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La produzione documentale nel rito camerale del reclamo avverso i provvedimenti di modifica delle condizioni di divorzio

La Corte d’Appello respingeva il reclamo dell’ex marito avverso il provvedimento con cui il Tribunale aveva parzialmente modificato le condizioni economiche di divorzio stabilite con una sentenza precedente. In particolare, il Tribunale aveva ridotto sia l’assegno di mantenimento del figlio, sia l’assegno divorzile in favore dell’ex moglie.
Nel respingere il gravame con cui l’ex marito aveva chiesto la revoca o comunque un’ulteriore riduzione degli assegni, la Corte territoriale aveva preliminarmente ritenuto inammissibile la produzione documentale del reclamante e aveva così confermato la valutazione espressa dal Tribunale.

Avverso tale decreto, l’ex marito propone ricorso per cassazione lamentando, fra l’altro, la ritenuta inammissibilità da parte di Giudici territoriali della documentazione della propria situazione patrimoniale-reddituale prodotta.

La Corte di Cassazione ritiene il motivo di ricorso inammissibile.

Posto che si tratta di produzioni effettuate «indifferentemente sia per il primo ed il secondo grado» e che la statuizione deve considerarsi limitata ai soli documenti prodotti nella fase di reclamo, la Cassazione chiarisce che «in applicazione del principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, qualora sia dedotta la omessa o viziata valutazione di documenti, deve procedersi ad un sintetico ma completo resoconto del loro contenuto, nonché alla specifica indicazione del luogo in cui ne è avvenuta la produzione, al fine di consentire la verifica della fondatezza della doglianza sulla base del solo ricorso, senza necessità di fare rinvio od accesso a fonti esterne ad esso».
Sul tema sono intervenute anche le Sezioni Unite, statuendo che, così come nel rito ordinario, con riguardo alla produzione di nuovi documenti in grado di appello, l’art. 345, comma 3, c.p.c. deve essere interpretato nel senso che esso fissa sul piano generale il principio di inammissibilità di mezzi di prova nuovi e, dunque, anche delle produzioni documentali, prevedendo che, per trovare ingresso in sede di gravame, i nuovi documenti devono rispondere al requisito consistente nella «dimostrazione che le parti non abbiano potuto proporli prima per causa ad esse non imputabile, ovvero nel convincimento del giudice della indispensabilità degli stessi per la decisione».

Con specifico riferimento al rito camerale, la Suprema Corte ha già avuto modo di affermare che «il reclamo avverso i provvedimenti di modifica delle condizioni di divorzio resi dal Tribunale ai sensi dell’art. 9, comma 1, l. n. 898/1970 costituisce comunque un mezzo d’impugnazione, ancorché devolutivo, e come tale ha per oggetto la revisione della decisione adottata in primo grado, nei limiti del devolutum e delle censure formulate, in correlazione alle domande formulate in quella sede; con la conseguenza che, in sede di reclamo, mentre possono essere allegati, stante la libertà di forme proprie del procedimento, fatti nuovi, non possono essere proposte domande nuove, che snaturerebbero il reclamo stesso quale mezzo d’impugnazione, come tale avente la funzione di rimuovere vizi del precedente provvedimento».
Invero, prosegue la Cassazione, «il rito camerale previsto per l’appello avverso le sentenze di divorzio e di separazione personale, essendo caratterizzato dalla sommarietà della cognizione e della semplicità delle forme, esclude la piena applicabilità delle norme che regolano il processo ordinario e quindi si può anche ritenere ammissibile una produzione documentale al di fuori degli stretti limiti dettati dall’art. 345 c.p.c.».
Ciò non toglie, conclude la Corte, che ai fini dell’ammissibilità della doglianza in sede di legittimità, il ricorrente avrebbe dovuto descrivere dettagliatamente il contenuto dei documenti non ammessi in sede di reclamo.

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