Giurisprudenza commentata

La natura finalistica del processo minorile e il recupero del minore

08 Settembre 2017 |

Trib. min. Bologna

Processo penale minorile

Sommario

Massima | Il caso | La questione | Le soluzioni giuridiche | Osservazioni |

Massima

Il Tribunale per i minorenni deve, prima ancora di punire il reo, garantirne il recupero e operare “per” il minore utilizzando tutti gli strumenti giuridici che il legislatore mette a disposizione per il raggiungimento di questo obiettivo. Tale scopo deve prevalere sulla realizzazione della pretesa punitiva la quale resta senza dubbio subordinata rispetto all’attività di recupero.

Il caso

L’imputato si trovava collocato in una comunità educativa sita nel territorio di Reggio Emilia in ragione della situazione familiare caratterizzata da gravi inadeguatezze genitoriali e di alcune sue problematiche comportamentali per le quali era seguito dal Servizio sociale di territorio. In particolare il ragazzo manifestava consistenti problemi nella gestione della rabbia e dell’aggressività, a fronte di un atteggiamento genitoriale (specie della madre) totalmente minimizzante e collusivo con il figlio.

Quanto al suo percorso comunitario, gli operatori sociali segnalavano comportamenti assai problematici del ragazzo, sia pure dopo un primo momento positivo e, in particolar modo, a fronte di alcuni miglioramenti sul piano del rapporto con gli educatori maschi, una persistente difficoltà a gestire la propria insofferenza verso le figure femminili che assumevano un ruolo autorevole, nei cui confronti spesso il minore assumeva atteggiamenti aggressivi, sia verbali che fisici.

Proprio in occasione di un progetto concordato con l’imputato per lavorare sul controllo della rabbia e dell’aggressività attraverso gli impegni a scuola e un confronto settimanale con gli operatori della comunità circa il rispetto degli impegni in vista della possibilità di fruire dei rientri a casa, ed in seguito a plurime violazioni dei suoi impegni, l’imputato veniva redarguito da un educatore della comunità circa le sue inadempienze al progetto e gli veniva impedito di tornare a casa durante il fine settimana. In quella occasione, egli reagiva violentemente fino a puntare un coltello da cucina contro l’educatore minacciandolo di gravi pregiudizi fisici, cioè di tagliargli la gola, e successivamente premeva il medesimo coltello allo sterno dell’educatore. Il PM, dunque, ha acquisito la relazione del personale della comunità sull’episodio e la versione dei fatti ivi riportata dagli operatori e dal responsabile della struttura in seguito all’episodio ed alla conseguente decisione della comunità di dimettere il ragazzo, non essendovi più i presupposti per un rapporto educativo.

In sede di giudizio immediato, il PM e la difesa concordavano sull’acquisizione di tutti gli atti del fascicolo delle indagini preliminari e dunque l’accusa rinunciava all’escussione dei testi mentre il collegio dichiarava utilizzabili ai fini della decisione tutti gli atti contenuti nel fascicolo del dibattimento ex art. 511 c.p.p., invitava le parti alla discussione e dichiarava chiuso il dibattimento ritirandosi in camera di consiglio per la decisione.

La questione

La questione in esame, alla luce delle argomentazioni della sentenza, è la seguente: data per dimostrata con sufficiente evidenza la piena capacità di intendere e di volere sotto il profilo penalmente rilevante ex art. 98 c.p. della maturità, e ritenuta pacifica la prova della condotta materiale contestata in capo all’imputato, la questione successiva stava nella praticabilità di vie alternative di uscita dal percorso criminale rispetto ad una eventuale condanna, sia pure con pena sospesa. Dunque, in concreto, la questione riguardava la praticabilità e la concedibilità, nel caso di specie, di una sospensione del processo con messa alla prova, di una sentenza di non doversi procedere per irrilevanza del fatto o di una concessione del perdono giudiziale.

Le soluzioni giuridiche

Veniva, evidentemente ed implicitamente, esclusa la sentenza di non doversi procedere per irrilevanza sociale del fatto, per ragionevoli considerazioni in merito alla oggettiva gravità e comunque non irrilevanza del fatto storico contestato, sia quanto a fattispecie edittale sia quanto a concreta lesione del bene giuridico protetto: la minaccia grave, agita, con arma, in un contesto educativo nei confronti di persona che oltretutto ha la responsabilità di cura ed educazione del minacciante, sia pure in termini limitati alla sua permanenza in struttura educativa, e dunque nell’ambito di un rapporto di fiducia e di rispetto in cui l’educatore dovrebbe sentirsi tutelato nell’adempimento del suo dovere, che comprende anche, appunto quello di redarguire il minore in caso di inadempienza agli obblighi assunti, non può in ogni caso ritenersi di non grave entità.

Restavano dunque, in teoria, le due ipotesi della messa alla prova e del perdono giudiziale. Non è dato sapere se l’imputato avesse o meno avanzato richiesta di sospensione del processo per messa alla prova o se quanto meno vi avesse prestato il proprio consenso; circostanze che sarebbero state certamente necessarie in un caso del genere, per quanto non siano presupposti normativamente richiesti, ma essendo ovviamente un controsenso disporre una messa alla prova per un fatto reato, onde consentire di osservare l’evoluzione della personalità di un minore, che non lo voglia o che addirittura lo rifiuti.

La decisione del caso di specie, dunque, riguardava sostanzialmente l’alternativa tra un esercizio puro della pretesa punitiva dello Stato, con relativa condanna sia pure a pena sospesa, ed il beneficio della concessione del perdono giudiziale: la rinuncia dello Stato non all’esercizio dell’azione penale e neppure alla prosecuzione del procedimento, ma proprio alla pena in ipotesi applicabile, che viene comunque quantificata e che deve essere contenuta entro i limiti di concedibilità del beneficio. Nella decisione in commento, dunque, le argomentazioni del Collegio si attestavano proprio su questa scelta e sulle motivazioni che ad essa sottostanno. Va anzitutto rammentato, come premesso dal Collegio, che l’altro presupposto normativamente richiesto per la concessione del beneficio del perdono giudiziale è la prognosi favorevole circa la futura astensione dalla commissione di altri reati; prognosi da dedurre in base a circostanze concrete inerenti il fatto cosi come contestualizzato, e dunque le motivazioni e la dinamica dello stesso, ma anche a tutti gli altri elementi noti in merito alla personalità del reo ed al percorso che lo stesso stia compiendo, come nel caso in questione, nell’ambito di un progetto educativo già avviato, sia pure con alti e bassi. Ciò posto, il Collegio evidenziava che «il Tribunale per i minorenni deve, prima ancora di punire il reo, garantirne il recupero e operare “per” il minore utilizzando tutti gli strumenti giuridici che il legislatore mette a disposizione per il raggiungimento di questo obiettivo. Il processo penale minorile si caratterizza proprio per la sua natura finalistica: ciò che anima l’intero procedimento non è tanto l’accertamento del fatto commesso e la sua attribuibilità all’imputato quanto la sua funzione di “recupero del minore". Tale scopo deve prevalere sulla realizzazione della pretesa punitiva la quale resta senza dubbio subordinata rispetto all’attività di recupero». Se ne deve dedurre che, nell’interpretazione del TM di Bologna, e di molta giurisprudenza minorile conforme, l’occasione educativa che deve essere il processo minorile, debba prevalere sempre e comunque, in un bilanciamento tra interessi non di pari grado, sulla pretesa punitiva dello Stato, potendo quindi soccombere in sostanza solo se di fatto irrealizzabile in alcun modo. Sembrerebbe dunque questa la lettura della funzione educativa del processo minorile data dal TM di Bologna.

Osservazioni

Va osservato che nessun dubbio si è posto circa la materiale commissione del fatto da parte del minore e nemmeno circa la sussistenza, in capo a quest’ultimo, di tutti i presupposti della imputabilità penale ai sensi dell’art. 98 c.p. quest’ultima questione non è specificamente affrontata dal collegio, ma appare evidente nell’inciso che fa riferimento alla sussistenza, insieme alla materialità del delitto, anche «della fenomenologia interna richiesta per l’integrazione del medesimo e ciò è evidente in ragione della modalità della condotta tenuta dallo stesso». È dovuta, infatti, nel processo minorile oltre alla prova dello specifico elemento soggettivo di ogni singola fattispecie delittuosa (dolo o colpa) una la prova della sussistenza di una piena imputabilità in concreto e, dunque, di piena consapevolezza e volontà della condotta e del suo disvalore sociale sotto il profilo della maturità. Ove la prova su questo aspetto della personalità dell’imputato fosse ritenuta negativa, contraddittoria o mancante, se ne dovrebbe disporre la sanatoria, eventualmente con acquisizione di documentazione utile o il conferimento di un incarico peritale che accerti la maturità ex art. 98 c.p.. Ove permanesse una valutazione negativa, il giudizio dovrebbe ineluttabilmente concludersi con una sentenza di assoluzione sotto il profilo della non imputabilità per incapacità di intendere e di volere a cagione di immaturità (con eventuale applicazione di misura di sicurezza ove ne sussistessero i presupposti quanto a limiti edittali di pena e a sussistenza di pericolosità sociale). È pacifico che questa valutazione debba essere preliminare ad ogni altra valutazione di merito, e successiva solo alle questioni di procedibilità, perché sarebbe non solo ingiusto ma illegittimo ad esempio mettere alla prova o concedere il beneficio del perdono giudiziale ovvero della sentenza di non doversi procedere per tenuità del fatto ad un soggetto che la legge qualifica, in concreto, come non imputabile alla stregua, e dopo gli opportuni accertamenti, di un infraquattordicenne.

Quanto poi alla alternativa tra messa alla prova e concessione del perdono giudiziale, benchè teoricamente soluzione più favorevole in quanto recante, in caso di esito positivo, alla estinzione del reato, non è scontato che la messa alla prova sia la soluzione più idonea anche in presenza di tutti i suoi presupposti. Va infatti tenuto nella dovuta considerazione, e nell’ambito di un bilanciamento che necessariamente va fatto caso per caso, l’interesse che l’imputato possa avere ad una rapida fuoriuscita dal circuito criminale.

In definitiva, dunque, il senso e la ratio della decisione del TM di Bologna, vanno ravvisati nelle argomentazioni sopra citate, nel merito, e trovano giustificazione nel principio di diritto riportato per cui «Il riconoscimento del beneficio del perdono giudiziale non costituisce oggetto di un diritto dell’imputato connesso a determinati presupposti, ma è rimesso – al pari della sospensione condizionale della pena – al potere discrezionale del giudice, il quale ha l’unico obbligo di indicare adeguatamente le ragioni della propria scelta evidenziando, in considerazione della ratio e della finalità dell’istituto, anche uno solo dei criteri indicati dall’art. 133 c.p. od altri elementi di rilievo ai fini del giudizio valutativo dell’effetto positivo che in concreto può derivare dal beneficio prescelto» (Cass. pen., sez. V, sent. n. 573/2013). È, infatti, in base a questo principio di diritto che il TM di Bologna ha potuto legittimamente fare la propria valutazione discrezionale, evidenziando oltre agli elementi fondanti la prognosi positiva per il futuro, la propria personale opinione in termini di bilanciamento tra pretesa punitiva dello Stato e occasione educativa del processo penale, nei termini di cui si è detto, cioè di una costante soccombenza della prima ove vi sia concreta possibilità di realizzazione della seconda. «Ciò di cui l’odierno prevenuto ha bisogno non è entrare nel circuito carcerario, circostanza che probabilmente vedrebbe come un’ulteriore ingiustizia nei suoi confronti e un ulteriore tentativo da parte di soggetti esterni alla sua famiglia di farlo soffrire, ma essere aiutato con tutti gli strumenti del caso».

Va osservato, tuttavia, che sulla base dello stesso principio di diritto, ben avrebbe potuto altro giudice giungere a conclusione diversa sulla base di una impostazione meno rigida del bilanciamento tra valori costituzionali: che il processo minorile debba tendere alla rieducazione del minore e che la condanna specie a pena detentiva debba essere vista come ultima ratio, non necessariamente comporta, a parere di chi scrive, la conseguenza obbligata che il processo minorile è di per sé una occasione educativa e in quanto tale la pretesa educativa prevale ex se sulla pretesa punitiva dello Stato nel momento del giudizio. Sarebbero in tal modo sviliti a semplici strumenti di risulta tutti gli istituti rieducativi che vivono nella fase successiva alla emissione di una condanna e che, invece, impregnano la vicenda criminale minorile allo stesso modo di quelli che consentono al minore imputato una rapida fuoriuscita dal circuito criminale prima e senza una condanna. Si deve trattare, in altri termini, più di una valutazione caso per caso che di un percorso a parametri rigidi in cui i contenuti educativi impregnano la sostanza degli istituti processuali ma non li snaturano né li contaminano.

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