Giurisprudenza commentata

Ripristinato il criterio del tenore di vita per l'assegno divorzile

Sommario

Massima | Il caso | La questione | Le soluzioni giuridiche | Osservazioni | Guida all'approfondimento |

Massima

Nell'ambito dei giudizi di cessazione/scioglimento degli effetti civili del matrimonio, il giudicante può tenere conto, nel riconoscere al coniuge più debole il diritto alla percezione dell'assegno di divorzio, del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, quale criterio che concorre e va poi bilanciato, caso per caso, con tutti gli altri indicati nel denunciato art. 5, l. div.

Il caso

La Corte d'Appello di Catania, con sentenza del 6 aprile 2017, n. 630, respingeva il gravame proposto da un marito nei confronti della moglie, ove il primo si doleva del fatto che alla donna fosse stato riconosciuto un assegno di divorzio da parte del Tribunale di Catania. La Corte di Appello di Catania, confermando anche il quantum dell'assegno divorzile stabilito dal Tribunale etneo, ha sostenuto il medesimo iter argomentativo del giudice di prime cure, indicando che, alla luce delle condizioni personali della donna, quasi sessantenne, priva di un'attività lavorativa e di altre fonti reddituali, oltre che con remote possibilità di inserirsi nel mondo lavorativo (tenuto conto del contesto socio-economico in cui risiede, dell'età anagrafica e della mancanza di esperienze lavorative - n.d.c.), fosse indubbio il diritto in capo alla richiedente a godere dell'assegno di divorzio.

La Corte distrettuale affermava, altresì, che dalle risultanze processuali era emerso che la richiedente non godesse di alcun reddito e ancor meno godesse di un reddito adeguato al tenore di vita tenuto in costanza di matrimonio, tra l'altro molto elevato in virtù delle potenzialità economiche del coniuge.

Avverso la predetta decisione il marito ricorreva per cassazione affidandosi a due motivi, la moglie replicava con controricorso e memoria.

Il ricorrente chiedeva, in via preliminare, la sospensione del giudizio ai sensi dell'art. 295 c.p.c., in considerazione della pendenza dinanzi alla Corte di Appello di Catania del giudizio di delibazione della sentenza ecclesiastica, confermata dal Tribunale Apostolico della Rota Romana, dichiarativa della nullità del matrimonio concordatario.

La Corte di Cassazione ha preventivamente disatteso tale richiesta non ravvisando alcun effetto preclusivo del giudizio avente ad oggetto la cessazione del vincolo coniugale rispetto alla delibazione, in quanto tale procedura non può sovvertire gli eventuali giudicati che si fossero formati, anche con riguardo alle statuizioni patrimoniali.

Il ricorrente si duole, quale primo motivo di erroneità, del fatto che la statuizione economica fosse in contrasto con i criteri sanciti dalla sentenza 10 maggio 2017, n. 11504 (famigerata sentenza Grilli) con la quale è stato valorizzato un nuovo e differente parametrocui rapportare il giudizio sull'adeguatezza-inadeguatezza dei mezzi dell'ex coniuge richiedente l'assegno di divorzio, quello afferente al «raggiungimento dell'indipendenza economica del richiedente», che mettendo al centro «il principio dell'autoresponsabilità dei coniugi, in base ad una lettura innovativa dell'istituto matrimoniale in linea con i tempi e con il sentire comune della collettività sociale, ha abbandonato il parametro del pregresso tenore di vita goduto in costanza di matrimonio».

La Suprema Corte, entrando nel merito della questione, effettua un richiamo alla recente rimodulazione nomofilattica delle Sezioni Unite, indicando che l'indirizzo dei giudici catanesi appare coerente ed in linea con il recente orientamento della Corte in tema di riconoscimento dell'assegno di divorzio.

La Cassazione, nel respingere il ricorso, evidenzia, in primis, come le SS.UU., rivisitando funditus la questione, pur senza disperdere la fecondità culturale del nuovo approccio emancipato con la sentenza n. 11504/2017, «ha ritenuto di dover abbandonare la rigida distinzione tra criteri attributivi e determinativi dell'assegno di divorzio, alla luce di un'interpretazione dell'art. 5, comma 6, l. n. 898/1970 (nel testo novellato dall'art. 10, l. n. 74/1987), più coerente con il quadro costituzionale di riferimento costituito dagli artt. 2, 3 e 29 Cost.».

In questa cornice è maturata la convinzione che la funzione assistenziale dell'assegno di divorzio è composta da un contenuto di carattere perequativo – compensativo che ha la sua origine nel dettato costituzionale del principio di solidarietà e che, pertanto, la valutazione di insieme di tali presupposti può condurre al riconoscimento di un contributo economico in capo al coniuge più debole.

Di riflesso si è affermato che il riconoscimento dell'assegno divorzile va accertato comparando le condizioni economiche e patrimoniali dei due coniugi, tenendo conto del grado di autonomia economica raggiunta, che sia tale da garantire l'autosufficienza, secondo il reale livello reddituale adeguato al contributo fornito alla realizzazione della vita familiare, in modo particolare tenendo conto delle aspettative professionali ed economiche eventualmente sacrificate, considerando la durata del matrimonio e l'età del richiedente. Ciò posto la Corte ha valorizzato, tra l'altro, la necessità di accertare processualmente l'inadeguatezza dei mezzi o comunque l'impossibilità oggettiva di procurarseli.

Tanto premesso, è opinione del Collegio che la Corte d'Appello di Catania, nel caso di specie, non ha errato nell'effettuare un riferimento esplicito al criterio del tenore di vita goduto dalla richiedente in costanza di matrimonio, poiché ha tuttavia proceduto segnatamente a quanto sancito dalle Sezioni Unite, seguendo un percorso argomentativo che guarda con prudenza al predetto criterio e volutamente ne evita ogni forzatura, non a caso annotando che «esso concorre e va poi bilanciato, caso per caso, con tutti gli altri criteri indicati nel denunciato art. 5, l. div.» e nello stesso tempo evidenzia il Collegio come la Corte d'Appello non si sia astenuta dal valorizzare i fattori che nel caso concreto sfavoriscono la richiedente, rendendola il coniuge più debole: età, mancanza di un'attività lavorativa, impossidenza e impossibilità oggettiva di reperire un impiego.

La sentenza impugnata, pertanto, non è viziata da una valutazione ancorata a rilievi erronei, e di qui la Corte respinge il ricorso, compensando le spese.  

La questione

La questione in esame è la seguente: in tema di riconoscimento dell'assegno di divorzio in favore del coniuge richiedente, si può tenere conto, tra i vari presupposti per la sua liquidazione, anche del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, alla luce della recenti  sentenze della Corte di Cassazione, la n. 11504/2017 e la n. 18287/2018 a Sezione Unite?

Le soluzioni giuridiche

Alla soluzione del caso di specie la Corte di Cassazione, I sezione civile, giunge richiamandosi ai principi tracciati dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 18287 dell'11 luglio 2018, arrivando a delle conclusioni conformi, con le quali riabilita, seppur in maniera scremata, il criterio del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, svalorizzato con la sentenza Grilli (la n. 11504/2017).

Tendenzialmente, dalla lettura della parte motiva della sentenza in esame, un ancoraggio rispetto ai principi sanciti nel 2017 dalla Corte di Cassazione è senz'altro riscontrabile. Tanto è che questa sentenza non deprime i principi individuati con la sentenza Grilli inerenti all'autosufficienza e alla autoresponsabilità delle scelte dei coniugi.

Tuttavia gli Ermellini, tenuto conto del caso concreto in esame, con tale provvedimento hanno eccezionalmente confermato l'assegno divorzile in favore di una ex moglie, stabilito dal giudice territoriale etneo, tenendo conto anche del tenore di vita (elevato) goduto in costanza di matrimonio.

Nel caso in discussione si può evidenziare come la motivazione di una siffatta riabilitazione è da ricercare nella circostanza che il giudice di prime cure ha seguito un iter logico - argomentativo bilanciato, attraverso il quale ha avvalorato il criterio del tenore di vita in maniera prudente, in sintonia con i principi cardine stabiliti dalle Sezioni Unite in materia.

Pertanto il giudice a quo non ha certamente liquidato l'assegno divorzile in favore della donna per il sol fatto che la stessa avesse goduto, in costanza di matrimonio, di un elevato tenore di vita garantito dal marito, ma ha constatato che il parametro dell'adeguatezza enunciato dall'art. 5, l. div. ha carattere intrinsecamente relativo e che esso impone perciò una valutazione comparativa condotta in armonia con gli altri criteri indicatori che figurano nella norma (patrimonio, reddito, età, condizione lavorativa, partecipazione alla creazione del patrimonio familiare – n.d.c.), nonché ha tenuto conto della «funzione assistenziale dell'assegno di divorzio che discende direttamente dalla declinazione costituzionale del principio di solidarietà».

Si è affermato, dunque, che il parametro sulla base del quale deve essere fondato l'accertamento del diritto alla percezione dell'assegno «ha natura composita, dovendo l'inadeguatezza dei mezzi o l'incapacità di procurarli per ragioni oggettive essere desunta dalla valutazione, del tutto equiordinata degli indicatori contenuti nella prima parte dell'art. 5, comma 6, l. div. in quanto rivelatori della declinazione del principio di solidarietà».

La Corte conclude, pertanto, confermando quanto sancito dai giudici etnei, in quanto tale decisione d'appello non sembra rifuggire da un'attenta ponderazione dei valori che la tematica dell'assegno divorzile impone, nei profili afferenti al riconoscimento del diritto, mettendoli in gioco secondo l'innovativa lettura delle SS.UU.

Osservazioni

Le dinamiche familiare sono ontologicamente complesse e difficilmente sovrapponibili tra loro e per tale ragione il giudicante, prima di decidere sull'an e sul quantum del contributo al mantenimento del richiedente, deve valutare singolarmente il caso specifico, tenendo conto di tutti gli elementi fattuali discendenti dallo stesso che vanno valutati in maniera composita secondo gli indici normativi e giurisprudenziali vigenti.

La Corte di Appello dunque, secondo gli Ermellini, pur avendo seguito un orientamento pregresso si è attenuta nella direzione tracciata dalle Sezioni Unite, avvalorando un percorso argomentativo che guarda con prudenza al criterio del tenore di vita e volutamente ne evita ogni forzatura, prevedendo che esso concorre e va poi bilanciato, caso per caso, con tutti gli altri criteri indicati nel denunciato art. 5.

Tale ragionamento muove le fila, a parere di chi scrive, attraverso un ancoraggio alle fattispecie concrete che di volta in volta vengono esaminate dal giudicante, che necessitano di una valutazione imprescindibile di tutte le condizioni sussistenti nella relazione coniugale, tenuto conto dell'effettivo percorso di vita insieme dei coniugi.   

Le Sezioni Unite, come è noto, sono intervenute, dopo l'enorme clamore suscitato dalla rivoluzionaria sentenza Grilli, che aveva ribaltato i principi in tema di riconoscimento dell'assegno divorzile, mettendo la parola fine alle diatribe sorte dopo tale rivoluzionaria sentenza.

Nei primi tempi di applicazione della sentenza n. 11504/2017 si è assistito ad un proliferare di contrastanti soluzioni al punto che taluni tribunali ritenevano che per il riconoscimento dell'assegno divorzile fosse necessaria la sussistenza in capo al coniuge istante di un vero e proprio stato di bisogno.

Tali interpretazioni restrittive e rigorosamente legate al dato normativo, che avrebbero  escluso i coniugi più deboli al riconoscimento di un assegno di divorzio, a parere di chi scrive, non erano del tutto appropriate alla nostra realtà socio-economico e culturale, dato che il coniuge più debole non sarebbe più stato in grado di conservare un tenore di vita neppure lontanamente paragonabile a quello in precedenza goduto grazie all'essenziale apporto dell'altro coniuge.

Le Sezioni Unite, come accennato, sono intervenute per dirimere i contrasti giurisprudenziali e tracciare dei criteri indicatori ai quali fare affidamento per riconoscere il diritto all'assegno di divorzio.

La sentenza in esame, invece, riporta in auge il criterio del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, che sembrava del tutto abbandonato dopo la sentenza Grilli.

Va detto al riguardo che tale criterio per la determinazione dell'assegno di divorzio è di formulazione giurisprudenziale e venne per la prima volta contemplato negli anni ‘80 (Cass. civ. n. 1322/1989) allorquando al coniuge richiedente doveva essere garantito un contributo «tale da consentirgli di mantenere un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio». Anche all'epoca vi furono diversi contrasti all'interno della Corte di legittimità, tant'è che si giunse alla definitiva soluzione interpretativa offerta dalle Sezioni Unite con la nota pronuncia n. 11492/1990, con la quale si stabiliva che era necessario dimostrare «l'inadeguatezza dei mezzi dell'istante a fargli conservare un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di convivenza». La giurisprudenza di legittimità si è mossa, per quasi 30 anni, sulle linee interpretative così individuate (cfr. Cass. civ. n. 646/1998, Cass. civ. n. 4319/1999, Cass.civ. n. 5582/2000, Cass. civ. n. 6660/2001).

La sentenza della Cassazione n. 11504/2017 ha inteso superare definitivamente il criterio del mantenimento del medesimo tenore di vita in favore del coniuge più debole, fino ad allora alla base dell'assegno divorzile.

Nel contempo altri giudici di merito hanno continuato a valorizzare il criterio del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio (Trib. Roma n. 11723/2017; Trib. Udine 1 giugno 2017).

Fino a quando si è giunti alla sentenza in esame che, in virtù della natura composita, compensativa e solidaristica dell'assegno di divorzio, quali criteri individuati dalle SS.UU del 2018, il principio del tenore di vita, deve essere temperato da altri fattori quali la durata del rapporto, quello dell'autosufficienza e dell'apporto fornito dal coniuge debole alla conduzione della complessa attività vita familiare.

La Cassazione dunque ritiene che nonostante l'indirizzo interpretativo seguito dalla Corte d'Appello risulti superato, gli esiti a cui è pervenuto il decidente del primo grado appaiono coerenti e in linea con il più recente pensiero espresso dalle Sezioni Unite, posto che la funzione assistenziale dell'assegno divorzile si compone di un contenuto perequativo-compensativo che discende direttamente dalla declinazione costituzionale del principio di solidarietà.

In definitiva, rimane dunque fermo il nuovo orientamento inaugurato dalla sentenza Grilli, basato sul superamento del tenore di vita, integrato però dalla necessità di una pregnante analisi da parte del giudice di merito circa i motivi dell'eventuale situazione di squilibrio economico-patrimoniale tra i coniugi: ove questa abbia come fondamento scelte comuni endofamiliari, la si dovrà equilibrare con l'assegno di divorzio, anche tenendo conto, eventualmente, dell'elevato tenore di vita avuto in costanza di matrimonio.

Guida all'approfondimento

M. Bruno, La modifica dei provvedimenti di separazione, divorzio e tutela dei figli, Giuffrè Francis Lefebvre, 2018

M. Rinaldi, Assegno divorzile e nuovi parametri dopo la sentenza n. 11540/17, Rimini, 2017

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