Giurisprudenza commentata

Separazione: nullità degli accordi economici sul futuro divorzio

Sommario

Massima | Il caso | La questione | Le soluzioni giuridiche | Osservazioni | Guida all'approfondimento |

Massima

La determinazione dell'assegno di divorzio, secondo la regolamentazione datane dall'art. 5,l. n. 898/1970 e dall' art. 10, l. n. 74/1987, è indipendente dalle statuizioni patrimoniali operanti, anche per accordo fra le parti, in sede di separazione.

Gli accordi con i quali i coniugi intendano regolare, in sede di separazione, i loro reciproci rapporti economici in relazione al futuro divorzio con riferimento all'assegno di mantenimento, sono nulli, per illiceità della causa, stante la natura assistenziale di tale assegno, previsto a tutela del coniuge più debole, che rende indisponibile il diritto a richiederlo in sede di divorzio.

Il caso

Co. Lu. proponeva ricorso per la cessazione degli effetti civili del matrimonio al Tribunale di Bari. Contestualmente il marito C.S. proponeva azione al fine di vedersi riconosciuto un accordo sottoscritto tra i coniugi in sede di modifica delle condizioni di separazione con cui si era impegnato  a trasferire i diritti pari ad ½ della proprietà di un appartamento in comunione a fronte della esclusione di un assegno di contributo al mantenimento sia in sede di separazione che in quella futura divorzile. Il Tribunale, previa riunione dei due giudizi, stabiliva in favore della moglie un assegno divorzile di euro 350,00 mensili nonché, contestualmente, il trasferimento dei diritti del marito pari a ½ della proprietà di un appartamento in comunione.

Il marito, C.S., impugnava la decisione innanzi alla Corte d'appello di Bari la quale, rigettando il gravame, riteneva che tale accordo avesse integrato l'assunzione di un obbligo a contrarre da attuare ex art. 2932 c.c., da considerarsi nullo nella parte in cui aveva posto, quale condizione del trasferimento, la rinuncia preventiva della moglie al futuro assegno divorzile.

Avverso questa sentenza proponeva ricorso per cassazione C.S., a cui resisteva Co.Lu. con controricorso.

 «Vanno in questa sede ribaditi i principi secondo i quali: (a) la determinazione dell'assegno di divorzio, secondo la regolamentazione datane dall'art. 5, l. n. 898 del 1970 e dall'art. 10, l. n. 74/1987 è indipendente dalle statuizioni patrimoniali operanti, anche per accordo fra le parti, in sede di separazione (Cass., sez. I, n. 11575/2001); (b) gli accordi con i quali i coniugi intendano regolare, in sede di separazione, i loro reciproci rapporti economici in relazione al futuro divorzio con riferimento all'assegno di mantenimento, sono nulli, per illiceità della causa, stante la natura assistenziale di tale assegno, previsto a tutela del coniuge più debole, che rende indisponibile il diritto a richiederlo in sede di divorzio (Cass., sez. I, n. 5302/2006; Cass. n. 17634/2007; e ancor prima Cass. n. 15349/2000; Cass. n. 8109/2000 e molte altre) .

In rapporto a tali principi, le conseguenze ritenute dalla corte distrettuale sono errate.

L'assegno divorzile è indisponibile per quanto concerne la componente assistenziale, sicché ogni patto intervenuto in altra sede, tendente a precludere o a limitare la richiesta di un assegno divorzile, deve considerarsi nullo. Invero l'art. 5, comma 8,  l. n. 898/1970 nel testo di cui alla l. n. 74/1987 – a norma del quale su accordo delle parti la corresponsione dell'assegno di divorzio può avvenire in un'unica soluzione, ove questa sia ritenuta equa dal giudice e in tal caso non può essere proposta alcuna successiva domanda a contenuto economico – non è applicabile al di fuori del giudizio di divorzio, e gli accordi di separazione, dovendosi interpretare secondum ius, non possono implicare alcuna rinuncia a quell'assegno.

Sennonché questo implica che l'obbligazione avente a oggetto il trasferimento di un immobile (…), anteriormente assunta a eventuale tacitazione dell'assegno (…) non può imporsi al coniuge avente diritto all'assegno.

La volontà di tale coniuge (…) di ottenere l'assegno in luogo del pattuito trasferimento immobiliare non è punto coercibile in nome dell'accordo anteriormente stipulato».

La questione

La questione in esame è la seguente: è possibile in sede di separazione personale prendere degli accordi aventi contenuto economico, quali ad esempio il trasferimento della quota di un immobile a fronte di una rinuncia e/o compensazione del diritto al contributo al mantenimento in favore del coniuge più debole, con la conseguenza che detti accordi espandano i propri effetti anche nel futuro giudizio di divorzio ai fini della tacitazione dell'eventuale assegno divorzile?

Le soluzioni giuridiche

La Suprema Corte con la sentenza in oggetto, stravolgendo le determinazioni e le disposizioni delle corti di merito, affronta nuovamente, da un lato, la natura dell'assegno divorzile, con specifico riferimento all'indipendenza rispetto alle statuizioni economiche assunte in sede di separazione e, dall'altro, valuta il grado di autonomia di cui possono godere i coniugi nello stabilire, tra loro, deroghe al versamento di tale assegno.

In ordine al primo aspetto, infatti, la giurisprudenza citata dalla Corte di Cassazione, sebbene risalente nel tempo (Cass., sez. I, n. 11575/2001), appare quanto mai chiara nel confermare la profonda diversità delle rispettive discipline sostanziali, sia in ordine alla natura, che alla struttura ed alla finalità dei relativi trattamenti, dovendosi procedere alla determinazione dell'assegno divorzile in base a criteri propri ed autonomi rispetto a quelli rilevanti per il trattamento spettante al coniuge separato. È pertanto evidente che l'assetto economico relativo alla separazione può costituire soltanto un indice di riferimento nella regolazione del regime patrimoniale del divorzio, nella misura in cui appaia idoneo a fornire elementi utili per la valutazione delle condizioni dei coniugi e dell'entità dei loro redditi.

Tuttavia, l'aspetto più rilevante della pronuncia in commento risulta essere la valutazione che la Cassazione compie in ordine alla validità degli accordi stipulati dai coniugi in sede di separazione personale, sottesi alla regolamentazione di aspetti economici del futuro divorzio. Punto di partenza per tale valutazione è proprio la “granitica” indisponibilità del diritto alla richiesta dell'assegno divorzile – nella sua componente assistenziale – di talché ogni pattuizione finalizzata alla sua preclusione o limitazione deve automaticamente ritenersi nulla per illiceità della causa. In tale ottica, a nulla rileva quanto disposto dall'art. 5, comma 8, l. 898/1970, circa la corresponsione in unica soluzione dell'assegno divorzile su accordo delle parti limitandosi, tale possibilità, al solo ambito del giudizio di divorzio.

La Corte ha censurato decisamente la sentenza di appello anche sotto un ulteriore aspetto, avendo quest'ultima dichiarato nulla la pattuizione solo nella parte in cui la rinuncia all'assegno divorzile da parte della moglie, in sede di separazione, era stata posta in via subordinata e comunque quale condizione del trasferimento della quota di immobile intestata al marito, ritenendo pertanto valido la parte restante dell'accordo; ciò in virtù della mancata eccezione di parte. Ebbene, la Suprema Corte non ha fatto altro che ribadire il principio della rilevabilità d'ufficio della nullità in ogni stato e grado del giudizio, con specifico riferimento al dovere del giudice di verifica delle condizioni dell'azione finalizzata all'adempimento della convenzione negoziale.

La Corte rinvia ad altra sezione della Corte di appello sulla base del principio secondo cui non solo i coniugi mai avrebbero potuto disporre dell'assegno divorzile in sede di separazione, sebbene su accordo di entrambi, ma quand'anche avessero cristallizzato tale volontà in un accordo, questo sarebbe stato nullo per illiceità della causa, stante l'indisponibilità del relativo diritto.

Osservazioni

La Cassazione, quasi a voler dare un segnale “forte” atto a limitare la capacità negoziale dei coniugi nello stabilire in sede di separazione personale accordi patrimoniali, deposita una sentenza estremamente didascalica. A tal fine evidenzia la formale differenza che ancora esiste tra assegno di contributo al mantenimento per il coniuge “debole” in sede di separazione personale tra i coniugi e l'assegno divorzile in sede di cessazione e/o scioglimento degli effetti civili del matrimonio. I giudici di legittimità ribadiscono che l'accertamento del diritto del coniuge a vedersi riconosciuto un assegno divorzile deve esser effettuato verificando la sussistenza dei parametri di cui all'art. 5, l. div.: inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente, tenore di vita tendenzialmente analogo a quello avuto in costanza di matrimonio. Di conseguenza tende ad evidenziare che, qualsiasi tipo di accordo preso più o meno consensualmente e/o negozialmente dai coniugi in sede di separazione al fine di definire il regime patrimoniale anche nella futura sede divorzile, risulti nullo per invalidità della causa in quanto stipulato in violazione del principio fondamentale di cui all' art. 160 c.c. che riguarda i diritti inderogabili. Rammenta la Corte che l'assegno divorzile, la dove ne ricorrano i presupposti in favore del coniuge più debole, ha una forte natura assistenziale così che non viene ritenuto applicabile al di fuori del procedimento divorzile l'art. 5, comma 8,  l. n. 898/1970 nel testo di cui alla l. n. 74 del 1987 - a norma del quale, su accordo delle parti, la corresponsione dell'assegno divorzile può avvenire in un'unica soluzione, ove ritenuta equa dal tribunale. Detto principio viene confermato dalla recente Cass. civ., sez. I, 30 gennaio 2017, n. 2224secondo cui «la disposizione della l. n. 898 del 1970, art. 5, comma 8, nel testo di cui alla l. n. 74 del 1987 - a norma del quale, su accordo delle parti, la corresponsione dell'assegno divorzile può avvenire in un'unica soluzione, ove ritenuta equa dal tribunale, senza che si possa, in tal caso, proporre alcuna successiva domanda a contenuto economico -, non è applicabile al di fuori del giudizio di divorzio, e gli accordi di separazione, dovendo essere interpretati "secundum ius", non possono implicare rinuncia all'assegno di divorzio» (Cass., 10 marzo 2006, n. 5302; v. anche Cass., 9 ottobre 2003, n. 15064; Cass., 11 giugno 1981, n. 3777).

 

Guida all'approfondimento

A. Nascosi, La negoziazione assistita per la crisi coniugale: un nuovo sistema deflattivo?, Riv. trim. dir. proc. civ., 2015, 4, 1383.

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