Focus

Omogenitorialità. Modelli di famiglia in evoluzione

Sommario

Premessa | Le capacità genitoriali | L'omogenitorialità | Teorie a confronto | In conclusione | Guida all'approfondimento |

Premessa

Ormai da molti anni il Diritto ha coinvolto la Psicologia per cercare di dirimere e risolvere problematiche e questioni che riguardavano la persona nel suo insieme, ovvero valutare soprattutto nel Diritto di Famiglia e Minorile le componenti affettive, l’identificazione di genere, i meccanismi difensivi e le capacità genitoriali, che, in un certo qual modo, racchiudono gli aspetti appena citati, ma includono anche caratteristiche più comportamentali, morali ed etiche, come ad esempio lo stile di vita e le compensazioni che l’Io riesce a realizzare. In tempi recentissimi, rispetto le competenze genitoriali si è aperto un ampio dibattito relativo all’importanza sempre maggiore che viene data alla qualità delle relazioni genitore-figlio, coinvolgendo in questa discussione anche il concetto complesso dell’omogenitorialità.

Dunque, il tema in esame apre il dibattito sul cambiamento, sulla trasformazione di modelli e sistemi che riconducono alle basi teoriche della psicologia.

Ma prima ancora, ci sembra importante definire nel modo più chiaro possibile cosa intende la psicologia per capacità genitoriali.

Le capacità genitoriali

Definire in modo netto e preciso le capacità genitoriali non è un compito semplice né forse possibile in quanto sul piano psichico molte sono le caratteristiche che possono indirizzare, sostenere o ostacolare tali competenze. La genitorialità può essere intesa come una funzione di tipo processuale, che riguarda il processo di “prendersi cura di un figlio” e attiene a tutto quell'insieme di attività e compiti (nutrire, fornire affetto e protezione, educare ecc...) che un genitore mette in atto nei confronti del figlio. Si tratta di una funzione molto complessa in quanto, anche se fondata su una base istintuale e biologica, necessita di operazioni mentali articolate e caratteristiche di personalità e comportamentali difficilmente sintetizzabili, che sono frutto del funzionamento adeguato dei processi psichici e della personalità.

Nella letteratura esistono molti autori che, da prospettive teoriche diverse, hanno validamente definito le capacità genitoriali attraverso un elenco di funzioni psichiche, abilità, competenze e comportamenti spesso sovrapponibili tra loro.

Troviamo interessante fare riferimento al lavoro di Irving B. Weiner, che riassume in tre aree le caratteristiche di personalità che possono aumentare o diminuire le capacità di un genitore di andare incontro ai bisogni del figlio. Le aree che l’autore individua sono:

Disturbi psicologici gravi. Una diagnosi di disturbo grave di personalità o l’essere in trattamento clinico per un disturbo mentale non preclude la possibilità di una persona di essere un buon genitore; in generale, comunque, avere un disturbo grave o un impedimento psicologico può interferire con la capacità di giudizio, con il controllo degli impulsi, con l’energia disponibile, e di conseguenza con l’avere un funzionamento efficace e adeguato come genitore.

Capacità adattive. L’essere un buon genitore è un compito facilitato da adeguate capacità adattative, incluse valide capacità di giudizio e di prendere decisioni idonee, flessibilità nel problem solving e gestione efficace dello stress. Di contro, limitate capacità adattative possono interferire col ruolo genitoriale, come la mancanza di capacità di giudizio, la poca flessibilità nell’affrontare i problemi o l’incapacità di gestire in maniera adeguata lo stress. Possiamo aggiungere in questa area la presenza di una buona autostima e la capacità di regolarla efficacemente e la capacità di costruire aspettative realistiche.

Disponibilità interpersonale. La qualità dell’attenzione verso i figli che i genitori possono fornire consiste nella disponibilità interpersonale, ovvero nell’essere capaci di interesse autentico verso l’altro, di prendersi cura delle relazioni, di capacità empatica e comprensione dei bisogni e delle esigenze del figlio. Di contro una persona concentrata solo su di sé, distaccata o poco sensibile tende ad essere poco adatta nell’efficacia genitoriale.

L'omogenitorialità

E’ proprio su questa linea e sulla base di queste definizioni di genitorialità che riteniamo si debba affrontare il tema dell’omogenitorialità, con un passaggio obbligatorio legato ai modelli identificativi, anche se il confronto su questa tematica sembra essere, in realtà, un falso problema, sia perché ancorarsi a modelli teorici dogmatici in psicologia giuridica è sbagliato, sia perché vi è evoluzione anche in riferimento ai classici teoremi dell’identificazione.

Infatti, molte figure di rilievo, anche istituzionale, della psicologia si sono espresse in modo molto netto e chiaro rispetto la questione dell’omogenitorialità.

Fulvio Giardina (Presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi), nel settembre 2014 afferma che «Non è certamente la doppia genitorialità a garantire uno sviluppo equilibrato e sereno dei bambini, ma la qualità delle relazioni affettive. Da tempo infatti la letteratura scientifica e le ricerche in quest'ambito sono concordi nell'affermare che il sano ed armonioso sviluppo dei bambini e delle bambine, all'interno delle famiglie omogenitoriali, non risulta in alcun modo pregiudicato o compromesso. La valutazione delle capacità genitoriali stesse sono determinate senza pregiudizi rispetto all'orientamento sessuale ed affettivo. Ritengo pertanto che bisogna garantire la tutela dei diritti delle famiglie omogenitoriali al pari di quelle etero-composte senza discriminazioni e condizionamenti ideologici».

Sulla stessa linea si pone Antonino Ferro (presidente della Società Psicoanalitica Italiana), il quale dichiara che «... bambini cresciuti da genitori dello stesso sesso si sviluppano come quelli cresciuti da genitori eterosessuali e che non c’è una relazione tra l’orientamento sessuale dei genitori e qualsiasi tipo di misura dell’adattamento emotivo, psicosociale e comportamentale del bambino. Adulti coscienziosi e capaci di fornire cure, che siano uomini o donne, eterosessuali o omosessuali, possono essere ottimi genitori».

Anche Vittorio Lingiardi (professore ordinario di Psicologia Dinamica alla Sapienza di Roma), Roberto Cubelli (professore ordinario di Psicologia Generale all’Università di Trento e già presidente dell’Associazione Italiana di Psicologia) e Massimo Ammaniti (professore ordinario di Psicopatologia dello Sviluppo all’Università di Roma La Sapienza) si collocano sulle stesse posizioni di Giardina e di Ferro.

Ammaniti, infatti, afferma che «Le ricerche dell'American Psycoanalytic Association e dell'Associazione Italiana di Psicologia sottolineano che è fondamentale nell'interesse del bambino avere genitori capaci di prendersi cura di lui, di capire le sue difficoltà emotive, di provare empatia. E tutto questo ha profondamente a che fare con la personalità, l'attitudine di uomini e donne, non con il loro orientamento sessuale. Per questo le ricerche dicono che non cambia avere genitori gay o etero». Aggiunge Ammaniti che «Per una crescita equilibrata ci vuole l'elemento maschile e femminile, ma il fatto è che in ognuno di noi ci sono tutti e due gli elementi. Nella definizione classica il codice paterno è quello che guida, mette le regole, segna i limiti, quello materno accoglie, cura. La realtà è che un uomo può essere accogliente e una donna mettere regole severe. Anche nelle coppie eterosessuali ci sono sfumature diverse: chi protettivo, chi prescrittivo. L'importante è ricevere i due codici, non importa il sesso di chi li trasmette».

Le più importanti associazioni scientifiche nazionali e internazionali nel campo della psichiatria, della pediatria, della psicologia e della psicoanalisi sono sulla stessa linea.

Infatti, a suffragare le parole degli esperti italiani entrano in campo anche l’American Academy of Pediatrics, l’American Association of Child and Adolescent Psychiatry e l’American Psicological Association. La prima, che rappresenta il 99,9% dei professionisti pediatri statunitensi, ha svolto numerose ricerche (nel 2002, 2006 e 2010) e si è sempre espressa a sostegno delle famiglie omogenitoriali e a favore dell’adozione per le coppie gay; l’American Association of Child and Adolescent Psychiatryin uno studio pubblicato nel 2011 ha ribadito l’assenza di rischi neuropsichiatrici, prendendo posizione a sostegno delle famiglie composte da genitori dello stesso sesso; infine, già nel 1995 l’American Psicological Association sosteneva in uno studio che «I gay e le lesbiche possono, al pari degli eterosessuali, essere buoni genitori e i bimbi da loro cresciuti altrettanto equilibrati».

Teorie a confronto

Alla luce di tutto ciò, molto interessante è la rivisitazione, nelle nuove teorie freudiane, del Complesso di Edipo, letto attraverso un’interpretazione di violenze in famiglia e nello specifico sul bambino da parte del padre, come nella tragedia di Sofocle.

Proprio sul “Complesso di Edipo”, David C. Rowe afferma: «Tale superstizione consiste nel credere che ciò che forma la natura umana siano i circa 15 anni che servono per allevare un bambino, anziché tutto il peso della storia culturale e, ancora più indietro, la storia dell’evoluzione umana. Da un punto di vista più generale, le tradizioni culturali possono essere trasmesse in molti altri modi che non con l’esposizione a una idealizzata famiglia nucleare».

Dunque, l’esaltazione della genitorialità eterosessuale cancella ogni altra possibile interpretazione emarginando altre realtà, come quella sociale, ambientale, economica, che invece incidono in modo significativo sulla realtà interna evolutiva e conseguentemente esterna comportamentale.

Nell’elaborazione del mito la teoria freudiana delle pulsioni si contrappone in modo netto all’Edipo Re della tragedia di Sofocle. Cambia la chiave di lettura, passando dal fato destinale all’inconscio individuale, con la pulsione, per Freud, che spinge Edipo verso Tebe con lo scopo di possedere la madre dopo avere eliminato il padre. E’ l’inconscio, la forza interna non casuale che guida l’eroe, secondo Freud.

Nella rilettura del “Complesso d’Edipo” si inseriscono le divergenze teoriche rispetto la teoria della mente, in quanto già all’epoca autori come Adler e Ferenczi riportavano ad un modello più relazionale piuttosto che pulsionale, come era invece la base teorica di Freud. Tale modello, intersoggettivo-relazionale, aveva trovato una forte sponda nella Psicologia del Sé di Kohut, come presa di distanza dalla dimensione pulsionale edipica.

Ecco che torna in pieno la lettura dell’Edipo Re, in quanto Sofocle riporta ad un livello relazionale reattivo - e non dettato dalle pulsioni - la scelta di Edipo di uccidere il padre, come vendetta alle vessazioni subite da neonato ad opera del genitore. Come ricorda Franco Maiullari, «il padre gli perforò i piedi, e lo fece esporre sul monte Citerone».

E’ quindi una storia di violenza e vessazioni, una storia folle che investe l’intero sistema familiare. Da qui emerge un Edipo che è dentro la relazione patologica, di tipo anche relazionale, che subisce i maltrattamenti, la mancanza dell’accoglienza e delle cure primarie nel suo sviluppo infantile, con la inevitabile deriva della psicopatologia, della follia e delle perversioni.

Aggiunge ancora Maiullari che «Sofocle, a mio parere, mette in scena la storia edipica non per alludere a un universale funzionamento psicologico, ma per sottolineare gli esiti tragici a cui la follia degli uomini può andare incontro, sapendo anche che follia chiede follia, come esplicita nell’Antigone».

L’origine e le responsabilità di ruoli così complessi e articolati, di triadi “perverse”, di rapporti familiari invischiati e fusionali, andrebbero valutate e osservate attraverso una lettura diversa per uscire da una dimensione ideologica, anche se scientifica, che confina le problematiche solo all’interno di costrutti teorici che difficilmente riescono ad inquadrare il bambino-figlio nella sua giusta dimensione.

L’elevatissima conflittualità che si esprime all’interno dei processi di separazione per l’affidamento dei figli andrebbe riletta non tanto su questioni teoriche legate all’identificazione del bambino, quanto invece sui danni che possono provocare gli adulti all’interno di un intero Sistema Alienato Familiare.

Con questa accezione si vuole segnalare un grave sistema patologico familiare, purtroppo frequente e comune, che prescinde dai modelli identificativi peraltro in evoluzione, che può essere definito “Alienazione del Sistema Famiglia, dove necessariamente ci si allontana dal facile paradigma genitore alienante-bambino contro genitore alienato, per inquadrare la problematica all’interno di un sistema più ampio e più complesso.

Contribuiscono all’Alienazione del Sistema Famiglia entrambi i genitori, spesso le famiglie d’origine e quelle ricostituite con nuovi partner, i legali e i vari consulenti di parte, tutti schierati in modo irresponsabile a favore dell’uno o dell’altro, trascurando e tralasciando il vero interesse e il benessere del minore.

In conclusione

Riteniamo, quindi, che la psicologia giuridica dovrebbe cercare di affrontare questa grave difficoltà con gli strumenti della prevenzione, attraverso lo studio di un intero sistema familiare compromesso e non tanto disquisire sui modelli identificativi che, forse, dovrebbero avere maggiore risonanza semmai nel dibattito clinico e nell’ottica dei vari cambiamenti culturali e teorici in corso, ricordando, a noi stessi per primi, che le competenze genitoriali tendono ormai a definirsi sempre di più in chiave di empatia e giuste attenzioni verso il figlio e non tanto in riferimento ai costrutti statici dei modelli identificativi. 

Guida all'approfondimento

-Greco O., Maniglio R., Genitorialità, Milano, 2009

-Irving B. Weiner, Report Forense, Edizione Forense RIAP 5 FE, Odessa, Florida, 2005

-Rowe David C., The Limits of Family Influence: Genes, Experience and Behaviour, Guilford Press. London, 1994

-Maiullari F., L’interpretazione anamorfica dell’Edipo Re. Una nuova lettura della tragedia sofoclea, Ist. Editoriali e Poligrafici, 1999

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