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Annullamento del matrimonio

Sommario

Inquadramento | Il matrimonio del minore | Il matrimonio dell’interdetto | Il matrimonio dell’incapace naturale | Il matrimonio del beneficiario di amministrazione di sostegno | I vizi del consenso matrimoniale | Violenza | Timore di eccezionale gravità | Errore | Casistica |

Inquadramento

L’annullamento è una delle categorie delle invalidità del matrimonio, la cui disciplina è contenuta nel Libro I, Titolo VI, Sezione VI, del nostro codice civile, agli artt. 117 e ss. c.c..

La normativa parla indistintamente sia di nullità che di annullamento, come pure di “impugnazione” del matrimonio, senza ricorrere alla nota bipartizione di cui alle categorie contrattuali.

Tuttavia, recentemente, in occasione della riforma della filiazione (cfr. in particolare il d.lgs. n. 154/2013), il legislatore pare aver preso atto delle differenti fattispecie che compongono il genus delle invalidità matrimoniali, distinguendo nelle species “nullità” e “annullamento”.

La nullità, nell’accezione formulata da dottrina e giurisprudenza, è la sanzione a quelle violazioni delle condizioni essenziali per il riconoscimento del matrimonio da parte dell’ordinamento, inteso come atto giuridicamente idoneo a realizzare la sua funzione, mentre l’annullamento è la sanzione alla violazione di una delle condizioni richieste a tutela del libero e responsabile consenso al negozio matrimoniale.

Il matrimonio del minore

Il minore che abbia compiuto 16 anni può validamente contrarre matrimonio in presenza dell’autorizzazione del Tribunale per i Minorenni ex art. 84 c.c. In difetto di tale autorizzazione il matrimonio è annullabile secondo il dettato dell’art. 117 comma 2 c.c., allo stesso modo di quello celebrato dal minore infrasedicenne.

L’azione può essere proposta entro il termine decandenziale di un anno dal compimento della maggiore età del minore.

La legittimazione ad impugnare il matrimonio spetta innanzitutto ai coniugi stessi, quindi anche al minore, che può autonomamente adire il Tribunale per l’annullamento: si tratta di una speciale capacità processuale concessa al minore in deroga a quanto previsto dall’art.75 c.c..

Gli altri legittimati sono i genitori del minore, come pure il pubblico ministero – che è interveniente necessario ex art. 70 c.p.c. – ma detta legittimazione perdura sino al compimento della maggiore età del soggetto.

Sia l’azione dei genitori, sia l’azione del pubblico ministero, potranno essere rigettate nel merito qualora emergano in corso di giudizio le seguenti circostanze: che il coniuge abbia raggiunto la maggiore età, che vi sia stato concepimento, ovvero che vi sia stata procreazione. Al verificarsi di tali circostanze, dovrà essere accertata, eventualmente anche d’ufficio, la volontà del minore a mantenere in vita il vincolo matrimoniale.

Il matrimonio dell’interdetto

L’art. 119 c.c. prevede l’annullabilità del matrimonio contratto da chi era infermo di mente alla data della celebrazione del matrimonio: sia nel caso che fosse già stata pronunziata sentenza di interdizione passata in giudicato, sia che questa venga pronunziata successivamente ma l’infermità esisteva al tempo del matrimonio.

Diversamente dalla disciplina cui soggiaciono gli altri atti compiuti dall’interdetto (art. 427 c.c.), impugnabili dalla data di pubblicazione della sentenza d’interdizione (art. 421 c.c.), l’annullamento del matrimonio è possibile solo in costanza di una sentenza di interdizione passata in giudicato.

Anche i soggetti legittimati a impugnare il matrimonio dell’interdetto differiscono dalla disciplina generale, che prevede come legittimati il tutore, gli eredi dell’interdetto o degli aventi causa e l’interdetto dopo la revoca dell’interdizione. L’azione di annullamento del matrimonio ex art. 119 comma 2 c.c., invece, è proponibile dal tutore, dal pubblico ministero e da tutti coloro che abbiano un interesse legittimo, oltre ovviamente all’interdetto una volta revocata l’interdizione.

Con la dizione «tutti coloro che abbiano un interesse legittimo» si intendono i parenti entro il quarto grado e gli affini entro il secondo in quanto portatori di un interesse proprio di natura familiare, come pure il coniuge sano di mente. Quanto ai portatori di un interesse di mera natura patrimoniale la Cassazione ha chiarito che l’interesse legittimo non può identificarsi con qualunque interesse, morale o patrimoniale, giuridicamente rilevante alla stregua degli ampi criteri, operanti per l'azione di nullità del contratto, ma è ravvisabile nei soli casi in cui vi siano posizioni soggettive di terzi che siano attinenti al complessivo assetto dei rapporti familiari sui quali il matrimonio viene ad incidere e che inoltre traggano un pregiudizio diretto ed immediato dal matrimonio stesso (Cass. 6 febbraio 1986, n. 720).

Tutti i soggetti citati perdono la propria legittimazione una volta intervenuta la sentenza di revoca dell’interdizione, momento a partire dal quale diviene legittimato solo l’allora interdetto.

Nel caso di “coabitazione ininterrotta” protrattasi per un anno dalla revoca dell’interdizione il matrimonio viene sanato: per coabitazione, non deve intendersi il mero vivere sotto il medesimo tetto, quanto piuttosto un animus che confermi il consenso già prestato in sede di celebrazione del matrimonio (Cass. 7 agosto 1972, n. 2633). In difetto di coabitazione opera il termine prescrizionale di 10 anni che decorre dalla data di passaggio in giudicato della sentenza di revoca dell’interdizione ovvero della celebrazione del matrimonio nel caso di impugnazione proposta dagli altri legittimati (Cass. 26 novembre 1971, n. 3456). 

Il matrimonio dell’incapace naturale

È annullabile ex art. 120 c.c. il matrimonio contratto da persona che, sebbene non interdetta, fornisca la prova di essere stata incapace di intendere o di volere, per qualunque causa, anche transitoria, al momento della celebrazione del matrimonio.

Diversamente dalla disciplina generale (art. 428 c.c.) non sono richiesti, ai fini dell’annullabilità del matrimonio, il grave pregiudizio all’agente e la malafede dell’altro soggetto stipulante, mentre è sufficiente la prova dell’incapacità dello sposo al momento della celebrazione delle nozze.

Per incapacità di intendere e di volere si intende una menomazione psichica non necessariamente assoluta, ma in grado di alterare, pur senza escluderle, le capacità intellettive della persona.

Nell’impossibilità di stabilire se nell’esatto momento della dichiarazione di volontà il soggetto fosse o meno in grado di intendere e di volere, rivestono fondamentale valore probatorio eventuali documentazioni mediche, testimonianze, ma soprattutto la consulenza tecnica all’uopo predisposta, che dovrà verificare non solo il grado di volere il matrimonio in generale, magari nella sua visione di cerimonia, bensì anche di comprendere diritti e doveri da questo derivanti. Anche le risultanze di altri procedimenti potranno rilevare ai fini probatori (Cass. 8 luglio 1993, n. 7482; Cass. 16 gennaio 2009, n. 1039)

La legittimazione appartiene solo al soggetto incapace di intendere e di volere, una volta riacquisite pienamente le facoltà mentali, mentre nessuna legittimazione è concessa al coniuge sano di mente e neppure ai parenti dell’incapace.

Non trova ostacolo il riconoscimento in Italia di sentenze canoniche di nullità del matrimonio per incapacità naturale il cui procedimento sia stato promosso dal coniuge sano di mente all’epoca della celebrazione, poichè costituisce una incompatibilità relativa con il principio di ordine pubblico costituito dalla tutela dell'incapace (Cass. 14 novembre 2008, n. 27236)

Il matrimonio contratto dall’incapace naturale è annullabile nel termine decandenziale di un anno dal riacquisto delle facoltà mentali nel caso in cui vi sia stata “coabitazione ininterrotta” con l’altro coniuge (v. il matrimonio dell’interdetto); qualora invece non vi sia stata coabitazione il termine prescrizionale è decennale e decorre dalla data di celebrazione del matrimonio.

Il matrimonio del beneficiario di amministrazione di sostegno

Mentre l’interdetto non può contrarre matrimonio ex art. 85 c.c., il beneficiario di amministrazione di sostegno conserva la capacità matrimoniale. Questi infatti non è necessariamente una persona impossibilitata tout court a far fronte ai bisogni della propria esistenza, né una persona che sia affetta da un gravissimo disagio psichico.

Tale matrimonio, in assenza di un provvedimento di interdizione, è senz’altro valido. Rimane pur ferma la possibilià di azione di annullamento del matrimonio ex art. 120 c.c. promossa dallo stesso nubendo, riacquisite le facoltà mentali – qualora dovesse provarsi che, al momento della celebrazione del matrimonio, non era in grado di intendere e di volere – ovvero la possibilità di richiesta della misura interdittiva da parte dei soggetti legittimati e successiva impugnazione del matrimonio ex art. 119 c.c..

È preclusa, quindi, l’azione di annullamento del matrimonio contratto dal beneficiario di amministrazione di sostegno da parte degli eredi, come chiarito recentemente dalla Cassazione: è ammessa, invece, la possibilità per l'amministratore di sostegno, qualora nominato (ed esclusi i casi di conflitto di interessi), di coadiuvare o affiancare la persona bisognosa nella espressione della propria volontà, previo intervento del giudice tutelare, ivi compresa quella di autodeterminarsi nella scelta consapevole di impugnare il proprio matrimonio (Cass. 30 giugno 2014, n. 14794).  

I vizi del consenso matrimoniale

La disciplina dell’annullamento del matrimonio per i cd. vizi della volontà è disciplinata dall’art. 122 c.c., il quale, se pur rubricato «violenza ed errore» disciplina insieme a questi anche l’impugnazione del matrimonio per timore di eccezionale gravità.

La legittimazione alla proposizione dell’azione spetta allo sposo il cui consenso sia stato viziato a seguito di violenza, timore di eccezionale gravità o errore; questi può comunque aderire all’azione erroneamente avanzata dal coniuge e così essere legittimato all’impugnazione della sentenza di primo grado che ne abbia respinto la domanda (Cass. 24 novembre 1983, n. 7020).

La normativa in esame non contempla l’annullamento del matrimonio per dolo, il quale perciò non può mai, di per sé stesso, costituire una causa di annullamento del matrimonio; potrà, tuttavia, assurgere a causa indiretta di annullamento quando incida sulla identità della persona, ossia quando abbia ingenerato errore non sulle qualità personali del coniuge, ma sulla identità fisica del medesimo (Cass. 27 luglio 1950, n. 2115).

Violenza

L’art. 122 comma 1 c.c. tutela colui il quale abbia contratto matrimonio sulla base di un consenso estorto con violenza: il tipo di violenza per cui si ritiene annullabile il matrimonio è la violenza morale, mentre la violenza fisica non comporta l’annullabilità dell’atto bensì la sua nullità, inficiandolo alla radice.

La definizione di violenza rilevante ai fini dell’annullamento del matrimonio è mutuabile dall’art. 1435 c.c.: la violenza morale dovrà essere tale da far impressione sopra una persona sensata e da farle temere di esporre sé o i suoi beni, un suo familiare o i suoi beni, ad un male ingiusto e notevole.

Non rilevano il timore reverenziale, soggezioni psicologiche o autosuggestioni.

La violenza deve venire ab extrinseco, e può riguardare sia la conclusione delle nozze in genere, sia la scelta del nubendo e deve essere diretto alla persona o ai beni dello sposo ovvero alla persona o ai beni dei suoi familiari.

L’ingiustizia viene considerata in re ipsa, stante la natura personalissima del negozio matrimoniale, mentre  il requisito della gravità dovrà essere valutato avendo a riferimento le particolari condizioni della persona che la subisce (c.d. criterio soggettivo), e non l’astratta concezione di una comune persona sensata (c.d. criterio oggettivo).

Differentemente dalla disciplina contrattuale, la violenza non deve essere necessariamente riconoscibile o conosciuta all’altro sposo, e nemmeno a terzi. 

Deve essere dimostrato, anche in via presuntiva, il nesso causale tra il fatto (uno o più episodi) e la formazione del consenso a contrarre matrimonio.

La legittimazione all’azione di annullamento per violenza appartiene allo sposo vittima della violenza, che può esercitarla nel termine decandenziale di un anno in caso di coabitazione – che comunque non può esser determinata da una costrizione – protratta ininterrottamente per un anno successivamente alla cessazione della violenza; sempre dalla cessazione della violenza decorre il termine prescrizionale decennale.

Timore di eccezionale gravità

Il timore di eccezionale gravità consiste nella scelta del male minore, ovverosia il matrimonio, rispetto alla situazione oggettiva cui andrebbe incontro il soggetto se non dovesse accettare le nozze.

Il timore deve venire dall’esterno (c.d. metus ab extrinseco) tramite comportamenti umani, oppure situazioni oggettive: ad esempio, derivante da intimidazioni dell’ambiente sociale, politico, lavorativo o familiare, o dalla possibile perdita di diritti o privilegi, tali per cui il matrimonio si presenta come il male minore. Non rilevano invece gli stati d’animo interiori di avversione al matrimonio o di apprensione (c.d.metus ab intrinseco).

Nel timore di eccezionale gravità non vi è una minaccia diretta esclusivamente a estorcere o indirizzare il consenso del nubendo al matrimonio, ma deve risultare certo o probabile che solo con la celebrazione delle nozze poteva essere evitato un male.

Il requisito dell’eccezionale gravità andrà valutato sia con riferimento al timore, e quindi utilizzando un criterio soggettivo sull’eccezionale gravità dello stesso, sia con riferimento alle cause esterne, basandosi su criteri oggettivi e circostanze reali.

Come per la violenza. deve essere dimostrato il nesso causale fra il timore ed il consenso prestato al negozio matrimoniale.

Legittimato alla proposizione dell’azione di annullamento è solamente il coniuge vittima del timore di eccezionale gravità. La coabitazione per un anno dalla cessazione delle cause che abbiano determinato il timore comporta la decadenza dall’azione e determina la sanatoria del matrimonio. In difetto della citata coabitazione, vige il termine di prescrizione decennale, che decorre anch’esso dalla cessazione delle cause che abbiano determinato il timore.

Errore

I commi 2 e 3 dell’art. 122 c.c. contemplano l’azione di annullamento del matrimonio per errore sull’identità del coniuge e per l’errore sulle sue qualità essenziali: il comma 2 riporta una clausola generale ma successivamente, al comma 3, vengono elencate minuziosamente tutte le ipotesi di errori sulle qualità della persona.

L’errore sull’identità del coniuge è ipotesi molto rara nella casistica giurisprudenziale; può verificarsi nei casi di cecità di uno dei nubendi oppure di matrimonio a distanza celebrato per procura (scambio di persona).

Non costituisce errore sull’identità della persona l’errore sulla nazionalità del coniuge o sui motivi intrinseci sui quali l’altro coniuge ha fondato il proprio consenso alla contrazione del vincolo.

L’errore sulle qualità dell’altro coniuge è essenziale ex art. 122 comma3 c.c. qualora riguardi:

1) esistenza di una malattia fisica o psichica, un’anomalia o una deviazione sessuale.

Per malattie fisiche devono intendersi, ad esempio, le malattie contagiose, come il virus HIV 1; mentre per malattie psichiche, le varie forme di pazzia, schizofrenia, o le forme morbose di gelosia o di grandezza, che impediscano il normale svolgimento della vita familiare.

Quanto invece alle “anomalie”, ad esempio, rilevano i malfunzionamenti organici finalizzati alla procreazione, distinguendosi fra impotetia coeundi e impotentia generandi. Nel primo caso l’impotentia, sia essa relativa o assoluta, è ritenuta dalla giurisprudenza causa di annullamento del matrimonio, qualora sia stata ignorata, mentre  nel caso di impotentia generandi  si ritiene che essa rilevi come errore essenziale qualora sia perpetua e inguaribile, in quanto solo in tal caso potrebbe impedire lo svolgimento della vita familiare. In caso contrario potrà dar adito a pronunce di separazione, divorzio immediato, come pure ad un’azione di risarcimento danni nel caso in cui fosse stata sottaciuta scientemente all’altro coniuge.

I termini di decadenza e di prescrizione dell’azione di annullamento decorrono dalla data in cui venga certificata la certezza dell’inguaribilità della malattia. 

Per “deviazione sessuale” si intendono quei comportamenti psichici o sessuali patologicamente anomali. Ad esempio, il transessualismo, ritenuto errore essenziale qualora sia stato ignorato al momento del matrimonio, ma non l’omosessualità, in quanto l'errore cade sull'identità sessuale del consorte nella definizione di orientamento e direzione del comportamento sessuale che costituiscono e definiscono la sua identità complessiva.

Esse avranno rilevanza, ai fini dell’essenzialità dell’errore, tenuto conto dell’incidenza delle stesse nel rapporto matrimoniale: in particolare l'anomalia o deviazione deve costituire un impedimento oggettivo e non superabile allo svolgimento della vita coniugale (Cass. 12 febbraio 2013, n. 3407).

2), 3) e 4) I precedenti penali del nubendo: vengono considerati errori qualitatae personae l’ignoranza circa l’esistenza di una sentenza di condanna per delitto non colposo con reclusione non inferiore a 5 anni - sempre che non sia intervenuta la rialbilitazione prima della celebrazione del matrimonio - la dichiarazione di delinquenza abituale o professionale e la circostanza che l’altro coniuge sia stato condannato per delitti concernenti la prostituzione a pena non inferiore a 2 anni.

L’azione non è proponibile se non in presenza di sentenza di condanna anteriore al matrimonio. Condizione per l’esercizio dell’azione è la irrevocabilità della sentenza stessa, mentre, secondo l’opinione predominante, non rileva la commissione del fatto delittuoso prima delle nozze.

Un’eventuale condanna penale successiva al matrimonio avrebbe quindi come soluzione il divorzio.

L’azione di annullamento per tali tipi di errore è esercitabile entro un anno, in caso di coabitazione, viceversa decorrerà il termine prescrizionale di 10 anni: il dies a quo è da calcolarsi, secondo l’interpretazione più garantista, dalla sentenza irrevocabile di colpevolezza dell’imputato.

5) Lo stato di gravidanza causato da persona diversa dal marito: in tal caso l’errore non ricade genericamente sullo stato di gravidanza, quanto sulla paternità del soggetto portato in grembo dall’altro coniuge. Requisito per la proposizione dell’azione di annullamento è la sentenza di disconoscimento di paternità; a tal riguardo la possibilità di chiedere l’annullamento del matrimonio ex art. 122, comma 3, n. 5, c.c. è stata estesa alle diverse ipotesi in cui il marito, all’atto del matrimonio, abbia riconosciuto come proprio un figlio già partorito dalla donna, ovvero lo stesso marito che abbia prestato il proprio consenso ignorando lo stato di gravidanza della medesima al momento delle nozze.

I noti termini di decadenza/prescrizione decorrono dal momento del passaggio in giudicato della sentenza di disconoscimento.

Casistica

Matrimonio del minore

 

La decadenza dall'azione di annullamento del matrimonio per procura, celebrato dal minore senza l'assenso del genitore, ovvero senza l'autorizzazione del procuratore generale, ha luogo decorso un mese dal raggiungimento della maggiore età dello sposo ed è rilevabile d'ufficio. Il minore può contrarre matrimonio per procura (Trib. Velletri, 27 maggio 1969)

Matrimonio dell’interdetto

 

In tema di nullità del matrimonio concordatario per incapacità di uno dei contraenti, dichiarato interdetto successivamente alle nozze, il giudice può fondare il proprio convincimento sullo stato di incapacità su prove raccolte in altri giudizi (Nella specie, la Suprema Corte ha confermato la sentenza di merito che aveva posto a fondamento della propria decisione la CTU espletata nel processo civile di interdizione del coniuge di cui si tratta, nonché sulla perizia espletata nel procedimento penale a carico dell'altro coniuge per il reato di circonvenzione di incapace, pur se la sentenza di condanna non era ancora passata in giudicato)(Cass. 16 gennaio 2009, n. 1039)

Matrimonio dell’incapace naturale

 

La dedotta ed accertata incapacità naturale di uno dei nubendi al momento della celebrazione del matrimonio, ai sensi dell'art. 120 c.c., legittima il coniuge incapace all'esercizio dell'azione di nullità del matrimonio (Trib. Trani, 2 febbraio 2007).

 

In tema di delibazione della sentenza ecclesiastica dichiarativa della nullità di un matrimonio concordatario per difetto di consenso, le situazioni di vizio psichico assunte dal giudice ecclesiastico come comportanti inettitudine del soggetto, al momento della manifestazione del consenso, a contrarre il matrimonio non si discostano sostanzialmente dall'ipotesi d'invalidità contemplata dall'art. 120 c.c., cosicché è da escludere che il riconoscimento dell'efficacia di una tale sentenza trovi ostacolo in principi fondamentali dell'ordinamento italiano. In particolare, tale contrasto non è ravvisabile sotto il profilo del difetto di tutela dell'affidamento della controparte, poiché, mentre in tema di contratti la disciplina generale dell'incapacità naturale dà rilievo alla buona o malafede dell'altra parte, tale aspetto è ignorato nella disciplina dell'incapacità naturale, quale causa d'invalidità del matrimonio, essendo in tal caso preminente l'esigenza di rimuovere il vincolo coniugale inficiato da vizio psichico (Cass. 1 aprile 2015, n. 6611)

Matrimonio del beneficiario di amministrazione di sostegno

Non sono legittimati alla proposizione dell'azione di annullamento del matrimonio gli eredi di chi, al momento delle nozze, versava in stato di incapacità naturale e sia deceduto senza aver proposto tale azione, prima della pronuncia dell'interdizione o della designazione dell'amministratore di sostegno (Cass. 30 giugno 2014, n. 14794)

Vizi del consenso: violenza

 

La violenza che l'art. 122 c.c. contempla come vizio del consenso matrimoniale non è diversa dalla violenza che nella materia delle obbligazioni viene prevista quale causa di annullamento del contratto: deve, quindi, anche nel caso di violenza usata per costringere al matrimonio, ricorrere il requisito ritenuto indispensabile dall'art. 1435 c.c. dell'attitudine della violenza posta in essere a far temere un male ingiusto e notevole (Trib. Monza, sez. IV, 10 ottobre 2005)

Timore di eccezionale gravità e metus reverentialis

Il cosiddetto metus reverentialis, elaborato da dottrina e giurisprudenza, quale causa di nullità del matrimonio applicabile da parte dei tribunali ecclesiastici, è rilevante non in quanto mera reverentia dovuta a persona cui uno degli sposi sia legato da un particolare rapporto, ma unicamente nel caso in cui a questa situazione si aggiungano circostanze tali da integrare gli estremi della gravità, della estrinsecità e della decisività, previsti dalla normativa canonica; pertanto, ne deriva una disciplina sostanzialmente analoga a quella contenuta nell'art. 122 c. c., dal momento che se quest'ultimo aggiunge alla «gravità» la qualificazione di «eccezionale», la norma canonica sottolinea lo stesso sostanziale fenomeno quando esige che il timore sia di tale gravità da non offrire al soggetto nessun altro scampo che quello di scegliere contro la sua volontà, la celebrazione del matrimonio (can. 1087, 1103 cod. iur. can.), con la conseguenza che le residue differenze al riguardo fra l'ordinamento canonico e quello statuale non costituiscono ostacolo di ordine pubblico all'efficacia in Italia delle sentenze ecclesiastiche di nullità del matrimonio concordatario pronunciate per tale motivo, in quanto non incidono sui principi fondamentali dell'ordinamento statuale, quali sanciti dalla costituzione e desumibili da solenni dichiarazioni o convenzioni internazionali (Cass. civ. 12 aprile 1984, n. 2351)

Errore sull’identità del coniuge

Il matrimonio civile è impugnabile per errore sulle qualità della persona anche quando non si risolve in errore sulla identità della persona, ma cade sugli attributi essenziali, identificanti del soggetto; pertanto è fondata la domanda di annullamento proposta da chi abbia sposato una donna, ritenendola onesta, ma ignorando che ella era invece una prostituta (Trib. Milano 15 ottobre 1970)

Errore sulle qualità della persona: malattie fisiche o psichiche

 

La delibazione della sentenza ecclesiastica dichiarativa della nullità del matrimonio concordatario per incapacitas (psichica) assumendi onera coniugalia di uno dei coniugi non trova ostacolo nella diversità di disciplina dell'ordinamento canonico rispetto alle disposizioni del codice civile in tema di invalidità del matrimonio per errore (essenziale) su una qualità personale del consorte e, precisamente, sulla ritenuta inesistenza in quest'ultimo di malattie (fisiche o psichiche) impeditive della vita coniugale (art. 122, comma 3, n. 1, c.c.), poichè detta diversità non investe un principio essenziale dell'ordinamento italiano, qualificabile come limite di ordine pubblico (Cass. 18 settembre 2014, n. 19691; Cass. 9 dicembre 1993, n. 12144)

Errore su anomalie sessuali

Il coniuge che impugna il matrimonio per errore, ai sensi del predetto art. 122 c.c., è tenuto a provare l'esistenza di una malattia fisica o psichica dell'altro coniuge e la mancata conoscenza della stessa prima della celebrazione del matrimonio, oltre alla influenza di detta mancata conoscenza sul proprio consenso, mentre è rimesso al giudice l'apprezzamento della rilevanza della infermità ai fini dell'ordinario svolgimento della vita familiare, in relazione alle normali aspettative del coniuge in errore, da valutare avendo riguardo alle condizioni, alla personalità, alla posizione sociale del richiedente nonché ad ogni altra circostanza obiettiva emergente dagli atti, senza che possa, invece, attribuirsi rilievo ai semplici timori e reazioni dello stesso o ad altri aspetti personali (alla stregua di detto principio la Cassazione ha confermato la decisione della Corte di merito che aveva respinto la impugnazione della sentenza di primo grado di rigetto della domanda di annullamento del matrimonio, rilevando, sulla base di accertamenti medico-legali, che la moglie del richiedente l'annullamento del matrimonio, pur se affetta da thalasso-dreapanocitosi, era in grado di condurre una normale vita di relazione e di assolvere i doveri derivanti dal matrimonio, con particolare riguardo alla possibilità di intrattenere rapporti sessuali con il marito e di portare a termine una gravidanza, che tale condizione poteva essere facilmente preservata mediante periodici controlli ed opportuni accorgimenti tecnici, e che inoltre il timore prospettato dal marito che la donna potesse avere necessità continua di terapie particolari era smentita dalla effettiva consistenza della malattia, ed osservando, a conferma di tali conclusioni, che l'appellante non aveva evidenziato anomalie nella sua vita coniugale)(Cass. 7 marzo 2006, n. 4876)

Errore su deviazioni sessuali

In tema di azione di nullità del matrimonio, è rilevante l'errore riguardo al comportamento sessuale dell'altro coniuge solo qualora questo si manifesti come anomalia o deviazione sessuale che, per la sua imprevedibilità, costituisce un impedimento oggettivo e non superabile allo svolgimento della vita coniugale; pertanto, al di fuori di tale ipotesi, detto comportamento non può avere alcuna rilevanza sotto il profilo della formazione del consenso, influendo, invece, nella constatazione della insostenibilità del vincolo coniugale, così giustificando la richiesta del suo scioglimento e l'addebitabilità della separazione (Cass. 12 febbraio 2013, n. 3407)

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