Giurisprudenza commentata

Il diritto all'assegno di divorzio non rivive se viene meno la convivenza more uxorio dell'avente diritto

Sommario

Massima | Il caso | La questione | Le soluzioni giuridiche | Osservazioni | Guida all'approfondimento |

Massima

La famiglia di fatto è espressione di una scelta esistenziale libera e consapevole e, come tale, essa dovrebbe essere caratterizzata dalla assunzione piena del rischio legato alla possibilità del suo venir meno. Pertanto, la cessazione della convivenza more uxorio e, con essa, dell'apporto economico del partner, non fa risorgere il diritto all'assegno divorzile nei confronti dell'ex coniuge. Va per di più considerata la condizione di quest'ultimo, il quale, di fronte alla costituzione di una famiglia di fatto tra il proprio ex coniuge e un altro partner, necessariamente stabile e duratura, ha confidato nell'esonero definitivo da ogni obbligo.

Il caso

L'occasione di questa innovativa pronuncia di legittimità è data da una causa di divorzio con contrapposte domande in ordine all'assegno divorzile, richiesto dalla moglie con l'opposizione del marito.

Invero, la ricostruzione della vicenda in fatto e processuale contenuta nella sentenza è piuttosto sintetica. Se ne ricava, comunque, che il divorzio era stato pronunciato dal Tribunale di Brindisi, con sentenza non definitiva del 2006, mentre con la sentenza definitiva del 2010, il tribunale aveva attribuito alla ex moglie un assegno divorzile di Euro 1.000,00 mensili, con decorrenza dal mese successivo alla pubblicazione della sentenza.

La donna aveva proposto appello, rivendicando la decorrenza anteriore dell’assegno.

In via di appello incidentale, l'ex marito aveva domandato l'esclusione del proprio obbligo di corrispondere il mantenimento all’ex moglie.

Con sentenza del 3 luglio 2011, la Corte d'Appello di Lecce, accogliendo parzialmente l'appello principale, aveva anticipato la decorrenza dell'assegno all'ottobre 2006, vale a dire alla data del passaggio in giudicato della sentenza parziale.

La questione

La questione affrontata con la sentenza in esame è la seguente:  il diritto all’assegno di divorzio, entrato in stato di quiescenza durante la convivenza more uxorio dell’ex coniuge con un terzo, deve intendersi ripristinato nel caso in cui detta convivenza venga a cessare? 

Le soluzioni giuridiche

Non è la prima volta che la giurisprudenza si occupa delle sorti dell'assegno divorzile in relazione alla convivenza more uxorio instaurata da uno dei coniugi; lo si ricava dalla stessa  pronuncia qui in esame, la quale richiama la decisione Cass. n. 17195/2011 quale espressione della «giurisprudenza ormai consolidata».

Va detto, allora, che l’orientamento compendiato nella pronuncia di legittimità del 2011 riguarda esattamente due profili strettamente connessi.

  1. Il primo concerne la sopravvivenza del diritto all’assegno divorzile durante la convivenza del coniuge percipiente con un nuovo partner.  La Cassazione del 2011 è ben esplicita nell’affermare che occorre distinguere tra semplice convivenza e convivenza che, per la stabilità e la durata che la caratterizzano, si trasforma in una vera e propria famiglia di fatto (cfr. il riferimento a Cass. n. 4761/1993); laddove, «il parametro dell’adeguatezza dei mezzi rispetto al tenore di vita  goduto durante la convivenza matrimoniale  da uno dei partner non può che venir meno di fronte all’esistenza di una famiglia, ancorché di fatto». La portata rivoluzionaria di tale passaggio è evidente: viene attribuita rilevanza giuridica alla famiglia di fatto e a tal punto che gli obblighi sorti con il vincolo coniugale precedente vengono sospesi. Conseguentemente, finché dura detta convivenza, non si giustifica la corresponsione di un assegno divorzile a carico dell’ex coniuge. Per l’esattezza (questo il nucleo della pronuncia anteriore) il diritto all’assegno divorzile viene a trovarsi in una fase di quiescenza. Quiescenza, dunque, e non cessazione o estinzione.
  2. Non vi è, infatti, analogia - ed è questo il secondo profilo toccato dalla sentenza del 2011 - tra il nuovo matrimonio del coniuge divorziato, il quale fa cessare automaticamente il diritto all’assegno, e la convivenza more uxorio stabile e duratura, per effetto della quale il diritto all’assegno entra in stato di quiescenza: la configurabilità della convivenza nei termini di famiglia di fatto richiede infatti un accertamento e una pronuncia giurisdizionale. Conseguenza ulteriore, sempre sulla base del dictum del 2011: il diritto all’assegno potrebbe rivivere nel caso di rottura della convivenza, stante la mancanza di una normativa specifica a garanzia dell’ex convivente.  

La Cassazione del 2015 riprende il ragionamento proprio da qui, pervenendo a conclusione opposta. Il ragionamento è piuttosto lineare: pur rilevando che, in linea con l’orientamento consolidato, il fenomeno andrebbe spiegato come una sorta di "quiescenza" del diritto all’assegno, la Suprema Corte osserva che occorre tenere conto dell'importanza che la famiglia di fatto riveste oggi e della consapevolezza che deve accompagnare i partner, circa la possibilità del suo venir meno.

Di conseguenza - e qui sta il novum dell'orientamento di legittimità - va superata la concezione stessa di un diritto al mantenimento divorzile quale diritto in stato di quiescenza; e deve tenersi conto, altresì, della condizione dell'altro ex coniuge, il quale, di fronte alla costituzione di una famiglia di fatto tra il proprio ex coniuge e un altro partner, necessariamente stabile e duratura, ha confidato nell'esonero definitivo da ogni obbligo.

La pronuncia in commento porta alla ribalta una questione mai prima affrontata negli stessi termini; tanto che la Cassazione conclude per la compensazione delle spese legali, stante - appunto - la novità della questione.

Osservazioni

Nei termini di cui alla massima, è la prima vota che la Cassazione affronta il nodo della reviviscenza dell'assegno divorzile dopo il venire meno della famiglia di fatto.

É dunque corretto salutare la sentenza in commento come decisione che affronta un questione nuova.

Tuttavia, una più approfondita disamina dell'orientamento giurisprudenziale in materia, ed in particolare, della sentenza n. 17195/2011 porta a concludere che con quest'ultimo arresto, la Cassazione ha ribaltato l'orientamento precedente, per la parte in cui si riteneva che il diritto all'assegno divorzile riacquisti vigore al venir meno della famiglia di fatto.

La pronuncia del 2011, infatti, non si era limitata ad affermare che l'assegno divorzile non spetta durante la convivenza, ma aveva aggiunto che esso può rivivere nel caso del venir meno della famiglia di fatto dell'ex coniuge.

La sentenza odierna pone sotto i riflettori la sorte dell'assegno divorzile nel caso del venir meno della convivenza more uxorio, segnando un revirement. 

Il profilo di nuova considerazione è, in altri termini, quello della sorte del diritto all'assegno di divorzio, al subentrare della crisi della ‘nuova famiglia’ dell'ex coniuge.

Ci troviamo di fronte, così, all’ inaugurazione di un nuovo corso della giurisprudenza del Supremo Collegio in materia; nuovo corso nel quale può intravedersi la volontà di attribuire sempre maggiore rilevanza giuridica alla famiglia di fatto, nei diritti così come negli oneri. E questo è efficacemente espresso dalla Cassazione nel riferimento al senso di responsabilità che deve accompagnare la creazione anche della famiglia di fatto, con l’accettazione del rischio che la stessa possa venire meno.

Degna di considerazione positiva è altresì l’attenzione rivolta dai Giudici di Piazza Cavour all’aspettativa dell’ex coniuge obbligato a poter a sua volta coltivare un nuovo progetto di vita, grazie anche alla liberazione da obblighi che più non si giustificano, ma che - se conservati- rischierebbero di impedire detta realizzazione.

Guida all'approfondimento

E. Pedrini, La convivenza "more uxorio" non esclude aprioristicamente l'obbligo di corrispondere l'assegno divorzile (nota a Cass., sez. I, 5 giugno 2000 n. 15055, Bertoli c. Ferri), Nuovo dir., 2001, 567

G. Bonilini, L'estinzione del diritto all'assegno post matrimoniale, Studium Juris, 1997, 586  

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