deroga alle regole generali sull'onere della prova, rientra nella discrezionalità del giudice di merito, e non può essere considerato anche come un dovere imposto sulla base della semplice contestazione delle parti in ordine alle loro rispettive condizioni economiche; tale discrezionalità, tuttavia, incontra un limite nella circostanza che il giudice, potendosi  avvalere di siffatto potere, non può rigettare le istanze delle parti relative al riconoscimento e alla determinazione dell'assegno sotto il profilo della mancata dimostrazione degli assunti sui quali si fondano, giacché in tal caso il giudice ha l'obbligo di disporre accertamenti d'ufficio (avvalendosi anche della Polizia tributaria) (Cass. civ., sez. I, 17 maggio 2005, n. 10344)

Indagini della polizia tributaria: officiosità e discrezionalità

In tema di determinazione dell'assegno di mantenimento in sede di scioglimento degli effetti civili del matrimonio, l'esercizio del potere del giudice che, ai sensi dell'art. 5, comma 9, l. n. 898/1970, può disporre - d'ufficio o su istanza di parte - indagini patrimoniali avvalendosi della polizia tributaria, costituisce una deroga alle regole generali sull'onere della prova; l'esercizio di tale potere discrezionale non può sopperire alla carenza probatoria della parte onerata, ma vale ad assumere, attraverso uno strumento a questa non consentito, informazioni integrative del "bagaglio istruttorio" già fornito, incompleto o non completabile attraverso gli ordinari mezzi di prova; tale potere non può essere attivato a fini meramente esplorativi, sicché la relativa istanza e la contestazione di parte dei fatti incidenti sulla posizione reddituale del coniuge tenuto al predetto mantenimento devono basarsi su fatti specifici e circostanziati. (Affermando il principio, la S.C. ha ritenuto correttamente motivata la decisione di merito che aveva negato ingresso alle indagini richieste dalla parte, la quale si era limitata a prospettare un'astratta potenzialità lavorativa del coniuge tenuto al mantenimento, collegandola genericamente alla possibilità del medesimo, dipendente pubblico, a svolgere un secondo lavoro) (Cass. civ., sez. I, 28 gennaio 2011, n. 2098)

 

Il giudice del merito ove ritenga "aliunde" raggiunta la prova dell'insussistenza dei presupposti che condizionano il riconoscimento dell'assegno di divorzio, può procedere al rigetto dell'istanza senza disporre preventivamente accertamenti officiosi attraverso la polizia tributaria, atteso che l'esercizio di tale potere rientra nella discrezionalità del giudice, non trattandosi di un adempimento imposto dall'istanza di parte, purché sia correlabile anche per implicito ad una valutazione di superfluità dell'iniziativa e di sufficienza dei dati istruttori acquisiti (Cass. civ., sez. I, 6 giugno 2013, n. 14336)

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