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Alienazione parentale: ostacolo alla bigenitorialità

29 Aprile 2016 | , Affidamento condiviso

Sommario

Che cos'è l'alienazione parentale | La CTU nei casi di alienazione parentale | Gli interventi psicosociali | In conclusione |

Che cos'è l'alienazione parentale

L’alienazione parentale è un fenomeno psicoforense che rappresenta un fattore di rischio per l'instaurarsi di problematiche affettivo-relazionali nel figlio triangolato nel conflitto di coppia.

Esso non va considerato come una vera e propria “sindrome”, ma un problema relazionale che si verifica allorché le dinamiche conflittuali della coppia genitoriale condizionano il figlio tanto da provocare una sorta di scissione interna tra due opposte rappresentazioni dei genitori: da un lato quella positiva del genitore percepito più forte e risoluto nella disputa per l'affidamento; dall'altro quella negativa dell'altro genitore considerato più debole e meno capace di affrontare il conflitto, apparendo agli occhi del minore come meno significativo.

La caratteristica principale dell'alienazione parentale è il rifiuto del figlio nei confronti del genitore alienato. Un atteggiamento di odio, disprezzo e forte animosità nei suoi confronti che, in questi casi, non si poggia su motivazioni autentiche, ma, piuttosto, dopo un'attenta analisi, appare frutto di una induzione da parte dell'altro genitore (alienante).

Parlare di alienazione parentale come problema di un solo componente della famiglia rappresenterebbe un errore grossolano. L'alienazione parentale è un disagio relazionale che coinvolge nel conflitto tutti i membri familiari, i quali, ognuno con il proprio contributo, partecipano allo sviluppo di dinamiche di alienazione.

Il genitore alienante è colui che mette in atto delle strategie di indottrinamento, dirette e/o indirette, nei confronti del figlio, tali da incidere sulla sua opinione e sul suo comportamento verso il genitore alienato. Il leitmotiv è quasi sempre il medesimo: screditare l'ex partner costringendo il bambino a prendere posizione di fronte alle problematiche insorte tra i genitori, premiandolo o allontanandolo a seconda della risposta data.

Il genitore programmatore non perde occasione di criticare l'altro genitore davanti al bambino “tua madre è disoccupata perché è una buona a nulla”; di dare false informazioni all'altro genitore sul figlio in modo che insorgano conflitti o fraintendimenti tra i due; attribuisce all'ex partner il fallimento matrimoniale “è colpa di tuo padre se ci siamo lasciati”; induce sensi di colpa “se non fai come ti dico, non mi vuoi più bene”; coinvolge nella campagna denigratoria anche i familiari dell'ex partner “i tuoi nonni non ti chiamano mai, sono come tua madre”; soddisfa i bisogni del figlio “se tuo padre non ti compra la playstation, lo faccio io”.

Tali tecniche rappresentano una modalità diretta di manipolazione e mistificazione della realtà, attribuendo colpe all'altro genitore per indebolirne la rappresentazione interna del figlio.

Tuttavia, ancora più sottili e subdole, appaiono le tecniche indirette messe in atto dal genitore alienante che critica l'altro genitore attraverso una comunicazione paradossale: “potrei dirti tante cose brutte che ha fatto tua madre, ma sono una persona corretta e non lo faccio”, “se vuoi vedere tuo padre ok, ma non ti sento convinto”.

Il genitore target possiede delle caratteristiche specifiche anche se spesso è la figura su cui si rivolge meno attenzione clinico-forense.

Egli subisce le pesanti accuse dell'ex partner, per mezzo del figlio, sviluppando sentimenti di frustrazione e passività davanti a tale animosità. E' colui che, a causa del conflitto familiare, assume un atteggiamento di distanza emotiva dai figli, subendone le reazioni violente.

Mostra spesso un atteggiamento particolarmente passivo e ambivalente verso i figli, ridefinito dall'altro genitore come comportamento di rifiuto.

Egli adotta una linea difensiva nel conflitto legale molto morbida, favorendo, indirettamente, lo sviluppo delle dinamiche di alienazione. Si lascia “guidare” dalle mosse dell'ex partner, reagendo solo in parte oppure si mostra troppo aggressivo. Qualsiasi azione mette in atto viene ritrasformata dal genitore alienante agli occhi del figlio: se si mostra troppo “forte” e intraprendente viene descritto come la causa del conflitto genitoriale, quindi dello stato generale di malessere; se arrendevole, come colui che abbandona il figlio e poco interessato al loro bene. Un “incastro” relazionale a “doppio legame” come sostengono Malagoli Togliatti e Cotugno (Malagoli Togliatti M., Cotugno A., Psicodinamica delle relazioni familiari, Aspetti della psicologia, 1996, 232) in cui qualsiasi tipo di risposta del genitore target conferma e rinforza le convinzioni di partenza, per cui diviene impossibile uscire da tale dinamica.

Il figlio è il membro familiare che subisce più di tutti le dinamiche messe in atto dai genitori. L'età gioca un fattore importante in queste circostanze, per cui possiamo ipotizzare che dai 7/8 anni in su il bambino risulta suggestionabile. All'aumentare dell'età, il diniego nei confronti del genitore target si struttura seguendo un pensiero intenzionale, a prescindere dalla manipolazione genitoriale, soprattutto se il figlio nel frattempo sviluppa capacità cognitive e affettive “adultizzate” tanto da renderlo apparentemente “indipendente”, accettando il ruolo ascrittogli e colludendo con il genitore con il quale ha stretto alleanza.

I bambini coinvolti nel conflitto genitoriale vivono il c.d. “conflitto di lealtà”, basato sul timore di tradire la fiducia di un genitore (e di perderne l’affetto) qualora si mostri di gradire il contatto con l’altro.

Non tutti i bambini risultano condizionabili, dipende sostanzialmente dal grado di autonomia di pensiero e dalla qualità del legame affettivo-relazionale con il genitore bersaglio.

Si potrebbe affermare che l’efficacia del condizionamento psicologico sui bambini da parte del genitore alienante è inversamente proporzionale alla qualità del rapporto alienato-figli (Camerini G. B., Pingitore M., L'alienazione parentale. Il rifiuto di un genitore, in Psicologia Contemporanea, 2015, 245).

Le caratteristiche del bambino manipolato possono essere descritte come un ricalco delle opinioni di un genitore a danno dell'altro. Una sorta di megafono delle ragioni espresse dal genitore alienante a cui si affiancano quelle personali, creando di fatto un “pensiero indipendente” difficilmente destrutturabile.

Egli rifiuta ogni tipo di contatto con il genitore alienato, attribuendogli colpe e accusandolo anche gravemente. Agli incontri (CTU, Servizi Sociali, ecc…) con il genitore bersaglio si mostrerà oppositivo e scarsamente collaborante, sostenendo con forza le proprie (condizionate) opinioni, cercando di suscitare negli addetti ai lavori sentimenti di protezione.

Davanti al conflitto genitoriale il bambino tenta di instaurare un'alleanza con il genitore in grado di fornirgli un supporto affettivo, al caro prezzo di un'adesione totale al suo atteggiamento disfunzionale.

Secondo Montecchi e Montecchi (Montecchi F., Montecchi FR., Separazioni ad alta conflittualità e Sindrome di Alienazione Genitoriale (PAS): imbroglio diagnostico o realtà clinica? Dalla parte dei minori, in Min. e Giust., 2013, 4, 186-197), a dispetto di quanto il bambino dichiara, a livello intrapsichico egli ha un grande desiderio del genitore rifiutato. Il rifiuto del bambino rappresenta «un sintomo di una condizione clinica complessa che il bambino mette in atto per proteggersi dalla sofferenza. Pensare al rifiuto come l’elemento centrale è come considerare solo la tosse nella polmonite» (189).

L'Alienazione Parentale non può essere considerata come dinamica relazionale che coinvolge un solo membro, ma piuttosto una dinamica familiare disfunzionale in cui padre-madre-figlio “giocano un loro ruolo” (Gulotta G., Cavedon A., Liberatore M., La sindrome da alienazione parentale (PAS), 2015, Milano).

Puntare l'attenzione solo sulle condotte negative del genitore alienante porterebbe ad una sottovalutazione del problema relazionale. In un'ottica circolare la triade familiare autoalimenta l'alienazione, sostenendo il sistema disfunzionale.

La CTU nei casi di alienazione parentale

«[…] ritenuto che, alla luce delle emergenze processuali in atti, appare assolutamente necessario, prima di assumere qualsivoglia determinazione in ordine alle domande delle parti (affido, collocazione dei figli minori, esercizio del diritto di visita del genitore non collocatario), disporre consulenza psicologica per accertare, previa audizione dei minori e delle parti:

  • quale sia lo stato psicologo e la personalità delle parti e dei minori Mario e Marta Rossi, con particolare riferimento ai rapporti di questi con entrambi i genitori ed i relativi ambienti familiari;
  • quale sia la causa del rifiuto dei minori di incontrare il padre e verificare se essi subiscano – o abbiano subito – influenze esterne proveniente da adulti tali da condizionarne i comportamenti e gli atteggiamenti odierni».

Questo potrebbe rappresentare un classico quesito di CTU nei casi di alienazione parentale.

Le best practices in tema di Consulenza Tecnica di Ufficio, così come suggerito anche dal c.d. “Protocollo di Milano” (2012, http://www.alienazioneparentale.it/protocollo-di-milano/2015/10/), prevedono che il Consulente svolga una serie di incontri e valutazioni complesse al fine di rispondere ai quesiti peritali.

Prima di tutto, il CTU dovrebbe svolgere un incontro preliminare insieme ai Consulenti Tecnici di Parte per condividere la metodologia scientifica da adottare durante l'iter consulenziale.

Successivamente, il CTU dovrebbe incontrare la coppia genitoriale in assenza dei minori, al fine di raccogliere i primi bisogni dei genitori, farsi un'idea del caso e chiarire loro ruolo e funzione della Consulenza Tecnica.

Il CTU dovrebbe prevedere altri incontri con la coppia genitoriale, così come incontri individuali sempre con i genitori, anche per la somministrazione di eventuale batteria di test.

Il nucleo portante della CTU nei casi di alienazione parentale è rappresentato senz'altro dall'incontro individuale con i minori e dagli incontri congiunti.

Nel primo caso, il CTU, in considerazione dell'età dei minori, li incontra separatamente per ascoltare i loro bisogni, impressioni e raccogliere le loro eventuali richieste.

L'incontro con il minore è un momento delicato in cui il CTU deve prestare molta attenzione al narrato del bambino, così come al suo comportamento non verbale.

Nei casi di alienazione parentale spesso si assiste ad un racconto stereotipato del minore, privo di emozioni, tendente alla totale denigrazione del genitore target.

Scegliere le domande da porre al bambino che devono essere chiare e dirette, al fine di ottenere quante più informazioni possibili sulla descrizione dei genitori, sul loro comportamento e sul loro rapporto.

Esempi di domande da porre al bambino:

1. Mi spiegheresti per bene un motivo particolare per cui non vuoi vedere tuo padre? Il bambino dovrebbe riscontrare più di una difficoltà nell’articolare una motivazione “convincente”.

2. Mi spieghi per bene come mai non vuoi vedere anche i parenti del papà?Anche in questo caso, il bambino non saprebbe fornire motivazioni valide.

3. Mamma che cosa ti dice prima di incontrare papà? In alcuni casi il bambino potrebbe riferire frasi “negative” sul padre.

4. Se lo incontrassi, che cosa potrebbe accadere? Il bambino sarebbe in difficoltà nel riferire che cosa potrebbe accadere.

5. Mi dici tre pregi e tre difetti di tuo padre? Il bambino elencherebbe solo i tre o più difetti.

6. Mi dici tre pregi e tre difetti di tua madre? Nessun difetto, solo pregi.

7. Mi racconti qualche episodio bello con tuo padre? Nessuno o sarebbe merito della madre se si sono verificati.

8. Quando ti ha sgridato l’ultima volta tua madre? Mai o non lo ricorda.

9. Com’è la mamma quando si arrabbia? La mamma è buona e non si arrabbia mai.

10. Mi racconti un episodio bello con tuo padre e tua madre? Se lo racconta, sarebbe sbilanciato a favore della madre.

Gli incontri congiunti rappresentano l'altro focus, probabilmente il momento più complesso dell'intera consulenza poiché genitore alienato e minori si incontrano nello studio del CTU. Nello specifico, bisognerebbe prevedere gli incontri genitori-minori, padre-minori, madre-minori.

L'incontro con il genitore target permette a quest'ultimo di parlare direttamente con il figlio, mentre al figlio di comprendere le ragioni del rifiuto. Egli potrebbe essere riluttante nell'incontrare il padre, adducendo le più svariate scuse, anche quella di aver paura che il padre gli possa fare del male. Quest'incontro è probabilmente il più “forte” emotivamente dell'intera CTU, ma necessario per comprendere il grado di rifiuto.

Gli interventi psicosociali

Sussiste spesso un vacuum di interventi quando sono in gioco e in atto ostacoli al diritto alla bigenitorialità di un figlio. La CTU può rappresentare uno strumento molto utile purché venga disposta con la dovuta tempestività, ovvero prima che la situazione si sia radicata e stabilizzata. Gli strumenti in mano al CTU sono diversi. Da un lato si possono realizzare incontri tra genitore rifiutato e figlio in corso di perizia, eventualmente ricorrendo ad un ausiliario con funzioni di “traghettatore” e di osservatore delle dinamiche relazionali che si sviluppano. Dall’altro la CTU può rappresentare, di per sé, una occasione di riflessione sul reale interesse dei figli e sui rischi evolutivi insiti nel mantenimento della posizione di esclusione verso un genitore. In alcuni casi si possono disporre, previo assenso del giudice, diverse modalità di incontro e di visita verificandone l’andamento e gli esiti. È però di solito difficile che queste situazioni possano risolversi entro i rituali tre o quattro mesi, né risulta spesso possibile prolungare la CTU oltre un certo limite alla luce delle necessità giudiziarie. Sono allora praticabili altre procedure: o un coinvolgimento dei servizi sociali (per un monitoraggio con possibilità di relazionare al giudice) o una riapertura della CTU dopo un periodo di sei mesi-un anno allo scopo di valutare gli esiti dei provvedimenti disposti e apportare modifiche al programma di frequentazione e di visite.

Risultano invece inutili e spesso dannose le indicazioni e prescrizioni di psicoterapie (per il bambino e/o per i genitori) per risolvere il problema. Nessuna terapia può infatti essere proposta e realizzata “a tesi”, ovvero allo scopo di raggiungere un obiettivo prefissato come la bonifica di una relazione tra due o più persone. D’altra parte, non è possibile prescindere da una compliance e da un’alleanza terapeutica senza le quali un trattamento terapeutico assume necessariamente un carattere coatto, divenendo quindi del tutto inefficace.   

In conclusione

Il fenomeno dell’alienazione parentale va considerato, come dimostrano anche le recenti ricerche della Verrocchio e della Baker (Baker A. J. L., Verrocchio M.C., Parental Bonding and Parental Alienation as Correlates of Psychological Maltreatment, in Adults in Intact and Non-intact Families, Journal of Child and Family Studies, Vol. 24, Issue 10, 2015, 3047-3057), un importante fattore di rischio per l’instaurarsi di problematiche affettivo-relazionali nel corso dello sviluppo. Sul piano clinico occorre continuare a  studiare le conseguenze della privazione di un genitore, non direttamente collegate a comportamenti gravemente maltrattanti o trascuranti. Sul piano giudiziario si tratta di disporre interventi tempestivi (come ha raccomandato in più sentenze la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo) per fare rispettare i diritti relazionali dei soggetti coinvolti in queste vicende: il diritto dei figli alla bigenitorialità ed il diritto-dovere del genitore di occuparsi della cura e dell’educazione del figlio, senza interferenze indebite nella sua vita personale e privata come stabilito dall’art. 8 CEDU.

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