Giurisprudenza commentata

L'accesso alle origini nell'adozione: un antico dilemma

26 Aprile 2017 |

Cass. civ.

Azioni di stato

Sommario

Massima | Il caso | La questione | Le soluzioni giuridiche | Osservazioni | Guida all'approfondimento |

Massima

Il diritto dell'adottato, nato da donna che abbia dichiarato alla nascita di non voler essere nominata ex art. 30,comma 1, D.P.R. n. 396/2000, ad accedere alle informazioni concernenti la propria origine e l'identità della madre biologica sussiste e può essere concretamente esercitato, anche se la stessa sia morta e non sia possibile procedere alla verifica della perdurante attualità della scelta di conservare il segreto, non rilevando nella fattispecie il mancato decorso del termine di cento anni dalla formazione del certificato di assistenza al parto o della cartella clinica di cui all'art. 93, commi 2 e 3, d.lgs. n. 196/2003, a condizione che i dati personali della defunta siano trattati lecitamente ed in modo tale da non arrecare un danno all'immagine, alla reputazione o ad altri beni di primario rilievo costituzionale, ad eventuali terzi interessati.

Il caso

Tizia proponeva istanza di informazioni relative alle generalità della propria madre biologica, la quale aveva esercitato il diritto a rimanere nell'anonimato al momento della nascita della ricorrente ed era deceduta nel corso dell'istruttoria. Il tribunale per i minorenni adito rigettava la domanda, ritenendo che, in difetto di una specifica disciplina legislativa, la revoca implicita della volontà di mantenere l'anonimato non possa essere desunta dal decesso.

La Corte d'appello si pronunciava successivamente all'esito di altro reclamo, con il quale era stato riconosciuto il diritto di Tizia all'accesso le proprie origini, ma tuttavia non era stata rinvenuta la busta chiusa con i dati anagrafici della madre. Essa, tuttavia, confermava la pronuncia di primo grado, sul presupposto che il decesso non può essere equiparato al mancato rinvenimento della busta chiusa. Si argomentava, inoltre, che la previsione contenuta nell'art. 93, d.lgs. 30 giugno 2003, n. 196 (codice in materia di protezione dei dati personali), secondo cui il diritto all'anonimato si conserva per cento anni dalla formazione del documento, non è stata scalfita né dalla giurisprudenza interna, in particolare dalla Corte Costituzionale, e neppure dalle pronunce sovranazionali. Avverso questa pronuncia proponeva ricorso Tizia, sostenendo che la decisione impugnata non si è fondata sul criterio del bilanciamento tra il diritto dell'adottato a conoscere le proprie origini e quello della madre a rimanere ignota.

La Cassazione conclude per l'accoglimento del ricorso, stabilendo che il trattamento delle informazioni relative alle proprie origini debba svolgersi in modo corretto e lecito, sì da evitare di cagionare un danno all'immagine, alla reputazione e ad altri beni di primario rilievo costituzionale.

 

La questione

La questione in esame è la seguente: in caso di istanza di accesso alle origini proposta nei confronti della madre biologica che abbia dichiarato alla nascita di non voler essere nominata e che sia deceduta prima di poter prestare il proprio assenso, il diritto dell'adottato ad ottenere informazioni concernenti la propria origine e l'identità della madre, a seguito della sentenza della C. cost., 22 novembre 2013, n. 278 (in Dir. Fam. e Pers. (Il), fasc.1, 2014, 27, con nota di L. Gaspare) può essere esercitato anche prima del decorso di cento anni dalla formazione del certificato di assistenza al parto e della cartella clinica previsto dall'art. 93, d.lgs. 30 giugno 2003, n. 196, prevalendo così sulla tutela del diritto all'anonimato riconosciuto alla madre?

Le soluzioni giuridiche

Con la pronuncia in esame, il giudice di legittimità enuncia i seguenti principi: «Il diritto dell'adottato a conoscere le proprie origini deve essere garantito anche nel caso in cui non sia più possibile procedere all'interpello della madre naturale. A tale inevitabile conclusione, imposta dal delineato quadro costituzionale e convenzionale, è già pervenuta questa Corte con la sent. n. 15024 del 2016. L'irreversibilità del segreto sull'identità della madre naturale non è più compatibile con l'attuale configurazione del diritto all'identità personale così come desumibile dall'interpretazione integrata dell'art. 2 Cost. e dell'art. 8 CEDU, nella parte in cui tutela il diritto alla vita privata. Lo sbarramento temporale imposto dall'art. 93, d.lgs. n. 196/2003 alla rivelabilità dell'identità della donna che ha scelto l'anonimato al momento della nascita del figlio, non è temperato, nella specie, dalla possibilità di verifica della eventuale sopravvenuta volontà di revoca della scelta compiuta alla nascita (…).

Deve, pertanto, perseguirsi un'interpretazione della norma compatibile con il diritto a conoscere le proprie origini che, pur conservando il vincolo temporale, ne attenui la rigidità quando non sia possibile per irreperibilità o morte della madre naturale procedere all'interpello e alla verifica della volontà di revoca dell'anonimato. L'assolutezza e l'irreversibilità del segreto sulle origini sono irrimediabilmente contrastanti con il diritto all'identità personale dell'adottato, nella declinazione costituita dal diritto a conoscere le proprie origini (…).

Ne consegue che anche in questa peculiare fattispecie deve procedersi ad un adeguato bilanciamento degli interessi potenzialmente confliggenti, partendo dalla esatta identificazione dei titolari degli stessi e dalla definizione del loro contenuto (…).

Pertanto, così come l'interpello della madre naturale in vita deve avvenire in modo da "cautelare in termini rigorosi il diritto all'anonimato", deve ritenersi che l'accesso alla medesima informazione dopo la sua morte debba essere circondata da analoghe cautele e l'utilizzo dell'informazione non possa eccedere la finalità, ancorché di primario rilievo costituzionale e convenzionale, per la quale il diritto è stato riconosciuto. Non si ritiene, pertanto, che ogni profilo di tutela dell'anonimato si esaurisca alla morte della madre naturale, in quanto da collegarsi soltanto alla tutela del diritto alla salute psicofisica della madre e del figlio al momento della nascita. Il diritto all'identità personale del figlio, da garantirsi con la conoscenza delle proprie origini, anche dopo la morte della madre biologica, non esclude la protezione dell'identità "sociale" costruita in vita da quest'ultima, in relazione al nucleo familiare e/o relazionale eventualmente costituito dopo aver esercitato il diritto all'anonimato».

La Corte Costituzionale, con la citata sent. n. 278 del 2013, ha riconosciuto all'adottato il diritto a conoscere le proprie origini e ha rilevato i profili di irragionevolezza nell'irreversibilità dell'anonimato della madre biologica prevedendo la possibilità di un interpello di questa da attuarsi all'interno di un procedimento caratterizzato dalla massima riservatezza. Viene operato un bilanciamento tra il diritto della madre all'anonimato, che si fonda «sull'esigenza di salvaguardare madre e neonato da qualsiasi perturbamento, connesso alla più eterogenea gamma di situazioni, personali, ambientali, culturali, sociali, tale da generare l'emergenza di pericoli per la salute psico-fisica o la stessa incolumità di entrambi», e il diritto del figlio a conoscere le proprie origini – e ad accedere alla propria storia parentale – atteso che tale «bisogno di conoscenza rappresenta uno di quegli aspetti della personalità che possono condizionare l'intimo atteggiamento e la stessa vita di relazione di una persona in quanto tale». La sentenza, muovendo dalla distinzione tra "genitorialità giuridica" e "genitorialità naturale", ha ritenuto "eccessivamente rigida" e in contrasto con gli artt. 2 e 3 Cost. la disciplina dell'art. 28, comma 7, l. 4 maggio 1983 n. 184, come sostituito dall'art. 177, comma 2, d.lg. 30 giugno 2003 n. 196, che consente alla madre la facoltà di dichiarare di non voler essere nominata, laddove non se ne preveda la revocabilità, in seguito alla richiesta del figlio, attraverso un procedimento stabilito dalla legge che assicuri la massima riservatezza.

Tale pronuncia ribalta il convincimento di infondatezza dell'anzidetta questione di costituzionalità, già espresso con sent. 16 novembre 2005, n. 425, sulla base dei principi affermati dalla sent. CEDU, 25 settembre 2012, ricorso n.33783/09, Godelli c. Italia, che ha censurato la vigente disciplina interna dell'anonimato, laddove non dà alcuna possibilità al figlio adottivo e non riconosciuto alla nascita di chiedere l'accesso ad informazioni non identificative sulle sue origini, non consentendo la reversibilità del segreto. La Corte richiama analoghi precedenti, in cui si afferma che il diritto di conoscere la propria ascendenza rientra nel campo di applicazione della nozione di «vita privata» (Odièvre c. Francia [GC], n. 42326/98, § 29, CEDU, 2003 III, e Mikulić c. Croazia, n. 53176/99, § 53, CEDU 2002 I).

Osservazioni

Con la sentenza in commento, la Cassazione opera il bilanciamento richiesto dalla Corte costituzionale e dalla Corte di Strasburgo, nel caso particolare in cui, a seguito del decesso della madre, non sia più possibile esercitare la facoltà di ripensamento in ordine alla scelta dell'anonimato, affidando al prudente apprezzamento del giudice di merito l'operazione di bilanciamento tra gli interessi contrapposti. Il trattamento delle informazioni relative alle origini deve conformarsi ai principi e ai limiti imposti dalla disciplina del trattamento dei dati personali. Essa, dunque, procede a tale operazione mediante applicazione diretta di tali principi, anche in assenza di un intervento chiarificatore del legislatore, pur auspicato dalla C. cost. n. 278 del 2013.

Analoghi principi sono stati espressi dalla pronuncia Cass. civ., sez. I, 21 luglio 2016, n. 15024 (v. A. Cagnazzo, Il diritto alla conoscenza delle proprie origini biologichein IlFamiliarista), che, partendo da una disamina accurata dei principi elaborati dalla giurisprudenza sovranazionale in relazione al bilanciamento tra gli interessi in gioco nella materia in esame, come recepito dalla Corte costituzionale nella citata sentenza del 2013, ha concluso per il superamento della cristallizzazione della scelta dell'anonimato prevista dall'art. 93, comma 2, d.lgs. n. 196/2003, alla luce dell'affievolimento delle ragioni di protezione connesse a tale scelta, se raffrontate al diritto fondamentale del figlio a conoscere le proprie origini.

Tale bilanciamento di tipo giurisprudenziale appare necessario anche in assenza di indicazioni del legislatore europeo nel Reg. (UE) 2016/679 del Parlamento europeo e del Consiglio del 27 aprile 2016 (regolamento generale sulla protezione dei dati). Nel Consiglio del 27, infatti, viene detto che esso non si applica ai dati personali relativi alle persone decedute e che gli Stati membri possono prevedere norme riguardanti il trattamento dei dati personali delle persone decedute. Allo stato, dunque, rimane valida la disciplina interna, sicché, alla luce delle indicazioni offerte dalla Corte costituzionale, dovrà attendersi un intervento chiarificatore del legislatore interno.

Sul piano ermeneutico, è evidente lo sforzo della Cassazione, che, come sta accedendo in altri settori che involgono diritti personalissimi, segnatamente nelle relazioni familiari, forza il dato normativo relativo alla garanzia del diritto all'anonimato per cento anni dalla formazione del documento, di cui all'art. 93, d.lgs. n. 196/2003, per adeguarlo al diritto vivente conformato dalle pronunce della Corte costituzionale e della CEDU.

La Corte non enuncia in concreto quali siano i parametri cui il giudice debba attenersi in tale delicata valutazione e che possono ragionevolmente connettersi, da un lato, alla salvaguardia del benessere psico–fisico del soggetto istante, anche in relazione al riconoscimento della sua identità personale, che si intreccia con le relazioni familiari anche di tipo biologico, e dall'altro alla valutazione postuma della presumibile volontà del genitore deceduto, che può essere ricostruita anche valutando il contesto relazionale e familiare in cui questi era inserito al momento del decesso e all'esigenza di non turbare i nuovi equilibri raggiunti.

Un percorso analogo è stato, con maggiore indicazione di concreti parametri di riferimento, costruito dalla giurisprudenza in caso di impossibilità da parte del soggetto titolare di un diritto personalissimo di esprimere la propria volontà. Il pensiero corre, in materia di scelte mediche relative al fine vita, al noto caso Englaro, in cui l'interruzione del presidio sanitario è stata tra l'altro ancorata ad elementi di prova chiari, univoci e convincenti, della voce del paziente medesimo, tratta dalle sue precedenti dichiarazioni ovvero dalla sua personalità, dal suo stile di vita e dai suoi convincimenti.

Da ultimo, è stata emessa l'importante pronuncia Cass. civ., S.U., 25 gennaio 2017, n. 1946 (v. A. Figone, In caso di parto anonimo la madre può essere interpellata: lo dicono le Sezioni Unite, in IlFamiliarista) che, nell'affermare il principio di diritto per cui, ancorché il legislatore non sia ad oggi intervenuto in adeguamento al principio espresso nella sentenza della C. cost. n. 278/2013, sussiste la possibilità per il giudice, su richiesta del figlio desideroso di conoscere le proprie origini, di interpellare la madre che abbia dichiarato di non voler essere nominata, con modalità procedimentali tratte dal quadro normativo e dal principio somministrato dalla Corte costituzionale, idonee a garantire la massima riservatezza e il massimo rispetto della dignità della donna. Nel corpo della motivazione, si cita la sentenza in rassegna e l'omologa sent. n. 15024/2016, come espressive di un orientamento giurisprudenziale conforme all'esclusione  di qualsiasi carattere infungibile dell'intervento del legislatore in questa materia. Peraltro, tale sentenza, richiamando prassi e protocolli seguiti dai tribunali per i minorenni nel disciplinare le modalità procedimentali dell'interpello della madre anonima, ha fornito concrete indicazioni finalizzate a contemperare il diritto di accesso alle proprie origini dell'istante, con la tutela della riservatezza e della dignità della genitrice biologica.

Ci si poteva, in definitiva, aspettare anche in questo caso, da parte del giudice di legittimità, in assenza dell'auspicato intervento normativo, un'analoga enunciazione di parametri di riferimento più dettagliati cui ancorare siffatta delicata valutazione, in modo da limitare i rischi di soggettivismo connessi a una sorta di delega in bianco demandata in tale delicato settore al giudice di merito.

Guida all'approfondimento

G. Manera, L'adozione e l'affidamento familiare nella dottrina e nella giurisprudenza, 2004, Milano, 23

L. Lenti, Il diritto dell'adottato a conoscere le proprie origini, in Minori e giustizia, 2003, 3, 1, 3, 144

G. Casaburi, Il parto anonimo dalla ruota degli esposti al diritto alla conoscenza delle origini, in Foro it., n. 1/2014, I, 4

 

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