Bussola

Abbandono di minori o incapaci

20 Aprile 2015 | ,

Sommario

Inquadramento | Oggetto tutelato | Soggetti attivi | Soggetti passivi | Elemento oggettivo | Elemento soggettivo | Rapporti con altri reati/circostanze | Profili processuali | Casistica |

Inquadramento

Inserito nel capo «Dei delitti contro la vita e l’incolumità individuale», il reato previsto e punito dall’art. 591 c.p. («Abbandono di persone minori o incapaci») è stato oggetto di approfondite riflessioni dottrinarie e di interventi giurisprudenziali – di merito e di legittimità – che hanno contribuito a circoscriverne la portata.

Nonostante ciò, vi sono ancora dubbi interpretativi di cui, si cercherà di fare sintesi. Qualsiasi riflessione in ordine al reato qui in esame, comunque, non può che partire da una sommaria analisi del testo letterale della disposizione normativa. Essa punisce «chiunque abbandona una persona minore degli anni 14, ovvero una persona incapace, per malattia di mente o di corpo, per vecchiaia, o per altra causa, di provvedere a se stessa, e della quale abbia la custodia o debba avere cura» con la pena da 6 mesi a 5 anni di reclusione (comma 1). È punito con la stessa pena «chi abbandona all’estero un cittadino italiano minore degli anni 18, a lui affidato nel territorio dello Stato per ragioni di lavoro» (comma 2). Infine, gli ultimi due commi prevedono altrettante circostanze aggravanti, qualora dalla condotta derivino lesioni (pena da uno a 6 anni di reclusione) o morte (pena da 3 a 8 anni di reclusione), e qualora il soggetto attivo sia un genitore, un figlio, un tutore, il coniuge, o dall’adottante o dall’adottato. 

A seguito dell’approvazione della l. n. 76/2016, in materia di unioni civili e di convivenze di fatto, sembra che l’aggravante di cui al quarto comma debba ritenersi integrata anche nel caso in cui il reato sia compiuto da una parte dell’unione civile nei confronti dell’altra.

 

Oggetto tutelato

Per chiarire quale sia l’interesse tutelato dalla norma, può essere utile richiamare la classificazione operata dal legislatore, che ha inserito il reato de quo nel capo dedicato ai delitti contro la vita e contro la incolumità individuale. In un senso ancora più circoscritto si è pronunciata anche la Corte di cassazione, che ha parlato di «valore etico-sociale della sicurezza della persona fisica contro determinate situazioni di pericolo» (così Cass. pen., sez. V, 14 gennaio 1994, n. 290; più recentemente Cass. pen., sez. IV, 20 novembre 2001, n. 45431).

In un’ottica complessiva, pare quindi potersi sostenere che la norma non si limiti, in via generica, a tutelare la vita o l’incolumità individuale (come si vedrà, infatti, qualora la volontà del soggetto agente sia quella di abbandonare un minore o un incapace al fine di cagionare morte o lesioni, il fatto andrà correttamente inquadrato nelle previsioni degli artt. 575 c.p., omicidio, o art. 582 c.p., lesione personale), bensì il diritto del soggetto passivo a essere oggetto di un preciso obbligo di solidarietà sociale, in considerazione della sua posizione di debolezza all’interno del sistema. 

Soggetti attivi

È opinione altresì diffusa che la fattispecie qui analizzata sia un reato proprio, dal momento che l’espressione «chiunque», utilizzata dal legislatore nell’incipit dell’articolo, è un termine ellittico ed omette di circoscrivere il novero dei soggetti attivi, dovendo invece essi desumersi dall’analisi complessiva dell’articolo.

Non v’è dubbio che, affinché sussista il reato in esame relativamente a «una persona incapace, per malattia di mente o di corpo, per vecchiaia, o per altra causa, di provvedere a se stessa», il soggetto attivo debba avere con tale persona un rapporto di custodia o di cura (su cui si ritornerà infra); non è chiaro, tuttavia, se tale rapporto debba sussistere o meno anche per il minore infraquattordicenne. Il problema è chiarire la portata del pronome relativo «della quale»: si riferisce solo alla «persona incapace» oppure anche alla «persona minore degli anni quattordici»? La giurisprudenza ritiene corretta la prima interpretazione, assumendo che l’incapacità del minore infraquattordicenne sia da presumersi in via assoluta (così Cass. pen., sez. V, 9 aprile 1999, n. 6885, per la quale è necessario accertare in concreto, salvo che si tratti di minore di anni 14, l’incapacità del soggetto passivo di provvedere a se stesso) e che quindi l’obbligo di protezione del minore di anni 14 sussista sempre, anche quando tra esso e il soggetto attivo vi sia un rapporto di mero fatto. Tuttavia, tale interpretazione contribuirebbe a dilatare eccessivamente la portata della norma incriminatrice: nel caso in cui il legislatore avesse voluto limitare la custodia e la cura alla persona incapace, non avrebbe messo la virgola dopo «di provvedere a se stessa» (in tal caso, e manifestamente, il pronome «della quale» si sarebbe riferito esclusivamente alla «persona incapace»).

Soggetti passivi

Non meno dubbi vi sono in ordine all’individuazione dei soggetti passivi. Nulla quaestio per i minori di anni 14 (comma 1) e per i minori di anni 18 affidati per ragioni di lavoro (comma 2), visto che in tal caso la norma non è fraintendibile. Per quanto riguarda invece le persone incapaci, al giudice procedente si impone un’analisi in concreto, caso per caso, in ordine alla sussistenza o meno dell’incapacità, che non può essere presunta in alcun caso non solo per quanto riguarda la vecchiaia (si veda ancora Cass. pen., sez. V, 9 aprile 1999, n. 6885, per la quale «il dovere di cura e di custodia deve essere raccordato con la capacità, ove sussista, di autodeterminazione del soggetto anziano»), ma anche per quanto riguarda la malattia e, più genericamente, le «altre cause» di cui parla la norma.

Nei casi in cui il soggetto passivo sia un diversamente abile, l’art. 36, comma 1, l. 5 febbraio 1992, n. 104 prevede un’aggravante del reato base, con un aumento di pena da un terzo e fino alla metà.

Elemento oggettivo

Stante la complessità delle situazioni normativamente previste, si procederà per punti.

- Nozione di abbandono. Per la Cassazione, è da ritenersi condotta abbandonica «qualunque azione o omissione contrastante con il dovere giudico di cura (o di custodia) che grava sul soggetto agente e da cui derivi uno stato di pericolo, anche meramente potenziale, per la vita o l’incolumità del soggetto passivo». Di conseguenza, la condotta può integrarsi anche qualora il soggetto attivo non si allontani fisicamente dalla vittima (la giurisprudenza, in questo senso, è copiosissima; inter alia, si vedano Cass. pen., sez. II, 6 dicembre 2012, n. 10994, da cui la citazione riportata, e Cass. pen., sez. I, 15 gennaio 2009, n. 5945). V’è da interrogarsi se siano punibili anche un abbandono temporaneo e l’abbandono morale. Prendendo spunto dalla giurisprudenza di legittimità, pare potersi rispondere affermativamente nel primo caso (così Cass. pen., sez. V, 23 febbraio 2005, n. 15245) e negativamente nel secondo;

- Sull’incapacità, sia consentito rimandare supra, al paragrafo “Soggetti passivi”;

- Rapporto di cura o di custodia. Non rileva in alcun modo il titolo giuridico da cui derivino gli obblighi di cura e di custodia, dovendoli ritenere fondati a titolo derivativo (ossia sulla volontà negoziale delle parti: è il caso del contratto, tipico o atipico), o a titolo originario (ossia sulla legge). Parte della dottrina sostiene che si possa parlare di obbligo di custodia (ma non di cura) anche nel caso di relazione meramente fattuale, quando cioè il soggetto attivo «ha la custodia del soggetto passivo» (così Basile F., Il delitto di abbandono di persone minori o incapaci, Giuffrè, 2008).

Va specificato che, qualora l’agente non abbia già in custodia o in cura l’incapace o il minore, non risponderà del reato qui in commento, potendosi al più configurare, qualora sia comunque legalmente tenuto alla cura o alla custodia del soggetto passivo, un altro tipo di reato (per esempio la violazione degli obblighi di assistenza familiare ex art. 570 c.p., qualora la moglie si rifiuti di accogliere il marito, affetto da sclerosi multipla, dimesso poco prima dall’ospedale e accompagnato presso la sua abitazione dal fratello e da un amico; cfr. Cass. pen., sez. V, 19 maggio 1995, n. 7003);

- Infine, per la consumazione del reato occorre che si crei una situazione di pericolo per l’incolumità o la vita del soggetto passivo. Non è chiaro – e in questo sono divise sia la dottrina sia la giurisprudenza – se tale pericolo debba essere concreto o possa essere anche solo potenziale. 

 

Orientamenti a confronto

Situazione di pericolo

Il pericolo deve essere concreto

«Il reato di cui all’art. 591 c.p. ha la natura di reato di pericolo concreto; il criterio discriminante delle condotte di effettivo abbandono di una persona incapace deve essere correlato in concreto alla natura dell’incapacità» (Cass. pen., sez. VI, 5 dicembre 2007, n. 6581; si vedano anche Cass. pen., sez V, 19 gennaio 2004, n. 8833; Cass. pen., sez. V, 8 gennaio 2009, n. 9276)

Il pericolo può essere anche solo potenziale/astratto

«È sufficiente ad integrare il reato de quo il pericolo astratto che può derivare dalla condotta di chi ha l’obbligo della custodia e della cura […]» (App. Milano, sez. III, 8 aprile 2011; per quanto riguarda la Corte di legittimità, si vedano anche Cass. pen., sez. V, 23 maggio 2003, n. 27881; Cass. pen., sez. V, 23 febbraio 2005, n. 15245; Cass. pen., sez. I, 15 gennaio 2009, n. 5945)

Elemento soggettivo

Per l’integrazione del reato in discussione è sufficiente il dolo generico, consistente nella consapevolezza di abbandonare il minore di anni 14 o la persona incapace (comma 1), o il minore di anni 18 (comma 2), in un contesto di pericolo per la sua integrità fisica e di cui si abbia percezione. Non è richiesta la sussistenza di un particolare malanimo da parte del reo (Cass. pen., sez. II, 6 dicembre 2012, n. 10994). Tuttavia, in questo senso parte della giurisprudenza di legittimità ritiene che ai fini della sussistenza dell’elemento soggettivo rilevi esclusivamente la volontà dell’abbandono, «sicché il dolo non è escluso dal fatto che chi ha l’obbligo di custodia ritenga il minore in grado di badare a se stesso» (Cass. pen., sez. V, 8 gennaio 2009, n. 9276).

È certamente da escludersi il dolo nel caso in cui il soggetto attivo non si rappresenti, nemmeno in via potenziale, la situazione di danno o pericolo in cui potrebbe incorrere l’abbandonato. 

Infine, va specificato che l’abbandono di persone minori o incapaci è ritenuto un reato a dolo permanente: i termini prescrizionali inizieranno quindi a decorrere o dal momento in cui cessa la condotta abbandonica e il soggetto attivo inizia (o torna) a prendersi cura del minore o dell’incapace, o dal momento in cui intervenga un soggetto esterno che ponga fine alla condotta criminosa.

Rapporti con altri reati/circostanze

Limitatamente al rapporto tra il reato di abbandono di minori o incapaci ex art. 591 c.p. e il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare, si veda supra, paragrafo “Elemento oggettivo”.

Per quanto riguarda il rapporto con l’omicidio, l’infanticidio e le lesioni personali, la distinzione che va effettuata deve prendere le mosse dal diverso elemento psicologico. Nel caso del reato oggetto della presente trattazione, l’elemento soggettivo è costituito dalla coscienza e volontà di abbandonare il minore, con la consapevolezza dei potenziali pericoli, conseguenti al suo stato di incapacità di difesa o di percezione dei pericoli, a cui resterebbe esposto. Nel caso dell’omicidio, dell’infanticidio o delle lesioni, vi sono invece la volontà e la consapevolezza di cagionare la morte o le lesioni (cfr. Cass. pen., sez. I, 18 dicembre 1991, n. 2269), e il reato di abbandono deve ritenersi assorbito da quello ex artt. 575 (omicidio), 578 (infanticidio) o 582 (lesione) c.p. dal momento che la condotta è finalizzata all’ottenimento di un altro scopo che non sia quello meramente abbandonico.

In questo senso, va escluso che le previsioni del terzo comma dell’articolo («La pena è della reclusione da uno a sei anni se dal fatto deriva una lesione personale, ed è da tre a otto anni se ne deriva la morte») costituiscano fattispecie autonome di reato. Sono, infatti, esclusivamente circostanze aggravanti, ed è da escludersi l’applicabilità del reato di abbandono qualora il soggetto attivo, al momento del commesso delitto, si configurasse l’esito letale o lesivo della sua condotta: in tal caso, infatti, si ricadrebbe nelle ipotesi di cui agli artt. 575 (omicidio) o 582 (lesioni personali) c.p., imputabili a titolo quantomeno di dolo eventuale. In accordo con la giurisprudenza di legittimità, resta scontato che l’evento aggravatore della morte si pone in un rapporto di «concausa con la condizione patologica della parte lesa», che deve trovarsi, quale presupposto del reato aggravato, nelle condizioni previste dal primo comma dell’articolo in commento, ossia in uno stato di «malattia di mente o di corpo» o di «vecchiaia», tale da non poter provvedere a se stessa (cfr. Cass. pen., sez. I, 15 gennaio 2009, n. 5945).

Infine, il reato di abbandono e quello di maltrattamenti in famiglia possono concorrere in quanto le relative fattispecie incriminatrici sono poste a tutela di beni diversi e integrate da condotte differenti (cfr. Cass. pen., sez. II, 6 dicembre 2012, n. 10994).

Profili processuali

La competenza per giudicare il reato in esame è del tribunale monocratico, ad esclusione della seconda ipotesi del terzo comma (morte del soggetto passivo), nel qual caso è competente la corte d’assise.

Il reato è sempre procedibile d’ufficio. L’arresto è facoltativo, e il fermo è consentito solo se dalla condotta del reo derivi la morte del soggetto passivo.

Casistica

Elemento materiale – fattispecie penalmente perseguibile

Risponde del reato di abbandono di persone minori o incapaci colui che, in qualità di responsabile del servizio di trasporto scolastico, abbandoni un minore, consentendo che egli scenda dal pullman prima del raggiungimento della struttura scolastica e, pertanto, prima dell’affidamento al personale didattico del minore, il quale, in ragione delle condizioni di viabilità della strada, rese precarie da una recente nevicata, cada a terra, procurandosi lesioni (Cass. pen., sez. V, 8 febbraio 2012, n. 11655).

 

Integra il delitto di abbandono di persona incapace l’omesso adempimento, da parte dell’agente (un ausiliare socio-sanitario), dei doveri di custodia e di cura sullo stesso incombenti in ragione del servizio prestato, se ne è derivato un pericolo per l’incolumità della persona incapace (Cass. pen., sez. V, 25 febbraio 2010, n. 19476).

 

L’elemento materiale del reato è costituito da qualunque azione od omissione contrastante con il dovere giuridico di custodia che grava sul soggetto agente e da cui derivi uno stato di pericolo anche potenziale per l’incolumità della persona. Ne deriva – nell’ipotesi di una convenzione di natura privata dalla quale sorga l’obbligo di accoglienza di persona disabile – la sussistenza dell’obbligazione, indipendentemente dalla natura del servizio (sanitario o di semplice ospitalità) di tutela e di sorveglianza in ogni situazione o stato di pericolo, con l’ulteriore corollario che ogni abbandono deve essere considerato pericoloso e che l’interesse tutelato dalla norma penale deve ritenersi violato anche quando l’abbandono sia solo relativo e parziale (Cass. pen., sez. V, 23 febbraio 2005, n. 15245).

 

Integra il reato di abbandono di minore la condotta del conducente dell’autobus di una scuola che lascia un piccolo alunno a terra con l’effetto di causarne il viaggio di ritorno a casa in una condizione di pericolo rappresentato dalle condizioni di luogo e di tempo, ossia pioggia battente in atto e strade a scorrimento veloce e fuori dal centro urbano (Cass. pen., sez. V, 19 gennaio 2004, n. 8833).

 

Integra il reato la condotta dei responsabili (titolare, amministratore di fatto e medico di base dell’istituzione assistenziale non convenzionata) dell’assistenza di soggetti ricoverati presso una casa di cura e di riposo privata i quali non pongono rimedio alla evidente insufficienza e inadeguatezza delle strutture assistenziali, atteso che la norma in questione tutela il valore etico-sociale della sicurezza della persona, e pertanto ogni situazione di pericolo o abbandono, anche solo parziale, dei soggetti minori o incapaci impone la piena attivazione del titolare dell’obbligo giuridico a protezione del bene garantito (Cass. pen., sez. IV, 20 novembre 2001, n. 45431).

 

Risponde del delitto in esame colui che, pur non allontanandosi dal soggetto passivo, ometta di far intervenire persone idonee ad evitare il pericolo (Cass. pen., sez. V, 21 settembre 1995, n. 10126; più recentemente, Cass. pen., sez. II, 6 dicembre 2012, n. 10994)

Elemento soggettivo

 

Il dolo del delitto di cui all’art. 591 c.p. è generico e consiste nella coscienza di abbandonare a se stesso il soggetto passivo, che non abbia la capacità di provvedere alle proprie esigenze, in una situazione di pericolo per la sua integrità fisica di cui si abbia l’esatta percezione, senza che occorra la sussistenza di un particolare malanimo da parte del reo (Cass. pen., sez. II, 6 dicembre 2012, n. 10994).

 

Ai fini della sussistenza dell’elemento psicologico del delitto di abbandono di persone incapaci, è richiesta la consapevolezza di abbandonare a se stesso il soggetto passivo che non abbia la capacità di provvedere alle proprie esigenze, in una situazione di pericolo per la sua integrità fisica (Cass. pen., sez. V, 14 marzo 2007, n. 15147)

Leggi dopo