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La nuova disciplina europea delle successioni: il Regolamento n. 650/2012

19 Agosto 2015 | , Successione legittima

Sommario

Il Regolamento n. 650/2012: la scelta del modello unionista | La disciplina della giurisdizione: il foro generale | Gli ulteriori titoli di giurisdizione: accordi di scelta del foro, forum necessitatis, criteri speciali | Litispendenza e connessione | La legge applicabile alle successioni transfrontaliere | Il trust, i patti successori e il problema dei diritti reali sconosciuti | La circolazione delle decisioni | Il certificato successorio europeo | In conclusione |

Il Regolamento n. 650/2012: la scelta del modello unionista

Nella disciplina delle successioni si pone una profonda dicotomia tra metodo unionista, secondo il quale la lex successionis regola l’intera successione, e metodo scissionista (ispirato al cd. principle of scission), che distingue tra legge applicabile agli immobili (solitamente la lex rei sitae) e legge applicabile ai beni mobili. Nell’ambito dello spazio europeo, il metodo unionista è il più diffuso; anche in considerazione del fatto che il metodo dualista - pur seguito in Belgio, Bulgaria, Regno Unito, Francia, Lituania, Lussemburgo e Romania - sconta l’inconveniente di richiamare l’applicazione, almeno potenzialmente, di leggi diverse per la medesima successione.

Tali differenze sono state, almeno in parte, superate con l’approvazione da parte dell’Unione europea del Regolamento n. 650/2012, entrato in vigore il 15 agosto 2012, ma applicabile dal 17 agosto 2015 per 24 paesi dell’Unione Europea, con esclusione di Regno Unito, Irlanda e Danimarca.

La disciplina europea si ispira al principio dell’unità della successione, la quale, a prescindere dalla natura mobiliare o immobiliare dei beni facenti parte dell’asse ereditario, è sottoposta alla legge della residenza abituale del de cuius al momento della morte. Parallelamente, proprio al fine di realizzare quella coincidenza tra forum e ius che il Regolamento persegue, l’individuazione del foro competente si basa su un principio universalistico, tale per cui sarà il giudice di un unico Stato Membro a decidere dell’intera successione, a prescindere dalla dislocazione dei beni del de cuius,e per tutte le fasi sopra elencate. Più precisamente, la residenza abituale del de cuius al momento della morte costituisce il criterio generale di giurisdizione. 

La disciplina della giurisdizione: il foro generale

Il Regolamento prevede un’ampia definizione di organo giurisdizionale, al fine di ricomprendere nel novero dei soggetti tenuti all’applicazione del Regolamento stesso non solo gli organi che tipicamente esercitano funzioni giurisdizionali, ma anche tutte le autorità e i professionisti legali competenti in materia successoria che svolgano funzioni giudiziarie o agiscano su delega di un’autorità giurisdizionale.

Le disposizioni del Regolamento che si occupano di individuare il giudice competente alla successione, si aprono con l’art. 4 il quale stabilisce quale foro generale quello della residenza abituale del de cuius al momento della morte, realizzando così la tendenziale coincidenza tra forum e jus.

Al considerando n. 23 si precisa che l’accertamento della residenza abituale al momento della morte implica una valutazione globale delle circostanze della vita del defunto negli anni precedenti la morte e al momento di questa, valutazione che deve tener conto di tutti gli elementi pertinenti e, in particolare, della durata e regolarità del soggiorno del defunto nello Stato interessato nonché delle condizioni e ragioni dello stesso. Il considerando n. 24 contempla alcune ipotesi con riferimento all’identificazione della residenza abituale nei casi complessi. Più precisamente, nel caso in cui per motivi professionali o economici il defunto sia andato a vivere all’estero per lavoro, anche per un lungo periodo, mantenendo comunque un collegamento stretto e stabile con lo Stato di origine, si può comunque ritenere che egli abbia la sua residenza abituale in tale ultimo Stato, nel quale risulti comunque situato il centro degli interessi della sua famiglia e della sua vita sociale. E ancora, in caso di trasferimento da uno Stato all’altro senza che sia possibile individuare un vero e proprio luogo di stabilimento, costituiscono elementi per valutare la residenza abituale anche la cittadinanza dell’individuo così come il luogo nel quale sono situati i beni di sua proprietà.

Nell’ipotesi in cui la residenza abituale del de cuius al momento della morte non sia localizzabile in nessuno Stato membro dell’Unione, il Regolamento prevede un criterio sussidiario di giurisdizione, di cui all’art. 10. In tale caso, è competente a decidere per l’intera successione il giudice dello Stato membro nel cui territorio sono presenti i beni dell’asse ereditario, se il de cuius era cittadino di quello Stato, o, in mancanza, se nei cinque anni precedenti la morte il de cuius era residente in detto Stato.

Una competenza limitata, invece, si ravvisa nel caso in cui manchino le condizioni in precedenza elencate. In tal caso, l’art. 10 stabilisce che gli Stati membri possono esercitare la propria giurisdizione unicamente con riferimento ai beni che si trovano sul loro territorio nazionale. Si ravvisa, pertanto, un indebolimento del principio dell’unità della successione a favore del radicamento della competenza in capo ai giudici europei, potendosi anche verificare l’ipotesi che diversi organi giurisdizionali degli Stati membri possano risultare parallelamente competenti.

In aggiunta, deve necessariamente notarsi che, nel prevedere i criteri di giurisdizione sussidiaria in quelle ipotesi in cui il de cuius non abbia una residenza in uno Stato europeo, il Regolamento si sovrappone completamente alle norme di diritto internazionale privato e processuale interne, eliminandone ogni residuo campo di applicazione, con la conseguenza che anche per le successioni internazionali “pure”, e dunque non solo per le successioni intra-europee, troverà applicazione il Regolamento n. 650/2012.

Gli ulteriori titoli di giurisdizione: accordi di scelta del foro, forum necessitatis, criteri speciali

Accanto al criterio generale, il Regolamento prevede ulteriori titoli di giurisdizione. In particolare, ai sensi dell’art. 5 Reg., le parti interessate possono convenire che il giudice di uno Stato membro, la cui legge è stata validamente designata dal de cuius come applicabile alla successione, abbia competenza esclusiva a decidere su qualsiasi questione legata alla successione.

Il successivo art. 6 Reg. prevede, alla lettera a), che il giudice del foro della residenza abituale possa, su richiesta di una delle parti, declinare la propria competenza in favore dei giudici dello Stato membro della legge scelta dal de cuius, se ritiene che siano più adatti a decidere sulla successione. La norma in esame introduce una sorta di forum non conveniens, essendo la valutazione del giudice fondata su elementi fattuali ed oggettivi, quali la residenza abituale delle parti, la localizzazione dei beni ed ogni circostanza pratica della successione, dai quali desume che il giudice dello Stato europeo il cui ordinamento è chiamato a regolare la successione è più idoneo a trattare e gestire la causa.

Per quanto riguarda la differente ipotesi di incardinamento della causa dinanzi ad un giudice di uno Stato membro, diverso da quello dell’ultima residenza abituale del de cuius, il Regolamento prevede la possibilità di accettazione espressa e tacita all’art. 7 lett. c). Giova sottolineare che anche in questo caso il presupposto applicativo della norma risiede nella previa scelta della legge applicabile alla successione da parte del de cuius: è nuovamente il giudice dell’ordinamento designato ai sensi dell’art. 22, se adito della questione successoria, ad acquisire la competenza, se questa è espressamente accettata da tutte le parti del procedimento.

Ciò risulta confermato anche dall’art. 9 Reg., che disciplina i casi ed i limiti entro i quali è possibile fondare la competenza del giudice adito sulla base di un’accettazione tacita. Tale norma precisa che il giudice designato sulla base di un accordo di proroga ai sensi dell’art. 5 è competente anche se alcune parti del procedimento non sono parti dell’accordo, se queste ultime compaiono senza contestare la competenza di tale giudice. Di contro, se una parte “esclusa” dall’accordo di proroga solleva l’eccezione di incompetenza, il giudice prorogato deve dichiararsi incompetente, in favore del giudice competente in via generale ai sensi dell’art. 4.

Tra gli ulteriori criteri di giurisdizione previsti dal Regolamento rileva inoltre l’art. 11, che introduce un forum necessitatis, fondato sulla circostanza per cui nessuna autorità giurisdizionale di uno Stato membro sia competente in forza di altre disposizioni del Regolamento stesso, mentre la causa presenti uno stretto collegamento con uno Stato terzo. In tal caso il Regolamento attribuisce la competenza a decidere sulla successione al giudice dello Stato membro con cui la causa ha un collegamento sufficiente, se nessun procedimento può essere ragionevolmente intentato o svolto nello Stato terzo in questione. La natura eccezionale della disposizione, come espressamente emerge dalla stessa, impone un’interpretazione restrittiva delle circostanze per cui si rivela impossibile lo svolgimento del procedimento dinanzi al giudice di quest’ultimo Stato.

Deve infine farsi riferimento a due disposizioni del Regolamento che introducono criteri di giurisdizione di natura speciale, riconducibili al c.d. “foro esorbitante”, sprovvisto cioè di competenza nel merito. Il primo, di cui all’art. 13, fa riferimento all’ipotesi in cui, in base alla legge applicabile alla successione, alcuni soggetti abbiano la facoltà di rendere dinanzi ad un organo giurisdizionale una dichiarazione di accettazione di eredità o di legato, o una dichiarazione volta a limitare la propria responsabilità in relazione alle passività ereditarie. In tal caso, gli organi giurisdizionali del luogo di residenza abituale di tali soggetti sono competenti a ricevere dette dichiarazioni, configurandosi una competenza speciale e parallela rispetto a quella del foro competente in via generale a decidere sull’intera successione. La norma intende ovviare a quelle situazioni in cui la residenza abituale degli eredi o dei legatari non coincida con quella del de cuius, e vuole evitare che questi ultimi siano costretti a rendere le dichiarazioni di volontà relative alla successione di fronte al giudice di uno Stato diverso da quello della propria residenza abituale.

La seconda disposizione, infine, riguarda l’emanazione di provvedimenti provvisori e cautelari in relazione ad uno o più beni dell’asse ereditario, che l’art. 19 riconduce in capo al giudice del luogo in cui detti beni sono localizzati, chiamato ad adottare le misure previste dalla propria legge nazionale.

Litispendenza e connessione

Anche il Regolamento n. 650/2012 si preoccupa di introdurre dei meccanismi di coordinamento qualora, pur nella corretta applicazione delle disposizioni in punto di giurisdizione, identici procedimenti, ovvero procedimenti connessi, in materia successori siano avviati di fronte alle autorità giurisdizionali di differenti Stati membri.

Ai sensi dell’art. 14, una causa è considerata pendente dinanzi al giudice di uno Stato membro nel momento di deposito della domanda, se questa deve precedere la sua comunicazione e/o notifica e salvo che il ricorrente non abbia in seguito omesso di prendere tutte le misure necessarie affinché l’atto venisse portato a conoscenza del convenuto; di contro, se la comunicazione o notifica deve avvenire precedentemente rispetto al deposito dell’atto presso l’autorità giurisdizionale, è questo primo momento che occorre fare riferimento, sempre che l’attore abbia successivamente adempiuto al deposito in conformità e nei termini di legge. Nel caso di procedimenti instaurati d’ufficio, infine, avrà rilievo la data di apertura del procedimento.

L’art. 15 introduce altresì l’obbligo del giudice di verificare d’ufficio la propria competenza, in tutti i casi in cui egli è adito di una domanda in materia successoria.

Il successivo art. 16, inoltre, impone al giudice la verifica della ricevibilità della domanda, se il convenuto che ha la residenza abituale in uno Stato membro diverso da quello in cui l’azione è stata proposta non compare.

Qualora, a seguito delle verifiche imposte dal Regolamento, una causa avente medesime parti, oggetto e titolo risulti pendente dinanzi alle autorità giurisdizionali di due o più Paesi membri, l’art. 17 prevede il consueto meccanismo per il quale il giudice successivamente adito avrà l’obbligo di sospendere il procedimento in attesa della pronuncia del giudice previamente adito sulla sua competenza, con l’obbligo di dichiararsi d’ufficio incompetente qualora quest’ultimo si dichiari competente.

Se invece si verifica un’ipotesi di connessione, per cui due cause pendenti dinanzi a due giudici europei, pur non integrando un’ipotesi di litispendenza, presentano un collegamento stretto tale da rendere opportuna la loro trattazione congiunta, il giudice successivamente adito ha la facoltà di sospendere il procedimento, ovvero, se le parti lo richiedono, di dichiararsi incompetente in favore del giudice previamente adito. In questo secondo caso, è altresì necessario che entrambi i procedimenti pendano ancora in primo grado, che il giudice previamente adito sia competente a conoscere di entrambe le domande e che la sua legge processuale interna consenta la riunione dei procedimenti.

La legge applicabile alle successioni transfrontaliere

La disciplina europea è ispirata all’universalità, secondo quanto prescritto dall’art. 20: la legge individuata in base alle norme del Regolamento dovrà essere applicata anche se appartenente ad uno Stato terzo. Non residua, pertanto, nessuno spazio di applicazione per le norme di conflitto nazionali.

Il criterio di collegamento previsto in via generale dall’art. 21 ricalca perfettamente il principale titolo di giurisdizione e richiama la legge della residenza abituale del de cuius al momento della morte. Così, il giudice europeo competente ai sensi dell’art. 4 si ritroverà a dover applicare la propria legge alla successione, realizzando l’obiettivo di unificazione tra forum e ius che il Regolamento persegue.

Peraltro, occorre fare riferimento all’apertura del Regolamento nei confronti dell’istituto del rinvio: l’art. 34 ammette il ricorso al meccanismo del rinvio laddove la legge di uno Stato terzo,, chiamata a regolare la successione, rinvii all’ordinamento di uno Stato membro ovvero all’ordinamento di un altro Stato terzo che accetti il rinvio. Il secondo paragrafo dello stesso articolo esclude l’operatività del rinvio nel caso in cui la legge applicabile alla successione sia quella designata dal de cuius ai sensi dell’art. 22, ovvero quella individuata sulla base della clausola di salvaguardia di cui all’art. 21 par. 2.

Nell’ottica di evitare spostamenti di residenza fittizi, al fine di sottrarre la successione al regime previsto nello Stato di appartenenza, è stata introdotta al paragrafo 2 dell’art. 2 una clausola di salvaguardia, con l’obiettivo di ripristinare un reale collegamento tra la successione e la legge a questa applicabile. Così, se dal complesso delle circostanze del caso concreto emerge che al momento della morte il de cuius avesse collegamenti manifestamente più stretti con uno Stato diverso da quello di ultima residenza abituale, il giudice competente applicherà, in via eccezionale, la legge di tale Stato.

Un’ulteriore possibilità di disconnessione tra forum e ius si verifica nel momento in cui il de cuius si avvale della facoltà, prevista dall’art. 22, di scegliere la legge applicabile alla sua successione. Più precisamente, il de cuius può designare quale legge regolatrice dell’intera successione la legge dello Stato di cittadinanza al momento della scelta o al momento della morte. L’art. 22 precisa che, nel caso di cittadinanza plurima, la scelta può riguardare indifferentemente uno qualsiasi degli Stati interessati, senza che prevalga quello con il quale si registrano maggiori collegamenti.

A norma dell’art. 22, la scelta di legge deve essere effettuata in modo espresso per mezzo di una dichiarazione unilaterale, nella forma di una disposizione mortis causa. È quindi sufficiente una dichiarazione di volontà unilaterale del de cuius, che può essere modificata o revocata nel rispetto delle condizioni formali previste per la modifica o la revoca di una disposizione a causa di morte.

Con riguardo alla validità sostanziale della professio iuris, il terzo paragrafo dell’art. 22 stabilisce espressamente che questa è regolata dalla stessa legge scelta. Si tratta della soluzione adottata da altri strumenti europei, che si ispira a ragioni di uniformità: l’applicazione della legge del foro, infatti, condurrebbe a risultati diversi a seconda del giudice adito.

Ai sensi dell’art. 24, la legge regolatrice della validità sostanziale delle disposizioni mortis causa è quella che sarebbe stata applicabile alla successione se il de cuius fosse deceduto il giorno in cui ha posto in essere la disposizione stessa. L’intento è evidentemente quello di salvaguardare la libertà testamentaria, cristallizzando la validità dell’atto al momento della sua conclusione.

Il secondo paragrafo dell’art. 24 attribuisce inoltre al testatore la possibilità di scegliere la legge applicabile all’ammissibilità e alla validità sostanziale della sua disposizione, alle stesse condizioni dell’art. 22: è pertanto teoricamente possibile l’esercizio della professio iuris limitatamente a tali questioni, lasciando che tutti gli altri aspetti della successione siano regolati dalla legge individuata sulla base dell’art. 21.

L’art. 27 stabilisce, infine, la legge regolatrice della validità formale delle disposizioni mortis causa, compresi i patti successori, fatte per iscritto. Il terzo paragrafo dello stesso articolo chiarisce che sono attinenti alla validità formale le questioni concernenti l’età, la cittadinanza o altre qualità personali del testatore o delle persone la cui successione è interessata da un patto successorio, nonché i requisiti richiesti ai testimoni eventualmente richiesti ai fini della validità di una disposizione a causa di morte. 

Il trust, i patti successori e il problema dei diritti reali sconosciuti

Sempre nell’ottica di conciliare le diverse identità statuali, si è posto, da un lato, il problema di disciplinare istituti, quali il trust e i patti successori, che non sono comuni a tutti gli ordinamenti dei Paesi europei e, dall’altro, il problema di garantire piena efficacia ai diritti reali, anche quando non previsti (ovvero previsti, ma disciplinati diversamente) all’interno di un determinato ordinamento.

Risultano, pertanto, esclusi dal suo ambito di applicazione i profili inerenti la costituzione, il funzionamento e lo scioglimento del trust (art. 1 lett. j), ma, come precisato dal considerando n. 13, tale esclusione non dev’essere intesa quale esclusione generale, dovendosi sottoporre alla lex successionis la devoluzione di beni in trust e la determinazione dei beneficiari, in occasione della costituzione di trust testamentari o legali in connessione con una successione legittima.

Con riferimento ai patti successori, invece, ossia di quegli strumenti di tipo convenzionale finalizzati a creare diritti e vincoli giuridici immediati in relazione a vicende successorie future, la relativa disciplina è stata – non senza difficoltà – contemplata dal Regolamento. È noto infatti che in molti Paesi europei, tra i quali l’Italia, sussiste il divieto di patti successori a tutela della libertà del testatore di decidere la sorte futura del proprio patrimonio fino al momento della morte. All’opposto, altri ordinamenti, tra i quali ad esempio l’ordinamento del Regno Unito, valorizzano la libertà di pianificare la successione anche mediante strumenti diversi dal testamento, di natura contrattuale quali ad esempio convenzioni inter vivos, donazioni, mandati post mortem, clausole societarie, trust, regimi pensionistici, assicurazioni sulla vita, regimi speciali di comproprietà immobiliare.

Adottando una soluzione di compromesso, il Regolamento ha contemplato i patti successori, ma solo se qualificabili come un tipo di disposizione a causa di morte, e ha invece escluso dal proprio ambito di applicazione altri strumenti di natura contrattuale. L’intento, espresso al considerando n. 49, è quello agevolare il riconoscimento dei diritti successori acquisiti per effetto di un patto successorio. Le norme di conflitto dedicate ai patti successori sono contenute nell’art. 25, il quale stabilisce che per il patto successorio che abbia ad oggetto la successione di una sola persona troverà applicazione la legge che, in forza del regolamento, sarebbe stata applicata alla successione se la persona in questione fosse deceduta il giorno della conclusione del patto; nel caso di patto successorio relativo alla successione di più persone, la sua ammissibilità dev’essere valutata sulla base delle singole leggi applicabili sulla base del regolamento se le persone fossero morte il giorno della conclusione del patto e, laddove esso risulti ammissibile, per le altre questioni – attinenti a validità sostanziale, effetti obbligatori e condizioni di scioglimento – si applicherà la legge del paese con il quale il patto presenti il collegamento più stretto. Resta ferma la possibilità di ricorrere alla professio iuris secondo quanto previsto dall’art. 22.

In relazione al secondo problema in precedenza evidenziato, ossia il problema di garantire l’equivalenza dei diritti reali nello spazio giudiziario europeo all’interno del quale esistono ordinamenti (quale quello italiano) che prevedono il numerus clausus, il Regolamento n. 650/2012 introduce l’istituto dell’adattamento. L’art. 31 prevede infatti che, nel caso una persona invochi un diritto reale che le spetta secondo la lex successionis ma che risulti sconosciuto alla legge dello Stato membro nel quale tale diritto è invocato, il diritto in esame dev’essere “adattato” «se necessario e nella misura del possibile al diritto reale equivalente più vicino previsto dalla legge di tale Stato», avuto riguardo a obiettivi, interessi ed effetti del diritto reale in questione. 

La circolazione delle decisioni

Il Capo IV del Regolamento si occupa del riconoscimento delle decisioni in materia successoria emesse da un organo giurisdizionale di uno Stato membro, ispirandosi al principio della libera circolazione. Ai sensi dell’art. 39, le decisioni emesse dai giudici di uno Stato membro, nell’ambito delle materie rientranti nel campo di applicazione del Regolamento, sono automaticamente riconosciute, senza il ricorso ad alcun procedimento particolare, fatta salva l’esistenza di motivi ostativi. Tali motivi sono elencati in modo tassativo dall’art. 40. Così, il riconoscimento può essere negato se la decisione i) contrasta manifestamente con l’ordine pubblico dello Stato richiesto; ii) è stata resa in contumacia del convenuto, se l’atto introduttivo del giudizio non gli è stato portato a conoscenza in tempo utile o in modo da poter presentare le proprie difese, a meno che egli, pur avendone avuto la possibilità, non abbia impugnato la decisione; iii) è incompatibile con un'altra decisione emessa tra le stesse parti nello Stato membro in cui è chiesto il riconoscimento; iv)è incompatibile con un’altra decisione emessa precedentemente tra le stesse parti in un altro Stato membro o in un Paese terzo, in un procedimento avente il medesimo oggetto e il medesimo titolo, sempre che quest’ultima decisione abbia i requisiti per essere riconosciuta nello Stato membro in cui è chiesto il riconoscimento.

Di contro, con riguardo all’efficacia esecutiva delle decisioni, è necessario un procedimento ad hoc (cd. procedura di exequatur), con un’eventuale fase di opposizione contro la decisione relativa alla dichiarazione di esecutività; e proprio detto procedimento è applicabile anche in caso di contestazione del riconoscimento. Se invece il riconoscimento della decisione straniera è invocato, in via incidentale, nell’ambito di un procedimento giurisdizionale già pendente in primo grado, l’art. 39 par. 3 attribuisce al giudice di tale procedimento la competenza a decidere sulle eventuali contestazioni eventualmente sorte in relazione al riconoscimento stesso.

Il procedimento di exequatur è disciplinato dagli artt. 43 ss.. La prima fase del procedimento è volta all’ottenimento di una dichiarazione di esecutività della decisione da parte delle autorità giurisdizionali dello Stato membro in cui deve avvenire l’esecuzione. Il Regolamento attribuisce agli Stati membri il compito di identificare l’autorità funzionalmente competente ma detta autonomi criteri di competenza territoriale, precisando che questa è determinata dal luogo di domicilio della parte nei cui confronti è chiesta l’esecuzione o dal luogo di esecuzione del provvedimento.

Durante tale fase, dette autorità non possono verificare la sussistenza di motivi ostativi e la parte contro cui viene richiesta l’esecuzione non può presentare osservazioni. Infatti, l’instaurazione del contraddittorio è prevista soltanto in via eventuale e differita, se una delle parti interessate propone ricorso in opposizione contro la dichiarazione di esecutività entro trenta giorni dalla notificazione o comunicazione della stessa, aumentati a sessanta se l’opponente risiede in un altro Stato membro. Il ricorso non sospende l’esecutività della decisione, a meno che la parte interessata non ne faccia richiesta.

La procedura appena esaminata si estende anche all’esecutività delle transazioni giudiziarie poste in essere in uno Stato membro ed ivi esecutive, le quali sono pienamente parificate alle decisioni, con la sola differenza che l’unico motivo che può giustificare il diniego dell’esecutività è costituito dalla contrarietà della stessa con l’ordine pubblico, la quale potrà essere invocata in sede di opposizione ai sensi degli artt. 50 e 51.

Un discorso a parte deve essere fatto per la circolazione transfrontaliera degli atti pubblici, per i quali il Regolamento, in ragione del ruolo di assoluta rilevanza che questi assumono in materia di successioni, prevede una disciplina profondamente innovativa.

La nozione di atto pubblico accettata dal Regolamento è contenuta all’art. 3, par. 1, lett. i) e comprende «qualsiasi documento in materia di successioni che sia stato formalmente redatto o registrato come atto pubblico in uno Stato membro e la cui autenticità: i) riguarda la firma e il contenuto dell’atto, nonché ii) sia stata attestata da un’autorità pubblica o da altra autorità a tal fine autorizzata dallo Stato membro di origine». Il Regolamento introduce una disciplina differenziata in relazione all’efficacia efficacia esecutiva di tali atti e all’accettazione degli effetti probatori da essi derivanti. Con riguardo alla prima, l’art. 60 estende anche agli atti pubblici la disciplina dell’exequatur applicabile alle decisioni ed alle transazioni giudiziarie. Diversa questione è quella dell’efficacia probatoria, per la quale l’art. 59, ancorando alla lex loci actus la determinazione del suo contenuto, tiene conto delle differenze presenti nelle leggi degli Stati membri. Ai sensi di tale disposizione, «un atto pubblico redatto in uno Stato membro ha in un altro Stato membro la stessa efficacia probatoria che ha nello Stato membro d’origine o produce gli effetti più comparabili, a condizione che ciò non sia manifestamente contrario all’ordine pubblico dello Stato membro interessato».

Questa differenza si riflette nell’eventualità che sorgano delle contestazioni con riguardo all’autenticità dell’atto o in relazione al contenuto di questo. Nel primo caso, la valutazione spetterà agli organi giurisdizionali dello Stato di origine, i quali applicheranno la loro legge interna. Di contro, il terzo paragrafo dell’art. 59 stabilisce che qualsiasi contestazione riguardo ai negozi o ad i rapporti giuridici registrati nell’atto pubblico deve essere sollevata dinanzi alle autorità giurisdizionali competenti in applicazione dei criteri previsti in via generale dal regolamento ed è soggetta alla legge individuata ai sensi del Capo III. Questo proprio perché ad essere messo in discussione non è l’atto in sé considerato, ma il merito della questione successoria.

In entrambi i casi, la pendenza di una contestazione sospende l’efficacia probatoria dell’atto pubblico negli Stati membri diversi da quello di origine. Tuttavia, se questione controversa riguarda profili sostanziali, di cui all’art. 59 par. 3, la sospensione opera limitatamente ai punti contestati. 

Il certificato successorio europeo

L’innovativa disciplina del Regolamento n. 650/2012 in materia di circolazione transfrontaliera degli atti pubblici e, in particolare, della loro efficacia probatoria, rappresenta indubbiamente un importante strumento per l’erede o per il legatario il quale – al fine di esercitare i diritti acquisiti mortis causa – si trova a dover provare all’estero la sua qualità. Al medesimo scopo risponde il certificato successorio europeo, di cui al Capo VI del Regolamento, creato con lo scopo di dare origine ad un sistema di prova uniforme della qualità di erede o di legatario e dei poteri di amministratori ed esecutori testamentari.

Più precisamente, il certificato ha la funzione di provare, in uno Stato diverso da quello nel quale viene rilasciato e, quindi, nell’ambito di una successione transfrontaliera: (i) la qualità e/o i diritti di ciascun erede o legatario menzionato nel certificato e le rispettive quote ereditarie; (ii) l’attribuzione di uno o più beni determinati che fanno parte dell’eredità agli eredi ovvero ai legatari menzionati nel certificato; (iii) i poteri della persona indicata nel certificato di dare esecuzione al testamento o di amministrare l’eredità.

Questi soggetti hanno la facoltà di chiedere il rilascio del certificato all’autorità nazionale individuata in base ai titoli di giurisdizione previsti, in via generale, dal Regolamento. Pertanto, la stessa autorità cui è attribuita la competenza a decidere dell’intera successione – applicando, in linea di principio, la propria legge nazionale – avrà, tendenzialmente, anche il potere di emettere il relativo certificato.

Tuttavia, l’art. 64 attribuisce agli Stati la facoltà di designare, all’interno del proprio ordinamento, l’autorità competente al rilascio del certificato. La scelta può riguardare non solo le autorità giurisdizionali, individuate in base all’art. 3 par. 2, ma anche altre autorità competenti in materia successoria in base al diritto nazionale. E nell’ordinamento italiano la scelta è andata proprio in tale direzione. Con la legge europea 2013bis del dicembre 2014 intitolata «Disposizioni per l'adempimento degli obblighi derivanti dall'appartenenza dell'Italia all'Unione europea» si è stabilito che siano i notai a dover rilasciare il certificato successorio europeo (CSE) e che, in caso di reclamo, la competenza è attribuita al tribunale del luogo in cui risiede il notaio.

Il ricorso allo strumento ha carattere facoltativo e l’art. 62 precisa che esso «non sostituisce i documenti interni utilizzati per scopi analoghi negli Stati membri». Peraltro, gli effetti del certificato si esplicheranno anche all’interno dell’ordinamento dello Stato di emissione.

D’altra parte, i certificati previsti dai singoli ordinamenti nazionali, svolgenti funzioni analoghe a quelle del certificato europeo, beneficeranno del regime dell’accettazione dei loro effetti probatori, qualora si sostanzino in un atto pubblico. L’utilità dell’istituto in esame emerge nel momento in cui non è previsto, a livello nazionale, un documento che fornisca la prova privilegiata della qualità di erede – ovvero di legatario, esecutore testamentario e amministratore di eredità – idoneo a beneficiare della disciplina dell’art. 59.

A tale riguardo, deve rilevarsi che la presunzione di veridicità dei fatti attestati nel certificato europeo è solo relativa: il certificato può essere rettificato, sospeso nei suoi effetti o revocato da parte dell’autorità emittente, su ricorso di chiunque ne abbia interesse, attraverso presentazione della prova contraria circa la veridicità dei suoi contenuti.

In conclusione

Il Regolamento n. 650/2012 garantisce uniformità e certezza nella disciplina delle successioni con elementi di transnazionalità, ma presenta una serie di difficoltà applicative che faranno slittare, almeno in parte, i benefici della sua operatività alla pronuncia di linee interpretative, cui tutti gli Stati Ue dovranno attenersi, che possono essere delineate solo dalla Corte di giustizia attraverso le decisioni emesse a seguito dei rinvii pregiudiziali presentati dai giudici degli Stati membri.

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