Giurisprudenza commentata

Revocazione della sentenza di divorzio congiunto in caso di doloso occultamento dei redditi

Sommario

Massima | Il caso | La questione | Le soluzioni giuridiche | Osservazioni | Guida all'approfondimento |

Massima

Con il divorzio congiunto, così come con la separazione consensuale, si stipulano accordi di natura negoziale che, per i profili patrimoniali, si configurano come contratti, non rilevando che, in sede di divorzio, essi siano recepiti in una sentenza necessaria solo per la pronunzia sullo status; il controllo del Giudice del divorzio sugli accordi rimane esterno; da ciò consegue che ove l’accordo sia nullo, tale nullità può essere fatta valere, da chiunque vi abbia interesse, e dunque anche da chi abbia dato causa a tale nullità; parimenti l’accordo (o contratto) può essere oggetto di annullamento per vizi della volontà. Nullità e annullamento però, non possono costituire motivo di impugnazione, ma dovrebbero essere fatti valere in un autonomo giudizio di cognizione (in termini generali, Cass. n. 17607/2003; più specificamente, Cass. n. 18066/2014).

 

Le sentenze possono essere impugnate per revocazione se pronunciate in grado di appello oppure nel giudizio di Cassazione (o se emesse in primo grado, a talune condizioni, quando siano passate in giudicato; v. artt. 395, 396 c.p.c.). Il vizio revocatorio (e specificamente quello di cui all’art. 395 c.p.c.) può proporsi con i motivi di appello con i quali può censurarsi ogni profilo di ingiustizia della sentenza di primo grado, nessuno escluso. Sussiste il dolo processuale revocatorio qualora sia stata posta in essere intenzionalmente un’attività fraudolenta consistente in artifici e raggiri, diretti ed idonei a paralizzare o sviare la difesa avversaria e ad impedire al giudice l’accertamento della verità, facendo apparire una situazione diversa da quella reale, e così pregiudicando l’esito del procedimento (Nella specie, la Corte ha ravvisato i presupposti del dolo nella condotta del marito che aveva sottratto, con artifici e raggiri, anche alla consorte la verità in ordine all’effettiva consistenza del proprio patrimonio).

Il caso

Nel maggio 2006, il Tribunale di Ragusa, pronunciandosi su domanda congiunta, dichiarava lo scioglimento del matrimonio contratto da due coniugi, recependo l’accordo delle parti in merito all’assegnazione della casa familiare, alle modalità di affidamento del figlio e alla quantificazione dell’assegno di mantenimento per i figli e dell’assegno divorzile per la moglie.

La sentenza veniva appellata, ai sensi dell’art. 395, n. 1, c.p.c., dalla moglie, la quale sosteneva che il marito l’aveva ingannata sulla sua effettiva situazione economica; in particolare, deduceva di aver appreso, dopo la pronuncia della sentenza di divorzio, che in realtà lo stesso era, seppur indirettamente, titolare di un ingente patrimonio e di numerose attività imprenditoriali, che gli consentivano di ricavare redditi cospicui e di conservare un altissimo tenore di vita.

La Corte d’Appello di Catania, accogliendo il gravame proposto dalla moglie, pronunciava la revocazione della sentenza impugnata disponendo, con separata ordinanza, la prosecuzione del giudizio per la determinazione del quantum dell’assegno di mantenimento dei figli e di quello divorzile per il coniuge.

Avverso questa sentenza proponeva ricorso principale il marito.

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, dichiarando infondati tutti i motivi proposti.

La questione

La Corte ha motivato la propria decisione attraverso i seguenti passaggi.

1) Legittimazione a impugnare la sentenza di divorzio congiunto.

La Corte ha precisato che, sebbenel’art. 5, comma 5, l. 1 dicembre 1970, n. 898, preveda, apparentemente senza eccezioni, la possibilità di impugnazione da parte di ciascun coniuge,« […] Per il divorzio congiunto, tale previsione, tuttavia (come ha avuto modo di precisare recentemente questa Corte: Cass. n. 18066/2014) riguarda situazioni particolari: il primo giudice non ha recepito o ha recepito solo parzialmente l'accordo tra le parti, magari precisando che erano in questione diritti indisponibili o l'accordo stesso appariva in contrasto con l'interesse del minore, ovvero non era "congrua" la corresponsione una tantum di somma escludente, per il futuro, l'assegno divorzile. In tali casi, ovviamente, ciascuno dei coniugi od entrambi potrebbero impugnare la sentenza».

2) Natura degli accordi di separazione personale e divorzio congiunto.

«Nella separazione consensuale, così come nel divorzio congiunto, si stipula un accordo di natura sicuramente negoziale che, frequentemente, per i profili patrimoniali, si configura come un vero e proprio contratto. […] Ove l’accordo (o il contratto) sia nullo, tale nullità potrebbe essere fatta valere da chiunque vi avesse interesse, e dunque anche da chi avesse dato causa a tale nullità. E tale accordo (o contratto) potrebbe essere oggetto di annullamento da parte del soggetto incapace o la cui volontà risulti viziata (ad es. da un errore, magari sulla sussistenza dell’interesse del minore, ovvero dal dolo di una delle parti). Ma nullità o annullamento non potrebbero costituire motivo di impugnazione da parte dei soggetti dell’accordo da cui essi sono vincolati, ma dovrebbero essere fatti valere in un autonomo giudizio di cognizione» (in termini generali, Cass. n. 17607/2003; più specificamente, Cass. n. 18066/2014 predetta).

Dunque, per la Corte l’annullamento per vizi della volontà non poteva tradursi in un motivo d’appello.

3) Deducibilità del vizio revocatorio come motivo d’appello.

Escluso dunque che, nella fattispecie, potesse essere fatto valere l’annullamento (o la nullità) degli accordi come motivo d’appello, la Corte si concentra sulla diversa ipotesi del vizio revocatorio, precisando che «Nella specie, la sentenza impugnata richiama esplicitamente i presupposti della revocazione ex art. 395, n. 1 c.p.c. […]. Questa Corte ha avuto modo di precisare (tra le altre, Cass. n. 11697/2013; Cass. n. 6322/1993) che il vizio revocatorio (e specificamente quello di cui all'art. 395, n. 1 c.p.c.) può proporsi con i motivi di appello, con i quali può censurarsi ogni profilo di ingiustizia della sentenza di primo grado, nessuno escluso». È appena il caso di precisare che, ove si ammetta, come ha riconosciuto più volte questa Corte, secondo quanto già sopra osservato, la possibilità di impugnare, con l’appello, un’ipotesi di dolo revocatorio, non si potrà, all’evidenza, parlare di “domanda nuova”.

4) Applicazione dei principi al caso concreto

«Va infine precisato che, con motivazione adeguata e non illogica, il giudice a quo, sulla base dell’istruttoria espletata, (…) evidenzia la palese volontà del marito di sottrarre la propria società e i beni ad essa inerenti, alla valutazione del giudice per la determinazione dell’assegno di mantenimento dei figli e di divorzio per la moglie (…). Sussistono dunque, come precisa correttamente il giudice a quo, i presupposti del dolo processuale revocatorio, ai sensi dell’art. 395 n. 1 c.p.c., che si verificano, appunto, quando venga posta in essere una attività fraudolenta consistente in artifici e raggiri, diretti e idonei a paralizzare o sviare la difesa avversaria e ad impedire al giudice l‘accertamento della verità, facendo apparire una situazione diversa da quella reale, e così pregiudicando l’esito del procedimento (al riguardo, tra le altre, Cass. n. 9817/2005)».

Le questioni meritevoli di approfondimento appaiono le seguenti:

 1) l’esistenza del diritto a impugnare la sentenza di divorzio pronunciata sull’accordo delle parti e, dunque, i confini del potere di controllo del giudice sugli accordi raggiunti dai coniugi nel procedimento di divorzio (tema che necessariamente coinvolge quello della natura delle pattuizioni tra coniugi recepite in sentenza);  

2) la proponibilità del vizio revocatorio, in particolare quello di cui all’art. 395, n. 1 c.p.c., con i motivi di appello. 

Le soluzioni giuridiche

La prima questione rimanda al più vasto scenario dei rapporti tra l’autonomia negoziale dei coniugi e l’interesse pubblico alla tutela dei diritti indisponibili coinvolti nelle controversie familiari.

L’art. 5, comma 5 l. 1 dicembre 1970, n. 898, dispone che la sentenza di divorzio «è impugnabile da ciascuna delle parti»; dunque, la norma sembrerebbe prevedere, apparentemente senza eccezioni, la possibilità di impugnazione da parte di ciascun coniuge. Tuttavia, la Cassazione conferma che, se la sentenza di divorzio recepisce l’accordo delle parti, dovrebbe essere esclusa la possibilità di proporre appello, sulla base dei principi generali in materia di impugnazione, per carenza di interesse ad agire e, dunque, in difetto del presupposto della soccombenza (in termini generali, cfr. Cass. n. 1148/2000; Cass. n. 4851/2000; Cass. n. 2284/1991; Cass. n. 18066/2014). A conclusioni analoghe era pervenuta anche la Corte d’Appello di Roma che, in una pronuncia dei primi anni ’90, aveva dichiarato inammissibile, per difetto del requisito della soccombenza, l’appello proposto da uno dei coniugi avverso la sentenza che aveva integralmente accolto la domanda proposta con ricorso congiunto di divorzio, ritenendo che le parti, con la sottoscrizione dell’accordo, avessero prestato una sorta di preventiva “acquiescenza” alla sentenza (App. Roma 15 aprile 1991).

Non sono mancate però opinioni contrarie: una parte della giurisprudenza (Cass. n. 5538/1984; Cass. n. 10763/1995; Cass. n. 5664/1996), si era espressa, in passato, in termini favorevoli all’impugnabilità della sentenza di divorzio pronunciata su domanda congiunta dei coniugi, muovendo dal concetto di soccombenza “sostanziale” (connesso al pregiudizio comunque subito dalla parte per effetto della sentenza, a prescindere dal suo comportamento processuale) e assumendo l’interesse a ricorrere anche in capo a uno dei coniugi che abbia proposto ricorso con domanda congiunta. Si tratta, tuttavia, di un orientamento minoritario, fondato sul presupposto - ormai ampiamente superato dall’evoluzione legislativa e giurisprudenziale in materia - per cui il giudizio di divorzio abbia per oggetto diritti indisponibili delle parti. In particolare, la Suprema Corte affermava che «quando il giudizio ha per oggetto diritti indisponibili delle parti, come in materia di divorzio, il comportamento processuale della parte convenuta in ordine alla domanda contro la stessa proposta, è del tutto irrilevante» e che l’accoglimento della domanda, incidendo su diritti indisponibili, determinava oggettivamente la soccombenza (così, Cass. n. 5538/2004).

Analoghe oscillazioni tra le posizioni contrapposte sopra richiamate si sono registrate nella giurisprudenza, di legittimità e di merito, formatasi in tema di simulazione della separazione: infatti, a pronunce che hanno negato la proponibilità della domanda di simulazione della separazione, affermando che il decreto di omologa supera il precedente accordo dei coniugi diretto ad annullare gli effetti della separazione (così Cass. n. 19319/2014; Cass. n. 17607/2003; App. Genova 3 aprile 2004; Trib. Roma 14 dicembre 1998), se ne sono alternate altre che, invece, facendo leva sulla natura negoziale dell’accordo e sulla conseguente applicabilità alla separazione consensuale delle norme generali in materia di vizi della volontà, hanno ammesso la proponibilità della domanda di simulazione della separazione con le forme del giudizio ordinario (così Cass. n. 7450/2008; Cass. n. 24321/2007; Trib. Foggia 1 febbraio 2012; App. Roma 9 maggio 2007).

Nella sentenza in esame, la Corte prende posizione sulla questione e, partendo dal presupposto della centralità dell’autonomia negoziale dei coniugi, anche nella fase della disgregazione del nucleo familiare, afferma che l’accordo stipulato dai coniugi in occasione della separazione consensuale o del divorzio congiunto ha “natura negoziale” e, se definisce aspetti patrimoniali, è un vero e proprio “contratto”. E la natura sostanziale di tale accordo non cambia ove sia recepito in un verbale di separazione consensuale o in una sentenza di divorzio.

La Cassazione individua, conseguentemente e coerentemente, i limiti del potere di controllo del giudice: se, infatti, l’accordo stipulato dai coniugi rimane tale anche se entra a far parte integrante della sentenza di divorzio che lo recepisce, ne consegue che il giudice non può e non deve esercitare un controllo su tutte le pattuizioni dei coniugi, dovendo invece limitarsi a un controllo “esterno”, finalizzato a verificare solo se l’accordo leda diritti indisponibili dei minori o del coniuge “debole”.  Il giudice, quindi, non può entrare nel merito del contenuto dei patti conclusi dai coniugi nell’esercizio della loro autonomia negoziale, né deve verificare la validità degli stessi e, dunque, l’esistenza di eventuali vizi della volontà, dovendo limitarsi a verificare il rispetto dei diritti sottratti alla disponibilità delle parti. Da tali premesse, deriva, inevitabilmente e logicamente, come in un teorema geometrico, la conclusione della inimpugnabilità delle sentenze che recepiscono gli accordi dei coniugi per motivi relativi alla validità degli accordi medesimi, trattandosi, come detto, di materia sottratta alla cognizione del Tribunale che pronuncia la sentenza di divorzio a domanda congiunta. Ne consegue ulteriormente che, dal punto di vista processuale, eventuali vizi di invalidità dell’accordo sottoscritto dai coniugi e recepito nella sentenza di divorzio devono essere fatti valere in un autonomo giudizio di cognizione (come affermato in termini generali da Cass. n. 17607/2003 e, in maniera più specifica, dalla già richiamata Cass. n. 18066/2014) e che il gravame è ammissibile solo ai fini del controllo del rispetto dei limiti imposti all’autonomia contrattuale dei coniugi. Dunque, l’impugnazione delle sentenze di divorzio pronunciate sull’accordo delle parti è limitato ai casi in cui il giudice non abbia recepito, in tutto o in parte, l’accordo tra le stesse, ai casi in cui l’accordo appaia in contrasto con l’interesse del minore, oppure all’ipotesi in cui l’eventuale corresponsione una tantum non fosse congrua e, dunque, idonea a escludere, per il futuro, il diritto a percepire l’assegno divorzile.

Una volta chiariti con precisione i confini entro i quali, in linea generale, è ammissibile l’impugnazione della sentenza di divorzio congiunto, e dopo aver escluso, anche con riferimento al caso di specie, che l’annullamento (o la nullità) dell’accordo possa essere fatto valere come motivo d’appello della sentenza di divorzio che lo ha recepito, la Corte, come detto, si concentra sulla diversa ipotesi del vizio revocatorio e affronta la questione relativa alla possibilità di far valere con i motivi di appello il vizio revocatorio di cui all’art. 395 n. 1 c.p.c..

Essa si pronuncia in senso favorevole, richiamando il consolidato orientamento (Cass. n. 11697/2013; Cass. n. 6322/1993) per cui con i motivi di appello può censurarsi «ogni profilo di ingiustizia della sentenza di primo grado, nessun escluso». In particolare, la Cassazione aveva già avuto modo di chiarire che « […] essendo l’appello un mezzo di impugnazione a critica illimitata, assorbe inevitabilmente il rimedio revocatorio» (Cass. n. 4689/1993) e, dunque, «assorbe in sé ed elimina ogni altra esigenza di impugnazione» (Cass. n. 3104/2010). Di conseguenza, la Corte ha escluso che la domanda proposta dalla moglie al fine di far valere, in appello, un’ipotesi di dolo revocatorio, potesse costituire “domanda nuova”, ammettendo, altresì, la produzione di documenti inerenti a detta domanda.

Osservazioni

La prima parte della pronuncia in commento, che ribadisce il principio per cui la nullità e l’annullamento dell’accordo stipulato dai coniugi in sede di divorzio non possono essere fatti valere come motivi d’appello della sentenza di divorzio congiunto, non era forse indispensabile nell’economia della sentenza in oggetto, alla luce del fatto che la Corte ha ritenuto configurabile, nel caso concreto, la diversa ipotesi del dolo processuale revocatorio, ma il richiamo appare comunque significativo dell’intenzione della stessa di ribadire il suo più recente orientamento in tema di inimpugnabilità della sentenza di divorzio congiunto per vizi del consenso.

Ciò premesso, l’iter logico-giuridico seguito è pienamente condivisibile e in linea con l’evoluzione legislativa e giurisprudenziale del diritto di famiglia, da una concezione “pubblicistica” a una “privatistica”: in questa direzione, si annoverano la recente l.n. 162/2014, che ha introdotto nell’ordinamento due strumenti alternativi ai procedimenti di separazione e di divorzio consensuale, nonché alcune recenti pronunce di legittimità (Cass. n. 23713/2012) e di merito (Trib. Torino 20 aprile 2012), che hanno valorizzato l’autonomia dei coniugi, con riferimento a due diverse tipologie di accordi destinati a valere nella fase c.d. “patologica” del rapporto coniugale. In particolare, il Tribunale di Torino, nella citata sentenza, ha espressamente richiamato il principio di correttezza e buona fede di cui all’art. 1375 c.c., assumendo che tale principio dovrebbe valere a maggior ragione tra i coniugi, e cioè tra soggetti il cui rapporto dovrebbe essere caratterizzato dal massimo livello di affidamento. Analogamente, deve ritenersi contrario alle regole di correttezza e buona fede il comportamento processuale del coniuge che si avvale dello strumento dell’impugnazione, fuori dai casi indicati dalla Corte, per contestare il contenuto di un patto volontariamente concluso e per sottrarsi agli obblighi che ne derivano. 

Guida all'approfondimento

- Astone A., La sentenza di divorzio su domanda congiunta e l’impugnazione da parte di uno dei coniugi, in Giur. civ., 2015, 2, 10163;

- Oberto G., La natura dell’accordo di separazione consensuale e le regole contrattuali ad esso applicabili, in Famiglia e diritto, 1999, 601 ss.;

- Sala M., Separazione consensuale e invalidità negoziale, in Fam. pers. succ., 2005, 7, 542..

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