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L’assegno alla figlia ventiseienne va pagato anche se fuori corso e disoccupata

Il caso. Il Tribunale di Pordenone, adito con ricorso per modifica delle condizioni di divorzio, confermava il contributo ordinario al mantenimento della figlia da parte del padre con lei convivente, unitamente alla spese sanitarie ed universitarie della stessa fino al 30 giugno 2019, con corresponsione, inoltre, di un assegno di 500 euro per le sue spese personalissime.
Avverso tale pronuncia il genitore proponeva reclamo, lamentando, tra l’altro, il rigetto dell’eccezione di mancanza di legittimazione passiva da lui sollevata, a fronte della convivenza con la figlia.
Il reclamante  lamentava, inoltre, che, non essendo mutate le proprie condizioni economiche dalla sentenza di divorzio, non si poteva condividere l’introduzione del suddetto nuovo onere a suo carico.
Nel caso di specie, infatti, la figlia nei confronti della quale era disposto l’assegno di mantenimento era iscritta al settimo anno di università fuori corso su una laurea triennale e aveva rifiutato la richiesta del padre di rientrare dalla sede universitaria prescelta e tornare a casa, ove il genitore aveva dedicato una zona dell’abitazione a suo esclusivo utilizzo.

 

La legittimazione. La Corte rileva innanzitutto sussistente la legittimazione attiva della figlia e passiva del padre in ordine alla domanda proposta, in virtù di quanto previsto all’art. 337-septies c.c.. Il giudice può, infatti, riconoscere ai figli maggiorenni ancora non indipendenti economicamente un assegno periodico che si prevede sia versato automaticamente all’avente diritto. Ininfluente risulta, quindi, il presupposto della convivenza o meno del figlio con il genitore, condizione non prevista dal testo della norma.

 

Il mantenimento. La Corte d’Appello rileva, inoltre, che pur in assenza di un reale impegno della giovane negli studi e nel lavoro, si deve in ogni caso riconoscere, in virtù «dell’attuale momento economico ed alla stregua dell’id quod plerumque accidit», la possibilità di una certa inerzia nella maturazione che porta all’indipendenza dei giovani ragazzi, riconosciuta dai giudici anche nel caso in esame, attesa l’età della ragazza (ventiseienne).
I giudici proseguono, inoltre, ricordando che sia ormai giurisprudenza consolidata l’individuazione di criteri elastici, al fine di ritenere superata la fase di obbligo di tutela economica del figlio, tanto che la giurisprudenza milanese ha fissato tale discrimen a 34 anni.
Per questo motivo la Corte d’Appello, anche sulla base dell’indiscussa possibilità economica del padre e nel rispetto del diritto della figlia di essere accompagnata nel suo percorso di maturazione, ritiene necessario un modesto ridimensionamento dell’assegno per le spese personali in 350 euro mensili, confermando nel resto il decreto impugnato.

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