Giurisprudenza commentata

Eccezione tardiva di convivenza di lunga durata

Sommario

Massima | Il caso | La questione | Le soluzioni giuridiche | Osservazioni |

Massima

Nel matrimonio, la convivenza “come coniugi”, quale elemento essenziale del “matrimonio-rapporto”, ove protrattasi per almeno tre anni dalla celebrazione del matrimonio concordatario, integra una situazione giuridica di “ordine pubblico italiano”, la cui inderogabile tutela trova fondamento nei principi supremi di sovranità e di laicità dello Stato, ostativa alla dichiarazione di efficacia della sentenza di nullità pronunciata dal Tribunale ecclesiastico per qualsiasi vizio genetico del “matrimonio-atto”. Detta convivenza triennale “come coniugi”, essendo caratterizzata da una complessità fattuale strettamente connessa all’esercizio di diritti, adempimento di doveri e assunzione di responsabilità di natura personalissima, è oggetto di un’eccezione in senso stretto, non rilevabile d’ufficio, né opponibile dal coniuge, per la prima volta, nel giudizio di legittimità.

Il caso

Dopo aver ottenuto la dichiarazione di nullità del proprio matrimonio concordatario per difetto di discrezione di giudizio, ai sensi del can. 1095, n. 2, del Codice di Diritto Canonico, Z.S. adì la Corte d’appello di Messina, al fine di vederne riconosciuti gli effetti anche nell’ordinamento italiano. Perfezionatosi il contraddittorio con la costituzione della convenuta C.M. alla prima udienza di comparizione del 17 dicembre 2013, la cui posizione era ostativa all’accoglimento della domanda, la Corte di appello di Messina, con sentenza del 5-15 giugno 2015, dichiarò efficace nell’ordinamento italiano la sentenza del Tribunale Ecclesiastico Regionale Siculo dell’11 marzo 2011, ratificata in grado di appello con decreto del Tribunale Ecclesiastico Regionale Campano del 9 novembre 2011, e resa esecutiva con decreto del Supremo Tribunale Segnatura Apostolica del 19 giugno 2013.

La Corte di appello di Messina rilevò che, nonostante risultasse pacifico che la coppia avesse convissuto come coniugi per oltre un triennio, la relativa eccezione di incompatibilità della decisione ecclesiastica con l’ordine pubblico italiano per lunga durata della convivenza matrimoniale fu proposta dalla convenuta solo tardivamente, in occasione dell’udienza di prima comparizione, e non già, come avrebbe dovuto, almeno venti giorni prima dell’udienza. Considerato il venir meno della possibile ragione di rigetto della domanda di delibazione, la Corte di appello dichiarò l’efficacia della sentenza di nullità nell’ordinamento italiano.

La convenuta C.M. propose ricorso per cassazione contro la sentenza della Corte diappello di Messina, precisando la propria posizione attraverso due motivi: 1) violazione e/o falsa applicazione dell’art. 166 c.p.c. con riferimento alla costituzione del convenuto, dell’art. 167, comma 2, c.p.c. con riferimento alla decadenza di eventuali eccezioni processuali non rilevabili d’ufficio e dell’art. 171, comma 2, c.p.c. con riferimento alla ritardata costituzione delle parti; 2) violazione di norme di diritto in tema di giurisdizione con riferimento all’art. 111 Cost.

La questione

In tema di delibazione di pronunciamenti ecclesiastici di nullità matrimoniali, l’eccezione di convivenza di lunga durata deve essere eccepita improrogabilmente entro i termini di cui all’art. 167 c.p.c. ovvero almeno venti giorni prima dell’udienza?

Le soluzioni giuridiche

L’operazione posta in atto per ridurre l’applicazione dell’istituto della delibazione delle decisioni ecclesiastiche ebbe inizio con l’introduzione del criterio secondo cui la tutela della buona fede e dell’affidamento incolpevole costituisce esigenza imprescindibile e inderogabile in materia matrimoniale. Attraverso la cosiddetta simulazione unilaterale, ovvero l’esclusione da parte di uno dei nubendi del matrimonio stesso o di sue proprietà o elementi essenziali, la Corte di Cassazione, a partire dalla sentenza 1 ottobre 1982, n. 5026, pronunciata a Sezioni Unite, con orientamento ormai consolidato, introdusse la buona fede nel novero dei principi di ordine pubblico. La Corte di Cassazione, però, in quell’occasione, introdusse delle limitazioni all’operatività di tale criterio, precisando che, anche in presenza di un’esclusione posta unilateralmente da uno solo dei coniugi, si poteva comunque pervenire alla delibazione della sentenza ecclesiastica di nullità matrimoniale nelle ipotesi in cui il coniuge non simulante, all’epoca delle nozze, fosse stato a conoscenza dell’altrui intenzione escludente, avesse potuto conoscerla usando l’ordinaria diligenza, o avesse egli stesso invocato la delibazione della sentenza.

La Corte di Cassazione successivamente ridusse ulteriormente la possibilità di delibazione facendo leva sulla cosiddetta rilevanza attribuita all’elemento della convivenza coniugale. Col pretesto di assicurare la certezza dei rapporti giuridici, i giudici di legittimità imposero che, nella legislazione civile, l’invalidità del matrimonio sia soggetta a termini di decadenza della relativa azione, al contrario della nullità canonica, ove è rilevabile senza limiti di tempo perché assoluta ed insanabile. Rilevante fu la sentenza Cass. 20 gennaio 2011, n. 1343, che ritenne «ostativa alla delibazione della sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio, pronunciata a motivo del rifiuto della procreazione, sottaciuto da un coniuge all’altro, la loro particolarmente prolungata convivenza oltre il matrimonio».

La questione della rilevanza della convivenza coniugale, in quanto ostativa al riconoscimento delle nullità canoniche, fu sottoposta al vaglio delle Sezioni Unite che si pronunciarono con la sentenza 17 luglio 2014, n. 16379, attraverso la quale stabilirono la preminenza nell’ordinamento statale del matrimonio-rapporto a discapito del matrimonio-atto volitivo. La valenza generale che le Sezioni Unite pretesero di attribuire alla convivenza coniugale, quale elemento idoneo a precludere la delibazione della declaratoria canonica di nullità da qualsiasi causa essa derivi, si rivelò abnorme in quanto finì per intervenire in maniera indiscriminata, anche in situazioni nelle quali la lunga durata della vita matrimoniale non avrebbe potuto essere assunta a dimostrazione della volontà degli interessati di permanere nel vincolo, non avendo senso parlare di rinuncia a un diritto da parte di chi, ad esempio, non poteva concretamente esercitarlo, come ad esempio in casi di nullità di matrimonio per incapacità a contrarre le nozze. Ad ulteriore conferma che la prolungata convivenza fra i coniugi non poteva essere ritenuta principio di ordine pubblico, depone la constatazione che il verificarsi di una situazione di lunga convivenza non preclude la pronuncia di cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario, anche dopo decenni di vita matrimoniale. Se si fosse realmente trattato di un principio di ordine pubblico, una ultra triennale comunione coniugale avrebbe potuto ostacolare anche la cessazione degli effetti civili, quanto meno nella fattispecie di una richiesta unilaterale di un coniuge, con relativa e consequenziale opposizione dell’altro coniuge contrario all’interruzione del legame.

La sentenza in commento pertanto chiarisce la portata procedurale delle decisioni Cass. 17 luglio 2014, n. 16379, e Cass. 17 luglio 2014, n. 16380. In quelle occasioni, infatti, le Sezioni Unite enunciarono il principio secondo cui la convivenza come coniugi, protrattasi per almeno tre anni dalla data di celebrazione del matrimonio concordatario regolarmente trascritto, connotando nell’essenziale l’istituto del matrimonio nell’ordinamento italiano, è costitutiva di una situazione giuridica disciplinata da norme costituzionali, convenzionali ed ordinarie, di ordine pubblico italiano e, pertanto, anche in applicazione dell’art. 7, comma 1, Cost. e del principio supremo di laicità dello Stato, è ostativa alla dichiarazione di efficacia nella Repubblica italiana delle sentenze definitive di nullità di matrimonio pronunciate dai tribunali ecclesiastici, per qualsiasi vizio del matrimonio accertato e dichiarato dal giudice ecclesiastico.

La sentenza in esame chiarisce che, con riferimento all’eccezione di lunga durata, le pronunce Cass. 17 luglio 2014, n. 16379, e Cass. 17 luglio 2014, n. 16380, non operarono un vero e proprio cambiamento di rotta da parte della giurisprudenza di legittimità, e non diedero luogo ad un caso di overruling (cambio del precedente vincolante), come contrariamente affermato dalla sentenza Cass. 21 dicembre 2015, n. 25676, che rimase un pronunciamento isolato. Anche nel caso in commento, la Suprema Corte, come già si era chiarito in Cass. 19 dicembre 2016, n. 26188, ricorda che l’eccezione di lunga durata non giustifica la rimessione in termini della parte convenuta qualora non eccepisca tale eccezione nella comparsa di costituzione nei termini di cui agli artt. 166 e 167 c.p.c..

Nel caso della fattispecie esaminata, pertanto, la Corte di appello di Messina rigettò l’eccezione di convivenza di lunga durata presentata dalla parte convenuta perché trattasi di un’eccezione in senso stretto che si sarebbe dovuta sollevare entro i termini di cui all’art. 167 c.p.c., cioè almeno venti giorni prima dell’udienza, pena la sua inammissibilità per tardività.

Osservazioni

Il termine “eccezione” ricomprende tendenzialmente qualsiasi difesa del convenuto e può generalmente assumere tre significati: 1) contestazione di fatti costitutivi della domanda, concretizzandosi in una “mera difesa” perché volta a sollecitare nel giudice una pronuncia di merito circa la fondatezza o meno della domanda; 2) eccezione in senso lato, che indica i fatti estintivi, modificativi ed impeditivi (nel senso di cui all’art. 2697, comma 2, c.c.) rilevabili d’ufficio; 3) eccezione in senso stretto, che indica i fatti estintivi, modificativi ed impeditivi rilevabili solo su istanza di parte. La distinzione tra eccezioni in senso lato ed eccezioni in senso stretto poggia sulla rilevabilità d’ufficio o meno delle medesime.

La norma processuale di riferimento è l’art. 112 c.p.c. che prevede che il «giudice […] non può pronunciare d’ufficio su eccezioni, che possono essere proposte soltanto dalle parti». Da tale norma deriva a contrario la regola generale della rilevabilità d’ufficio delle eccezioni, ad esclusione di quelle in ordine alle quali è necessaria la proposizione di parte. Spetta al giudice interpretare l’eccezione proposta. Se è vero, infatti, che l’eccezione non postula un ampliamento o un mutamento della pretesa, è altrettanto vero che tale attività difensiva allarga il thema decidendum attraverso l’allegazione e l’introduzione in giudizio di ulteriori fatti (modificativi, impeditivi e estintivi), ontologicamente diversi da quelli costitutivi allegati dall’attore. Le più frequenti applicazioni si hanno in relazione all’eccezione di prescrizione, la più tipica delle eccezioni rilevabili per iniziativa di parte.

Leggi dopo

Le Bussole correlate >