Focus

L'applicazione delle misure di prevenzione agli indiziati del delitto di atti persecutori

Sommario

Inquadramento generale della norma nel sistema sovranazionale di tutela delle vittime di violenza di genere | Giurisprudenza evolutiva ante riforma | L'applicazione della misura di prevenzione all'autore del delitto di atti persecutori in generale | La differenza di tutela rispetto alle misure cautelari personali | I limiti di applicazione della misura di prevenzione patrimoniale all'autore del delitto di atti persecutori | Conclusioni |

Inquadramento generale della norma nel sistema sovranazionale di tutela delle vittime di violenza di genere

La l. n. 161/2017 con l'aggiunta della lettera i-ter) all'art. 4, comma 1, d.lgs. n.  159/2011 (codice antimafia) inserisce nella categoria della pericolosità qualificata, tra i destinatari delle misure di prevenzione personali, anche gli indiziati del delitto di atti persecutori (art. 612-bis c.p.).

La svolta, giuridica e culturale, dell'inclusione in esame consiste nel fatto che l'applicazione delle misure di prevenzione, nate per reprimere il disagio sociale e poi estese agli indiziati di appartenenza alla mafia anche con riguardo all'accumulo illecito dei patrimoni criminali, viene ampliata ai soggetti indiziati di stalking, reato che rientra tra quelli cosiddetti di genere, ovverosia commessi in percentuale significativa ai danni delle donne, proprio per la loro appartenenza al genere femminile (in questi termini si veda la sentenza Cass. pen., S.U., n. 10959/2016).

Se, da un lato, la norma in esame dimostra l'accresciuta sensibilità collettiva rispetto alla minaccia che si annida, per le vittime, nel delitto di atti persecutori; dall'altro lato testimonia l'inadeguatezza degli strumenti giuridici tradizionali nel contrasto alla violenza di genere – come le misure cautelari emesse in sede civile e penale e le sanzioni penali e le misure di sicurezza applicate con le sentenze di condanna – oltre che le prassi applicative che, talvolta, rischiano di indebolire l'efficacia delle leggi, favorendo interpretazioni non idonee a contrastare la pervasività del fenomeno criminale e culturale ad esso sotteso.

La lettera i-ter) dell'art. 4, comma 1, d.lgs. n. 159/2011 nel prevedere nuove forme di contenimento del soggetto pericoloso, proprio con riferimento alle condotte descritte dal delitto di cui all'art. 612-bis c.p., anche se non mira direttamente all'attuazione della normativa europea e sovranazionale, di seguito citata, le dà sostanziale rappresentazione. Si pensi, in particolare, agli obblighi nascenti per lo Stato italiano in relazione: 

a) alla Convenzione del Consiglio d'Europa sulla violenza nei confronti delle donne – aperta alla firma ad Istanbul l' 11 maggio 2011, ratificata dal nostro Paese con la l. n. 77/2013  il cui articolo 5 impone agli Stati non solo di astenersi da forme di vittimizzazione secondaria ma anche di adottare «le misure legislative e di altro tipo necessarie per esercitare la debita diligenza nel prevenire, indagare, punire i responsabili» di atti di violenza commessi ai danni delle donne;
b) alla direttiva 2012/29/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 25 ottobre 2012 il cui obiettivo è quello di garantire le vittime di reato con attività di informazione, assistenza e protezione adeguate. Con specifico riferimento ai reati di violenza contro le donne, come di certo è lo stalking, l'art. 22 della direttiva prevede l'obbligo dello Stato di fissare specifiche esigenze di protezione per evitare il rischio di vittimizzazione secondaria e ripetuta, di intimidazione e di ritorsioni;
c) alla direttiva 2011/99/UE, volta ad istituire l'Ordine di protezione europeo (Ope), in merito alle politiche di contrasto nei confronti della violenza, attuata con d.lgs., 11 febbraio 2015, n. 9.

Deve essere, infine, ricordato l'obbligo da parte dello Stato di adottare immediati e tempestivi provvedimenti diretti a prevenire la commissione di reati ai danni delle donne, per come evincibile dalla recente sentenza della Corte EDU, 2 marzo 2017, Talpis c. Italia con la quale l'Italia è stata condannata «non avendo agito prontamente in seguito a una denuncia di violenza domestica fatta dalla donna, le autorità italiane hanno privato la denuncia di qualsiasi effetto creando una situazione di impunità che ha contribuito al ripetersi di atti di violenza, che infine hanno condotto al tentato omicidio della ricorrente e alla morte di suo figlio».

Giurisprudenza evolutiva ante riforma

Nel marzo 2017, antecedentemente alla riforma in esame, la procura di Tivoli, prima in Italia, aveva chiesto ed ottenuto dal Tribunale di Roma (decreto del 3 aprile 2017) l'applicazione provvisoria e urgente della misura di prevenzione personale nei confronti di un uomo prossimo all'uscita dal carcere, per espiazione pena, per reati violenti nei confronti della moglie e dei figli  ex art. 9, comma 2, d.lgs. n. 159/2017, non avendo sortito alcun effetto rieducativo la carcerazione subita. In questo caso l'organo proponente aveva fatto riferimento alla categoria di pericolosità cui all'art. 1, comma 1, lett. c, d.lgs. cit. (persone dedite alla commissione di reati contro i minorenni, la sanità, la sicurezza o la tranquillità pubblica), anche richiamando la sopra citata sentenza della Corte EDU.

A detto importante provvedimento pilota hanno fatto seguito altre significative pronunce di merito (Trib. Palermo, 29 maggio 2017; Trib. Milano, 29 giugno 2017), sempre prima della modifica normativa in esame, proprio a conferma del potenziale innovativo ed evolutivo delle misure di prevenzione in una lettura di effettività di tutela delle vittime dei reati di violenza di genere.

L'applicazione della misura di prevenzione all'autore del delitto di atti persecutori in generale

Il procedimento valutativo che deve seguire l'Autorità giudiziaria al fine di richiedere e applicare la misura di prevenzione all' autore del delitto di atti persecutori è complesso perché volto a verificare l'esistenza di circostanze obiettivamente identificabili e controllabili, con esclusione di elementi privi di riscontri concreti, quali sospetti, mere illazioni e congetture (Cass. pen., S.U., n. 13426/2010; Cass. pen., n. 31209/2015).

Si tratta di compiere accertamenti di fatto in ordine alla sussistenza dei seguenti requisiti:

a) la commissione del reato di atti persecutoriin tutti i suoi elementi costitutivi;

b) la responsabilità del proposto in termini di ragionevole e qualificata probabilità di questa, cioè senza la certezza probatoria che conduce ad una sentenza di condanna al di là di ogni ragionevole dubbio;

c) la pericolosità sociale della persona in senso lato, cioè l'inclinazione oggettiva e soggettiva al delitto secondo una valutazione globale della personalità del proposto, per come emerge da tutte le manifestazioni sociali della sua vita, tale da rendere necessaria una particolare vigilanza da parte degli organi di pubblica sicurezza (Cass. pen., n. 24661/2014; Cass. pen., n. 23041/2015);

d) l'attualità della pericolosità, ovverosia la pericolosità al momento della decisione in quanto se questa era esistente in precedenza e poi sia cessata, non vi è nulla da prevenire, tanto da non necessitare di alcuno specifico controllo e la misura, di conseguenza, non ha ragion d'essere (Cass. pen., n. 34150/2006 e Cass. pen., n. 17932/2010).

Una volta accertata l'esistenza dei sopra indicati elementi, all'indiziato (o meglio, gravemente indiziato) del delitto di atti persecutori può essere applicata sia la misura di prevenzione personale (sorveglianza speciale), sia quella patrimoniale (sequestro e confisca).

La misura personale, avuto specifico riguardo al tipo di reato in esame, che ha una vittima ben individuata, può essere utile solo se applicata con le prescrizioni del divieto di soggiorno in uno o più comuni, diversi da quelli di residenza o di dimora abituale, o in una o più regioni, prescrizioni previste dall'art. 6, comma 2, d.lgs n. 159/2011,oppure dell'obbligo di soggiorno nel comune di residenza o di dimora abituale, di cui al comma successivo.

Il limite evidente di detta misura, però, rispetto all'effettività di tutela della vittima e della sicurezza pubblica a essa connessa, consiste nella sostanziale impossibilità di allontanamento dell'autore del reato dai luoghi frequentati dalla persona offesa. Il divieto di soggiorno, infatti, può essere disposto in ipotesi che, nella pratica, sono residuali, ovverosia quando il proposto vive in un comune di residenza diverso da quello della vittima. Poiché, però, gli atti persecutori riguardano di solito persone legate da precedenti vincoli affettivi o familiari, per non parlare del c.d. stalking condominiale, cioè commesso tra persone abitanti nel medesimo stabile, i luoghi di residenza di proposto e vittima, in gran parte dei casi, coincidono, così come coincidono anche con il luogo di commissione del reato. È proprio in dette situazioni che, però, la norma non consente al giudice di allontanare l'autore del reato.

L'ulteriore requisito prescritto dalla norma, al fine di applicare il divieto di soggiorno, è quello dell'inidoneità delle altre misure di prevenzione rispetto alla tutela della sicurezza pubblica, nozione che deve essere letta nella sua funzione bifasica di tutela sia della collettività che della specifica vittima del reato di atti persecutori.

Per l'autore del reato di atti persecutori le ordinarie prescrizioni previste dall'art. 8, comma 4, d.lgs. n. 159/2011 assumono utilità solo con riferimento alle seguenti: non allontanarsi dalla dimora senza preventivo avviso all'autorità locale di pubblica sicurezza, non rincasare la sera più tardi e di non uscire la mattina più presto di una data ora e senza comprovata necessità e, comunque, senza averne data tempestiva notizia all'autorità locale di pubblica sicurezza, non detenere e non portare armi.

Le altre prescrizioni, previste dalla norma, sono del tutto inutili se calate rispetto alla funzione che devono assolvere in relazione al tipo di delitto in esame.

È evidente che, sempre in chiave preventiva, ciò che può fare davvero la differenza, nell'ottica di effettività della misura di prevenzione personale, è la previsione contenuta nel comma 5 dell'art. 8 che consente all'Autorità giudiziaria di imporre «tutte le prescrizioni che ravvisi necessarie, avuto riguardo alle esigenze di difesa sociale», così da individuare, caso per caso, obblighi ritagliati sulla specificità del reato commesso e sul fatto che lo stesso abbia una vittima individuata. In relazione al delitto di atti persecutori, la prescrizione che dovrebbe necessariamente essere fissata dall'Autorità giudiziaria dovrebbe essere quella del divieto di avvicinamento alla persona offesa, come previsto solo per i soggetti pericolosi che abbiano commesso delitti contro i minorenni (vedi infra). 

Infine, deve essere menzionata la recente pronuncia della Corte EDU, De Tommaso c. Italia che pur intervenendo sulle misure di prevenzione personali italiane non incide in alcun modo sulla categoria della pericolosità qualificata, a cui possono assimilarsi gli indiziati dei reati previsti dall'art. 4, d.lgs. 159/2011, tra i quali oggi sono inseriti gli autori del delitto di atti persecutori.   

La differenza di tutela rispetto alle misure cautelari personali

In una logica di tutela delle vittime, la disposizione in commento potrebbe apparire un'inutile superfetazione rispetto alle attuali misure cautelari in quanto, per alcuni aspetti, le ricorda in ordine ai contenuti concreti e prescrittivi della condotta di chi vi è sottoposto. Si pensi, in particolare, alle misure cautelari non custodiali del divieto di dimora, del divieto di soggiorno, dell'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria e del divieto di avvicinamento alla persona offesa.

La fondamentale differenza, però, a parte ovviamente il diverso contenuto e regime giuridico oltre che finalità dei due istituti, risiede nel fatto che le misure cautelari:

a)hanno termini ridotti, specialmente nella fase delle indagini preliminari, pari a soli tre mesi per il reato di cui all'art. 612-bis c.p., cosicché il concreto il rischio che corre la vittima è proprio quello della loro perdita di efficacia, con totale scopertura di tutela;

b) non sono applicabili dopo l'espiazione della pena.

Invece la misura di prevenzione personale, come ha dimostrato la citata richiesta della procura di Tivoli e di quelle che ad essa sono seguite, è in grado di coprire proprio il periodo statisticamente di massimo rischio per le vittime, ovverosia quello successivo al processo penale, derivante dall'esposizione avvenuta con la testimonianza nel corso del dibattimento, dalla conclusione di un periodo detentivo (in misura cautelare o in esecuzione pena) dell'autore del reato che mantiene ferma ed attuale la propria pericolosità, vedendo crescere la propria volontà persecutoria, senza che assuma concreto rilievo la funzione rieducativa della pena.

Si tratta di una fase nella quale il sistema processuale non offre più alcuna forma di protezione della persona offesa, a fronte di un rischio certo di reiterazione del delitto anche in considerazione dell'abitualità che contraddistingue questo tipo di reati e della natura recidivante che li connota.

La lettura dinamica e di sistema delle misure di prevenzione con le misure cautelari può essere tratta anche dal fatto che recentemente,tra gli obblighi e le prescrizioni inerenti alla sorveglianza speciale, l'Autorità giudiziaria può disporre, con il consenso dell'interessato, l'applicazione del cosiddetto braccialetto elettronico con un espresso richiamo proprio alle modalità di controllo previste all' art. 275-bis c.p.p. (vedi art. 6, comma 3-bis, d.lgs. n. 159/2011 aggiunto dall'art. 15, comma 1, lettera b, d.l. n. 14/2017).

Ciò che, invece, appare contraddittorio, proprio nella logica di effettività che deve connotare la tutela delle vittime di stalking è il fatto che, diversamente da quanto avviene in relazione a categorie di pericolosità connesse a delitti commessi ai danni di minori (v. art.8, comma 5, d.lgs. n. 159/2011), non sia stata inserita una prescrizione come quella del divieto di avvicinamento alla persona offesa. Non si tratta di questione nominalistica o formale visto che l'eventuale violazione di essa configura la fattispecie di reato di cui all'art. 75, d.lgs. n. 159/2011 per la quale è previsto anche l'arresto, tanto da ampliare l'ambito di protezione della vittima come richiesto dalla Convenzione di Istanbul e dalla direttiva 2012/29 sopra citate. Nel solco della doverosità di un'interpretazione convenzionalmente orientata e del primario obbligo dello Stato di evitare la vittimizzazione secondaria i giudici saranno tenuti, nei confronti degli indiziati del reato di atti persecutori, a utilizzare, nella sua massima estensione, il sopra citato potere di adeguamento delle prescrizioni al caso concreto ex art. 8, comma 5, cit., fissando quella, pur non espressamente prevista, del divieto di avvicinamento alla persona offesa. Al riguardo si richiamano però i fortissimi limiti applicativi sopra richiamati concernenti la residenza dell'autore del reato.     

Va, infine, sottolineato che la legge delega n. 103/2017 prevede l'inapplicabilità delle misure di sicurezza personali agli autori del delitto previsto dall'art. 612-bis c.p., così da far venire meno una forma essenziale di tutela delle vittime di violenza di genere nella esclusiva logica di alleggerire la posizione degli autori di detto reato. Se i decreti delegati si muoveranno nello stesso senso, come è ovvio in ragione della univocità della delega, l'unica misura di protezione per le vittime di gran parte dei reati saranno proprio le misure di prevenzione, di cui ci si augura che l'Autorità giudiziaria farà adeguato utilizzo in particolare per lo stalking, così ottemperando ai propri obblighi convenzionali, nonostante i citati limiti applicativi.     

I limiti di applicazione della misura di prevenzione patrimoniale all'autore del delitto di atti persecutori

Con specifico riferimento alla misura di prevenzione patrimoniale si segnala che l'art. 612-bis c.p. è l'unico reato, tra quelli elencati nell'art. 4 del codice antimafia, a essere contro la libertà morale della persona e a non incidere in maniera diretta sul patrimonio della vittima, almeno sotto il profilo astratto. Quindi, mentre si spiega bene, in termini appunto preventivi, l'applicazione della misura personale in esame a tutela della persona offesa proprio in considerazione del tipo di reato, più difficile appare attribuire valenza sostanziale all'applicazione anche della misura di prevenzione patrimoniale (sequestro e confisca).

Va premesso, in termini sistematici, che il presupposto è proprio l'applicazione della misura personale (ma non la sua concreta irrogazione dopo l'introduzione, nel 2008, del principio di applicazione disgiunta). Il sequestro, inoltre,è disposto sui beni nella disponibilità diretta o indiretta del proposto quando il loro valore risulta sproporzionato al reddito dichiarato o all'attività economica svolta ovvero quando, sulla base di sufficienti indizi, si ha motivo di ritenere che gli stessi siano il frutto di attività illecite; la confisca è fondata sui medesimi presupposti oltre che sulla mancata giustificazione dell'origine lecita dei beni da parte del proposto. Quindi anche allo stalker possono essere sequestrati (e confiscati) tutti i beni per i quali ricorrono i presupposti indicati.

Se, in astratto, potrebbe apparire inutile questa ulteriore conseguenza in relazione al tipo di reato in esame, si ritiene che in concreto non sia così. Spesso accade, nella pratica, che persone che si dichiarano nullatenenti o che risultino formalmente prive di reddito abbiano, invece, un'ampia disponibilità di mezzi, utili anche per la commissione del reato di atti persecutori come computer sofisticati, autoveicoli anche potenti, videocamere, ecc..  Non vi è dubbio che, pur restando ferma la natura non sanzionatoria della misura di prevenzione patrimoniale, essa potrà avere un ulteriore e più incisivo effetto dissuasivo in quanto, anche se non collegata alle ragioni che muovono alla commissione della condotta illecita, di certo la sua astratta applicabilità potrebbe convincere lo stalker a non reiterarla.

È di tutta evidenza che la complessità degli accertamenti che precedono l'emissione di una misura di prevenzione patrimoniale potrebbe disincentivare l'Autorità giudiziaria dal compierli, alla luce del tipo di reato, ma è proprio sulla nuova portata applicativa e culturale, su cui questo istituto si sta misurando, che quello dell'art. 612-bis c.p. potrebbe esserne un banco di prova.

Conclusioni

La scelta legislativa di includere l'art. 612-bis c.p. tra i reati per i quali è consentita l'applicazione delle misure di prevenzione è una scelta che segna una svolta nella nuova identità di detto istituto, da sempre connotato come strumento di tutela della collettività dalla criminalità organizzata. È un tentativo di qualificare la violenza contro le donne come un fenomeno, culturale e giudiziario, che, come la mafia, può e deve essere arginato con strumenti davvero efficaci come le misure di prevenzione. Solo un loro adeguato e convinto utilizzo nel concreto da parte dell'Autorità giudiziaria, quindi senza eccessive timidezze, potrà condurre ai risultati che il legislatore si è proposto, anche se non utilizzando tutti gli strumenti che avrebbe avuto a disposizione a partire proprio da quello di includere tra le prescrizioni quella del divieto di avvicinamento alla vittima. 

 

 

*Fonte: www.ilpenalista.it.

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